Pinocchio

Italia 2019
con Roberto Benigni, Federico Ielapi, Marine Vacth, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Alida Calabria, Alessio Di Domenicantonio, Maria Pia Timo, Davide Marotta, Paolo Graziosi, Gianfranco Gallo, Massimiliano Gallo, Marcello Fonte, Teco Celio, Enzo Vetrano, Nino Scardina
regia di Matteo Garrone



Pinocchio-


Non avevo grandi aspettative da questa ennesima versione di Pinocchio, essendo cresciuta con la mitica versione televisiva dello sceneggiato di Comencini e dopo la tremenda esperienza del Pinocchio di Benigni e invece, se mi sono in gran parte ricreduta sul film di Garrone, è proprio per la toccante prova di Benigni: la parte iniziale nell’osteria che esula dal romanzo di Collodi, è un’occasione per dar spazio alla comicità di Benigni con Geppetto che trova mille difetti al mobilio dell’oste per poterlo riparare e guadagnarsi qualcosa. Il senso di solitudine che lascia trapelare il Geppetto di Benigni è forse la cosa migliore del film, un misto di follia e umiltà disposta ad accettare come figlio un burattino magico in grado di muoversi e parlare.
Purtroppo il protagonista non è Geppetto ma il burattino di legno e nelle sue note avventure non troviamo nulla di nuovo se non lo stupore per gli effetti speciali che rendono vivo il pezzo di legno: A differenza dello sceneggiato di Comencini, Pinocchio resta burattino fino alla fine e solo dopo essersi sacrificato per rimettere in salute il padre, provato dall’esperienza nel pescecane, la fata lo premia trasformandolo definitivamente in bambino.
Parlo dello sceneggiato Rai perché è tra i referenti più evidenti del film di Garrone, anche lui bambino al tempo del celebre telefilm: la luce iniziale sulle spalle di Geppetto, l’ambientazione povera in un’ottocento rurale, la scena della medicina e del feretro pronto per il funerale di Pinocchio, l’interno della balena, riprendono chiaramente l’immaginario proposto da Comencini nel 1975.


Pinocchio


Il merito maggiore del film è quello di saper giocare con grande maestria tra le varie sfumature del fantastico che la storia offre: grazie alla fotografia di Nicolaj Brüel e al reparto tecnico del film, Garrone passa dalle atmosfere più horror della fiaba a quelle più fantasiose, bellissimo il mondo decadentemente barocco della fata e della lumaca sottolineato dalla sovraesposizione fotografica.
L’impressione personale è che Garrone abbia voluto mettere insieme tutti gli spunti che negli anni si sono originati dalla storia di Collodi, la balena (qui pescecane come nell’originale) mi ha ricordato molto quella del parco dedicato a Pinocchio nel paesino di Collodi: si entra dall’alto attraverso una scala a chiocciola e si resta imprigionati nella bocca che a intervalli regolari si chiude e la bocca del pescecane mi ricordato proprio quella dell’attrazione del parco.



Pinocchio


Pur non essendo un capolavoro, il film ha una sua omogeneità anche se alcuni personaggi trovano troppo spazio rispetto agli altri: per quanto bravo, la Volpe di Ceccherini, anche sceneggiatore del film, incombe sul Gatto di Papaleo, Lucignolo è un adorabile scavezzacollo che ha ben poca influenza su Pinocchio nella scelta di partire per il Paese dei Balocchi: del resto la caratteristica di questo Pinocchio è proprio quella di essere una banderuola al vento, sempre pronto a lasciarsi intrigare da una nuova avventura che non richieda sforzo e fatica, un burattino manovrabile.



Pinocchio


Verrebbe da pensare a una critica all’analfabetismo di ritorno, dramma dei nostri tempi ma vista la rappresentazione della scuola con il maestro tutto bacchettate e inginocchiate sui ceci meravigliosamente caratterizzato da Enzo Vetrano, sembra che solo il sacrificio e la fatica fisica siano fonte di redenzione: è solo dopo aver duramente lavorato presso il contadino Giangio Pinocchio riesce finalmente a guadagnarsi lo status di bambino umano.
Tra gli altri personaggi un po’ troppo sacrificati va menzionato il Mangiafuoco interpretato da Gigi Proietti mancato proprio oggi nel giorno del suo ottantesimo compleanno.

Dogman

Italia 2018
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Calabria, Gianluca Gobbi
regia di Matteo Garrone


Dogman


Marcello è un uomo mite, che vive nella periferia degradata di una grande città dove esercita con passione la sua professione di toelettatore per cani e ha un forte legame con la figlia.
E’ legato anche da un forte senso di amicizia verso Simone, un muscoloso bellimbusto sfatto dalla droga che sta diventando sempre più violento con le persone del quartiere, tanto che Francesco, il barista a cui Simone ha spaccato la slot machine, dopo l’ennesimo gesto di violenza gratuito, propone agli altri commercianti vessati di pagare qualcuno per farlo fuori.
Intanto Simone si accorge che una parete del locale di Marcello, contigua a quella del compro oro può essere facilmente abbattuta e costringe Marcello a lasciargli le chiavi per fare il colpo. Marcello si rifiuta ma non può opporsi alla soverchiante forza fisica di Simone che non è molto abile nel mascherare l’intrusione così Marcello si fa un anno di prigione e quando esce è malvisto da tutta la comunità. Cerca di farsi dare una parte della refurtiva da Simone ma questo si rifiuta e quando Marcello gli sfascia la moto lo pesta brutalmente, esasperato Marcello ricorre all’astuzia per vendicarsi dell’uomo che gli ha rovinato la vita, pensando anche di fare il bene della comunità.



Dogman


Ispirandosi a un cruento fatto di cronaca di 30 anni fa, il delitto del Canaro della Magliana, Garrone costruisce una parabola amara della nostra società dove il degrado e la violenza sporcano tutto, anche un omino sensibile che vive per la figlia e i cani, riuscendo ad addolcire gli animali più aggressivi. La stessa mitezza e disponibilità che Marcello ha usato anche per convivere più o meno pacificamente con Simone, improvvisamente non funziona più e l’impossibilità di competere fisicamente con il nemico portano Marcello a giocare d’astuzia: non è difficile vedere nel degrado ambientale e morale la parabola della società italiana dove gli equilibri sociali sembrano sempre più precari e sostituibili solo dalla frustrazione e dalla rabbia che sfociano nella violenza che può nascere anche nelle persone più inermi, quelle apparentemente rassegnate al loro destino di sopraffazione.



Dogman-


Per essendo un film stilisticamente molto differente, Dogman ha molto in comune con il precedente lavoro di Garrone, il fantastico Il Racconto dei Racconti, si tratta in fondo di due film horror, benché la dimensione perturbante sia raccontata in due modi completamente diversi, quasi opposti: il realismo di Dogman diventa complementare al fantastico de Il Racconto dei Racconti.
Dogman diventa spaventoso non tanto per la storia drammatica o la metafora di una nazione arrabbiata, a inquietare è il rovesciamento di certi stilemi del cinema comico: c’è qualcosa di chapliniano in certe riprese di Marcello in giro con il suo cagnetto, si sorride nel vedere cani sovradimensionati e aggressivi lavati col mocio, situazioni che sarebbero congeniali a Charlot ed è proprio nel partire da questo retaggio infantile e gioioso per terminare in un delirio cruento che sta la dimensione perturbante del film, sottolineata da una luce livida, molto da serie tv e infondo anche Il racconto dei racconti era la risposta autoriale al successo del fantasy seriale de Il trono di spade e proprio recuperando Dogman su un canale streaming dedicato alle serie tv (Amazon Prime) ho capito il mio disamoramento dalla dimensione seriale: se cinque o sei anni fa la serie tv era la risposta a un cinema molto omolagato, ricordiamo le parole di Spike Lee, ora è la dimensione seriale, salvo casi eccezionali, ad essere prevedibile con le sue tappe obbligate, ad esempio l’eterno cliffhanger a fine puntata e il cinema autoriale riguadagna il ruolo di spazio per la creatività libera.

Indivisibili

Indivisibili

Viola e Dasy sono due gemelle dalla voce angelica, stelle nascenti della musica neomelodica, il fatto di essere gemelle siamesi le rende speciali: sempre al centro di curiosità morbose e superstizione sfruttate da un prete pentecostale.
Le ragazze sono convinte di non poter essere divise, perché questo è quanto hanno fatto credere loro i genitori che campano sulla loro diversità ma quando un medico incontrato casualmente parla della possibilità di separare facilmente le ragazze, in una delle due gemelle si scatena la voglia di libertà e di normalità alterando i fragili equilibri della famiglia.

Presentato con grande successo alle Giornate degli Autori dell’ultimo festival di Venezia, dove ha fatto incetta di premi, Indivisibili è davvero un film molto bello con diverse chiavi di lettura.
E’ molto interessante lo scavo psicologico sulle due sorelle adolescenti, alla soglia del diciott’anni, unite da un unico lembo di pelle tra due corpi perfettamente distinti, ma ricco di vasi sanguigni che permette loro lo scambio emozionale totale per cui una mangia e l’altra ha mal di stomaco: il dualismo di due corpi uniti e di due anime distinte costrette a una unica vita rappresenta in fondo molto bene il momento di passaggio dell’adolescenza: il desiderio di fare nuove esperienze, scoprire l’amore e la paura di abbandonare la sicurezza della vita famigliare sono sentimenti comuni a tutti, l’escamotage delle gemelle siamesi permette di rappresentarlo in toto, sfruttando un realismo magico che Garrone aveva sperimentato con Reality.
Il contesto della terra dei fuochi, la surrealtà delle comunioni e dei matrimoni pacchiani che abbiamo imparato a conoscere anche dai programmi televisivi sono il contesto ideale per una storia di squallore famigliare: il problema di Viola e Dasy sarebbe potuto esser risolto facilmente nella prima infanzia ma nella loro diversità di genitori e gli zii vedono un’occasione di riscatto che nasce dalla disperazione: alle prime rimostranze delle figlie, il padre sbotta dicendo che per gente come loro, senza opportunità la normalità significa la fame, che la loro diversità è la loro fortuna.
Nella descrizione di degrado ambientale e morale si inseriscono la figura del talent scout che vuole sfruttare sessualmente le ragazze illudendole con il miraggio del successo, se questa figura non stupisce, è una scoperta l’esistenza di preti più o meno onesti che creano chiese sincretiste per gli immigrati africani.
Sembrano storie che possono accadere solo nelle aree più disagiate della Campagna ma come per Perez., il film precedente di Edoardo de Angelis, il regista, attraverso la narrazione del suo territorio che conosce bene, racconta il degrado dell’Italia intera: un welfare sempre più assente, una religione che tira sempre di più verso la superstizione.

Addio a Omar Sharif

Omarsharif E’ mancato oggi Omar Sharif, al secolo  Michel Demitri Shalhoub nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile 1932, attore di fama internazionale e sex symbol degli anni’60/’70 nonché grande giocatore di bridge a livello professionale.
Il debutto cinematografico avviene a ventun’anni nel film egiziano Siraa Fil-Wadi  (The Blazing Sun): Sharif diventa una stella della cinematografia egiziana, segnalo il film I giorni dell’amore (Goha) del 1958 diretto dal francese Jacques Baratier che ha per protagonista femminile la ventenne Claudia Cardinale.
Nel 1962 viene scelto per il ruolo di Ali ibn al-Kharīsh, lo sceicco sodale di Peter O’Toole protagonista di Lawrence d’Arabia, kolossal diretto da David Lean che vale al trentenne Omar Sharif due Golden Globe e una nomination agli Oscar, spalancandogli le porte per una carriera internazionale.
Nel 1954 gira tre film: il kolossal La caduta dell’impero romano  diretto da Anthony Mann, il film di guerra …e venne il giorno della vendetta di Fred Zinnemann e il film a episodi Una Rolls-Royce gialla  di Anthony Asquith: Omar Sharif interpreta il terzo episodio accanto a Ingrid Bergman, ricca americana che durante la Seconda Guerra Mondiale da un passaggio al partigiano jugoslavo Davich. Da jugoslavo a russo il passo è breve e in mezzo c’è il ruolo di protagonista in Gengis Khan il conquistatore (1965) di Henry Levin. Quello stesso anno David Lean lo richiama, stavolta come protagonista, per Il Dottor Zivago, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak. La travagliata storia d’amore tra Yuri e Lara spopola ai botteghini e fa di Omar Sharif un idolo per tutte le donne. Personalmente condivido il giudizio dell’attore che non amava molto questa pellicola, trovandola troppo melensa, pur se gli fece vincere un altro Golden Globe.
Lawrencezivagofunnygirl Nel 1967 ritrova l’amico Peter O’Toole nel thriller di guerra La notte dei generali di Anatole Litvak: questa volta i due sono rivali e Sharif è un maggiore tedesco che deve indagare sull’omicidio di alcune prostitute di cui è sospettato Tanz, generale prediletto da Hitler.
Nello stesso anno l’attore è chiamato da Francesco Rosi per C’era una volta, racconto dell’amore tra una bella popolana (Sophia Loren) e un principe spagnolo, Rodrigo. E’ una pellicola fiabesca, che come l’omonimo film di Matteo Garrone, trae spunto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.
Nel 1968 interpreta Nick Arnstein il grande amore di Fanny Brice in Funny Girl. Il film diretto da William Wyler è un biopic romanzato su Fanny Brice, stella delle Ziegfeld Follies nonostante fosse bruttina ma dotata di un gran talento canoro e comico. Il film è tratto dall’omonimo musical del 1964 di cui era protagonista Barbra Streisand che con Funny Girl debutta sul grande schermo aggiudicandosi subito un Oscar come miglior attrice a pari merito con la Kate Hepburn di Indovina chi viene a cena?. Il film avrà un sequel nel 1974, Funny Lady che racconta l’amore della Brice per il compositore Billy Rose, Sharif partecipa sempre nel ruolo di Arnstein.
Nick Arnstein era un re dei tavoli da gioco, passione che lo accomuna all’attore che lo interpreta che si ritrovò spesso a girare film di poco spessore solo per ripianare i debiti di gioco. La passione di Sharif per il tavolo verde non è solo per l’azzardo, il bridge fu un vero lavoro a cui dedicò dei libri e un programma di gioco al computer.
Sempre nel 1968 in Mayerling, l’attore è anche l’Arciduca Rodolfo d’Austria che si suicida nel castello di Mayerling assieme all’amante Maria Vetsera interpretata da Catherine Deneuve,
MonsieurIbrahim Nel 1974 è protagonista del giallo di Blake Edwards Il seme del tamarindo, i due si ritrovano nel 1976 per La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau dove Omar Sharif interpreta un egiziano.
Per tutti g gli anni ’80 e ’90 l’attore vive di particine o telefilm e film per la tv, ruoli alimentari che sfruttano esclusivamente la sua fame e gli permettono di dedicarsi al bridge.
Torna a dedicarsi al cinema a partire dal 2003: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano gli vale il Leone d’oro del pubblico a Venezia oltre al Leone d’oro alla carriera e un Cesar come miglior attore.
Torna a fare lo sceicco arabo che invita a partecipare l’americano  Frank T. Hopkins, celebre pony express (Viggo Mortensen) a una celebre gara di cavalli nel 1897 in Oceano di fuoco – Hidalgo. Nel 2006 gira il suo primo film recitato in presa diretta in italiano Fuoco su di me e viene scelto come doppiatore italiano del leone Aslan per il primo capitolo della saga de Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio.
Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo Un castello in Italia, diretto da Valeria Bruni Tedeschi dove interpreta sé stesso.

Reality

Reality Luciano Ciotola, pescivendolo estroverso, anima delle feste di famiglia, viene spinto dai figli a partecipare alle selezioni per il Grande Fratello. Superate le preselezioni e il provino a Roma, per Luciano inizia l’attesa spasmodica della telefonata per entrare nella Casa, attesa che lentamente si trasforma in una vera ossessione.

Il film si apre con una panoramica che inquadra le pendici del Vesuvio per poi stringere su un territorio urbanizzato ma dignitoso dove le case si alternano alle coltivazioni, l’attenzione della macchina da presa infine, si concentra su un’assurda carrozza dorata, brutta copia di quelle delle fiabe Disney che conduce una coppia di sposi al ricevimento di nozze. L’inquadratura finale invece, parte dall’interno della casa del Grande Fratello per allargarsi su un panorama notturno di una desolata distesa di capannoni. Tra questi due estremi si muove lo sguardo acuto del regista che racconta almeno tre secoli di rappresentazione italiana. Se nel nostro Paese tutto è “messa in scena” Napoli è la punta di diamante di questa teatralità innata del popolo italiano. La famiglia di Luciano potrebbe vivere in una squallida casa popolare invece abita in un palazzotto barocco (stile teatrale per eccellenza) mezzo diroccato che di notte ha il fascino di un presepe napoletano (altra forma raffinatissima di rappresentazione) La pescheria e il lavoro della moglie non bastano per mantenere la famiglia e allora i Ciotola si inventano “la truffa” sul robottino da cucina venduto dalla moglie, ancora una volta un’alterazione della realtà. Da notare che Maria, la moglie di Luciano lavora in uno di quegli outlet che vogliono replicare le piazze e i portici tipici dei borghi italiani.
Anche la religione, che pure dovrebbe essere una consolazione viene mostrata come forma massima di rappresentazione: la Via Crucis al Colosseo, spettacolarizzazione del supremo momento mistico della nostra fede, però, non ne mostra solo l’accezione negativa: chi crede trova significati profondi in quella rappresentazione.
Su un humus così predisposto alla messa in scena non deve stupire che abbia attecchito in maniera tanto virulenta un fenomeno come quello del Grande Fratello (esauritosi molto prima in altre nazioni) che fa della rappresentazione di sè stessi una ragione di vita. Piuttosto è interessante vedere come l’omologazione ancora una volta uniformi un talento naturale alla rappresentazione (come abbiamo detto, non necessariamente negativo) svuotandolo completamente di significati: i panni stesi sono una sinfonia di rosa accesi, parrebbe un errore di bucato invece la declinazione in rosa à la divisa omologata di ogni bambina contemporanea, la casa stessa, che viene riarredata in vista delle interviste ai parenti quando Luciano sarà recluso nella Casa, ricalca lo stile neo barocco, animalier minimalista (e quant’altro) che le case delle varie edizioni del reality hanno insegnato ad apprezzare agli italiani. Po c’è Cinecittà, fabbrica dei sogni trasformata nella fabbrica dell’incubo che lentamente avvolge il protagonista e lo spettatore che assiste al completo scollamento dalla realtà di Luciano, per cadere in quella realità che gli prosciuga la verve e l’estroversione.
Come in E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, Matteo Garrone racconta la storia emblematica di un disperato tentativo di riscatto sociale che sembra stigmatizzare alcune peculiarità del nostro tempo -in questo caso il successo fine se stesso, basato solo sull’apparizione televisiva- invece, come nella pellicola di Ciprì, lo scavo antropologico sul costume italiano è ben più profondo e scopre tare molto più radicate.

La Faida

Lafaida In un villaggio dell’Albania vive Mark, che sbarca il lunario rivendendo beni di prima necessità con il suo carretto. I guai cominciano quando un vicino gli contesta il diritto di passare su una strada che attraversa una sua proprietà. I toni trascendono e l’uomo viene assassinato dal fratello di Mark. In Albania però vige ancora un’antica legge tribale, il Kanun, per cui la famiglia della vittima può rivalersi uccidendo un qualsiasi membro maschio della famiglia dell’assassino. Per i quattro figli di Mark (due maschi e due femmine) la vita cambia drasticamente..

Il regista di Maria full of grace, Joshua Marston, torna ad indagare la giovinezza in luoghi difficili e marginali mettendo al centro del suo nuovo lavoro lo scontro di civiltà in seno a una famiglia.
Il villaggio albanese è diviso tra un ritmo di vita ancora arcaico per cui ci si muove più con gli animali da tiro che con gli automezzi e una gioventù che vive in modo assolutamente contemporaneo nonostante la povertà. Il sogno del diciassettenne Nik, primogenito di Mark è quello di aprire un internet point, in più l’adolescente si sta innamorando per la prima volta e la reclusione forzata per scampare alla vendetta della famiglia rivale gli risulta del tutto insopportabile. A pagare in prima persona le conseguenze del Kanun è anche la secondogenita, la quindicenne Rudina, costretta ad abbandonare gli studi per gestire la rivendita di pane al posto del padre obbligato a nascondersi dalla polizia e dai familiari della vittima: il peso della famiglia ricade tutto sulle sue spalle e su quello della madre operaia e mentre nel finale per il primogenito si apre una speranza, Rudina difficilmente sfuggirà al proprio destino sacrificato.
Il padre Mark è poco più che quarantenne eppure la distanza con i figli si rivela siderale, specchio di un conflitto generazionale che coinvolge tutti i compagni di scuola di Nik: sogno comune è studiare e lasciare il paese e giudicano assurde le tradizioni del Kanun. Facendo un paragone con il tema del film italiano della settimana, Reality di Garrone viene da pensare che la televisione omologhi le menti mentre il web le apra e forse l’arretratezza di certe nazioni potrà essere la loro fortuna, avendo evitato l’egemonia televisiva.

Boris – Il film

BorisIlfilm Stanco delle continue imposizioni della Rete, il regista Renè Ferretti decide di abbandonare il mondo delle fiction. Dopo qualche mese di depressione viene contattato da Sergo, il vecchio direttore di produzione che dopo un infarto ha fondato una sua casa di produzione cinematografica e possiede in esclusiva i diritti per trarre un film dal celebre libro La Casta. Rene’ accetta entusiasta il progetto pur essendo la seconda scelta dopo l’abbandono di Matteo Garrone ma il dorato mondo del cinema presenta in fondo le stesse difficolta’ del mondo televisivo.

Dopo i riuscitissimi esperimenti di serialita’ tratti da pellicole di successo, la Fox mette in atto il processo inverso e porta nelle sale la sua serie di culto, Boris, che racconta la vita di una troupe televisiva con troppo cinismo e troppa verita’ per approdare su una televisione generalista.
Sul grande schermo Boris continua lo stesso gioco di mischiare personaggi palesemente finti ad altri reali (il gustoso cameo di Piovani che si gioca l’Oscar per la colonna sonora de La vita e’ bella a poker) a parodie: l’insicura ed afona Marilita Loy, “la piu’ brava attrice italiana”, si rivela gia’ dal nome la caricatura di Margherita Buy.
Miscela dinamitarda che, con lo stesso cattivo cinismo della serie, prende in giro il mondo del cinema a partire dalla programmazione di un multiplex nel periodo natalizio che propone il cartone del momento (per la precisione il classico Heidi) nella doverosa versione 3D e poi il cinepanettone che, finite le mete esotiche, e’ un Natale al Polo Nord. Il depresso Ferretti finira’ per scegliere il cinepanettone e la parodia del genere e’ esilarante.
Dopo aver demolito il prodotto, la satira si concentra sul dietro le quinte dedicandosi all’impietosa analisi delle maestranze cinematografiche: produttori, direttori della fotografia e scenografi vengono mostrati nella loro boria e nel loro fasullo snobismo culturale, insopportabili per Rene’ che pian piano si ritrovera’ ad operare con la sua vecchia e sgangherata troupe. La lavorazione e’ perennemente in bilico e solo l’astuzia di Rene’ riuscira’ a portare a termine l’impresa trasformando quello che era un coraggioso film di denuncia in ben altro, in un finale in cui le risate degli spettatori si deformano in un ghigno amarissimo quando si comprende che la picaresca lavorazione del film a cui abbiamo assistito e’ una tragica metafora della realta’ italiana.

Pranzo di ferragosto

Pranzodiferragosto Gianni si occupa amorevolmente della vecchia madre, Valeria. I due hanno problemi economici e non riescono a far fronte alle spese condominiali. Nel periodo di ferragosto l’amministratore propone a Gianni a prendersi cura per qualche giorno anche di sua madre. Allettato dal grosso sconto sulle spese condominiali Gianni accetta la proposta ma presto la situazione gli sfuggira’ di mano, e si ritrovera’ a badare a ben quattro indomite vecchiette! 

Se Garrone ne il suo capolavoro Gomorra riporta in auge il neorealismo italiano, il suo sceneggiatore Gianni Di Gregorio qui alla sua prima regia giustamente premiata all’ultimo festival di Venezia, rinverdisce i fasti della piu’ graffiante commedia all’italiana rovesciando i criteri di quello che viene definito neorealismo rosa, di cui emblema fu Poveri ma belli titolo che contiene tutte le speranze di una nazione appena uscita dal una guerra devastante, ma giovane e bella, piena di speranze. Cinquant’anni dopo il mondo illustrato da Di Gregorio e’ vecchio e deluso e tornato nuovamente povero. 
Altro tema classico della commedia al’italiana sono le ferie d’agosto e se Una domenica d’agosto di Emmer e Il sorpasso descrivevano la scoperta delle vacanze di massa da parte degli italiani, Pranzo di ferragosto, racconta, piu’ che l’abbandono dell’anziano durante le ferie, il nuovo corso di chi in vacanza non si puo’ piu’ permettere di andare. Il contrasto con i film degli anni del boom sta tutto nel liguaggio, dialettale e sguaiato, per maleducazione od ignoranza nelle pellicole degli anni ‘50-’60, forbito e controllato oggi, dove la poverta’ si ritorce anche contro chi ha avuto modo di studiare. 
Altro tema classico della commedia all’italiana e’ l’arte di arrangiarsi tipicamente italiana (ma non solo, visto come ci si puo’ procurare del pesce fresco il giorno di ferragosto, quando tutti i negozi sono chiusi) e non stupirebbe piu’ di tanto se dopo le tagmutter prendesse piede la moda di questi mini ricoveri per persone anziane, del resto pare che il nucleo da cui si sviluppa la vicenda, la proposta di prendersi cura della vecchia madre dell’amministratore in cambio di un depennamento delle spese condominiali, sia un’esperienza realmente accaduta al regista. 
Interessantissimi anche i personaggi delle quattro anziane signore: Donna Valeria, raffinata signora bene, decaduta dopo un pauroso crac finanziario, madre soffocante di un bamboccione antelitteram, Marina, la madre dell’amministratore, popolana arricchita ancora sicura di poter soddisfare i propri desideri di vita, la zia Maria, di chiara matrice contadina, (e’ l’unica che sbaglia i verbi) con una fame atavica e che ripone nella sua ineffabile pasta al formo tutte le soddisfazioni di una vita, e la timida Grazia, la madre del dottore, costretta ad un rigido regime dietetico dal figlio che trova una ventata di liberta’ nella convivenza con le altre vecchiette. 
Pranzo di ferragosto racconta quindi il disfacimento della societa’ italiana attraverso il disfacimento dei corpi che sembra essere l’unica cosa capace ancora di inorridire il pubblico ormai avvezzo ad ogni scempio, se bisogna dar retta la rumoreggiare del pubblico (soprattutto femminile) ai primi piani sui volti raggrinziti: ma veramente ci si illude che a novant’anni suonati l’estetica (chirurgica e non) ci salvera’ del decadimento della vecchiaia?!?

Gomorra

Gomorra film

La macchina  da presa e’ fissa sui resti di una grande stazione di benzina e mentre lo spettatore inorridisce di fronte all’ennesimo sfregio  inferto alla terra campana, da un tombino esce un uomo. ll campo e’ lungo e all’inizio  non si capisce neppure da dove arrivi la voce che chiama un altro personaggio che sbuca da un tombino adiacente. 

Basterebbe ragionare su questa scena geniale per capire che cos’e’ Gomorra, il film: lo scempio dell’ambiente, urbano o naturale che sia, sfregiato in una maniera che disturba e stupisce anche se al deturpamento  del paesaggio siamo ormai tutti abituati ed anche chi il libro lo ha letto, vede con i propri occhi quell’orrore cosi’ ben descritto ma a cui la fantasia forse non osava  arrivare; del  resto il film e’ un viaggio dentro un mondo altro  da quanto sia possibile immaginare, cosi’ alieno che i malavitosi sembrano piovuti dal cielo nelle loro capsule abbronzanti mentre chi si crede una persona degna di stima ci sbuca come un topo dal tombino di una fogna come succede appunto  al personaggio di Servillo nella magnifica scena surreale che lo introduce, splendida metafora delle connivenze mordiefuggi di chi con il sistema ci fa gli affari (l’imprenditore che deve smaltire, la ditta di altamoda che deve produrre)

Ma quello che Gomorra racconta non e’ un mondo fantastico ne’ surreale, quindi quale miglior linguaggio che quello neorealista per avvincere lo spettatore alla realta’ a cui sta assistendo? La scelta di far recitare quasi tutto il film in dialetto stretto e sottotitolarlo richiama La terra trema e il film di Visconti, con il suo famoso piano sequenza che segue il ragazzino per illustrare il mercato del pescemi e’ tornato in mente ogni volta che  la macchina da presa seguiva Toto’ nei suoi giri di consegna all’interno delle Vele di Scampia e intanto rubava gli scorci di questo formicaio incredibile e come non vedere nella tragica desolazione del paesaggio offeso la stessa valenza morale delle macerie di Berlino in Germania anno zero?

Ha parlato molto del paesaggio, innegabile protagonista del film ma c’e’ un altro elemento che mi ha colpito molto, il suono: il fruscio delle banconote, lo scalpiccio dei piedi.. un continuo rumore di fondo dell’eterno divorare soldi, persone da parte di questo orrido Moloch che nella sua natura primordiale si quieta solo per qualche secondo  solo davanti alla morte, all’improvviso scoppio degli spari.