Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Sono andata a vedere la mostra dedicata a Hitchcok dal Palazzo Reale di Milano con una certa prevenzione, sicura che l’allestimento non avrebbe mai potuto competere con quello eccellente dedicato a La finestra sul cortile nella sezione cinema dell’esibizione monegasca Les annés Grace Kelly dove era stato ricreata la stanza di Jeffries e gli schermi montati nei mezzi di ripresa rimandavano scene del film e della complessa lavorazione.
Effettivamente il materiale fotografico esposto nella mostra milanese non è nulla di eccezionale, foto già conosciute che si trovano molto facilmente nelle board di Pinterest che un qualsiasi amante del cinema raccoglie sul maestro del brivido.
A rendere la mostra degna di nota sono i video commenti del critico cinematografico Gianni Canova che sottolineano il continuo lavoro sperimentale di Hitchcock anche nei flm presi in esame girati nella mezza età da un’artista ormai affermatissimo: La finestra sul cortile, L’uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Psyco e Gli Uccelli rappresentano tutte sfide Hitchcok lancia allo spettatore ma anche alla propria arte.
Per chi ama il cinema e soprattutto Hitchcok è una mostra da non perdere perchè fonte di molte nuove informazioni sul maestro del brivido: ad esempio non sapevo che Que serà serà era stata scritta appositamente per il film e che è proprio Bernard Herrmann a dirigere la sequenza del concerto alla Royal Albert Hall di Londra.
Gli Uccelli è noto per l’abbondante uso degli effetti speciali meno nota è la sperimentazione musicale: la musica nella colonna sonora è praticamente assente e tutto quello che sentiamo è ottenuto dall’elaborazione dei suoni emessi dagli uccelli: versi, fruscii di ali, ecc..
Ancora più interessante quel che emerge nel documentario girato per il centenario dell’Universal e presentato in esclusiva alla mostra che racconta come Gli Uccelli non solo sia il “film di mostri” girato da Hitchcock ma che questa pellicola sia un tassello fondamentale nel genere mostri trasformando per la prima volta in mostruosità creature graziose, a cui siamo abituati come gli uccelli che improvvisamente si rivoltano contro l’uomo senza nessun motivo. E’ l’evoluzione delle mostruosità fantascientifiche nate sull’onda della paura nucleare come Godzilla per cui, per certi versi, Hitch si cimenta anche con la sci-fi. Sarà interessante per lo spettatore scoprire quanti film si sono ispirati chiaramente a Gli Uccelli, da Lo squalo di Spielberg a Tremors.

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Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Palazzo Reale Milano

dal 21 giugno 2013 al 22 settembre 2013

Il ponte di Waterloo

Waterloo Bridge
Usa 1940 MGM
con Vivien Leigh, Robert Taylor, Maria Ouspenskaya
regia di Mervyn LeRoy

IlpontediWaterloo

A Londra, durante la Prima Guerra Mondiale, Roy e Myra s’incontrano sul ponte di Waterloo durante un allarme bomba: lui è un ufficiale in licenza lei è una ballerina classica e nel poco tempo trascorso nel rifugio scoppia l’amore. I due si vorrebbero sposare prima che Roy torni al fronte ma la sfortuna ci mette lo zampino: la partenza dell’ufficiale è anticipata, Myra perde il lavoro e poco dopo scopre che l’amato è morto in azione. Per sopravvivere alla povertà la ragazza finisce per prostituirsi e quando rincontra Roy, creduto morto per aver perso la piastrina, si illude che la vita possa ricominciare e accetta di sposarlo ma ben presto Myra capisce che l’onore ormai perduto potrebbe macchiare anche l’amato e i suoi famigliari che l’hanno accettata senza riserve. Rinunciato al matrimonio, alla ragazza non resta che il suicidio.

Il film è girato nel 1940 e si apre con una cornice contemporanea: Roy, ufficiale di alto grado e ormai anziano, prima di partire per il nuovo fronte, si fa portare sul ponte di Waterloo dove ricorda l’infelice amore della Prima Guerra Mondiale. Il flashback dona alla pellicola un tono ancora più malinconico sottolineato dalla colonna sonora che gira attorno al celebre refrain de La morte del Cigno e il Walzer delle Candele o dell’Addio, reso famosissimo proprio da questa pellicola.
Tutto serve ad anticipare la sfortunata conclusione della tragica storia d’amore di Roy e Myra ma le parole di Madame Kirova, direttrice del corpo di ballo “la guerra non scusa la sconvenienza” sembrano un monito non solo per Myra e Kitty ma anche per le spettatrici del 1940 che il nuovo conflitto bellico avrebbe potuto porre nella medesima condizione della protagonista.
Il ponte di Waterloo ha per protagonista Vivien Leigh, reduce dall’enorme successo di Via col Vento. L’attrice si sforza con successo di liberarsi del fantasma di Rossella O’Hara -anche se lo spettatore di oggi cercherà di più le inevitabili somiglianze con l’eroina di Margaret Mitchell- e ha sempre reputato il personaggio di Myra (italianizzato in Mara) tra le sue migliori interpretazioni. Accanto a lei doveva recitare il marito Laurence Olivier ma è stato degnamente sostituito dall’aitante Robert Taylor che rende molto bene l’entusiastica vitalità dell’ufficiale contrapposta al quieto pessimismo di Myra: Olivier era indubbiamente un grandissimo attore ma il cinema ce lo ha restituito magnificamente nei ruoli cupi ed introversi.

L’intrepido

Antonio Pane, divorziato con un figlio musicista, alla soglia dei cinquant’anni per sopravvivere alla crisi si ritrova a fare il rimpiazzo: sostituire anche solo per poche ore chi per forza maggiore non può adempiere al proprio lavoro. Nel frattempo partecipa anche a concorsi statali e proprio durante un esame incontra Lucia, una giovane ragazza a cui passa i risultati del test d’ammissione..

L'intrepido

Tra omaggi a Ladri di biciclette e Tempi moderni, Gianni Amelio dice la sua sulla pesante situazione lavorativa italiana: vorrebbe essere un film leggero dalle venature grottesche comunque improntato all’ottimismo ma risulta un’opera confusa e francamente irritante.
All’inizio l’entusiasmo di Antonio Pane (nomen omen in quanto il protagonista è davvero buono come il pane) è anche interessante per lo spettatore che vede una serie di lavori poco conosciuti al grande pubblico come la banda di spazzini che compatti, puliscono lo stadio dopo la partita. I luoghi in cui si muove Antonio sono i quartieri coinvolti nella riqualificazione per l’Expo e questa Milano inedita è resa ancora più piacevole da scoprire grazie alla fotografia sempre più che eccellente di Luca Bigazzi.
A un certo punto il mimetismo lavorativo del protagonista comincia a generare qualche sospetto: possibile che sia sempre così abile in tutto, anche in grado di guidare i tram? (forse è per quello che a Milano succedono molti incidenti che coinvolgono i mezzi pubblici!).
A quel punto della trama si inserisce la pseudo storia d’amore (pessimo, anche da un punto recitativo, il momento d’intimità sui divanetti) i cui risvolti fanno già intendere il messaggio del regista che si fa ben chiaro quando il nuovo compagno della ex moglie, ricco perché senza scrupoli, affida ad Antonio un’attività di copertura che culmina in un’inquadratura in cui il nostro protagonista rischia di restar sommerso da un cumulo di scatole vuote, metafora ormai trita dell’allegra finanza contemporanea che ci ha portato al baratro: assai meglio la vita peregrina ed avventurosa di Antonio Pane anche se è sfruttato da un caporale e la sua ingenuità lo mette in una situazione francamente di pessimo gusto (l’episodio del bambino poteva essere tranquillamente risparmiato).
L’irritazione però esplode nel rapporto con il figlio (il bel Gabriele Rendina che spero di rivedere presto sullo schermo) che si chiama Ivo come un noto personaggio interpretato da Albanese, distrazione metacinematografica che non ho gradito. All’inizio sembra che sia il figlio a prendersi cura del padre passandogli anche dei soldi all’insaputa della madre. Sassofonista di belle speranze, Ivo mostra viva via delle debolezze a cui il padre nel finale ottimista porrà consolazione e rimedio con banalità scontate e superficiali come “impara a volerti bene” e il pistolotto sul fatto che anche lui la mattina sente un peso sullo stomaco ma trova la forza di reagire: complimenti allo spirito di Antonio Pane ma la lezioncina è proprio stantia e veteromoralista.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato

The Hobbit: An Unexpected Journey 2012
con Martin Freeman, Richard Armitage, Ian McKellen,
regia di Peter Jackson

Sessant’anni prima delle avventure di Frodo, suo zio Bilbo Baggins era stato coinvolto controvoglia da Gandalf il Grigio nella spedizione di tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia nella riconquista del regno di Erebor, gloriosa città nanica distrutta dal terribile drago Smaug; durante l’impresa Bilbo entra in possesso dell’anello che sarà all’origine dell’avventura del nipote.

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Era più che prevedibile che dopo l’enorme successo della trilogia de Il Signore degli Anelli arrivasse sul grande schermo Lo Hobbit, prologo alla trilogia dell’Anello scritto da Tolkien nel 1937.
C’era grande attesa per il ritorno nella fantastica Terra di Mezzo, la cui realizzazione filmica ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo nel XXI secolo.
Che aspettative così alte venissero in parte tradite è altrettanto logico soprattutto se si pensa che da un unico romanzo si vuole trarre l’ennesima trilogia anche se il progetto iniziale era quella di un film in due parti e la prolissità del racconto si evince dalla lunghezza del primo capitolo: più di due ore e mezza per raccontare solo la prima parte dell’impresa fino al salvifico ritrovo di Picco delle Aquile. Sono stati fatti diversi innesti per collegare più strettamente le due trilogie soprattutto la cornice con il vecchio Bilbo Baggins che scrive le sue memorie di nascosto a Frodo.
Quello che manca realmente al film è l’omogeneità stilistica ondeggiando tra l’epicità che richiama la saga dell’anello e i momenti di comicità che vorrebbero stemperarne gli eccessi. Riconosciuti i molti difetti che non ne fanno un capolavoro va detto anche che la pellicola è più che dignitosa con la capacità di affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle avventure di Bilbo non facendo pesare la lunghezza dell’opera: siamo lontani dalla potenza visiva de Il signore degli Anelli ma la capacità affabulatoria di Jackson non viene meno.

Picnic

USA 1955 Columbia
con William Holden, Kim Novak, Betty Field, Susan Strasberg, Cliff Robertson, Rosalind Russell, Arthur O’Connell, Nick Adams, Verna Felton
regia di Joshua Logan



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Hal Carter, vagabondo di ex belle speranze, arriva in una cittadina del Midwest per chiedere un lavoro a un ricco compagno di università, Alan Benson, che sarebbe anche disposto ad assumere il vecchio amico ma il colpo di fulmine tra Hal e Madge, la bella del paese, di cui Alan è innamorato fa crollare tutta una serie di equilibri sentimentali mettendo a soqquadro la città nel giorno del Labour Day…



Picnic


Il film ha un impianto molto teatrale anche nella recitazione ma del resto è una trasposizione cinematografica di una  pièce  di Broadway diretta dallo stesso regista qualche anno prima e con Paul Newman nel ruolo di Alan Benson.
Resta molto interessante nello studio psicologico dei personaggi, soprattutto le figure femminili messe in agitazione dall’indubbio fascino del vagabondo, che diventa insolitamente, e non solo per l’epoca, un “uomo oggetto”, ottima la scelta di farlo interpretare a William Holden la cui prova resta molto apprezzata ma con un gioco metacinematografico mi piace pensare che se Joe Gillis non fosse annegato nella piscina di Viale del Tramonto sarebbe potuto finire con Hal Carter che all’amico racconta anche i suoi trascorsi hollywoodiani con un amante un po’ stagionata.



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Appena arrivato in città Hal si offre per qualche lavoretto in cambio di cibo nella casa dell’anziana Helen, vicina e amica delle Owens, la vedova Flo con le due figlie, la bella Madge che la madre indirizza a un matrimonio d’interesse con Benson e la piccola Millie, intelligente ma non carina come la sorella maggiore. Per sbarcare il lunario Flo Owens affitta una stanza a un’insegnate, l’attempata zitella Rosemary Sidney che accetta con finta noncuranza una relazione senza prospettive matrimoniali. Interpretata da una memorabile Rosalind Russell sopra le righe sarà proprio Rosemary che finge -ancora una volta- indifferenza verso il fascino innegabile di Hal a far precipitare la situazione con una tremenda sfuriata verso il giovanotto per poi costringere il pacato Howard alle nozze.



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La presenza di Hal porta scompiglio anche tra le sorelle Owens acuendo il contrasto tra Millie, invidiosa della bellezza della sorella mentre Madge è stanca di essere ammirata solo per la sua bellezza ma in Millie troverà un supporto quando deciderà di lasciare il paese per seguire Hal e dovrà convincere la madre che teme che la figlia riviva la sua infelicità matrimoniale: pochi soldi, alcol, tradimenti..


Picnic


Da menzionare la messa in scena quasi documentaristica della festa paesana: le competizioni e i giochi, il picnic, la festa serale con l’elezione della reginetta: dietro alle risate, alla quieta soddisfazione si cela l’irrequietezza femminile resa giocosamente dal montaggio: alle esibizioni e ai discorsi fanno da contraltare le facce annoiate o schifate degli infanti, sembra una facile captatio benevolentiae ma forse è il segno della ribellione della nuova generazione.

Modigliani Soutine e gli artisti maledetti – la collezione Netter

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C’è tempo fino a domenica 8 settembre per recuperare la bellissima mostra milanese Modigliani Soutine e gli artisti maledetti che ho trovato molto interessante per il taglio dato all’esposizione: 122 opere raccolte nei primi decenni del XX secolo dal collezionista e mecenate Jonas Netter. Appassionato e frequentatore della cosiddetta École de Paris, il collezionista ha messo insieme un’enorme raccolta di opere che è stata smembrata nel corso degli anni ma i quadri in mostra, appartenenti a un nucleo rimasto in mano a un ramo della famiglia, permette di farsi un’idea molto precisa di quei fermenti artistici che maturavano nella Parigi dei primi decenni del XX secolo: fauvismo, cubismo fino ad emuli dell’astrattismo di Mondrian come Jean Hélion.
I nomi più importanti della collezione Netter sono, oltre a quelli di richiamo della locandina, Utrillo e la madre Suzanne Valadon. Di Maurice Utrillo Netter acquistò soprattutto le opere del cosiddetto periodo bianco, paesaggi che nascondono dietro la tranquillità dei sobborghi parigini, l’animo devastato del pittore che traspare dalla matericità nervosa delle pennellate. Commuove soprattutto la firma dei quadri quella V. puntata dopo il cognome omaggio alla madre di cui Utrillo era innamorato, la bellissima Valadon , modella e amante di molti pittori impressionisti e diventata a sua volta pittrice con esiti molto felici. In mostra c’e’ una bella serie di suoi nudi femminili che la pittrice indaga con una naturalezza estrema scevra da ogni malizia dell’occho maschile che si può invece cogliere nel bellissimo nudo di André Derain.
Modigliani e Soutine rappresentano il nucleo principale della mostra e la grandezza dell’artista livornese si evince proprio dal ritratto di Soutine che troneggia nella sala che racconta la vita e le opere folli del bielorusso: nello sguardo gelido e nelle labbra carnose Modigliani sa racchiudere tutto la drammaticità di Soutine.


Soutine  Rue à Cagnes  1924

Parlando di Modigliani non si può non parlare della donna che ha diviso i momenti finali della sua vita, Jeanne Hébuterne, a sua volta pittrice, di cui in mostra sono presenti due opere nello stesso quadro, un interno sul retro di Adamo ed Eva.
Tra i pittori meno celebri collezionati da Netter a colpirmi è stato soprattutto Moise Kisling, per il suo felice uso del colore, steso senza l’uso del tratto nero (imprescindibile in quasi tutti gli artisti esposti) che spicca quindi per vivacità in mezzo alla cupezza delle opere esposte.
La mostra prosegue con pittori anche volutamente minori esposti per raccontare le scelte anche sbagliate (indotte anche dalle “fregature” che Zbo, il gallerista e protettore Léopold Zborowski rifilava a uno dei suoi migliori acquirenti) di un collezionista.
Al termine del percorso espositivo si può assistere alla proiezione di un documentario in cui Corrado Augias racconta la mostra.

Modigliani Soutine e gli artisti maledetti – la collezione Netter
Palazzo Reale Milano
21 febbraio 2013 – 8 settembre 2013

Lord Brummell

Lordbrummell Beau Brummell
Usa 1954 MGM
con Stewart Granger, Liz Taylor, Peter Ustinov,
regia di Curtis Bernhardt

L’ufficiale George Brummell critica la divisa disegnata dal Principe di Galles con il diretto interessato e viene allontanato dall’esercito. Passato alla politica Brummell continua a criticare il principe finché i due non si incontrano e diventano amici intimi. Il legame finisce per un’incomprensione e l’orgoglio non consente a nessuno dei due amici di chiedere scusa così i due si rincontreranno solo sul letto di morte di Brummell ormai ridotto a vivere in miseria in Francia.

Lussuosa biografia romanzata della vita di George Bryan Brummell considerato il primo dandy della storia che con il suo fare anticonformista traghettò l’Inghilterra governata dal pazzo re Giorgio III dall’affettato stile settecentesco delle parrucche incipriate e dei jabots svolazzanti al più austero stile ottocentesco della finanziera nera e i pantaloni lunghi “a tubo di stufa”.
Visto che l’influsso del personaggio si sentì soprattutto nella moda i costumi del film sono più fedeli del solito agli originali storici rinunciando ai vezzi fantasiosi nelle ricostruzioni storiche tipiche delle pellicole dell’epoca.
Ad interpretare Brummell c’è l’aitante Stewart Granger noto più per il portamento adatto ai film di cappa e spada che per le abilità recitative e infatti il goffo Peter Ustinov (il Principe di Galles) se lo mangia in un boccone.
Da segnalare la presenza, ornamentale più che altro, di Liz Taylor nel ruolo di Lady Patricia Belham, innamorata dell’avventuriero Brummell ma priva del coraggio di sposare un uomo così fuori dal comune a cui preferisce un lord in grado di garantirle una vita serena. La love story è però solo un contorno obbligatorio, la pellicola è incentrata sul l’amicizia tra Brummell e il Principe: il dandy spiantato simula il sentimento per interesse, visto che essere il favorito di Sua Altezza gli consente di vivere a credito, ben al di sopra delle effettive possibilità economiche? Il film regge finché resta un piccolo dubbio dell’ambiguità del protagonista, il finale strappalacrime con il ricongiungimento sul letto di morte dei due amici, che in fondo si erano sempre voluti bene, è oggettivamente troppo buonista ma perfettamente consono allo stile del biopic romanzato targato MGM anni ’50.

The bridge

Thebridge Ricomincia stasera, dopo un’inopinata pausa ferragostana, la serie più interessante dell’estate 2013, stagione asfittica come ogni tradizionale palinsesto estivo che si rispetti. Per questo motivo ho apprezzato la decisione di fermare la programmazione da parte di Sky: per non bruciare un prodotto che si sta rivelando molto interessante. Il contrario di quanto sta facendo Raidue con Vegas, altra serie degna di nota buttata allo sbaraglio questa primavera e ritirata dopo il flop del pilot e trasformata ora in riempitivo dei vuoti della programmazione estiva con orari molto ballerini (poi chiedetevi perché la gente scarica..)
Tornando a The Bridge va ricordato che la serie è la trasposizione americana di un prodotto scandinavo Bron: mentre il ponte nord europeo divide la Danimarca dalla Svezia quello americano è sul confine ben più scottante tra Stati Uniti e Messico scenario del giornaliero passaggio di clandestini e droga a cui si aggiunge l’opera di un serial killer dagli intenti moralistici: con i suoi delitti vuol dimostrare l’indifferenza verso la sorte dei messicani, soprattutto le ragazze vittime di abusi che finiscono molto spesso con l’omicidio.
Il killer debutta con un clamoroso duplice assassinio sul ponte unendo il tronco di una donna giudice texana alle gambe di una giovane prostituta messicana; il caso viene affidato a una “strana coppia” la detective americana, affetta da Sindrome di Asperger, Sonya Cross e il pacioso poliziotto messicano Marco Ruiz.
Il complesso carattere della detective sembra dovuto o accentuato da qualche trauma infantile o adolescenziale che spero emerga nel corso dei prossimi episodi dato che incuriosisce quanto la soluzione del caso.
A interpretare il personaggio di Sonya c’è Diane Kruger al suo debutto nel seriale televisivo, più che esaltarne l’innegabile bravura una domanda: a quando un biopic su Carole Lombard? La Kruger è praticamente identica!

Red

Red-jpg Usa 2010
con Bruce Willis, John Malkovich, Mary-Louise Parker, Morgan Freeman, Helen Mirren
regia di Robert Schwentke

Frank Moses è un agente della CIA ormai in pensione che intrattiene una relazione telefonica con un’impiegata del servizio pensioni. Un giorno un commando attenta alla sua vita e Frank capisce che anche il suo amore platonico è in pericolo, decide così di rapire la ragazza e cercare rifugio da alcuni vecchi colleghi. Anche i suoi amici devono essere eliminati e quando le quattro spie capiscono che la loro morte dovrebbe coprire le malefatte del vice presidente che vuole correre per la presidenza, smetteranno di fuggire per passare all’attacco.

Le vecchie glorie degli action movie degli anni ’80 e ’90 non demordono e tornano a rivivere le vecchie avventure in chiave ironica, vedi I mercenari, Die Hard un buon giorno per morire. L’effetto nostalgia non è un fenomeno nuovo ed è sfruttato da tempo in diversi campi d’intrattenimento ma il valore aggiunto di Red al di là di coniugare l’action movie con la commedia sentimentale è di cavalcare il sentimento di rivalsa che molti over cinquanta pensionati o costretti ad uscire dal mercato del lavoro provano nell’entusiastico ritorno alle vecchie attività dei quattro inossidabili agenti segreti , più scafati dei novellini che li hanno sostituiti.
Il film è tratto dal fumetto omonimo della D.C.Comics ma preferisce dare un taglio più scanzonato e romantico alle avventure di Frank Moses che su carta sono molto cupe e ciniche.
Moltissime le citazioni dai classici moderni di Tarantino (ad esempio Ellen Mirren che si presenta come Mrs. Brown sulle musiche di Jackie Brown) ma il vero plus del film è l’interpretazione divertita del protagonisti che arriva diritta allo spettatore: come non adorare lo squinternato Marvin Boggs di Malkovich? Esplosivo connubio tra tenerezza e follia che ricorda il dottor Walter Bishop di Fringe.

Ma papà ti manda sola?

What's_up,_doc- (1) Usa 1972,
What’s Up, Doc?
con Barbra Streisand, Ryan O’Neal
regia di Peter Bogdanovich

Il musicologo Howard Bannister accompagnato dall’accigliata fidanzata Eunice, va a San Francisco come finalista di una borsa di studio. Judy intraprendente fanciulla combina guai s’invaghisce dell’imbranato studioso e suo malgrado lo aiuta a districarsi nella competizione e soprattutto nell’intricata vicenda di quattro borse uguali..

Peter Bogdanovich è uno di quei registi che proviene dalla critica, grande appassionato di cinema classico e in questa sua opera intende omaggiare la commedia screwball degli anni ’30: il rimando dello scienziato svanito vittima di una corteggiatrice troppo intraprendente è ovviamente Susanna! del 1938 con Cary Grant paleontologo distratto oggetto delle insistenti attenzioni di una vulcanica Katharine Hepburn.
L’intento retrò di Ma papà ti manda sola? è chiaro fin dal primo fotogramma: i titoli di testa sono impaginati come un album, nello stile tipico delle commedie degli anni ’30 e ’40. Terminati i titoli, la didascalia once upon a time (c’era una volta) introduce il motivo della valigetta che complicherà la vicenda con i continui scambi tra i quattro modelli uguali che contengono gli effetti personali di Judy, le pietre ignee di Howard, i gioielli di una vecchia riccona e dei documenti segreti dello Stato americano.
La scelta di ambientare la vicenda a San Francisco non è casuale: le sue famigerate discese daranno modo di trasformare l’inseguimento finale in una perfetta ricostruzione delle comiche di Mack Sennett (ci sono anche i due classici manovali che trasportano una lastra di vetro destinata a finire in frantumi dopo aver schivato mille pericoli).
L’omaggio a una felice stagione cinematografica scomparsa non è priva però di frecciatine al presente: nell’happy end, sbattendo le palpebre, Barbra Streisand cita “L’amore è non dover mai dire mi dispiace” e Ryan O’Neil reduce dal successo di Love Story da cui la battuta è tratta, le risponde di non aver mai sentito frase più cretina. Da innamorata della commedia brillante, mal disposta verso i filmoni strappalacrime, non posso che dirmi d’accordo.