Madame Satan

USA 1930, MGM
con Kay Johnson, Reginald Denny, Lillian Roth, Roland Young, Elsa Peterson, Boyd Irwin, Wallace MacDonald, Tyler Brooke, Ynez Seabury, Theodore Kosloff, Julanne Johnston
regia di Cecil B. DeMille

Angela Brooks è sposata con Bob, marito fedifrago che fa passare l’amante Trixie per la fidanzata del suo migliore amico Jimmy Wade. Dopo un confronto con la rivale Angela giura di riprendersi il marito e l’occasione è la mirabolante festa su un dirigibile organizzata da Jimmy a cui la donna si presenta mascherata da sensualissima Madame Satan attirando subito le attenzioni di Bob. Il confronto tra i due viene interrotto da una tempesta che costringe tutti i partecipanti alla festa a lanciarsi col paracadute dal dirigibile alla deriva… 

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Madame Satan è una delle più deliranti visioni a cui si possa assistere in cui si attraversano senza soluzione di continuità diversi generi in cui il regista Cecil B. DeMille conferma talenti e lacune.

La prima ora del film sancisce che DeMille non è tagliato per la commedia (tantomeno musicale) del resto viene ricordato per i suoi film storici che poi divennero kolossal biblici.

È un inizio davvero pesante: Angela chiede conto del biglietto firmato Trixie trovato in tasca al marito che non trova di meglio che farla passare per la fidanzata del suo compagno di scorribande. Per giunta Bob giustifica le sue scappatelle dando la colpa alla moglie che dopo il matrimonio si sarebbe raffreddata. Alla fine si ritrovano tutti a casa di Trixie tra false identità e ingressi da porte secondarie ma non si ride mai. Lo spettatore è duramente messo alla prova e quando la voglia di abbandonare la visione è al culmine arriva il colpo di scena: la festa sul dirigibile.

Madam Satan
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Da noiosa commedia sentimentale cantata -male perché nel 1930 il sonoro era poco più di una novità- si passa a un delirante musical  dove cantano sempre male ma almeno ci si rifanno gli occhi con i folli costumi deco che culminano con l’apparizione di Madame Satan il cui vestito diventa il centro dell’attenzione e in alcune riprese ricorda Il peccato di Franz von Stuck. (Da notare la dicotomia tra il nome della protagonista Angela e il suo altera ego Madame Satan) .


Questa parte è anche la più divertente per le salaci battute pre code: col suo ostentato accento francese Madame Satan chiama il marito beau boop (tette).


Come al solito spunta lo spirito moralista di DeMille così se la festa è la celebrazione della modernità portata dall’elettricità per la legge del contrappasso sarà proprio un fulmine a disancorare il dirigibile e mandarlo alla deriva. Si salvano tutti e una buffa pioggia di ricconi plana in paracadute sulla città con grande sfoggio di intimo femminile per seguire alla lettera i dettami pre-code

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Sarebbe stato un finale buffo ma DeMille non perde l’occasione di trasformare la deriva del dirigibile in un segmento catastrofico: l’aerostato si spezza in due con scene che in alcuni momenti mi sono parse anticipare il Titanic di James Cameron ravvivando per l’ennesima volta l’interesse per la bizzarra pellicola.

Segue una coda in bianco e nero con la scontata riappacificazione della coppia.

L’opera fu costosissima perché la parte sul dirigibile fu girata a colori ma poi si decise di stamparla in bianco e nero, in ogni caso su YouTube si trova una versione con la parte sul dirigibile colonizzata. 

Il Simbolismo

Simbolismoloc

Chiuderà domenica 5 giugno la mostra milanese sul movimento artistico che si sviluppa nell’ultimo quarto del XIX secolo.
Il simbolismo ha i suoi prodromi nell’opera poetica e critica di Charles Baudelaire, il primo ad avvertire la crisi del pensiero positivista che ha permeato buona parte del’800 a partire dalla rivoluzione industriale. Sul finire del secolo le certezze positiviste vengono minate dalle scoperte darwinane che tolgono all’uomo il primato e l’imprimatur divino, il negativismo filosofico di Nietzsche e Schopenhauer e l’affermazione del ruolo fondamentale dell’inconscio che emerge dagli studi di Freud.
AutoritrattoAlbertoMartini

Questi scossoni scientifici si riversano sull’arte e se per lungo tempo il simbolismo è stata considerata un’esperienza artistica di ambito franco-belga, la mostra milanese dimostra che il movimento, nelle sue varie declinazioni ha avuto dimensioni ben più vaste e indaga con maggiore attenzione il simbolismo italiano, forse un poco più tardo ma con esiti notevoli e mettendo in luce anche artisti poco conosciuti come Alberto Martini a cui è dedicata un’intera sezione con il suo autoritratto e diversi disegni tratti dalla serie de La Parabola dei Celibi e da quella ispirata ai racconti di Edgar Allan Poe. Anche Attilio Mussino, Attilio Bonazza, Pompeo Mariani,Francesco Lojacono, Cesare Laurenti, Cesare Saccaggi e Domenico Baccarini dimostrano tutta la vitalità della stagione simbolista italiana.
La donna è sicuramente la figura centrale del movimento simbolista che la esalta nel suo duplice aspetto di tentatrice voluttuosa e demoniaca e più che alle due versioni de Il peccato di Franz von Stuck penso all’inquietante Donna serpente di Achille Calzi, opposta alla forza generatrice del femminile rappresentato da Segantini o Bistolfi.
Carezze (L’Arte) di Fernand Khnopff, che campeggia sulla locandina, ben racchiude il duplice femminino; il quadro è esposto in Italia per la prima volta.
La tentazione femminile è ovviamente rivolta alla voluttà dell’eros che i simbolisti coniugano sempre con thanatos come dimostra La Sirena di Giulio Aristide Sartorio: il vigoroso e sensuale gesto del pescatore verso la bianca e abbandonata figura femminile trova soluzione nell’angolo sinistro del quadro, dove giacciono le ossa di chi ha già ceduto alla mortale tentazione della sirena.
La mitologia affascina molto i simbolisti, in particolare il mito di Orfeo a cui è dedicata un’intera sezione.
GiorgioKienerkIlDolore

Sezioni sono dedicate ai più illustri esponenti del movimento: a Odilon Redon è riservata una sala con otto delle sue litografie più bizzarre, il belga Felicien Rops è presente nella sezione iniziale dedicata a Baudelaire di cui illustrò Les Épaves e ha un sala dedicata a dieci suoi disegni, mentre una sezione è dedicata ai dieci disegni della serie Il Guanto di Max Klinger, a cui anche Francesco De Gregori ha dedicato una canzone.
Bocklin e Moreau sono uniti nell’analisi nel loro ritorno al mito: L’isola dei morti in mostra è una copia di Otto Vermehren ma da Le sirene di Moreau si capisce quando Matisse abbia preso dalla lezione del suo maestro.
Anche i Nabis vantano una sala dedicata a loro con opere del fondatore Serusier e del più celebre esponente Maurice Denis, anche se il mio quadro preferito resta Il mare giallo di Georges Lacombe.
La mostra si conclude con gli artisti italiani che meglio hanno saputo coniugare la lezione simbolista con lo stile liberty: Giorgio Kiernek si ispira chiaramente a Mucha nel trittico de L’enigma umano, mentre Galileo Chini sembra trovare ispirazione per il suo gusto decorativo nella lezione di Klimt, a cui attinge, ma con esiti molto diversi, anche Vittorio Zecchin: quattro pannelli del suo ciclo de Le Mille e una notte concludono la mostra.

Il Simbolismo
dal 3 febbraio al 5 giugno 2016
Palazzo Reale – Milano