Perfidia

Shopworn
USA 1932, Columbia
con Barbara Stanwyck, Regis Toomey, Zasu Pitts, Lucien Littlefield, Clara Blandick, Robert Alden, Oscar Apfel, Maude Turner Gordon, Albert Conti, Wallis Clark, Martha Mattox
regia di Nick Grinde

Il padre di Kitty Lane rimane coinvolto in un’esplosione e prima di spirare consiglia la figlia di lasciare la città mineraria per trasferirsi presso la zia Dot che gestisce una tavola calda col marito in una zona universitaria. Kitty fa la cameriera nel locale e ha un mucchio di pretendenti che tiene a bada, rimanendo colpita da David, un giovane molto studioso. I due s’innamorano ma Davie ha una madre opprimente che rifiuta assolutamente l’idea che il figlio si fidanzi con una cameriera quindi Helen Livingston convince il figlio a seguirla in Europa fingendo di avere gravi problemi cardiaci ma David anticipa la proposta di matrimonio a Kitty. Per togliersela di torno il giudice Forbes offre alla ragazza 5000 dollari e quando lei rifiuta la fa chiudere in riformatorio per atti contro la morale facendo credere a David che la ragazza abbia accettato il denaro. Uscita dal riformatorio Kitty diventa una ballerina di successo e dopo sei anni David si ripresenta dicendo di non averla dimenticata, la relazione riprende ma la signora Livingston arriva a minacciare Kitty con una pistola se non lascia in pace il figlio, le due donne hanno un chiarimento e quando David arriva, Kitty inventa una scusa per lasciarlo e non rovinargli la carriera ma Helen finalmente rinsavisce e svela al figlio il sacrificio di Kitty.

Un film pre-code rimontato malamente dopo l’entrata in vigore del codice Hays.

L’inizio nella cittadina mineraria è particolare, sia come introduzione di un film che ci porterà nel bel mondo, sia per la scena di addio tra Kitty e il padre che consiglia la figlia di lasciare la città perché ci sono troppi uomini, introducendo il dramma della vita di Kitty: una ragazza troppo bella e senza famiglia che diventa ben presto oggetto di pettegolezzi nonostante il suo comportamento irreprensibile; anche il primo incontro con David è scandito dalla reprimenda del ragazzo che ritiene che se una ragazza non vuole è in grado di non attirare le attenzioni indesiderate degli uomini, qualificandosi da subito per il bamboccione succube di una madre manipolatrice che lo tiene legato alle sue gonne giocando con i suoi problemi di cuore.

Ancora una volta lo stigma è verso le classi dominanti che usano ricchezza e potere senza farsi scrupoli di spezzare delle vite: le scene al riformatorio sono ancora piuttosto crude per la severità delle guardie e l’indifferenza del medico.

In poche scene vediamo l’ascesa di Kitty che continua ad essere una donna chiacchierata: è sulle prime pagine dei giornali perché coinvolta in un divorzio. Dopo il nuovo incontro con David e dopo avergli rinfacciato quello che ha passato a causa sua, Kitty torna nella città natale e finalmente David si ribella alle convenzioni e la raggiunge al suo tavolo in un locale pubblico.

Da un punto di vista stilistico è il momento più interessante del film: David e la madre partecipano a una cena di gala, sentiamo solo un vuoto chiacchiericcio mentre la macchina da presa inquadra il nome delle personalità sui segnaposto invece che i personaggi tanto sono interscambiabili, poi l’entrata di Kitty suscita il più prevedibile clamore.

In un’opera probabilmente rovinata dal rimontaggio spicca come sempre la bravura di Barbara Stanwyck, credibile nei panni di un’ingenua ragazza di bassa estrazione sociale che cerca di farsi una cultura studiando il vocabolario (e tra le parole imparate quel giorno c’è eiaculazione, non sarebbe pre-code altrimenti!) che in quelli della sofisticata showgirl che ha imparato ad interagire col bel mondo e a sfruttarlo a proprio vantaggio.

La conversa di Belfort

Lesangesdupeche

Les Anges du péché
Francia, 1943
con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie, Mila Parely, Marie Helene Dasté, Yolande Laffon, Sylvia Monfort, Louis Seigner, Georges Colin
regia di Robert Bresson

Anna Maria, ragazza di buona famiglia decide di prendere i voti e, con disdoro della famiglia, sceglie il convento di Belfort che offre un rifugio a ex galeotte. Anna Maria cerca di convincere Teresa, una ragazza finita ingiustamente in carcere, a cercare la pace nel convento ma la donna, animata da propositi di vendetta, appena scarcerata va a uccidere ll’uomo che la ha incastrata poi si rifugia in convento per far perdere le proprie tracce. Anna Maria si prende cura di lei con un’attenzione morbosa che infastidisce Teresa e fa dubitare le consorelle della fede di Anna Maria che finisce per essere espulsa dal convento, ma la ragazza non torna a casa e ogni notte penetra nel cimitero del convento per pregare sulla tomba del fondatore, verrà trovata svenuta dopo una notte di pioggia. Ormai prossima alla morte Anna Maria prende i voti con l’aiuto di Teresa che poi si consegna alla giustizia.



LaconversadiBelfort


Girato durante l’occupazione nazista con un cast di professionisti, unico caso assieme al seguente Perfidia, La conversa di Belfort è il primo lungometraggio di Robert Bresson in cui si possono trovare molti dei temi che caratterizzeranno la sua teoretica: la religione, la prigione, la riflessione sul bene e sul male.
Il film si apre come un noir antelitteram: la madre superiora e altre due suore si recano di notte al penitenziario per strappare una ragazza appena scarcerata alle attenzioni del suo magnaccia, la seconda volta che l’azione si sposta in prigione avviene senza soluzione di continuità: convento e galera hanno le stesse grate le cui ombre si riflettono sulle pareti. La fotografia di Philippe Agostini ha un ruolo molto importante nella messa in scena, la rappresentazione del bene e del male è tutta giocata sulle tonalità del bianco e del nero: luminoso il convento, sempre più oscuri gli ambienti del carcere fino alla cupezza della cella di sicurezza posta nei sotterranei.
Le ombre servono anche per le ellissi, la vendetta di Teresa si svolge con la camera fissa sulla donna e l’azione è raccontata ancora una volta dal cambio di luce: la porta che si apre illumina il volto della donna, l’uomo è solo un’ombra riflessa accanto a lei che vediamo accartocciarsi dopo lo sparo.
Anche in convento non regna solo il bene, pettegolezzi e ipocrisie sono all’ordine del giorno e Teresa riesce a fruttare la situazione a proprio vantaggio: per liberarsi delle attenzioni di suor Anna Maria le riporta quanto detto alle sue spalle esasperando i rapporti fino all’espulsione della novizia.
La tenacia di Anna Maria che sacrifica anche la vita per redimere la riluttante Teresa ha qualcosa di mistico che non viene compreso nemmeno dalle religiose, come la Vicaria suor Giovanna, l’entusiasmo spirituale di suor Anna Maria viene scambiato per egoismo, voglia di protagonismo e forse la purezza del sacrificio nasce in parte anche da questa componente negativa del carattere dell’entusiasta novizia.
Un altro elemento che caratterizza la produzione di Bresson è l’attenzione alle mani che si nota già in quest’opera prima: l’intreccio di mani delle varie suore mentre Anna Marie prende i voti in punto di morte fa il paio con il dettaglio dei polsi di Teresa che li porge al poliziotto per farsi ammanettare nell’inquadratura finale