Laputa- Il castello nel cielo

LaputailcastellonelcieloTenku no shiro Rapyuta
1986 Studio Ghibli.
regia di Hayao Miyazaki

Prigioniera del colonnello Muska ed inseguita dai pirati che vogliono impossessarsi del suo prezioso ciondolo, Sheeta finisce per cadere dall’aeromobile ma la gravipietra che ha al collo trasforma la sua caduta in una lenta discesa che finisce tra le braccia di Pazu, un ragazzino minatore che sogna di volare per dimostrare l’esistenza di Laputa, il castello nel cielo visto dal padre. Quando scopre che anche il destino di Sheeta è legato alla misteriosa isola volante, Pazu decide di aiutare la ragazzina a sfuggire dai suoi inseguitori..

Laputa, il castello nel cielo, terzo lungometraggio di Miyazaki è il più rocambolesco dei film del maestro d’animazione giapponese.
C’è qualcosa di epico nel destino di Sheeta, appartenente alla famiglia regnante di Laputa ritiratasi sulla Terra per disinnescare il potenziale terribile dell’isola volante. Come sull’omonima isola de I viaggi di Gulliver, gli abitanti di Laputa hanno saputo creare una civiltà avanzatissima senza però essere in grado di indirizzarne le potenzialità a sole finalità benefiche. Laputa è un meraviglioso giardino che fluttua nel cielo ma anche una terribile macchina da guerra che permette di dominare il mondo e a questo scopo Muska, anche lui discendente dai sovrani di Laputa, vuole ritrovare il castello nel cielo ed impossessarsene.
Lo scontro tra forze del bene e quelle del male è molto esplicito nel film, mitigato solo dalla presenza pasticciona dei pirati che da nemici di Pazu e Sheeta si rivelano essere i loro più fedeli alleati, in nome di uno spirito anarchico che va oltre al tornaconto economico d’impossessarsi del tesoro di Laputa.
La piratessa Dola e Sheeta sono in fondo due facce della stessa medaglia, due aspetti complementari del femminile: lo dimostrano le trecce che portano entrambe e la perplessità dei pirati, tutti innamorati di Sheeta, nel pensare che la dolce e determinata fanciulla potrebbe diventare una virago imperiosa come la loro madre.
Ancora una volta Miyazaki sa declinare in una veste diversa, più avventurosa, i temi che gli sono cari, il pessimismo sul destino dell’uomo votato alla guerra, l’ecologismo e il potere libertorio del volo, mai espresso in maniera così fantasmagorica nei vari mezzi volanti messi in scena. Le ispirazioni artistiche per il film del resto arrivano prevalentemente da Magritte e Brueghel Il Vecchio per la città volante mentre il naturalismo misterico di Corot ispira i boschi di Laputa, le cui rovine riprendono le classiche vedute del Macchu Picchu. 

Golden Age. Rubens, Brueghel, Jordaens – Pittura olandese e fiamminga dalla Collezione Hohenbuchau

Golden age

Dopo I tesori del Principe il Forte di Bard torna ad esporre le collezioni del Liechtenstein concentrandosi sulla Golden Age della pittura fiamminga, in particolare olandese.
Il nucleo principale della mostra è fornito dalla Collezione Hohenbuchau, integrate da 16 opere di grande valore della Collezioni del Liechtenstein per arrivare a un’esposizione di 114 quadri.
Il periodo d’oro dell’arte fiamminga va dalla fine del XVI secolo all’inizio del XVIII, ha forti legami con l’arte italiana, in particolare con il manierismo e soprattutto il caravaggismo (la nota scuola dei Caravaggisti di Utrecht) ma la pittura fiamminga si caratterizza per il suo estremo naturalismo, un gusto che resta gotico nell’accuratezza del fogliame, l’attenzione per la natura va dal barocco bucolico di Adamo ed Eva in Paradiso a scene di caccia molto cruente.
Ottomarseus

Tra le prime a svincolarsi dalle commissioni religiose e nobiliari, l’arte del seicento fiammingo/olandese, sviluppa, accanto ai ritratti (stupefacenti nell’abilità di dipingere il nero sul nero) e ai soggetti sacri, una serie di temi rivolti alla ricca borghesia che partono dai paesaggi quieti come Il paesaggio sul fiume di Jan van Goyen o marine agitate come Estuario con navi olandesi e vento forte al largo di un molo di Peter Van Der Croos, per arrivare alle nature morte, siano esse di tipo floreale o relative alle cacciagioni: accanto ai banchetti di Frans Snyder segnalo anche Il Gatto appostato di David De Coninck.
Le nature morte diventano occasioni per mirabili giochi di riflessi come dimostra Joris Van Son; la sensualità e l’amore per il vino sono altri temi fondamentali presenti anche nelle due opere di Gerard Dou e La cantina è davvero un capolavoro.
Se Jan Mandyn riprende la lezione di Hieronymus Bosch ne Le tentazioni di Sant’Antonio, l’afflato naturalistico e il gusto barocco per l’illuminazione e i temi poco ortodossi sfociano nei tre quadri di Otto Marseus van Schrieck, vera scoperta della mostra, un pittore dedito a dipingere inquietanti sottoboschi abitati da serpenti e altre viscide creature.

Forte di Bard
Valle d’Aosta
5 dicembre 2015 – 2 giugno 2016

Matisse e il suo tempo

Matisselocandina

Chiude domenica 15 maggio la mostra torinese dedicata a Matisse: il celebre pittore ha la fama di aver sviluppato una propria visione artistica individuale, facendosi coinvolgere solo marginalmente dalle avanguardie parigine d’inizio secolo (i Fauve), la mostra indaga il percorso pittorico di Matisse confrontando ogni stagione della sua arte con i compagni di studio, gli amici rivali come Picasso e l’eredità che Matisse ha lasciato agli artisti che a lui si ispirano ancora oggi.
In questo senso la prima sezione I “Moreau” si rivela essere la più interessante: Matisse abbandona i corsi di Bouguereau per seguire le lezioni di Gustave Moreau, nella sala sono esposte le prime esperienze artistiche del pittore su soggetti che condivide con l’amico Albert Marquet e già l’opera di Matisse è distinguibile per la fluidità del tratto e la passione per il colore come dimostrato ad esempio nei due quadri Matisse nello studio di Manguin e Marquet mentre dipinge un nudo nello studio di Manguin.
Storica è l’opposizione tra fauvismo e cubismo che vede in Picasso e Matisse “il polo sud e il polo nord” delle avanguardie; sarebbe stato lo stesso Matisse ad inventare il nome del gruppo rivale parlando di piccoli cubi a proposito di un quadro di Braque; nonostante la rivalità anche Matisse sperimenta figure più spigolose e colori cupi durante gli anni drammatici del primo conflitto mondiale come la bellissima Testa bianca e rosa del 1914.
Finita la guerra anche la pittura di Matisse subisce un ripensamento abbandonando la ricerca delle avanguardie per un ritorno a una composizione più classica nella quarta sezione, Gli anni di Nizza. Riletture l’opera di Matisse si confronta con altri artisti che seguono lo stesso percorso come Modigliani (Ritratto di Dédie, 1918) e Derain.
Matisse diventa un artista molto quotato e alcuni temi privilegiati diventano una sua caratteristica come ad esempio quello delle odalische, ricordi di viaggi in Africa che lasciano il pittore libero di giocare con la decorazione e concentrasi sulla figura. L’algerina e l’Odalisca con i pantaloni rossi dialogano con opere posteriori soprattutto di Picasso (Nudo con berretto turco, Donna sdraiata sul divano blu) che alla morte dell’amico rivale ebbe a dire “Quando Matisse è morto, mi ha lasciato in eredità le sue odalische, ed è questa la mia idea dell’Oriente, sebbene non ci sia mai stato”.

Lorettecontazzadicaffè

Il confronto con Picasso continua anche nell’analisi del disegno: la serie dei Dessins, Themes et variations di Matisse dialoga con alcuni disegni di Picasso (Il riposo dello scultore II).
Il disegno semplificato a cui giunge Matisse ne Il sogno trova echi anche ne La falena di Balthus.
Altro tema centrale della pittura di Matisse è l’atelier dove l’artista può giocare liberamente con il colore e la decorazione come dimostra il bellissimo Grande Interno Rosso del 1948. Gli interni sono temi cari anche a Braque di cui spicca in mostra Toeletta davanti alla finestra 1942.
Per indagare La danza di Barnes, i grandi pannelli che l’americana Fondazione Barnes gli commissiona nel 1930, si analizza la grande passione che Matisse nutre per Renoir, soprattutto per i nudi di bagnanti realizzati in vecchiaia, molti dei quali di proprietà di Barnes le cui pose ritornano nei pannelli dipinti da Matisse.
Se Renoir influenza Matisse per la figura e il ritratto, Cezanne è l’esempio da seguire per le nature morte.
Matisse inizia già negli anni ’30 ad approfondire la tecnica delle gouaches découpés cioè delle tempere ritagliate e applicate sul foglio, le cui influenze si vedono anche nei suoi ultimi dipinti come La ragazza vestita di bianco su fondo rosso: la genesi dell’opera venne documentata da un filmato di Francois Campaux che è visibile a Palazzo Chiablese.
Gli anni quaranta vedono il progressivo abbandono della pittura a favore delle gouaches découpés che danno vita al libro Jazz del 1947, ai due pannelli di Oceania stampati su lino: le influenze del nuovo stile di Matisse sull’arte della seconda metà del novecento, soprattutto americana, è lampante.

Matisse e il suo tempo
dal 12 dicembre 2015 al 15 maggio 2016
Palazzo Chiablese
Piazza S. Giovanni, 2
10122 Torino

La signora di tutti

Lasignoraditutti Italia 1934
con Isa Miranda, Memo Benassi, Tatiana Pavlova, Federico Benfer
regia di Max Ophuls

All’apice del successo l’attrice Gaby Doriot si suicida, nel sonno della narcosi tutta la sua vita le appare in una vertigine di sogno (cito la didascalia) e si scopre cosa l’ha condotta all’insano gesto.

Nelle sue peregrinazioni europee per sfuggire all’antiebraismo nazista, Max Ophuls passa anche in Italia dove nel 1934 dirige questa pellicola che vinse il premio per le qualità tecniche alla seconda Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film segna anche il debutto di Angelo Rizzoli nella produzione cinematografica.
La signora di tutti è un melodramma raffinato e amaro che anticipa molte delle tematiche care al regista, soprattutto quelle inerenti al mondo dello spettacolo che analizzerà a fondo nel suo ultimo capolavoro, Lola Montés del 1955.
La milanese Gabriella è una fanciulla ingenua e sventata, molto bella e innamorata dell’amore che viene cacciata da scuola a causa di uno scandalo: per lei un professore è fuggito lasciando moglie e figli. Il padre della ragazza cerca di radrizzarla con il duro lavoro nella casa di campagna ma l’avvenenza di Gaby non sfugge al ricco Roberto Nanni che la invita a una festa e la presenta alla madre, Alma: anche la donna resta affascinata dalla ragazza e visto che è immobilizzata a letto la invita spesso a casa. Di ritorno da un viaggio di lavoro Leonardo Nanni incontra la fanciulla ed è amore a prima vista a cui come sempre Gaby, cede, pur amando Roberto che è a Roma per completare gli studi. Alma scopre la tresca tra il marito e la protetta e muore cadendo dalle scale.
L’imprenditore fugge con Gaby trascurando gli affari e finendo in galera per appropriazione indebita, intanto la ragazza lo ha lasciato e cerca fortuna a Parigi dove diventa una star del cinema; uscito di prigione, Nanni viene investito mentre si aggira attorno al teatro dove si celebra la gloria dell’attrice e lo scandalo del passato della Doriot può essere messo a tacere solo dall’intervento di Roberto. Gaby s’illude di tornare con l’uomo ma quando viene a sapere che è sposato con sua sorella Anna, decide di suicidarsi, forse anche per evitare che rinasca il sentimento tra lei e Roberto.
La storia di Gabriella è raccontata come un unico flashback mentre i medici tentano di salvare la donna e termina con la sua morte sotto i ferri e le rotative che smettono di stampare il volto della grande attrice attorno alla quale era stato costruito il mito della giovinezza ideale, ben diverso dalla vita complicata che aveva vissuto, sempre ammesso che il sonno della narcosi non abbia ulteriormente travisato la realtà.

Signoratutti

Da un punto di vista tecnico il film è interessante per l’eleganza formale e l’apporto delle ombre espressioniste tipiche del cinema tedesco, anche l’uso del sonoro (ricordiamo che il primo film sonoro italiano è del 1930) è notevole per l’uso di sovraimpressioni di voci o suoni che creano situazioni stranianti e rendono angosciosi i momenti drammatici.
La recitazione è piuttosto disomogenea: se è volutamente quella ingenua di Isa Miranda, Tatjana Pavlova ha delle posture che rimandano dai drammi del cinema muto, soprattutto nella sequenza della scoperta della tresca tra il marito e Gaby che culmina con la sua morte.

La meteora infernale

Lamereorainfernale The Monolith Monsters
Usa 1957
con Grant Williams, Lola Albright
regia di John Sherwood

Nei pressi del paesino di San Angelo, in California, cade una strana pioggia di meteoriti: le pietre a contatto con l’acqua si sviluppano e si moltiplicano. Gli effetti devastanti sull’uomo non si limitano alla distruzione: le persone che vengono in contatto con il metallo subiscono un processo di pietrificazione..

E’ uno dei film più bizzarri del filone b-movie da invasione aliena degli anni ’50: questa volta niente mostri spaziali, il terrore arriva da minerali che a contatto con l’acqua diventano giganteschi monoliti che poi si spezzano in mille pezzi e in questo modo procedono alla distruzione del pianeta Terra, assorbendo anche il silicio presente nel corpo umano e inducendo nell’uomo un processo d’irrigidimento simile alla pietrificazione che conduce alla morte.

Monoliti

Gli effetti speciali sul processo di evoluzione dei monoliti e relati crolli distruttivi sono buoni, anche se si tratta di una pellicola che lascia da parte il cotè fantastico per una trama pseudo scientifica con tanto di spiegazioni chimiche e soprattutto resta la nuda struttura alla base di questo genere cinematografico: la paura dell’invasione russa. Più che spaventare il pubblico il film sembra volerlo rassicurare: i mezzi per combattere anche il mostro più astruso esistono e la vittoria arriderà velocemente se ogni membro della comunità farà il proprio dovere: anche i bambini che solitamente consegnano il giornale a pagamento, porteranno gratuitamente il comunicato di evacuazione all’intera città.
Se la comunità si limita ad ubbidire, il protagonista è ovviamente un individualista decisionista che si prenderà la responsabilità di distruggere una diga costosissima senza aspettare il placet del governatore perché non c’è più tempo per rimandare l’unica soluzione valida. Un messaggio di omologazione che non a caso è stato citato in Essi vivono, il film di fantascienza di Carpenter del 1988 che indica nell’omologazione consumistica il nemico della società.
Protagonista del film è Grant Williams che nel medesimo anno gira il capolavoro di Jack Arnold, Radiazioni BX: distruzione uomo.

Uomini e cobra

Uominiecobra
There Was a Crooked Man
Usa 1970 Warner Bros
con Kirk Douglas, Henry Fonda, Burgess Meredith
regia di Joseph L. Mankiewicz

Dopo un furto da cinquecentomila dollari, che ha nascosto in una tana di serpenti a sonagli, Paris Pitman viene imprigionato in una galera in mezzo al deserto. Il direttore del carcere lo prende di mira perché vorrebbe una fetta del bottino ma muore durante una rivolta e a dirigere la prigione arriva Woodward W. Lopeman, ex sceriffo incorruttibile e dalle idee progressiste che coinvolge Pitman nella nuova gestione del carcere ma il galeotto pensa solo ad evadere e recuperare il suo tesoro..

Pur non rispettando la trama, visto che i serpenti in questione sono crotali e non cobra, credo che Uomini e cobra suoni meglio di “uomini e crotali” o “uomini e serpenti a sonagli”. Penso anche che il titolo italiano non faccia tanto riferimento agli animali in questione ma sia più una distinzione filosofica anche se il finale, per restare in tema animale, dimostra cinicamente come l’uomo sia  homo homini lupus.
Il film lascia spiazzati perché il registro iniziale vira sul comico: siamo nel periodo di maggior crisi del sistema delle mayor e si può pensare che la pellicola abbia intenti parodistici sul genere western ma nel corso del film scopriremo che l’apparente bonomia rivela un cinismo spietato.
Per tre quarti del film si parteggia per Pitman, del resto è stato catturato in un bordello, perché il notabile derubato si consolava della rapina subita praticando il voyeurismo assieme al giudice e sbirciando proprio la stanza dove Pitman si stava dando alla pazza gioia. In galera Pitman sembra unire attorno a sé i suoi compagni di cella per formare la banda con cui fuggire: si preoccupa che il giovane Coy Cavendish non subisca le indesiderate attenzioni sessuali di una guardia e cerca di proteggerlo dal pensiero dell’imminente impiccagione. E’ piuttosto urtante quindi scoprire che tutte le attenzioni rivolte al gruppo sono false e che Pitman non esita a sacrificare i compagni per garantirsi la fuga. A punirlo giustamente penserà un serpente, dato che verrà morso dopo aver recuperato la refurtiva che finisce nelle mani di Lopeman; il mite sceriffo si rivela esser stato a sua volta solo un finto ingenuo fuggendo con i soldi oltre il confine messicano.
Uomini e cobra è dunque un acido pamphlet sull’avidità e sulla falsità umana anticipata dal primo incontro tra Pitman e Lopeman nella cella d’isolamento dove il detenuto era incarcerato: in un atmosfera mefistofelica Pitman getta la maschera (i finti occhialini da miope che Kirk Douglas indossa quasi sempre) e tenta lo sceriffo con l’offerta di spartire la refurtiva: la risata di Fonda è quindi ancora più furba di quella del suo tentatore.

Veloce come il vento

Velocecomeilvento

Giulia De Martino ha diciassette anni ed è una promessa delle corse automobilistiche, tanto che per sponsorizzarla il padre ipoteca anche la casa. A metà campionato il padre muore e Giulia oltre a dover affrontare il lutto, le gare e curarsi di Nico, il fratello minore, deve anche gestire l’improvviso ritorno di Loris, il fratello maggiore tossicodipendente…

Il plot della famiglia che si ritrova è un classico soprattutto nei film di ambientazione sportiva, penso a The fighter o Warrior, dove l’incontro/scontro tra due fratelli avviene a bordo ring; l’originalità di Veloce come il vento sta nella cornice, quello del mondo delle corse che in Italia ha una radicazione ben precisa: l’Emilia Romagna della Ferrari e della Lamborghini rispecchiata perfettamente dalla famiglia De Martino che vive di motori.
Notevole il cast dall’asciutta esordiente Matilda De Angelis all’ottimo Stefano Accorsi che offre una caratterizzazione intensa del suo personaggio senza dimenticare la leggerezza: pur essendo una storia a sfondo drammatico Veloce come il vento regala sprazzi di grande ilarità.
La pellicola trasuda sangue e benzina ricostruendo un mondo, forse ora perduto ma che fino alla fine degli anni ’80 era abbastanza noto a molti adolescenti pazzi per i motori. Nello stile vedo anche un recupero della tradizione italiana degli stunt-man dei poliziotteschi anni ’70 che facevano follie a bordo di Giuliette e Fiat sport, qui invece la storia, ispirata al campione di rally Carlo Capone, gira attorno a un macchina che fece epoca una trentina di anni fa: la Peugeot 205 Turbo 16 EVO2.

Quel che resta del giorno

The Remains of the Day
GB 1993
con Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Christopher Reeve
regia di James Ivory


Quelcherestadelgiorno


Quando riceve una lettera da Miss Kenton, ex governante a Darlington Hall, il maggiordomo Stevens spera di riaverla nuovamente nell’organico di servizio della proprietà che è passata da Lord Darlington, che prima dell’entrata in guerra aveva avuto simpatie filonaziste, a un senatore americano. L’uomo prende alcuni giorni di permesso per andare a trovare Miss Kenton e ripensa al passato, speranzoso di poter far rivivere il sentimento allora negato per la donna..

Quelcherestadelgiorno


I film di James Ivory sono notoriamente caratterizzati da una perfezione formale che spesso trascende il significato dell’opera (il cosiddetto calligrafismo) ma questa volta la scelta stilistica rispecchia fedelmente la natura del protagonista: la domanda da porsi è se il regista compia più o meno coscientemente questa scelta, visto che il calligrafismo è la sua cifra caratteristica.
Mr. Stevens dedica tutto sé stesso al perfetto funzionamento della residenza di cui è maggiordomo, piegandosi a sacrifici forse neppure richiesti dal compito che è la sua sola ragione di vita: eccolo quindi non abbandonare l’importante cena a chiusura di un summit politico pur sapendo che il padre è in agonia nelle stanze della servitù.

A questo suo totale asservimento al ruolo, cerca di opporsi la grintosa governante con cui sono subito scintille che nascondono un sentimento che il maggiordomo non ha avrà mai il coraggio di rivelare, abituato a trattenere le proprie emozioni e non giudicare l’operato del lord che serve.


Quelcherestadelgiorno


Il lord in questione si lascia tentare dalle lusinghe naziste arrivando anche a cacciare due ragazze a servizio perché ebree. Ben presto Lord Darlington capirà il suo errore ma la fama di traditore lo perseguiterà anche dopo la guerra.
Quel che resta del giorno è un film profondamente malinconico, persino triste perché tutti i protagonisti fanno scelte sbagliate, anche il matrimonio di Sarah non è felice, nato da una ripicca verso Mr.Stevens ma anche dopo oltre vent’anni, la donna non può tornare indietro perché presa dai suoi doveri famigliari: la figlia sta per avere un bambino e a lei tocca il compito di aiutarla.
Il dovere scandisce le esistenze dei protagonisti incarnato soprattutto dal protagonista, un Anthony Hopskin al solito strepitoso nel rappresentare un uomo talmente piegato al senso del dovere da rinunciare ai propri sentimenti e alle proprie idee, l’errore più grande da compiere nella vita.

Amleto

Amleto

Sabato 23 aprile ricorrerranno i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare e tra i molti eventi che accompagnano all’anniversario si segnalava la programmazione della Nexo Digital che per due giorni, il 19 e il 20 aprile, ha portato in sala L’Amleto interpretato da Benedict Cumberbatch, una produzione National Theatre al Barbican di Londra.
La versione diretta da Lyndsey Turner trasporta la malinconia del principe di Danimarca nel presente, o meglio in un pastiche temporale del XX secolo e la scelta di aprire la scena su Amleto che ascolta Nature Boy, il cui testo è certamente adatto alla personalità del protagonista, fa subito pensare a Moulin Rouge! di Baz Lurhmann, predisponendo lo spettatore ad essere trasportato in un mondo i cui riferimenti storici sono poco coerenti tra loro. Anche la scenografia, cosa per altro abbastanza abituale, si trasforma con pochi tocchi di luce nei vari ambienti del castello di Elsinore, e anche negli esterni. Resta notevole l’idea di cospargere di melma tutto il palco nel secondo tempo: a parte l’utilità per le scene della sepoltura di Ofelia, il castello così lordato è la più manifesta rappresentazione della tragedia incombente che porterà alla tomba tutti i personaggi.
L’interesse della rappresentazione, dal vivo o in sala, è legata ovviamente alla scelta del protagonista, la star Benedict Cumberbatch la cui fama è legata soprattutto alla serie Sherlock ma anche alla partecipazione a film di successo (The Imitation Game, gli è valsa la nomination agli Oscar) e ben presto sarà un eroe Marvel nei panni del Doctor Strange.
Che al fascino Cumberbatch unisca ottime doti attoriali, non è una novità e il suo Amleto è molto fisico, è praticamente in scena per le tre ore dello spettacolo. Il suo non è il pallido principe incapace ad agire, piuttosto una persona che si trova di fronte a un delitto estremamente esecrabile di cui ha bisogno le prove prima di agire e più dedito a ricercare il momento ideale per la vendetta che a rifuggirla.

Claudiusciaranhinds

Il cast è comunque notevole, su tutti spicca Siân Brooke nel ruolo di Ofelia ma incute inquietudine e timore anche il Claudio di Ciaran Hinds, altro attore britannico che conosciamo grazie a film e serie tv come Roma dove interpretava Giulio Cesare o Il Trono di Spade.
Il giudizio sulla proiezione, la prima di questo tipo a cui assisto, è molto positiva, se proprio devo muovere una critica ho trovato i sottotitoli in italiano piuttosto desueti mentre quel (poco) che riuscivo a capire dell’inglese seicentesco del Bardo aveva una sua attualità, l’aulica traduzione ottocentesca appesantiva e stonava un po’ con l’intera atmosfera moderna.

Miele

Italia 2013
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero de Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte
regia di Valeria Golino

Irene, una trentenne che ha lasciato gli studi di medicina, si mantiene praticando illegalmente l’eutanasia assistita ai malati terminali, con il nome in codice di Miele. Per la ragazza si tratta quasi di una missione ma quando entra in contatto con un anziano ingegnere che ha scelto di morire per sfuggire alla depressione, le certezze di Miele vanno in crisi..

Il notevole debutto alla regia di Valeria Golino si occupa di un tema devastante come quello dell’eutanasia assistita: con pudore e restando sempre a distanza, la macchina da presa ci introduce nelle esistenze fatte di tali sofferenze da indurre a preferire la morte. Il tema è centrale ma narrato senza clamore, facendo quasi da sfondo alle vite di chi viene in contatto con i malati: più che alla madre del ragazzo distrofico, dice molto l’incontro fortuito in aeroporto tra Miele e la sorella di un paziente: racchiuso in un fuggevole scambio di sguardi c’é il senso di colpa della donna che sta finalmente facendo un viaggio di piacere.
Protagonista assoluta del film è Miele superbamente interpretata da Jasmine Trinca: il film si apre su di lei nascosta da una porta a vetri e molto spesso la protagonista è celata o isolata come se non si riuscisse a entrare nel suo intimo: è una ragazza giovane, bella che ha scelto di essere un “angelo dela morte” forse per la malattia della madre. Tutto resta nebuloso come i suoi rapporti amorosi, la tresca con l’uomo sposato, forse un amore ancora in sospeso per il medico che l’ha introdotta nel giro dell’eutanasia. A spezzare la corazza di Miele sarà proprio l’ingegner Grimaldi e vediamo la ragazza trasformarsi: dall’espressione chiusa, decisa che la contraddistingue, il volto di Miele finisce per riaprirsi al sorriso anche se a sua volta non riesce a capire fino in fondo il mistero di Carlo Grimaldi.