Lola Montès

LolamontesFrancia 1955
con Martine Carol, Peter Ustinov, Anton Walbrook, Ivan Desny, Oskar Werner
regia di Max Ophüls

Lola Montes, ballerina e cortigiana che ha avuto per amanti artisti e sovrani, conclude la sua esistenza esibendosi in un circo americano dove mette in scena i momenti più scabrosi della sua esistenza e si lascia baciare le mani per un dollaro.

L’ultimo film di Max Ophüls è anche l’unico a colori nella carriera del regista purtroppo fu un flop al botteghino e venne rivalutato solo in un secondo tempo.
Se la tematica della mercificazione del desiderio è sempre stata presente nella teoretica dell’autore, in quest’ultimo lavoro il regista ne esaspera la valenza anticipando quello che il futuro televisivo avrebbe riservato: il mito alla portata di tutti, anche il villico americano può baciare la mano che ha portato un monarca ad abdicare e senza rinunciare a nulla, pagando solo un dollaro.
D’altro canto la fiumana di gente in fila rappresenta anche la massificazione del desiderio: bisogna andare a toccare quella donna, ideale di bellezza, anche se ormai è minata dalla stanchezza e dalla malattia.



Lola Montes circo


Il cinema di Ophüls è sempre stato caratterizzato da un gusto barocco e raffinato, la ricchezza delle scenografie e gli azzardi dei movimenti di macchina, elementi presenti anche in Lola Montès, soprattutto nei flash back che rievocano il passato glorioso della donna. In Lola Montès però, mette in scena anche il making of: svela quello che c’è dietro la costruzione di un mito, caratteristica del circo è proprio quella di allestire il sogno davanti agli occhi dello spettatore con i cambi di scena in diretta ma anche l’incontro tra il sovrano e la ballerina nel passaggio riservato sopra le quinte del teatro allude ai retroscena che servono alla costruzione di un personaggio di grido.

La fuga di Logan

LafugadiLoganloc Logan’s Run
USA 1976 MGM
con Michael York, Jenny Agutter, Peter Ustinov, Richard Jordan, Farrah Fawcett
regia di Michael Anderson

In un futuro post atomico la popolazione sopravvissuta si riorganizza in una grande città chiusa in una cupola impenetrabile: i bambini nascono in provetta e alla nascita viene loro innestato nella mano un cristallo che inizia a lampeggiare quando raggiungono i 30 anni di età, limite di vita consentito nell’edonistico mondo ovattato. Per rendere meno drammatica la dipartita di chi ha raggiungo i limiti d’età, si fa credere alla possibilità di “rinnovarsi” e iniziare così un nuovo ciclo vitale, ma non tutti apprezzano questo stile di vita e aumentano sempre più i sovversivi che cercano di lasciare la città. Logan5 è un sorvegliante e un giorno gli viene affidato il compito di infiltrarsi tra i ribelli per smascherarli..

Fantascienza distopica in salsa pop: La Fuga di Logan non ha certamente un grande spessore filosofico, ad esempio non si approfondisce il cambiamento d’idee avvenuto nel protagonista: Logan decide di venire meno agli ordini del computer che governa la città nel momento in cui non gli viene garantito che al ritorno dalla missione gli saranno restituiti i quattro anni di vita sottratti (il suo cristallo deve lampeggiare per far credere che un sorvegliante si voglia unire ai ribelli per paura di affrontare il Carousel) oppure è in un altro punto del viaggio che smonta le sue certezze, o è l’amore per Jessica6 che esplode nel ritrovato contato con la natura a far maturare la sua decisione?


LafugadiLogan

Detto questo il film è sicuramente molto piacevole, gli effetti speciali non risultano obsoleti e del resto alla regia c’è il mago degli effetti speciali Michael Anderson.
Mi ha molto colpito la scenografia degli ambienti comuni della città, identici in forma e funzione ai nostri attuali centri commerciali e anche il rifiuto della vecchiaia, la possibilità di “cambiare faccia” con la chirurgia plastica anticipano in pieno il nostro presente.


Box

Molti sono i referenti cinematografici della pellicola e non solo in ambito sci-fi: se il ritrovamento di una Washington semidistrutta rimanda al finale de Il Pianeta delle Scimmie (1968), la macabra scoperta del destino dei fuggitivi finiti in mano al robot Box mi ha ricordato Il mago di Oz (forse per l’assonanza) quando si scopre che il famigerato mago non è altro che un ometto patetico, mentre il Vecchio che vive nel decqadente Capitol Hill con migliaia di gatti recitando la poesia di T.S. Eliot, The Naming of Cats, mi ha fatto pensare al Papa Jules de L’Atalante.


Logansrun

Il successo del film ha portato alla creazione dell’omonima serie televisiva del 1977-1978.
Si vocifera di un remake, e ovviamente si pensa giàdi gonfiarlo a trilogia.

Lord Brummell

Lordbrummell Beau Brummell
Usa 1954 MGM
con Stewart Granger, Liz Taylor, Peter Ustinov,
regia di Curtis Bernhardt

L’ufficiale George Brummell critica la divisa disegnata dal Principe di Galles con il diretto interessato e viene allontanato dall’esercito. Passato alla politica Brummell continua a criticare il principe finché i due non si incontrano e diventano amici intimi. Il legame finisce per un’incomprensione e l’orgoglio non consente a nessuno dei due amici di chiedere scusa così i due si rincontreranno solo sul letto di morte di Brummell ormai ridotto a vivere in miseria in Francia.

Lussuosa biografia romanzata della vita di George Bryan Brummell considerato il primo dandy della storia che con il suo fare anticonformista traghettò l’Inghilterra governata dal pazzo re Giorgio III dall’affettato stile settecentesco delle parrucche incipriate e dei jabots svolazzanti al più austero stile ottocentesco della finanziera nera e i pantaloni lunghi “a tubo di stufa”.
Visto che l’influsso del personaggio si sentì soprattutto nella moda i costumi del film sono più fedeli del solito agli originali storici rinunciando ai vezzi fantasiosi nelle ricostruzioni storiche tipiche delle pellicole dell’epoca.
Ad interpretare Brummell c’è l’aitante Stewart Granger noto più per il portamento adatto ai film di cappa e spada che per le abilità recitative e infatti il goffo Peter Ustinov (il Principe di Galles) se lo mangia in un boccone.
Da segnalare la presenza, ornamentale più che altro, di Liz Taylor nel ruolo di Lady Patricia Belham, innamorata dell’avventuriero Brummell ma priva del coraggio di sposare un uomo così fuori dal comune a cui preferisce un lord in grado di garantirle una vita serena. La love story è però solo un contorno obbligatorio, la pellicola è incentrata sul l’amicizia tra Brummell e il Principe: il dandy spiantato simula il sentimento per interesse, visto che essere il favorito di Sua Altezza gli consente di vivere a credito, ben al di sopra delle effettive possibilità economiche? Il film regge finché resta un piccolo dubbio dell’ambiguità del protagonista, il finale strappalacrime con il ricongiungimento sul letto di morte dei due amici, che in fondo si erano sempre voluti bene, è oggettivamente troppo buonista ma perfettamente consono allo stile del biopic romanzato targato MGM anni ’50.