L’ammaliatrice

Theflameofneworleans The Flame of New Orleans
Usa 1941 Universal
con Marlene Dietrich, Bruce Cabot, Roland Young, Mischa Auer
regia di René Clair

1840: l’avventuriera Claire Ledeux arriva a New Orleans spacciandosi per una contessa e riesce a conquistare un ricco banchiere. Per il denaro rinuncia all’amore per un aitante ma spiantato marinaio. Quando un personaggio del suo passato rischia di mandare a monte il matrimonio, la donna attribuisce i disdicevoli trascorsi a una cugina fittizia, Lili, facendo anche in modo che il promesso sposo la incroci. La vede anche il marinaio che finisce per capire il doppio gioco della donna che, nelle vesti di Lili, gli ha rivelato i suoi veri sentimenti.

Il primo film americano di René Clair parte come il flash back di una leggenda, quello della contessa che si suicidò il giorno del matrimonio, nata vedendo un abito da sposa che galleggia sulle acque del Mississippi, lo sviluppo sarà completamente diverso da quel che promette la leggenda: una pochade comica e ben poco romantica che ha per protagonista una donna senza scrupoli e il continuo gioco sul doppio, di ruoli e di sentimenti è già anticipato dal cognome della presunta contessa.
Lammaliatrice Il film è piacevole senza essere particolarmente rimarchevole: il bel mondo del Sud sembra quasi parodiare Via col vento con zie sorde e zitelle inacidite; tra i momenti più riusciti merita di essere citata la sequenza in cui si svela l’equivoco passato di Claire, raccontanto mentre la donna sta cantando e nonostante il brano sia molto romantico assistiamo dal suo punto di vista al dilagare dell’informazione che arriva ben presto alle orecchie del futuro sposo, il tutto si svolge come una comica e la scabrosità di quanto comunicato è espresso solo dai volti sbalorditi o maliziosi dei diversi personaggi.
C’è un evidente sbilanciamento nel cast, Marlene è circondata di attori di fama molto inferiore, e se Roland Young è esilarante nelle vesti del banchiere Giraud, il marinaio Robert La Tour, interpretato da Bruce Cabot, ricorda troppo Clark Gable, sia nella recitazione che nel look, per essere un degno coprotagonista di Marlene.
La Dietrich si trova per la prima volta alle prese con un ruolo di pura commedia e se la cava più che discretamente velando d’ironia le mossette ammaliatrici del suo personaggio mentre porta con la consueta classe i costumi fantasiosi e improbabili della pellicola.

Il sesso nelle serie tv (fino all’obbrobrio di Outlander)

Cesareborgia Sono passati “solo” 9 anni da quando Roma, tipico period drama della HBO approdava su Rai2 e Giacobbo giustificava il perché e il per come certe scene forti fossero state rigirate per la televisione italiana, qualche anno dopo su Canale5 sbarcarono I Tudors e non ci fu più nessuna remora nel mostrare le disinibite avventure sessuali di Enrico VIII, almeno fino a Il Trono di Spade per cui si è formato un movimento d’opinione, soprattutto in America per l’uso piuttosto forte fatto del corpo femminile: molte scene di sesso e violenza hanno solo un valore di contorno e lo stupro di Samsa da parte di Ramsay Bolton (per altro non inquadrato ma solo suggerito) nei romanzi di George R. R. Martin non è presente. Personalmente ho avuto l’impressione che l’uso del sesso sia diminuito in quest’ultima stagione di GoT ma non sono mai stata particolarmente infastidita dalle scene esplicite delle serie citate o in quelle de I Borgia o anche Deadwood: mi sono sempre parse molto contestualizzate, racconti di un passato storico fatto di soprusi e ovvie collusioni sesso potere ancora presenti nell’epoca contemporanea.
Ho trovato invece infelice l’uso del sesso in Outlander, serie di grande successo che narra le avventure di un’infermiera della seconda guerra mondiale che toccando la pietra di un cerchio magico si ritrova catapultata nella Scozia del XVIII secolo tra mille (dis)avventure e l’incontro con il grande amore. La nostra eroina si ritrova sempre sull’orlo dello stupro, salvata all’ultimo minuto il più delle volte dal suo aitante Jamie Fraser e per quanto due o tre puntate di seguito si siano chiuse sulle sue gonne alzate con un certo fremito di noia da parte mia, ci potevo ancora stare, anzi quando era divisa tra l’amore per Jamie e il marito del XX secolo, avevo scomodato addirittura un parallelo con la serie di Angelica dove l’indomita eroina la dava praticamente a tutti pur di ritrovare il suo grande amore, il Conte di Peyrac.
Outlander Nelle ultime due puntate però Outlander è completamente sfuggito di mano ai suoi autori (non so quanto siano fedeli ai romanzi che credo non leggerò mai) Claire passa in secondo piano e il vero oggetto delle perverse attenzioni sessuali del perfido “Black Jack” Randall si scopre essere il povero Jamie, a cui vengono inflitte ogni sorta di torture: due mazzate (non martellate ma mazzate) su una mano che poi verrà pure inchiodata al tavolo e nel mezzo di queste schifezze gratuite il buon Randall pretende pure che il ragazzo si goda le gioie del sesso invece di subirle! Per quanto le scene di sesso avessero un tono molto patinato da film ammiccante anni ’80 il mio pensiero andava solo a quella povera mano martoriata e all’ambientazione perché nonostante la profusioni di raffinati chiaroscuri di luce, la notte d’amore (???) avviene sempre in una lercia cella di prigione con dei topi di fogna di mezzo metro che si smangiucchiavano l’aiutante di Randall ammazzato da Fraser e gettato in un angolo e se il richiamo voleva esser barocco direi che è fallito completamente, pare che invece i più apprezzino la composizione da Pietà (qualcuno scomoda addirittura Michelangelo!) della scena in foto.
Nelle ultime due puntate di Outlander, a parte l’incazzatura di un improvviso cambio di storyline (io pensavo che Claire tornasse nel suo tempo e Jamie la seguisse, del resto è lui l’uomo dell’identikit accusato di averla rapita a inizio stagione) mi è toccato sopportare il continuo altalenarsi di fastidio per la violenza troppo esplicita e inutile ai fini della vicenda e di risate per il ridicolo involontario in cui spesso scadeva questo eccesso. Ciliegina sulla torta la chiusa in cui il povero Jamie confessa di voler morire per aver provato piacere durante l’amplesso e lieto fine posticcio con Claire che si scopre incinta pur avendo sempre pensato di essere sterile, quindi si ribadisce l’inutilità delle scene di cui sopra perché non servono neppure a sdoganare l’omosessualità anzi il machismo latente è disgustoso: guarda che fine fa un uomo buono e comprensivo anche sessualmente con la compagna, meno male che alla fine la mette incinta!
Outlander sembra essere il frutto della tendenza sado maso sdoganata da 50 sfumature di grigio, che a quanto pare può provocare più danni di quanti si potesse immaginare, fosse solo in fatto di buon gusto. Io sbadiglio e continuo ad aspettare che il sesso venga raccontato solo come manifestazione gioiosa della vita, cosa che in Outlander c’è stata, senza poi doverla scontare con le pene dell’inferno, soprattutto per gli spettatori.

Addio a Omar Sharif

Omarsharif E’ mancato oggi Omar Sharif, al secolo  Michel Demitri Shalhoub nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile 1932, attore di fama internazionale e sex symbol degli anni’60/’70 nonché grande giocatore di bridge a livello professionale.
Il debutto cinematografico avviene a ventun’anni nel film egiziano Siraa Fil-Wadi  (The Blazing Sun): Sharif diventa una stella della cinematografia egiziana, segnalo il film I giorni dell’amore (Goha) del 1958 diretto dal francese Jacques Baratier che ha per protagonista femminile la ventenne Claudia Cardinale.
Nel 1962 viene scelto per il ruolo di Ali ibn al-Kharīsh, lo sceicco sodale di Peter O’Toole protagonista di Lawrence d’Arabia, kolossal diretto da David Lean che vale al trentenne Omar Sharif due Golden Globe e una nomination agli Oscar, spalancandogli le porte per una carriera internazionale.
Nel 1954 gira tre film: il kolossal La caduta dell’impero romano  diretto da Anthony Mann, il film di guerra …e venne il giorno della vendetta di Fred Zinnemann e il film a episodi Una Rolls-Royce gialla  di Anthony Asquith: Omar Sharif interpreta il terzo episodio accanto a Ingrid Bergman, ricca americana che durante la Seconda Guerra Mondiale da un passaggio al partigiano jugoslavo Davich. Da jugoslavo a russo il passo è breve e in mezzo c’è il ruolo di protagonista in Gengis Khan il conquistatore (1965) di Henry Levin. Quello stesso anno David Lean lo richiama, stavolta come protagonista, per Il Dottor Zivago, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak. La travagliata storia d’amore tra Yuri e Lara spopola ai botteghini e fa di Omar Sharif un idolo per tutte le donne. Personalmente condivido il giudizio dell’attore che non amava molto questa pellicola, trovandola troppo melensa, pur se gli fece vincere un altro Golden Globe.
Lawrencezivagofunnygirl Nel 1967 ritrova l’amico Peter O’Toole nel thriller di guerra La notte dei generali di Anatole Litvak: questa volta i due sono rivali e Sharif è un maggiore tedesco che deve indagare sull’omicidio di alcune prostitute di cui è sospettato Tanz, generale prediletto da Hitler.
Nello stesso anno l’attore è chiamato da Francesco Rosi per C’era una volta, racconto dell’amore tra una bella popolana (Sophia Loren) e un principe spagnolo, Rodrigo. E’ una pellicola fiabesca, che come l’omonimo film di Matteo Garrone, trae spunto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.
Nel 1968 interpreta Nick Arnstein il grande amore di Fanny Brice in Funny Girl. Il film diretto da William Wyler è un biopic romanzato su Fanny Brice, stella delle Ziegfeld Follies nonostante fosse bruttina ma dotata di un gran talento canoro e comico. Il film è tratto dall’omonimo musical del 1964 di cui era protagonista Barbra Streisand che con Funny Girl debutta sul grande schermo aggiudicandosi subito un Oscar come miglior attrice a pari merito con la Kate Hepburn di Indovina chi viene a cena?. Il film avrà un sequel nel 1974, Funny Lady che racconta l’amore della Brice per il compositore Billy Rose, Sharif partecipa sempre nel ruolo di Arnstein.
Nick Arnstein era un re dei tavoli da gioco, passione che lo accomuna all’attore che lo interpreta che si ritrovò spesso a girare film di poco spessore solo per ripianare i debiti di gioco. La passione di Sharif per il tavolo verde non è solo per l’azzardo, il bridge fu un vero lavoro a cui dedicò dei libri e un programma di gioco al computer.
Sempre nel 1968 in Mayerling, l’attore è anche l’Arciduca Rodolfo d’Austria che si suicida nel castello di Mayerling assieme all’amante Maria Vetsera interpretata da Catherine Deneuve,
MonsieurIbrahim Nel 1974 è protagonista del giallo di Blake Edwards Il seme del tamarindo, i due si ritrovano nel 1976 per La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau dove Omar Sharif interpreta un egiziano.
Per tutti g gli anni ’80 e ’90 l’attore vive di particine o telefilm e film per la tv, ruoli alimentari che sfruttano esclusivamente la sua fame e gli permettono di dedicarsi al bridge.
Torna a dedicarsi al cinema a partire dal 2003: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano gli vale il Leone d’oro del pubblico a Venezia oltre al Leone d’oro alla carriera e un Cesar come miglior attore.
Torna a fare lo sceicco arabo che invita a partecipare l’americano  Frank T. Hopkins, celebre pony express (Viggo Mortensen) a una celebre gara di cavalli nel 1897 in Oceano di fuoco – Hidalgo. Nel 2006 gira il suo primo film recitato in presa diretta in italiano Fuoco su di me e viene scelto come doppiatore italiano del leone Aslan per il primo capitolo della saga de Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio.
Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo Un castello in Italia, diretto da Valeria Bruni Tedeschi dove interpreta sé stesso.

Da Kirchner a Nolde, Espressionismo tedesco 1905-1913

Ultimi giorni per visitare la mostra genovese che approfondisce la corrente iniziale dell’Espressionismo tedesco, il gruppo Die Brücke (il Ponte) fondato a Dresda nel 1905 da Kirchner e Fritz Bleyl. Le opere provengono tutte dal museo Die Brücke di Berlino e riguardano gli esponenti che nel corso di meno di un decennio hanno orbitato attorno al movimento sciolto improvvisamente dallo stesso Kirchner nel 1913.



Da Kirchner a Nolde

Si possono riconoscere due fasi evolutive nell’esperienza di Die Brücke, una iniziale più legata alla pittura en plein air fatta di colori vivaci influenzata fortemente dalla pittura di Van Gogh e gli altri postimpressionisti (l’influenza pointilliste su Bleyl) e una seconda, che rispecchia le atmosfere più cupe della metropoli berlinese; in questa evoluzione si può leggere la parabola di quel decennio della Germania guglielmina, dalla potenza economica d’inizio secolo alla nazione che nel giro di un anno sarebbe entrata spavaldamente nel primo conflitto mondiale per uscirne ridimensionata ed impoverita.
L’esposizione dedica almeno una sala ai sei protagonisti principali del movimento pittorico, approfondendo il loro percorso artistico e accennando anche alle esperienze successive, spesso molto risicate a causa degli effetti psicologici della Grande Guerra e l’umiliazione di essere schedati nell’”Arte degenerata” ripudiata (e distrutta) dal Terzo Reich. L’unico ad avere ancora una carriera proficua dopo la Prima Guerra Mondiale sarà Emil Nolde.
Oltre Kirchner di cui spicca la celeberrima Marcella, la mia attenzione è stata colpita dalle opere di Max Pechstein, l’unico del gruppo ad avere una formazione prettamente pittorica, in particolare ho apprezzato Il cimitero Eliasfriedhof a Dresda (1906) e Peschereccio del 1913.

Il cimitero Eliasfriedhof a Dresda Max Pechstein

Di Erich Heckel si apprezza soprattutto l’uso del colore che l’artista userà anche nella grafica. Da segnalare sono Il giovane uomo e ragazza del 1909, La ragazza che suona il liuto del 1913 e Mare del nord del 1916.


Ragazzachesuonailliuto

Il Nolde di Die Brücke non è quello dei famosi fiori ma passa dai colori vivaci di Villeggianti (1911) al primitivismo angoloso e cupo di Figure esotiche del 1912.
Conclude la mostra un omaggio al cinema Espressionista tedesco, diretta figliazione degli omonimi movimenti pittorici, si possono vedere spezzoni di Die Puppe (La bambola di carne) di Ernst Lubitsch, Metropolis e M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang e Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene.

Da Kirchner a Nolde, Espressionismo tedesco 1905-1913
Dal 5 marzo al 12 luglio 2015
Palazzo Ducale
Genova

Leonardo Da Vinci

Leonardoloc.jog La mostra dedicata a Leonardo da Vinci è certamente ambiziosa: cercare di portare all’attenzione dello spettatore tutte le attitudini del genio leonardesco, dalla pittura alle invenzioni, inserendole nel dibattito artistico del suo tempo. Non è un’esposizione che vuole illustrare nuovi studi sull’artista piuttosto l’intento è quello di eliminare tutta la patina fantastica che il successo del romanzo di Dan Brown ha ammantato sulla figura del geniale fiorentino, rincarata anche dalla serie Da Vinci’s Demons che confesso di seguire con molto divertimento.
Se la vostra passione per Ser Leonardo arriva da questi stimoli, la mostra probabilmente non fa per voi ma se siete pronti a immergervi nel contesto storico e scientifico in cui si muove l’artista potreste rimanere ancora più ammirati dalla poliedricità del suo ingegno.
Grazie proprio ai molteplici talenti di Leonardo, l’esposizione diventa uno spaccato storico dei fermenti culturali del secondo quattrocento fiorentino ed italiano in quanto le opere di Leonardo vengono confrontate con quelle dei suoi contemporanei: oltre i maestri e gli allievi in mostra ci sono, tra gli altri, Botticelli e Antonello da Messina; il confronto si allarga anche ad opere antiche a cui il Rinascimento si rifà esplicitamente. I disegni di macchine o di altri studi, che siano architettonici o anatomici vengono confrontati con le conoscenze del periodo, particolarmente con testi tradotti visto che Leonardo aveva una conoscenza approssimativa del latino.
Le opere pittoriche in mostra sono sei, tra queste spicca La Belle Ferronnière, da sempre la mia opera preferita di Leonardo. Anche questo quadro è un capolavoro di illusione pittorica che, grazie alle velature, cambia a seconda della distanza da cui si guarda il dipinto, come il celeberrimo sorriso della Gioconda, che si sperava potesse arrivare a Milano per l’occasione.
L’assenza dell’opera più famosa di Leonardo è sopperita dall’ultima sezione che ne ripropone il mito con tre Monna Lisa nude in mostra permanente a Vinci e reinterpretazioni di celebri artisti come la Gioconda in white di Warhol, la Mona Lisa di Enrico Baj, e ovviamente un ready-made di Duchamp.

Leonardo Da Vinci 1452-1519
Milano, Palazzo Reale, Piazza Duomo
dal 16 aprile al 19 luglio, 2015

Arte Lombarda: dai Visconti agli Sforza

LeonardosforzaPermettetemi di appuntare alla mia livrea di visitatrice seriale di mostre la tacca di aver visto nella stessa sera di sabato le mostre Dai Visconti agli Sforza (che si è chiusa ieri) e quella dedicata a Leonardo da Vinci.
Entrambe le mostre erano “monstre” per dimensioni e manufatti esposti tanto che anche la visita più rapida e superficiale richiedeva almeno un’ora e mezzo di tempo.
Come dice il titolo Arte Lombarda: dai Visconti agli Sforza rievoca i due secoli del dominio del Ducato Milanese, nato dalla vittoria del vescovo Ottone Visconti nella battaglia di Desio del 1277 sulle famiglie rivali capeggiate dai Torriani che osteggiavano la sua carriera vescovile. Il ducato di Milano termina con la messa in fuga di Ludovico il Moro (ben presto rimpianto dai sudditi) ad opera di Luigi d’Orleans che rivendicava diritti di nascita sul feudo Milano e lo pone sotto il dominio francese.
Viscontisforza La mostra indaga con minuzia tutti gli aspetti dell’arte fiorita sotto le due famiglie dominanti che proprio attraverso l’arte consolidarono il loro potere, si va dalla numismatica alla scultura, dai progetti architettonici del Duomo e della Certosa di Pavia alla pittura, dalle miniature dei testi sacri e dei libri delle ore ai famosi tarocchi di Bonifacio Bembo.
Quel che contraddistingue il persorso è una certa unità stilistica, una prevalenza dell’ambito gotico rispetto alla novità rinascimentale nonostante i continui scambi culturali tra Milano e le altre signorie italiane o straniere a testimoniare (qualora ce ne fosse ancora bisogno) che l’antitesi tra gotico e rinascimento è più un’opposizione di sentimenti che una mera evoluzione storica.
Inutile precisare la mia preferenza per il gotico che nelle eccellenze esposte in mostra anticipa chiaramente il barocco nei panneggi e nella grazia bocculuta degli angeli borgognoni, capitelli del pilone 81 del retrocoro del Duomo e gli ornamenti floreali di alcune scuole di miniatura sono così colorate e stilizzate da essere già liberty.
Butinone Appunto le opere che più mi hanno colpito: l’affresco de Il giovane cavaliere e la Morte del 1320 proveniente dal Broletto di Como, La Madonna del roseto di Michelino da Besozzo, il magnifico Giovane con freccia e mano al cuore in figura di san Sebastiano di Giovanni Antonio Boltraffio e la Madonna con Bambino in trono e angeli tra i santi Giovanni Battista e Giustina di Berdardino Butinone (1482/85) che sa coniugare la spazialità di Piero della Francesca (l’uovo!) con la ricchezza decorativa di Carlo Crivelli.
Ad introdurre ogni sezione della mostra un pannello dedicato alle convulse vicende che impegnarono sempre i Visconti e gli Sforza per mantenere il potere sul ducato e in un momento in cui il period drama spopola nelle serie televisive mi sembra un vero peccato che nessuno pensi a una serie ambientata nelle loction originali, o aspettiamo che arrivino i francesi come per I Borgia?

American Sniper

Americansniper Ispirato alla biografia del più famoso e letale cecchino americano, Chris Kyle, il film si apre con il racconto della prima vittima che entra nel mirino del protagonista: è un bambino che sta per tirare una granata contro dei soldati americani che Kyle ha il compito di proteggere. Prima che si veda come finisce l’azione parte il flash back che rievoca la formazione del protagonista, l’influenza del padre che lo inizia alla caccia e gli spiega che il mondo si divide in tre categorie: pecore lupi e cani da pastore, le pecore sono la massa imbelle, i lupi sono i violenti che godono a fare del male e i cani da pastore sono quelli che sanno gestire la violenza e usarla “nobilmente” per proteggere i più deboli. Con queste idee ben stampate in tesa, Kyle, dopo aver provato a fare il cowboy, decide di servire il suo Paese per proteggerlo dagli attacchi che si fanno sempre più frequenti dal 1999 per culminare con l’11 settembre. Dopo questa presentazione siamo pronti per vedere la morte di un ragazzino attraverso il mirino di un cecchino che ovviamente odi (a me poi odiare Bradley Cooper viene naturalissimo). Pare (fonte wikipedia) che Kyle non sparò a quel bambino quindi la scelta di discostarsi dalla realtà in un modo così odioso sottolinea la grandezza di Eastwood che sta, come sempre, nel mostrare e smontare la complessità di un convincimento. Fin da subito Kyle non gioisce del suo gesto, non si bea della gloria di essere The Legend, vive sulla sua pelle il compito di salvare quanti più soldati possibile non riuscendo a liberarsi dell’incubo della guerra neppure quando è a casa con la famiglia.
Americansnipermustafa C’è in American sniper una reminiscenza del dittico di Flag of ours fathers e Letters from Iwo Jima: se in quel caso il regista aveva dedicato due film ai distinti punti di vista, americano e giapponese qui la contrapposizione si risolve con lo scontro con Mustafa il miglior cecchino iracheno, un olimpionico siriano: al rivale non è riservato neppure un dialogo ma si intuisce la stessa calma e dedizione che muovono Kyle e in una scena, quando deve uscire per una missione, lo sguardo rassegnato della moglie con in braccio il figlio ha la stessa valenza della disperazione che vive la moglie dell’americano.
Se la guerra in campo è raccontata attraverso il mirino ad alta precisione di un fucile, l’omicidio di Kyle non viene inserito nel film ma raccontato da una didascalia, perché The Legend non cade in battaglia ma viene ucciso al poligono di tiro da un commilitone che voleva aiutare, fedele al comando di essere un buon cane da pastore per le proprie pecore ma la guerra fa impazzire anche gli animali più mansueti e certe beffe del destino fanno più effetto senza il supporto d’immagini. Partono le immagini di repertorio del funerale lasciandoci con l’ardua sentenza di capire se fu vera gloria..

Il trono di Spade stagione 5

GoT5 Passata anche la decima puntata nella versione doppiata, posso esprimere un mio parere sulla quinta stagione di GoT che è stata la migliore, anche se l’inizio temevo che i siparietti comici tra Jamie Lannister e Bronn fossero un primo segnale di svaccamento della serie invece il distacco dalla saga letteraria di George R. R. Martin ha dato nuova vitalità al prodotto televisivo, che si è concentrato solo su alcuni personaggi: la vicenda di Bran Stark è stata accantonata (solo per ora? ci sarà una spiegazione che giustifichi i naturali profondi cambiamenti fisici che avvengono in un ragazzino nel giro di due anni?)
Di certo al centro della stagione è stata la famiglia, dal prologo della giovane Cersei che va ad interrogare una veggente sul suo futuro, al finale bacio velenoso di Ellaria Sand che uccide Mircella. In mezzo abbiamo visto Daenerys trascurare il suo ruolo di Madre dei Draghi abbandonando nelle segrete di Meereen Rhaegal e Viseryon, mentre Drogon in fuga tornerà per salvarla alla nona puntata e, ferito (e io sto in ansia più per lui che per un eventuale ritorno di Jon Snow) riportarla al punto di partenza con l’incontro di una nuova orda di Dothraki.
Drogon All’ambito famigliare si può ascrivere anche il rapporto dell’ultima dei Targaryen e Jorah Mormont, allontanato per tradimento e disposto a tutto per riconquistare la fiducia della sua regina, iniziando dalla consegna del Folletto che in questa serie sconta il parricidio con cui si era chiusa la quarta stagione ed è l’unico che nel finale si trova (apparentemente, ormai lo sappiamo bene) in una condizione di forza.
Il momento più tragico è il sacrificio di Shireen Baratheon da parte del padre: per quanto la figura della principessina sia sempre stata amabile, bisogna ammettere che Stannis sa scontare con dignità l’ubrys in cui è caduto per colpa della Dama Rossa. Forse il suo ultimo dialogo con la figlia è anche uno degli snodi per comprendere l’intera stagione quando le dice che accettare il proprio destino equivale a una scelta.
Walkofshame E il destino in questa stagione ha riservato colpi bassi a tutti, sia chi ha accettato, con dignità o meno la propria sorte: il potere religioso che Cersei ha proveduto a creare e che dovrà scontare in prima persona (non capisco come non si possa amare quel personaggio, c’é più dignità in ogni suo singolo passo nel Cammino della Vergogna che nella storyline di interi personaggi, leggi Sansa sfigata Stark) o l’inaspettato destino di Jon Snow, unica morte (?) di uno dei protagonisti che pure rappresentava un esempio di drittura morale, oppure la ribellione al destino scelto in nome della vendetta come decide di fare Arya Stark il cui personaggio fin dall’inizio mi ha ricordato Kill Bill per la sua lista e l’omicidio di Meryn Trant riprende il segmento a cartoni dell’infanzia di O-ren Ishii del Vol. I. Comunque, mai che si insista un po’ sulla morte violenta dei perfidi ne Il trono di Spade: temo che il trapasso di Ramsay Bolton sarà ancora più insoddisfacente di quello di Joffrey! Invece per aver ceduto alla propria giusta sete di vendetta, Arya paga il caro prezzo della cecità: ma del resto è questo che fa grande il racconto tragico, ispirato al caso che nella realtà domina gli uomini con capriccio, infischiandosene di ciò che è giusto o ingiusto.

L’asso nella manica

L'assonellamanica Ace in the Hole
Usa 1951 Paramount
con Kirk Douglas, Jan Sterling, Robert Arthur, Porter Hall
regia di Billy Wilder

Il giornalista Charles Tatum, beone e fallito cerca di rilanciare la sua carriera in un piccolo giornale di Albuquerque e dopo un anno di attesa ci riesce incappando nell’incidente di Leo Minosa, rimasto intrappolato nel crollo di una grotta dove si era infilato per depredare manufatti indiani. Basterebbero meno di 24 ore per estrarre Minosa ma Tatum vuole sfruttare il caso fino all’ultimo e così, con la complicità dello sceriffo corrotto prossimo alla rielezione, fa perforare la montagna dall’alto e prolunga il salvataggio di una settimana trasformando l’attesa in un grottesco spettacolo ma Leo Minosa muore quando la perforatrice lo ha quasi raggiunto.

Tra le perle della produzione di Billy Wilder questa pellicola è la meno nota, stroncata inizialmente dalla critica perché un film troppo in anticipo sui tempi. La sua valenza anticipatrice poi è così impattante che passano in secondo piano le scelte stilistiche del regista che lavora molto sui piani sequenza, in una scena iniziale, quando Tatum è stato appena assunto nel giornale, Wilder usa lo stesso espediente di Hitchcock in Nodo alla gola (1948) facendo terminare il carrello sulla camicia scura del protagonista per riprendere poi dallo stesso punto un nuovo piano sequenza pur facendo capire dai dialoghi che c’è stato un salto temporale di un anno.
Il percorso iniziale nella caverna riprende i chiaroscuri del cinema espressionista tedesco, è quasi un viaggio nell’anima nera di Tatum per vedere fin dove il cinico giornalista si saprà spingere e nel delirio finale Charles Tatum arriva addirittura a confessare di aver prolungato l’agonia di Minosa solo per continuare lo scoop giornalistico, non certo per redimersi.
Aceinthehole Il film è sostenuto dalla grande prova attoriale di Kirk Douglas, che sa essere mellifuo (Minosa morirà convinto che Tatum sia il suo migliore amico) cinico o spietato secondo l’occorrenza.
Non è solo Tatum ad essere una figura mefistofelica, per il suo scoop ha la fortuna di poter contare su diversi loschi figuri, lo sceriffo corrotto a cui serve la pubblicità mediatica per essere rieletto, Lorraine, l’avida moglie di Minosa, che copre il gioco del giornalista per i notevoli incassi che la notizia sta portando al povero emporio di famiglia. La donna da sempre vuole fuggire dal nulla del deserto e vede in Tatum un compagno ideale ma il giornalista la rifiuta per costringerla a interpretare il ruolo di moglie affranta che ha disegnato per lei negli articoli e la donna finirà per accoltellarlo con un paio di forbici.
Poi c’è il pubblico, la massa attirata dalla curiosità per la tragedia, così gonza da farsi spennare per un souvenir, un panino o uno spettacolo canoro per ingannare l’attesa. Il film è stato girato nel 1951 quando in Italia non c’era ancora la televisione e se vogliamo fare un po’ di date riferite al nostro Paese, L’asso nella manica esce esattamente trent’anni prima della tragedia di Vermicino di cui in questi giorni ricorre l’anniversario ma i turisti in gita sui luoghi dei delitti in Italia sono diventati un caso solo con il delitto Scazzi e il ristorante che si fa pubblicità con la vista sui resti della Concordia risale allo scorso anno; per le foto accanto alle macchine bruciate nella rivolta dei blackbloc dello scorso maggio abbiamo aspettato l’avvento di istagram eppure tutti questi elementi sono già ben delineati nella profetica visione del mondo mediatico di Billy Wilder e anche oggi, rivisti dallo spettatore più scafato, sono ancora un pugno dello stomaco per la lucidità di descrizione che non contiene giudizio ma si limita a rappresentare senza filtri la complessità dell’animo umano anche in un apologo amaro come questo.

Addio a Christopher Lee

ChristopherLee Solo oggi si è saputo che domenica 7 giugno è scomparso Christopher Lee, al secolo Christopher Frank Carandini Lee nato a Londra il 27 maggio 1922 ma con ascendenze italiane essendo figlio della nobildonna  Estelle Marie Carandini dei marchesi di Sarzano, e come si evince dal cognome l’attore vanta una parentela con l’archeologo Andrea Carandini.
E’ stato un attore completamente dedito al lavoro tanto da essere comparso in quasi trecento film, dando vita a bizzarri incroci tra i personaggi interpretati, ad esempio aver vestito i panni sia di Sharlock Holmes che del fratello Mycroft Holmes e del Lord di Baskerville e altre amenità cinefile che potrete trovare nei trivia della sua pagina imdb.
L’attività recitativa di Lee iniza dopo il secondo conflitto mondiale e il debutto sul grande schermo avviene nel 1948 nell’ottimo mistery/horror Il mistero degli specchi di Terence Young. Un esordio che sembra anticipare il destino dell’attore che dopo otto anni di gavetta approda alla Hammer per interpretare “la creatura” ne  La maschera di Frankenstein, insieme all’amico Peter Cushing che interpreta Frankenstein.

Hammer1

La maschera di Frankenstein sbanca i botteghini e la Hammer prosegue nel suo lavoro di rivisitazione dei mostri Universal degli anni’30 puntando sulla coppia di antagonisti Cushing /Lee.
Nel 1958 i due interpretano per la prima volta Van Helsin e Dracula in Dracula il vampiro: il vampiro di Lee è memorabile quanto quello di Bela Lugosi e l’attore rivestirà i panni del principe della notte ben 12 volte tra il 1958 e il 1976, sette volte solo per la Hammer che lo utilizza anche in altri ruoli ad esempio la serie di cinque film dedicata alla maschera del perfido Fu Manciù.

Dracula

LamummiaIl film della serie di mostri Hammer che preferisco, però, è certamente La mummia del 1959, remake della versione del 1932 con Boris Karloff, anche se viene considerata migliore la pellicola di Karl Freund, io adoro la versione del 1959 perché è uno dei primi ricordi cinematografici della mia infanzia e la trovo molto più romantica della prima.
Per quanto Sir Christopher non amasse la definizione di star dei film del terrore, Lee fu sicuramente un’icona del genere per tutti gli anni ’60 lavorando anche in Italia con Mario Bava nel notevole La frusta e il corpo, La vergine di Norinberga di Antonio Margheriti entrambi del 1963 e ne La cripta e l’incubo, per la regia di Camillo Mastrocinque nel 1964.
Nel 1973 è protagonista dell’interessante horror The Wicker Man, di Robin Hardy, il film è poco visibile molto più conosciuto à il remake del 2006, Il prescelto con Nicholas Cage che pur non essendo all’altezza dell’antecedente, riesce a far intuire l’atmosfera dei riti pagani studiati da Hardy per trasporli nella sua pellicola.
Dookusarumancharlemagne Nel 2011 il regista ha ripreso le tematiche pagane in The Wicker Tree e ovviamente anche in questo film c’è un ruolo per Lee.
Sul finire degli anni ’70 è pronta una nuova leva di registi cresciuti con i film dell’attore che sono ben lieti di affidargli un ruolo nelle loro opere: Spielberg in 1941: Allarme a Hollywood, Joe Dante in Gremlins 2 – La nuova stirpe e poi la collaborazione con Tim Burton, che lo annovera tra i suoi attori feticcio insieme a Lugosi e Vincent Price e lo sceglie per Il mistero di Sleepy Hollow, La fabbrica di cioccolato, come voce de La sposa cadavere e per Dark Shadows.
George Lucas gli riserva il ruolo del Conte Dooku nella seconda trilogia di Guerre Stellari (episodi II e III)
Il ruolo che forse lo svincola, almeno presso le nuove generazioni, dalla figura di Dracula è quello di Saruman nella doppia trilogia che Peter Jackson ha dedicato al ciclo de Il signore degli anelli e Lo Hobbit tra l’altro Christopher Lee aveva anche avuto modo di conoscere l’autore della saga, J.R.R. Tolkien.
Christopher Lee è stato un artista poliedrico la cui iperattività non si limita solo al mondo del cinema: da sempre dotato di una bella voce, ben oltre gli 80 anni si avvicina alla musica metal e nel 2010 compone addirittura Charlemagne: By the Sword and the Cross un’opera sinfonica metallara dedicata a Carlo Magno di cui Lee è discendente, ovviamente dal ramo italiano della famiglia.