Passata anche la decima puntata nella versione doppiata, posso esprimere un mio parere sulla quinta stagione di GoT che è stata la migliore, anche se l’inizio temevo che i siparietti comici tra Jamie Lannister e Bronn fossero un primo segnale di svaccamento della serie invece il distacco dalla saga letteraria di George R. R. Martin ha dato nuova vitalità al prodotto televisivo, che si è concentrato solo su alcuni personaggi: la vicenda di Bran Stark è stata accantonata (solo per ora? ci sarà una spiegazione che giustifichi i naturali profondi cambiamenti fisici che avvengono in un ragazzino nel giro di due anni?)
Di certo al centro della stagione è stata la famiglia, dal prologo della giovane Cersei che va ad interrogare una veggente sul suo futuro, al finale bacio velenoso di Ellaria Sand che uccide Mircella. In mezzo abbiamo visto Daenerys trascurare il suo ruolo di Madre dei Draghi abbandonando nelle segrete di Meereen Rhaegal e Viseryon, mentre Drogon in fuga tornerà per salvarla alla nona puntata e, ferito (e io sto in ansia più per lui che per un eventuale ritorno di Jon Snow) riportarla al punto di partenza con l’incontro di una nuova orda di Dothraki.
All’ambito famigliare si può ascrivere anche il rapporto dell’ultima dei Targaryen e Jorah Mormont, allontanato per tradimento e disposto a tutto per riconquistare la fiducia della sua regina, iniziando dalla consegna del Folletto che in questa serie sconta il parricidio con cui si era chiusa la quarta stagione ed è l’unico che nel finale si trova (apparentemente, ormai lo sappiamo bene) in una condizione di forza.
Il momento più tragico è il sacrificio di Shireen Baratheon da parte del padre: per quanto la figura della principessina sia sempre stata amabile, bisogna ammettere che Stannis sa scontare con dignità l’ubrys in cui è caduto per colpa della Dama Rossa. Forse il suo ultimo dialogo con la figlia è anche uno degli snodi per comprendere l’intera stagione quando le dice che accettare il proprio destino equivale a una scelta.
E il destino in questa stagione ha riservato colpi bassi a tutti, sia chi ha accettato, con dignità o meno la propria sorte: il potere religioso che Cersei ha proveduto a creare e che dovrà scontare in prima persona (non capisco come non si possa amare quel personaggio, c’é più dignità in ogni suo singolo passo nel Cammino della Vergogna che nella storyline di interi personaggi, leggi Sansa sfigata Stark) o l’inaspettato destino di Jon Snow, unica morte (?) di uno dei protagonisti che pure rappresentava un esempio di drittura morale, oppure la ribellione al destino scelto in nome della vendetta come decide di fare Arya Stark il cui personaggio fin dall’inizio mi ha ricordato Kill Bill per la sua lista e l’omicidio di Meryn Trant riprende il segmento a cartoni dell’infanzia di O-ren Ishii del Vol. I. Comunque, mai che si insista un po’ sulla morte violenta dei perfidi ne Il trono di Spade: temo che il trapasso di Ramsay Bolton sarà ancora più insoddisfacente di quello di Joffrey! Invece per aver ceduto alla propria giusta sete di vendetta, Arya paga il caro prezzo della cecità: ma del resto è questo che fa grande il racconto tragico, ispirato al caso che nella realtà domina gli uomini con capriccio, infischiandosene di ciò che è giusto o ingiusto.
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L’uomo con i pugni di ferro
In un non meglio precisato periodo del secondo Ottocento, Taddeus, nero affrancato dalla schiavitù, finisce naufrago sulle coste cinesi. Accolto e curato da monaci buddisti, diventa il fabbro di un villaggio malfamato in mano a clan di briganti. Quando l’oro del governatore passa per Jungle Village lo scontro tra le bande si fa inevitabile, come il tradimento dei subalterni e a chi sopravvive resta solo la vendetta.
Il caso de L’uomo dai pugni di ferro mi ricorda Rob Zombie e La casa dei 1000 corpi: il film di genere trae nuova linfa da esponenti musicali poco noti al pubblico mainstream come il rapper RZA regista e protagonista di questo rutilante action movie che declina tutti i topos classici del wuxia in salsa blaxploitation.
Rob Zombie si è poi meritato il titolo di autore mentre su RZA incombe l’ombra di Quentin Tarantino, produttore della pellicola. Dal mondo tarantiniano arrivano Pam Grier, madre di Taddeus (invecchiata come Samuel L. Jackson in Django Unchained), Gordon Liu (il Pai Mei di Kill Bill) e soprattutto Lucy Liu che gioca con il ruolo che l’ha resa celebre, quello di O-ren Ishii: quando le ragazze del suo bordello si rivelano essere letali guerriere oltre che donne di piacere lo sguardo che l’attrice lancia in camera sembra ricordare ironicamente che non si esce da certi personaggi.
Con tutti i difetti di una “tarantinata” o di un giocattolone di pura evasione, L’uomo dai pugni di ferro porta una ventata di freschezza in un genere che i registi del Sol Levante stavano cristallizzando nella pura estetizzazione della violenza: nel film scorre fortunatamente una vena splatter davvero liberatoria e oltre al mentore Tarantino RZA sembra conoscere molto bene la cinematografia wuxia, che cita a mani basse, con un occhio anche ai cartoons, stando attori dai ciuffi scompigliati alla Actarus o i pugni di ferro del titolo che diventano magli rotanti degni del Grande Mazinga.
Kill Bill volume I
Esaltante. Non trovo altri aggettivi per commentare la visione dell’ultimo Tarantino, anche se in fondo questo epiteto mette in luce
solo l’aspetto ludico e scorrevole del film e non evidenzia il fatto che l’opera si faccia ricordare, lasciando un segno nella mente.
Parlare di capolavoro mi pare prematuro, in fondo abbiamo assistito solo alla prima parte del film, che però getta ottime premesse.
Se scopo dell’arte è interpretare e precedere le pulsioni del proprio tempo, l’autore raggiunge l’intento, non tanto per la sapienza con cui sa elaborare un materiale basso e popolare, anche se l’uso della musica o i passaggi dal colore al bianco e nero scanditi da un battito di ciglia sono, se non geniali, quantomeno magistrali. Però, come diceva Welles la tecnica è alla portata di tutti, altro distingue l’artista.
Le tematiche principali di questo film sono a mio avviso due: il senso dell’onore e il ruolo della donna.
In una civiltà come quella occidentale dove l’unico valore rimasto è il denaro in nome del quale tutto è lecito, il sacrificio della vita per un ideale (buono o cattivo che sia) appare un concetto talmente ridicolo che una vicenda incentrata su questo tema, dev’essere ambientata in un mondo lontano, storicamente o geograficamente. Paradossalmente questo già accadeva nei film dei telefoni bianchi in cui l’adulterio si consumava solo in paesi quali l’Ungheria o la Bulgaria, allora considerati esotici e ben lontani dalla corretta e cattolica Italia fascista. Il motivo della fascinazione che la
cultura orientale sta avendo su di noi in questi anni, è il coraggio di esaltare tradizioni e valori per noi ormai inconcepibili, motivo egregiamente
illustrato in Ghost Dog, il codice del Samurai di Jim Jarmush, del 1999 dove un sicario di colore esercita la sua professione ispirandosi ai principi degli antichi Samurai, mentre i vecchi padrini della mafia italiana piangono la scomparsa del loro codice d’onore dimenticato dai nuovi capi che pensano esclusivamente al mero profitto.
In Kill Bill vi è un forte senso dell’onore, l’esempio migliore eè il dialogo che si svolge durante il magnifico combattimento sulla neve tra O-ren Ishii e Black Mamba: la donna divenuta capo indiscusso della yakuza, saggiato il valore della sua avversaria le dice: “Prima
ti ho schernita, ti chiedo perdono” e la sposa che la affronta per ottenere la sua vendetta: “Perdonata”. Lo scambio di battute riesce ad essere commovente, anziche’ ridicolo.
Il cast del film è composto da attrici bellissime che interpretano donne letali come vipere assassine, Tarantino ha il coraggio di spingere questi personaggi all’estremo: quanto e’ distante il ruolo di Lucy Liu in questo film da quello che interpreta nelle Charlie’s Angels! Non solo perche’ questa volta sta dalla parte del cattivo, ma perche’ i personaggi escono dal prototipo sessuale della cinematografia attuale, divenendo protagoniste di una consapevole sessualita’ disturbata e disturbante: l’inquadratura che apre il film sul volto tumefatto di Uma Thurman richiama inequivocabilmente l’immagine di uno stupro ad opera di un maniaco, le violenze sessuali che verosimilmente la protagonista subisce durante il coma sanno di necrofilia.
Le origini di O-ren Ishii sono raccontate attraverso un anima non solo per una geniale commistione di stili, ma per risolvere altrettanto genialmente la censura che la rappresentazione di una scena di pedofilia avrebbe comportato; Gogo, la diciassettene guardia del corpo
di O-ren e’ una folle vergine che penetra a colpi di spada i maschi da lei provocati e tutte le donne del film danno l’impressione di appartenere in maniera senziente all’harem di Bill, di cui per ora abbiamo avuto solo modo di vedere la mano masturbare la spada durante la telefonata con Darryl
Hannah..
Nei titoli di coda si accredita il film come ispirato al manga (fantomatico?)La sposa, ma a me ha ricordato anche un’opera di Truffaut
del 1968, La sposa in nero dove cinque ricconi uccidono per una bravata uno sposo all’uscita dalla chiesa, la vedova, interpretata da Jeanne Moreau li ammazzera’ implacabilmente. Coincidenza? Non credo, dato che anche la lista di Uma Thurman consta di cinque nomi, e le due attrici richiamano uno stereotipo simile di imperfetta bellezza. In ogni caso quella della donna la cui ira funesta sia scatenata dall’uccisione dell marito o dell’amante sull’altare o sul talamo penso sia un archetipo, anche se la vera spinta alla determinata vendetta della sposa di Tarantino e’ la presunta morte della figlia.
Rappresentare questo aspetto selvaggio e violento del femminile in un epoca in cui la cinematografia porta sullo schermo le incertezze dei supereroi piu’ che le loro imprese e mentre la pubblicita’ e la televisione impongono un modello di erotismo compiacente e rassicurante il maschile, e’ molto di piu’ che la provocazione di un ragazzaccio talentuoso come Quentin Tarantino, è la percezione di una nuova forma di femminilità, raccontata nella maniera
iperbolica, non scevra di ironia che distingue questo regista. Solo il volume II
con lo scontro tra Black Mamba e Bill ci svelera’ quanto l’autore abbia avuto il coraggio di spingere avanti il limite dell’eterna lotta tra i sessi.