Giotto, l’Italia

Giottolocandina Chiuderà domenica prossima 10 gennaio la mostra milanese dedicata al genio di Giotto. Piccola perché gran parte delle opere del grande maestro del trecento giunte fino a noi sono affreschi, la mostra segue un criterio cronologico per raccontare l’arte del pittore. Si inizia con una chicca l’opera giovanile la Madonna con il Bambino di Borgo San Lorenzo. Un frammento di tempera su legno di quella che doveva essere una Maestà, resta solo il volto severo della Madonna e le mani del Bambino: una accarezza il volto materno e l’altra gioca con la mano della Vergine.
Un’opera giovanile che racchiude già tutta la grandezza di Giotto che la mostra va a spiegare nelle opere esposte: la monumentalità e la naturalezza del gesto. Il gusto per il colore, l’espressività dei volti si rivelano già nel Polittico di Badia, opera che risale agli ultimi anni del Duecento.
Dalla Cappella degli Scrovegni di Padova arriva un Dio Padre in Trono, una grande tavola che aveva il compito di celare un passaggio come una porta. Ora nella cappella vi è una copia e il dipinto è conservato presso i Musei Civici di Padova.
Come sottolinea il titolo dell’esposizione, la mostra vuole sottolineare l’attività imprenditoriale di Giotto, attivo in tutta Italia dal regno di Napoli fino a Padova, passando per Bologna, Milano, spesso con cantieri aperti contemporaneamente come Roma e Assisi. Quindi la grandezza di Giotto non sta solo nella sua abilità tecnica e nella sua originalità ma anche nella capacità di influenzare tanti regionalismi del trecento italiano.

Polittico baroncelli

Tra le varie opere la mia preferita rimane il Polittico Baroncelli che qui troviamo riunito almeno idealmente: dal Museum of Art di San Diego arriva la cuspide con Dio Padre tagliata nel tardo quattrocento per ornare il polittico con una cornice rinascimentale francamente molto pesante.
Nonostante le manomissioni il polittico resta un trionfo di colori, le tavole laterali con le teste dei santi, tutte diverse avvolte dall’oro delle aureole sono meravigliose e indirizzano lo sguardo verso la serena composizione centrale dell’incoronazione della Vergine.

Giotto, l’Italia
2 settembre 2015 – 10 gennaio 2016
Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12, Milano

Segantini

Segantini Mostra importante perché una monografica sul pittore mancava a Milano dal 1979 ma soprattutto bella e interessante nel raccontare vita e opere di uno dei più importanti artisti del secondo ottocento italiano.
Segantini è conosciuto come uno dei massimi pittori divisionisti e per l’afflato naturalistico delle sue opere, l’esposizione fa conoscere aspetti meno noti della sua avventura artistica, ad esempio i primi quadri dedicati a Milano e realizzati appena diplomato all’Accademia di Brera: il Naviglio è spesso protagonista di questo piccolo nucleo di opere che già dimostra la passione per la neve (Il Naviglio sotto la neve, Nevicata sul Naviglio).
Interessante è l’indagine sul ritratto e sull’autoritratto dove l’artista abbandona via via i modelli convenzionali per plasmarli di un profondo significato simbolico come dimostra il Ritratto della signora Torelli del 1885/86 e il Ritratto di Carlo Rotta (1887) benefattore dell’ospedale milanese la cui rappresentazione diventa una riflessione sulla morte e la sofferenza per la scena dei barellieri inquadrata nella finestra alle spalle del soggetto.
Si scopre anche un’altra peculiarità di Segantini, quella di ridipingere sopra quadri già presentati al pubblico nuovi soggetti: è il caso di Petalo di Rosa, tenero ritratto della compagna Bice Bugatti dipinto su Tisi galoppante, opera drammatica di gusto scapigliato di cui resta testimonianza fotografica.
L’artista si cimenta anche con la natura morta, soggetto molto in voga nell’ultimo scorcio del XIX secolo che permette ai giovani pittori di mantenersi ed esercitarsi nel colore e nella composizione.
Abbandonata Milano prima per la Brianza e per l’Engadina poi, l’attenzione di Segantini si concentra sulla vita di campagna, raccontando la fatica de la vita nei campi (La raccolta delle zucche, Ritorno dal bosco che è stato trasformato nella bella locandina della mostra) e l’afflato panteistico del rapporto con la natura che sono forse gli aspetti più conosciuti del suo percorso artistico con i capolavori L’ora mesta (il mio Segantini preferito) e Ave Maria a trasbordo, di cui sono presenti in mostra quattro versioni in disegno più la seconda versione ad olio, vero e proprio inizio del divisionismo pittorico.

Loramesta

Altro tema fondamentale per il pittore è quello della maternità nella sua concezione panteistica della vita non c’è differenza tra maternità umana e quella animale e in molte sue opere madri e infanti dialogano con madri e cuccioli animali, siano essi ovini o bovini.
Tra le opere più significative dell’ultimo periodo dell’artista morto prematuramente nel 1899, c’è L’angelo della vita una maternità che ancora una volta unisce elementi religiosi (anche se Segantini non era credente) a una natura fortemente simbolica. Anche di quest’opera sono in mostra le quattro versioni che pur nelle loro differenze affermano l’adesione del pittore al liberty italiano (del resto la compagna Bice e’ sorella del celebre ebanista Bugatti) stile che ritroviamo anche nel ciclo de Le Cattive Madri (opere non esposte ma visibili in video per problemi conservativi). Il ciclo, ispirato al poema Nirvana di Luigi Illica, testimonia come le fonti letterarie siano importanti per molte opere di Segantini tanto che diversi disegni sono creati appositamente per corredi editoriali come Così parlò Zarathustra e i disegni biblici esplicitamente richiesti all’artista per la Bibbia di Amsterdam che doveva essere corredata da tre disegni di ogni celebre esponente della pittura europea.

Lecattivemadri

L’ultima sezione è dedicata al Trittico delle Alpi, opera incompiuta che è il testamento spirituale dell’autore. La genesi è complessa: il progetto iniziale prevedeva un grandioso Panorama dell’Engadina destinato all’esposizione di Parigi del 1900, venendo meno i finanziatori, Segantini rivede il progetto sempre destinato all’expo e lo ridimensiona in tre pannelli La vita, La natura e La morte. Solo La Vita venne conclusa mentre i due altri pannelli sono incompiuti (soprattutto la parte centrale La Natura). Il trittico non viene concesso in prestito fuori dalla Svizzera perciò in mostra è visibile in video ma sono presenti molti disegni che ne raccontano la genesi, anche relativi al progetto iniziale del Panorama.

Visto il notevole successo della mostra (il cartello code stazione permanentemente all’ingresso) consiglio di sfruttare gli orari serali del giovedì e del sabato.

Segantini
dal 18 settembre 2014 al 18 gennaio 2015
Palazzo Reale Milano

Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches

Retrodaffiche Chiuderà domenica 31 agosto la bella mostra milanese su Mimmo Rotella, padre del decollage italiano. L’esposizione a Palazzo Reale è interessante perché narra la genesi del progetto artistico di Rotella analizzando il percorso complesso che lo ha portato ad avvicinarsi alla tecnica che lo ha reso famoso. Peculiarità della mostra è quella di ripercorre a ritroso il percorso formativo di Rotella tornando dal 1964 (anno di partecipazione alla Biennale di Venezia) al 1953, l’anno della crisi del pittore che ritiene esaurita la valenza pittorica in arte dopo le vette di Picasso, Kandiski, Klee, Leger e Mondrian.
Rifiutata la pittura, inizia quindi la nuova stagione artistica di Rotella che si avvicina alla tecnica mista che lo accomuna a Burri o a Fontana, in particolare l’artista subisce il fascino del manifesto pubblicitario ed è su questo che lavora arricchendo le opere di bruciature o colle. Oltre che nel decollage , Rotella diventa maestro anche del retro d’affiche la parte posteriore del manifesto che staccato presenta una ricchezza materica espressiva che anticipa l’arte povera.

Marilyn La mostra analizza tutte le esperienze di Mimmo Rotella accostando opere di altri autori coevi dimostrando la curiosità e la sensibilità di un’artista completamente sintonizzato sulle suggestioni del poliedrico periodo storico in cui si trovo ad operare, ricco di fermenti sia in Europa che in America.
Un percorso espositivo davvero imperdibile che dimostra quanto altro ci sia dietro all’artista famoso “solo” per le sue Marilyn


Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches
13 Giugno 2014 – 31 Agosto 2014
Milano, Palazzo Reale

Modigliani Soutine e gli artisti maledetti – la collezione Netter

JeanneHébuterne AdamoEdEvaModiglianiSoutine

C’è tempo fino a domenica 8 settembre per recuperare la bellissima mostra milanese Modigliani Soutine e gli artisti maledetti che ho trovato molto interessante per il taglio dato all’esposizione: 122 opere raccolte nei primi decenni del XX secolo dal collezionista e mecenate Jonas Netter. Appassionato e frequentatore della cosiddetta École de Paris, il collezionista ha messo insieme un’enorme raccolta di opere che è stata smembrata nel corso degli anni ma i quadri in mostra, appartenenti a un nucleo rimasto in mano a un ramo della famiglia, permette di farsi un’idea molto precisa di quei fermenti artistici che maturavano nella Parigi dei primi decenni del XX secolo: fauvismo, cubismo fino ad emuli dell’astrattismo di Mondrian come Jean Hélion.
I nomi più importanti della collezione Netter sono, oltre a quelli di richiamo della locandina, Utrillo e la madre Suzanne Valadon. Di Maurice Utrillo Netter acquistò soprattutto le opere del cosiddetto periodo bianco, paesaggi che nascondono dietro la tranquillità dei sobborghi parigini, l’animo devastato del pittore che traspare dalla matericità nervosa delle pennellate. Commuove soprattutto la firma dei quadri quella V. puntata dopo il cognome omaggio alla madre di cui Utrillo era innamorato, la bellissima Valadon , modella e amante di molti pittori impressionisti e diventata a sua volta pittrice con esiti molto felici. In mostra c’e’ una bella serie di suoi nudi femminili che la pittrice indaga con una naturalezza estrema scevra da ogni malizia dell’occho maschile che si può invece cogliere nel bellissimo nudo di André Derain.
Modigliani e Soutine rappresentano il nucleo principale della mostra e la grandezza dell’artista livornese si evince proprio dal ritratto di Soutine che troneggia nella sala che racconta la vita e le opere folli del bielorusso: nello sguardo gelido e nelle labbra carnose Modigliani sa racchiudere tutto la drammaticità di Soutine.


Soutine  Rue à Cagnes  1924

Parlando di Modigliani non si può non parlare della donna che ha diviso i momenti finali della sua vita, Jeanne Hébuterne, a sua volta pittrice, di cui in mostra sono presenti due opere nello stesso quadro, un interno sul retro di Adamo ed Eva.
Tra i pittori meno celebri collezionati da Netter a colpirmi è stato soprattutto Moise Kisling, per il suo felice uso del colore, steso senza l’uso del tratto nero (imprescindibile in quasi tutti gli artisti esposti) che spicca quindi per vivacità in mezzo alla cupezza delle opere esposte.
La mostra prosegue con pittori anche volutamente minori esposti per raccontare le scelte anche sbagliate (indotte anche dalle “fregature” che Zbo, il gallerista e protettore Léopold Zborowski rifilava a uno dei suoi migliori acquirenti) di un collezionista.
Al termine del percorso espositivo si può assistere alla proiezione di un documentario in cui Corrado Augias racconta la mostra.

Modigliani Soutine e gli artisti maledetti – la collezione Netter
Palazzo Reale Milano
21 febbraio 2013 – 8 settembre 2013

Addio Anni 70. Arte a Milano 1969-1980

Funeralianarchicopinelli Sarà aperta fino al 2 settembre la mostra Addio anni ‘70 che racconta come Milano ha vissuto il decennio più lungo e drammatico della Repubblica Italiana. Potenzialmente è una mostra davvero interessante ma con sommo dispiacere debbo definirla un’occasione sprecata.
I materiali in visione sono davvero tanti (oltre 200), gettati un po’ allo sbando nei vasti saloni labirintici del Palazzo Reale di Milano senza nessuna didascalia che introduca il visitatore a quello che sta guardando; forse davvero, come dice l’unica nota posta all’inizio del percorso espositivo, è una mostra dedicata ai milanesi, a quelli che hanno vissuto quell’epoca e a cui un’immagine basta per far scaturire i ricordi. Un giovane o un visitatore che si rechi per apprendere qualcosa, troverà frustrata la sua sete di conoscenza non solo dalla mancanza di note ma anche dalla fatica di dover trovare i cartellini che riportano i titoli e gli autori delle opere posizionati sempre in angoli estremi e lontani, quasi come in un gioco a rimpiattino per cui lo spettatore, appena entra in una nuova sala più che dare uno sguardo d’insieme alle opere, cerca affannosamente i cartelli di cui sopra che anche quando sono posizionati accanto alle opere danno sempre un gran da fare per decrittarli. Ricordo un gruppo di fotografie poste su due linee orizzontali i cui cartelli erano invece posizionati su linee verticali: con molta buona volontà, in due, riconoscendo qualche personaggio (ad esempio Mimmo Rotella alle prese con un decollage) si riesce a ricostruire il senso con cui sono posti i cartelli.
Nessuna parola si spreca neppure per il pezzo forte della mostra, I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj, capolavoro dolente paragonato a Guernica, praticamente mai esposto in precedenza visto che la mostra del 1972 fu sospesa perchè la data di apertura coincise tragicamente con l’assassinio del Commissario Calabresi; eppure l’allestimento serale della sala delle Cariatidi è di grande impatto e la visione di quest’opera da sola vale, non il prezzo del biglietto dato che la mostra è gratuita, ma la fatica di raccapezzarsi tra tutti i materiali mal segnalati.
Notevoli sono anche le fotografie drammaticamente cupe che Mimmo Rotella (che non conoscevo come fotografo) scatta ai funerali di stato per le vittime di Piazza Fontana; anche il catalogo ha un’impaginazione interessante: per formato del volume e stile di scrittura ricorda i ciclostili e la produzione libraria politica del periodo. Davvero non si perdona la poca attenzione all’allestimento in un progetto altrimenti così ricco d’inventiva.

Addio Anni 70. Arte a Milano 1969-1980
Milano, Palazzo Reale
31 Maggio – 2 Settembre 2012

Marco Nereo Rotelli – Poetry. Parola d’artista

Nato a Venezia nel 1955, Marco Nero Rotelli e’ uno dei piu’ interessanti artisti italiani che sviluppa la sua ricerca artistica nell’ambito della parola (intesa come segno, glifo) e della poesia, collaborando con tantissimi poeti, compresa Fernanda Pivano, omaggiata con un’istallazione in Corso Buenos Aires dal titolo “Le parole dell’amore”.
Milano celebra l’artista con una mostra molto suggestiva che occupa gli spazi espositivi della Rotonda della Besana e Palazzo Reale. Sono rimasta molto colpita dall’allestimento di questa seconda sezione chiamata Di-segni d’Oriente e d’Occidente: luci molto basse che puntano direttamente sulle opere di Rotelli. Nelle teche i collage su fogli scritti dal poeta Adonis in arabo, lingua il cui aspetto ornativo e’ lampante, e le celebri porte d’oro di cui l’ambiente soffuso sottolinea l’aspetto mistico del fondo oro che riprende gli stilemi bizantini ed altomedievali mentre i simboli dei vari alfabeti creano una dimensione quasi esoterica. Avendo la sottoscritta una passione per le lingue straniere che parte dalla fascinazione per alfabeti diversi dl nostro, non posso che rimanere ammaliata da un percorso artistico che si sviluppa attraverso questo linguaggio di segni.
Gran conclusione mercoledi’ 29 settembre alle 21,00 con l’evento “Orbita teatrale. Parola in luce” proiezione di giochi di luce (altro aspetto artistico indagato da Rotelli) sulla facciata di Palazzo Reale.

Marconereorotelli

Marco Nereo Rotelli – Poetry. Parola d’artista
dal dal 19 luglio al 29 settembre 2010

Rotonda di via Besana
Palazzo Reale
Milano

Tamara de Lempicka

tamara de lempicka Ancora pochi giorni a disposizione per visitare la mostra che Milano ha dedicato a Tamara de Lempicka e che e’ stata prorogata fino al 18 febbraio 2007.
Forse non un’artista di prima grandezza, interprete assoluta di un breve periodo storico, il deco’, la Lempicka si segnala sicuramente per la forza della propria personalita’: polacca, moglie di un nobile russo, con la Rivoluzione d’Ottobre e’ costretta a rifugiarsi a Parigi e per mantenersi inizia a dipingere, creando l’immagine ideale della donna dei ruggenti anni’20 sia nei suoi quadri, che con la sua vita disinibita, fatta di avventure, droghe alcol ma soprattutto una grande capacita’ di pubblicizzarsi puntando sulla propria bellezza, quasi una Greta Garbo dal labbro superiore imperiosamente spinto verso il basso, segno della sua caparbieta’.
Se alla fine degli anni ‘40 la sua parabola artistica inizia a scemare, Tamara resta una protagonista assoluta del jet set fino alla sua morte, avvenuta in Messico nel 1980.
La mostra milanese si segnala per l’accuratezza con cui segue i vari aspetti della vita della pittrice: numerose le foto, le lettere, i filmati; una sala ripropone l’allestimento della prima mostra italiana di Tamara de Lempicka deciso dalla stessa pittrice. Non mancano le opere di autori coevi o dei maestri a cui la pittrice si e’ ispirata: insomma finalmente una mostra esaustiva che soddisfa lo spettatore, cosa che ultimamente capitava molto raramente nelle mostre milanesi di maggior richiamo.

TAMARA de LEMPICKA
Milano, Palazzo Reale
5 ottobre 2006 – 18 febbraio 2007