A cinquant’anni dall’uscita del libro Il cinema secondo Hitchcock (che in Italia uscì solo nel 1977) esce il film di Kent Jones che rievoca la genesi di un volume che non può mancare nella biblioteca di qualsiasi cinefilo o aspirante tale.
E’ il 1962 quando il trentenne Truffaut che arriva dai Cahiesr du cinéma e ha all’attivo tre soli film di cui due capolavori come I quattrocento colpi e Jules et Jim, contatta il regista inglese per proporgli una lunghissima intervista che duri almeno una settimana e svisceri l’enorme produzione di Hitchcock. L’intento di Truffaut è quello di confermare definitivamente la teoria già avanzata dai Cahiers: Hichcock non è solo un abile intrattenitore come pensa la critica americana ma un vero e proprio Autore, un artista che trasferisce nei suoi film la propria visione del mondo. E’ davvero significativo e pungente l’intervento di Truffaut alla serata di premiazionde dell’Afi del 1979 quando dice “per voi americani è soltanto Hitch per noi francesi è Mr.Hitchcock”.
Hitchcock accetta ben volentieri l’omaggio del giovane collega e l’intervista che porta al libro inizia proprio il 13 agosto, giorno del sessantatreesimo compleanno del maestro del brivido. A documentare il lavoro ci sono le foto di Philippe Halsman e le registrazioni delle conversazioni.
Il documentario parte da questi elementi audio visivi per indagare il valore del libro, vera bibbia per tutti i i registi intervistati da Wes Anderson a Bogdanovich, da Fincher a Scorsese, Linklater e altri. Rispettando l’intento stesso del volume, al centro del film c’è la figura di Hitchcock, la sua evoluzione stilistica che però non prescinde mai dal muto: come sottolinea un intervento, i film di Hitch si potrebbero guardare senza sonoro e il senso globale della storia sarebbe chiaro comunque.
Nonostante la figura di Hitchcock sia centrale e il libro conosciutissimo, il documentario sa sottolineare alcuni punti misconosciuti: la preparazione certosina di Truffaut alle interviste che come dice Olivier Assayas ha lo stesso peso di un film: il cineasta francese riprenderà in mano le conversazioni prima della morte per curarne una riedizione.
Nonostante appartengano a due modi di fare cinema quasi agli antipodi, la libertà della Nouvelle Vague individualista di Truffaut opposta ai meccanismi ferrei del sistema degli Studios di cui Hitchcock fece sempre parte, i due artisti hanno alcune affinità non solo elettive ma anche biografiche come la consegna da parte del padre ai poliziotti, quello di Hitchcock è solo un pesante avvertimento che instillerà però nel regista un forte senso di colpa mentre a Truffaut toccò davvero il riformatorio dopo la consegna paterna.
Da questo formidabile incontro nasce un’amicizia che durerà tutta la vita in cui i due registi si terranno sempre in contatto ed è impressionante ricordare come due artisti di generazioni diverse morirono a soli quattro anni di distanza l’uno dall’altro: Hitchcock nel 1980 e Truffaut nell’84.
Anno: 2016
#GregoryPeck100
Eldred Gregory Peck nasceva il 5 aprile 1016 a LaJolla, in California. E’ scomparso il 12 giugno 2003 lasciando una carriera cinematografica di grande spessore di cui ricordiamo le tappe fondamentali.
Tamara figlia della steppa 1944
Il film d’esordio per la regia di Jacques Tourneur è un mediocre film di propaganda bellica, uno dei pochissimi filosovietici.
Al quarto film Peck è protagonista di uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, celebre, tra l’altro, per le scenografie oniriche realizzate da Salvador Dalì.
Quattro registi per un film voluto da Selznick per lanciare la moglie Jennifer Jones, resta un capolavoro di amour fou per la scena finale della morte dei due protagonisti.
Seconda e ultima collaborazione con Hitchcok in un film giudiziario dove l’integerrimo avvocato Keane s’innamora della sua cliente interpretata da una glaciale Alida Valli.
Film di guerra e nello specifico di battaglie aeree, quasi dimenticato ma secondo il Mereghetti forse una delle migliori interpretazioni di Gregory Peck che gli vale la quarta nomination della carriera agli Oscar.
Il film forse più celebre dell’attore che valse l’Oscar alla debuttante coprotagonista Audrey Hepburn.
Peck è il capitano Achab nella seconda versione filmica del romanzo di Melville diretta da John Huston.
L’ultimo ruolo interpretato dall’attore è ancora in Moby Dick , nella miniserie tv del 1998 dove intereta Padre Mapple.
Celeberrimo e spettacolare kolossal ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Gregory Peck è l’avvocato perseguitato dal galeotto che ha fatto incarcerare. Scorsese ne gira il remake nel 1991 e i protagonisti del primo film tornano in due piccoli ruoli opposti a quelli del film originale. Per Gregory Peck il film del 1991 fu l’ultimo girato per il grande schermo.
Il ruolo di Atticus Finch valse a Peck l’unico Oscar della sua carriera, il secondo Golden Globe e l’identificazione con la dirittura morale del personaggio.
Con Sophia Loren nel giallorosa diretto da Stanley Donen che si diletta con lo stile pop e patinato delle riviste dell’epoca.
Sceriffo perde la testa per una giovane disinibita, ruolo non nuovo per Peck ma la regia asciutta di Frankenheimer e l’età del divo donano al personaggio dello sceriffo Tawes una connotazione particolarmente triste e malinconica.
Fantapolitica che spaventa con un cast magnifico: Peck è il sadico Mengele braccato dal cacciatore di nazisti Ezra Lieberman (Laurence Olivier)
Il condominio dei cuori infranti
Nello sgangherato casermone di una banlieue francese non meglio identificata, l’avaro inquilino del primo piano rifiuta di partecipare alle spese per cambiare l’ascensore: finirà temporaneamente sulla sedia a rotelle costretto a infrangere la regola di non usare mai l’ascensore che non ha voluto pagare uscendo solo di notte e incontrando così un’infermiera che gli farà battere il cuore; intanto un adolescente troppo solo fa amicizia con la nuova vicina di casa che scopre essere un’attrice in declino e un bel giorno sul tetto del palazzo atterra per sbaglio una capsula della Nasa con a bordo un astronauta di ritorno da un amissione spaziale che trova ospitalità presso una vedova algerina il cui figlio è in prigione..
Tratto dai racconti autobiografici del regista Samuel Benchetrit, Il condominio dei cuori infranti è un film dolceamaro dove la solitudine di sei vite s’incontrano in un crescendo di surrealtà che culmina nell’arrivo dell’astronauta John McKenzie costretto a restare presso la signora Hamida perché la Nasa non può rivelare di aver perso il suo astronauta pena il taglio dei fondi. Anche gli altri incontri nascono da costrizioni: il giovane Charly aiuta la vicina a rientare in casa dopo che lei si è chiusa fuori e resta affascinato dalla sua attività, Sternkowitz ,costretto a nutrirsi ai distributori automatici del vicino ospedale perché impossibilitato ad uscire di giorno, incontra l’infermiera che cerca di sedurre imitando goffamente Clint Eastwood ne I ponti di Madison County, ancora il cinema è l’elemento che salda il legame tra Charly e Jeanne che vedono insieme “La donna senza braccia” con questo titolo vengono spaciati alcuni frammenti de La Merlettaia interpretato nel 1978 sempre da Isabelle Huppert. Il legame tra John e Hamida è rinsaldato invece dalla soap opera Beautiful: come in Caro Diario di Nanni Moretti, l’americano ha già visto gli episodi e svela i colpi di scena.
Filo conduttore delle tre vicende il tema della caduta, fisica per Sternkowitz, lavorativa per Jeanne e letteralmente dal cielo per John, tre cadute che però portano a una rinascita, a un nuovo legame umano che segna la vita dei protagonisti donando loro un senso di speranza, messaggio che investe totalmente anche lo spettatore.
La corte
Xavier Racine è un severo presidente di corte d’assise, scrupoloso e pignolo, per nulla amato dallo staff del tribunale che presiede. Un giorno durante la composizione di una giuria popolare per un un caso d’infanticidio, il giudice ritrova tra i giurati Ditte Lorensen-Coteret, la donna di cui è stato profondamente innamorato anni prima..
La corte di Christian Vincent era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2015 dove aveva ricevuto il Premio per la miglior sceneggiatura e Fabrice Luchini aveva meritatamente vinto la Coppa Volpi per il ruolo del giudice Racine.
Non può non colpire che il protagonista si chiami come il celebre drammaturgo francese e nel corso del film la figlia di Ditte descrive la seduta in tribunale come una messa in scena teatrale, poi lo stesso Racine spiega ai giurati che compito del processo non è scoprire la verità ma la giustizia ha il compito di ristabilire l’equilibrio sociale che il reato ha infranto: ancora una volta si sottende una rappresentazione.
Il regista sa rappresentare nel microcosmo del tribunale interi mondi: gli scontri etnici tra i componenti della giuria, le pennellate a volte drammatiche a volte divertenti che descrivono i testimoni, gli avvocati. Si ride spesso nel film, di un sorriso bonario ed umano sullo sfondo della tragedia famigliare della giovane coppia disadattata in cui il marito si è accusato della morte violenta della figlia neonata.
In questo universo di profonda umanità spicca la figura di Xavier Racine, apparentemente un freddo burocrate della legge, un giudice a “due cifre” perché gli imputati che giudica colpevoli scontano almeno dieci anni, eppure l’incontro con la donna del suo passato svelerà ancora una volta un’umanità profonda, un sentimento purissimo che si è sviluppato in maniera molto insolita. La sua riscoperta provoca una rinascita nel giudice a dimostrazione che la “bellezza salverà il mondo”.
La contessa
The Countess
Francia/Germania 2009
con Julie Delpy, Daniel Brühl, William Hurt
regia di Julie Delpy
La vita di Erzsébet Báthory, scandita da severità e crudeltà, cambia radicalmente quando resta vedova del conte Ferenc Nádasdy, marito non amato ma del quale aveva amministrato così bene il patrimonio da permettersi di far credito persino alla Corona d’Ungheria.
La sua ricchezza fa ora gola al conte György Thurzó che le chiede la mano ma Erzsébet s’innamora, riamata del figlio di Thurzó, István. Il giovane viene costretto dal padre ad allontanarsi dalla donna che, insicura della propria bellezza cade vittima della follia e inizia a uccidere giovani vergini per ringiovanire attraverso il loro sangue fino a quando non viene scoperta e murata viva in una stanza del suo castello, ma la storia è andata davvero così?
Erzsébet Báthory è una figura leggendaria della Slovacchia, soprannominata la Contessa Dracula per l’abitudine di mantenere intatta la propria giovinezza facendo il bagno nel sangue di vergini fanciulle.
Julie Delpy attrice francese dedica alla figura della Bathory la sua seconda regia e costruisce un film estremamente fedele dal punto di vista storico che sa muoversi sull’ambiguità del personaggio: alcuni passaggi molto interessanti (il riflesso del sole sullo specchio) lasciano spazio alla leggenda criminale della Bathory che viene raccontata in tutti i suoi macabri dettagli pur non scadendo mai nel gore ma quello che interessa alla Delpy è sicuramente dare una lettura storica del personaggio che alcuni studiosi stanno rivalutando.
La vicenda è infatti narrata da István il suo giovane amante interpretato da Daniel Brühl, l’attore tedesco diventato noto per aver interpretato Niki Lauda in Rush.
Istvan introduce la biografia della donna amata dicendo che la storia viene scritta sempre dai vincitori che la manipolano a modo loro. E’ dunque chiaro che l’intento della Delpy è quello di riscrivere un capitolo di storia dal punto di vista femminile che supera la vicenda stessa della protagonista.
E’ assai probabile che le prove a carico della Bathory siano state costruite dal conte György Thurzó (un bieco e mellifuo William Hurt) con la complicità del Re Mattia II per evitare di pagare i grossi debiti contratti con la famiglia Nadasdy.
Se è complicato per una donna del XXI secolo amministrare un capitale economico, nel XVI secolo veniva ritenuto impossibile e la via più semplice per liberarsi della scomoda contessa era l’immancabile accusa di stregoneria macchiando indelebilmente il suo nome con una leggenda sanguinaria che paradossalmente l’ha salvata dall’oblio.
Il vento
The Wind 1928 MGM
con Lillian Gish, Lars Hanson, Montagu Love, Dorothy Cumming
regia di Victor Sjöström
La raffinata Letty Mason si trasferisce all’Ovest dalla Virginia, per vivere presso l’amato cugino Beverly ma la sua presenza suscita la gelosia della moglie Cora che arriva al punto di minacciarla se non si accasa al più presto. Letty si vede così costretta ad accettare la proposta di matrimonio dello zotico Lige che la prima notte di nozze capisce tutto il disprezzo della moglie e giura di rimandarla in Virginia appena avrà i soldi per farlo. Intanto la vita è sempre più dura perché la zona è costantemente battuta da venti furiosi, intollerabili per la ragazza e proprio durante una tremenda tempesta Letty finirà per ammazzare un uomo..
Il vento è il capolavoro del regista svedese Victor Sjöström la cui potenza visiva è rimasta intatta in questi novant’anni, soprattutto nella sequenza della tempesta di vento che trasmette ancora il senso di delirante oppressione che l’ambiente inospitale esercita su Lotty.
Alcune soluzioni sono di tipo espressionista, come l’oscillazione del lampadario che provoca giochi di luci ed ombre che paiono ipnotizzare lo sguardo allucinato di Lotty ma Sjostrom opta anche per immagini puramente fantastiche come il cavallo in sovrimpressione che impersona il terribile vento del Nord che sconquassa vite e abitazioni dei coloni, simbolo indomabile di una natura selvaggia che oppone una strenua resistenza agli uomini che cercano di domarla costringendoli a scendere a patti con gli aspetti più violenti del carattere umano.
Girato quasi sempre a ripresa fissa con molti dettagli degli oggetti o alcune scene raccontate solo con il dettaglio dei piedi come l’imbarazzo di Lotty e Lige appena sposati, il film stupisce inserendo improvvisamente un carrello in avanti su Roddy quando Lotty gli spara, per sottolineare lo stupore dell’uomo che non si aspettava la reazione violenta della donna e pensava di dominarla.
Un altra caratteristica del film per evidenziare la differenza tra Lotty e i suoi nuovi concittadini è l’uso delle didascalie: quelle riferite alla donna sono grammaticamente perfette mentre le altre sono sgrammaticate e con errori di ortografia: i cavalli saranno sempre “hosses” e mai horses; del resto nei titoli di testa anche il cognome del regista viene americanizzato in Seastrom.
La prova di Lilian Gish è davvero memorabile nel sottolineare, soprattutto con l’intensità dello sguardo, il percorso emotivo, spinto al limite della follia, della protagonista che conosciamo mentre viaggia sul treno verso Ovest sicura e senza problemi nel flirtare con Roddy, l’uomo che poi ucciderà.
Un commento merita anche l’ottima musicazione dei Cinestesia che ha sottolineato l’intensità emotiva della pellicola con un’improvvisazione che ricordava i Pink Floyd.
Visto a SpazioMusica di Pavia per il ciclo di film muti musicati dal vivo.
Joy
Joy è una trentenne molto volonterosa e di buon cuore che ha rinunciato ai suoi sogni per occuparsi di tutta la famiglia: nel seminterrato ospita il marito divorziato con cui ha avuto due figli, si occupa della madre depressa che da anni vive reclusa in casa guardando solo soap opera. Torna a vivere da lei anche il padre sciupafemmine appena lasciato e già in procinto d’innamorarsi di una ricca vedova. Un giorno Joy ha un’idea brillante per un mocio che si strizza da solo e per una volta nella vita esige dalla famiglia l’aiuto che le deve..
Joy avrebbe potuto essere un film interessante perché l’ascesa di una donna che dal nulla riesce a creare un’impero economico avrebbe potuto essere stimolante per le donne impegnate nelle battaglie per ottenere lo stesso stipendio degli uomini e un ottimo esempio per le ragazzine a cui sono dedicate diverse campagne perché abbiano il diritto di fare ciò che vogliono: tra l’altro è proprio riconettendosi con la sua parte infantile di fantasiosa inventrice che Joy, dopo un lungo letargo, trova le forze per inventare un prodotto rivoluzionario e combattere per far valere i propri diritti.
A non funzionare è lo stile scelto: la voce off della nonna dona alla storia una dimensione fiabesca (la neve ricorda un po’ Edward Mani di Forbice) reso fintamente cinico dalle atmosfere da soap opera. Il messaggio positivo di donna volitiva si perde così nella morale da Cenerentola per cui Joy sembra venir premiata col successo finale più per il suo buon cuore visto che perdona più volte i tiri mancini dei parenti che la ostacolano. Minor risalto ha invece l’impegno con cui persegue il suo intento, impegno che si sa, per una donna dev’essere più di quello speso da un uomo; a ben pensarci se taglio fantastico doveva essere era più indicato il genere supereroi(na).
Cercasi Susan disperatamente
Desperately Seeking Susan
Usa 1985 Orion
con Rosanna Arquette, Madonna, Aidan Quinn, Robert Joy
regia di Susan Seidelman
Roberta, annoiata casalinga del New Jersey, si appassiona alle vicende di due ragazzi che si tengono in contatto nella rubrica dei cuori solitari al punto che decide di spiare un loro incontro. Finirà per essere scambiata per Susan e trovare una nuova vita..
Cercasi Susan disperatamente è il primo film in cui Madonna ha un ruolo degno di nota, quello di una ragazza molto disinibita e inaffidabile che finisce per impegolarsi in una brutta vicenda di antichi gioielli egizi trafugati dove ci scappa anche il morto. A rischiare la pelle però è Roberta, l’annoiata mogliettina borghese che per curiosità si è messa alle costole di Susan e ha comprato un suo giubbotto che causa lo scambio di persona reso possibile da una provvidenziale botta in testa che provoca un’amnesia temporanea a Roberta.
La trama è piuttosto complicata e in fondo secondaria: il film è ancora oggi un cult per la costruzione dello stile anni ’80: Madonna è nel suo periodo di pizzi e merletti che ogni ragazza in quegli anni ha imitato.
Ad aprire il film c’è la celebre scena dell’asciugatore automatico con cui Madonna si rinfresca, che poi chissà perché quella sequenza è entrata nell’immaginario: non è sensuale o particolarmente di rottura, forse restituisce solo il senso di libertà del periodo e racchiude la sostanza divertita e underground del film che è il trionfo del post-: Jim, il pseudo fidanzato con cui Susan si tiene in contatto attraverso la rubrica dei cuori solitari suona in una banda post-punk e parte per la tourneè sulle note di Lust for Life cantata da Iggy Pop.
Di Madonna nella colonna sonora passa solo Into the Groove il cui video è composto esclusivamente da spezzoni del film.
Tra leggerezza e un briciolo di follia la pellicola prende comunque in giro il sogno americano della villetta nel quartiere residenziale: è da lì che Roberta fugge in preda alla noia per ritrovare sé stessa nel caos della metropoli.
Lo chiamavano Jeeg Robot
Enzo Ceccotti è un ladruncolo che per sfuggire alla polizia cade nel Tevere e sfonda un barile di materiale tossico. Salvatosi per miracolo, Enzo torna a casa a Tor Bella Monaca e scopre che da quel bagno indesiderato ha ottenuto un forza sovrumana che pensa di poter utilizzare per rapinare bancomat ma Alessia, figlia disturbata di un malvivente che abita nello stesso palazzo di Enzo, lo convince poco a poco di essere un supereroe con il compito di salvare l’umanità..
E’ sicuramente il debutto più convincente e interessante della stagione quello di Gabriele Mainetti, attore anche di fiction come La Nuova Squadra che in Lo chiamavano Jeeg Robot sa costruire un perfetto film di supereroi all’italiana: siamo al secondo film dopo il buon Il Ragazzo Invisibile di Salvatores e non resta che augurarci che il comics all’italiana diventi un genere fiorente e che ci riempa di soddisfazioni.
Nel ruolo del protagonista c’è il richiamo all’anime degli anni’70, per inciso il mio preferito perchè Hiroshi Shiba si trova costretto a diventare un salvatore dell’umanità, cosa di cui farebbe anche a meno, un po’ come Enzo Ceccotti a cui basterebbe sradicare un bancomat ogni tanto con la sua forza sovrumana per soddisfare le proprie esigenze basilari: una dieta di budini alla vaniglia e un maxi schermo su cui vedere gli amati porno.
La vicenda dell’antagonista deriva dai supereroi Marvel: Lo Zingaro è il capo di una batteria che vorrebbe diventare un malavitoso temuto e rispettato, soprattutto conosciuto da tutti perché la fama l’aveva già provata in gioventù quand’era ospite fisso di Buona Domenica. Il vilain riuscirà ad ottenere la forza sovrumana di Jeeg e a quel punto lo scontro tra i due antagonisti si farà frontale, certo gli americani avrebbero tratto almeno due capitoli di una saga da questo intreccio ma il lato ironico del film sta anche in questa capacità di rileggere i topos classici di una saga comics. La follia crudele e demenziale dello Zingaro è perfettamente interpretata da Luca Marinelli, che già mi aveva colpito in Non essere cattivo di Caligari.
Bravissima anche Ilenia Pastorelli nel tenerissimo ruolo di Alessia, ragazza abusata che si è rifugiata in un mondo fantastico costruito intorno al cartone di Jeeg Robot. Con la sua follia riuscirà a far uscire Enzo dalla sua misantropica solitudine e ridargli uno scopo nella vita.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un perfetto film di genere che però riesce a parlare del nostro tempo: l’ossessione per i social, la difficoltà di rapportarsi con l’altro sesso e tra tante scene d’azione riesce anche a regalare momenti di pura poesia come il palloncino rosa volato via e fermato dalla gabbia di vetro del centro commerciale.
Ray Milland
Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.
Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.
La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.
Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.
Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.