Turista per caso

The Accidental Tourist
USA 1988 Warner Bros
con William Hurt, Kathleen Turner, Geena Davis, Amy Wright, David Ogden Stiers, Ed Begley Jr., Bill Pullman, Robert Hy Gorman, Bradley Mott, Seth Granger
regia di Lawrence Kasdan

Un anno dopo la tragedia che ha sconvolto le loro vite, la morte del figlio adolescente durante una rapina in un fast food, Sarah Leary decide di separarsi dal marito, Macon. Lui è uno scrittore di guide turistiche spesso in viaggio e deve lasciare Edward, il cane, in una pensione per animali. Muriel, la tenutaria della pensione è una donna molto estroversa che fa subito capire a Macon di essere interessata a lui. Dopo molte titubanze Macon si mette con Muriel quando al matrimonio della sorella Sarah gli chiede di tornare insieme e Macon accetta ma durante un viaggio di lavoro a Parigi Muriel lo segue e anche Sarah lo raggiunge…

Turista per caso è certamente l’opera più nota del regista Lawrence Kasdan, candidata a quattro premi Oscar risolti con la vittoria di Geena Davis come miglior attrice.
Pur essendo coinvolto come sceneggiatore in diversi capitoli della saga di Star Wars, Kasdan nelle sue regie punta a toni intimistici, a commedie agrodolci che sovente girano intorno al tema della morte.

Turista per caso racconta la rinascita di un uomo introverso che pur facendo lo scrittore non ha la capacità di elaborare il lutto che gli ha sconvolto la vita.
Del resto il settore in cui lavora è piuttosto peculiare: Macon scrive guide turistiche per chi viaggia per lavoro, gente che forse preferirebbe stare a casa, quindi i suoi consigli sono volti a razionalizzare l’esperienza del viaggio in modo che l’inatteso impatti il meno possibile sulle abitudini del viaggiatore.
La metafora è lampante e usata per illustrare i vari capitoli della trama: Macon vive e scrive in modo da controllare ogni imprevisto e proprio il suo bisogno di controllo lo rende più inerme davanti agli sconvolgimenti della morte e dell’amore.

La rinascita di Macon irrompe nella sua vita con l’incontro con Muriel, figura bizzarra chiaramente costruita sulla falsariga di Susanna!: una donna sopra le righe, madre single di Alexander, ragazzino con problemi di salute e vittima di bullismo; la presenza di Muriel sconvolge alquanto quel che resta della famiglia di Macon, tre fratelli (una sorella che guida la casa con piglio deciso e maniacale e due fratelli ultra quarantenni incapaci di badare a sé stessi).
Macon si lascia trascinare nella relazione con Muriel forse anche per la tenerezza verso il figlio di lei ma appena l’ex moglie riappare, l’uomo torna alla vita di famiglia e ci vorrà ancora il bizzarro viaggio a Parigi in cui è conteso tra le due donne per fargli comprendere l’imprevedibilità della vita e dei sentimenti.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

USA 1921
con Rodolfo Valentino, Alice Terry, Pomeroy Cannon, Josef Swickard, Brinsley Shaw, Alan Hale, Bridgetta Clark, Mabel Van Buren, Nigel De Brulier
regia di Rex Ingram



I 4 cavalieri dell'apocalisse


Madariaga, il più ricco latifondista argentino, ha una predilezione per il nipote Julio Desnoyres mentre non sopporta i rigidi nipoti di origine prussiana; alla sua morte le due figlie si spartiscono l’eredità e tornano a vivere in Europa nei paesi dei rispettivi mariti: i von Hartrott si trasferiscono in Germania e i Desnoyers in Francia. Qui Julio e i suoi parenti conducono una vita sopra le righe, il padre Marcelo investe quasi tutti i beni in opere d’arte che conserva in un castello sulla Marna, il figlio studia arte e si mantiene frequentando il Tango Palace dov’è il re incontrastato del ballo. Julio s’innamora di Marguerite Laurier, la giovane moglie di un amico del padre che li sorprende. I Laurier divorziano mentre incalza la Prima Guerra Mondiale, Julio non ha l’obbligo di arruolarsi perché straniero mentre Margherite diventa crocerossina e scoperto che il marito è diventato cieco in battaglia, decide di tornare da lui. Julio allora parte volontario facendo la gioia del padre il cui castello è stato depredato e distrutto dai tedeschi. Julio morirà in missione trovandosi davanti il cugino tedesco, dilaniati dalla stessa cannonata.



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Il film che regala la notorietà a Rodolfo Valentino, grazie alla sensualità dei suoi balli e il magnetismo del divo è innegabile già solo per essere credibile nell’improbabile abbigliamento da gaucho con cui appare nella scena iniziale.
I quattro cavalieri dell’Apocalisse è tratto dall’omonimo romanzo di Vicente Blasco Ibáñez sceneggiato da June Mathis a cui va anche il merito di aver scelto Valentino per il ruolo principale.



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Il film parte come in dramma sentimentale poi, con lo scoppiare della guerra s’innesta una vena surreale con le profezie dell’esule russo Tchernoff: i quattro cavalieri dell’Apocalisse vengono rappresentati in maniera sempre più terribile, Conquista e Guerra sono due cavalieri medievaleggianti ma Carestia ha già un aspetto orripilante che introduce al definitivo teschio di Morte.
La Bestia che li scatena è un mostro metallico ispirato al Moloch di Cabiria.
Il film fu un’opera costosa ed imponente che ebbe un grande successo al botteghino grazie alla varietà di scenografie: l’Argentina, Parigi, il castello e il borgo sulla Marna, le scene in trincea.
Ci sono tocchi comici anche nei momenti più drammatici: i beni di una contadina che sta lasciando la casa cadono dalla finestra, sulla testa di un uomo in fuga.



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Interessante l’uso degli animali metaforico di alcune situazioni: il litigio tra Chichi, la sorella di Julio e il fidanzato viene seguito da una baruffa tra un gatto e un cane, animali infiocchettati e da salotto, a significare la piccolezza della baruffa tra i due esponenti del bel mondo. Julio ha invece una scimmietta ammaestrata che la madre gli spedisce anche al fronte mentre quando Margherite sta per lasciare nuovamente il marito e tornare da Julio c’è un criceto che gira nella ruota. La decisione di lasciare per sempre Laurier è bloccata dall’apparizione di Julio, appena morto in guerra: il sentimentalismo e la retorica dell’intervento americano, non tolgono potenza a un film magmatico che riesca ancora ad appassionare lo spettatore.

Il fantasma del palcoscenico

Phantom of the Paradise
USA 1974 20th Century Fox
con Paul Williams, William Finley, George Memmoli, Jessica Harper, Gerrit Graham
regia di Brian de Palma




Ilfantasmadelpalcoscenico


Swan, geniale produttore musicale vuole aprire un” tempio della musica”, il Paradiso e trova la musica adatta per l’inaugurazione nell’opera ispirata al Faust del pianista Winslow Leach; Con la scusa di volerlo produrre, manda il fedele scagnozzo Philbin a farsi consegnare gli spartiti. Dopo diversi tentativi di contatto, Winslow scopre che le sue canzoni saranno usate per inaugurare il Paradiso e cerca di far valere i suoi diritti ma Swan, stufo di ritrovarselo sempre tra i piedi, lo fa incarcerare a Sing Sing. Dopo esser stato torturato Winslow riesce a sfuggire e cercando di distruggere i dischi pronti per esser venduti finisce per rimanere sfigurato dai macchinari e creduto morto ma il musicista ormai ridotto a mostro s’intrufola nel Paradiso e cerca in tutti i modi di mandare a monte lo spettacolo. Swan allora scende a patti con lui e sceglie come protagonista dello spettacolo Phoenix, una giovane cantante della cui voce Winsolw si era innamorato durante le audizioni. Come da contratto Winslow finisce la partitura ma terminato il lavoro Swan lo fa murare vivo e stravolge di nuovo l’opera affidandola al suo nuovo pupillo, Beef. Il fantasma del Paradiso uccide il cantante in diretta e decreta il successo di Phoenix ma Swan, visto il deliro della folla per l’omicidio in diretta, decide di replicare il giorno dopo con la morte della giovane cantante che intanto seduce portando Winslow al suicidio ma Swan lo salva rivelandogli di aver firmato un patto col diavolo e il fantasma, trovati i diabolici patti, potrà finalmente salvare la ragazza che ama.




Phantomofparadise


Iniziale flop ai botteghini poi diventato un film di culto, Il Fantasma del Palcoscenico è un musical fantasmagorico e grandguignolesco, una coloratissima rilettura pop del Il Fantasma dell’Opera e del Faust, le scenografie sono firmate dall’attrice Sissi Spacek.
Un apologo sul mondo dello spettacolo sui meccanismi che stanno dietro al successo e si mangiano l’anima degli artisti: manager senza scrupoli che piegano alle loro voglie le aspiranti cantanti, che decidono il nome il look, le droghe di chi diventerà una star, anche Phoenix che prima fugge schifata dal provino orgia non riesce più a ribellarsi una volta provato il brivido della folla che la acclama.




Phantomofparadise


Contro questo potere incarnato dal diabolico Swan si batte Winslow Leach, musicista che non ha certo le physique du rôle per diventare una star ma che compone musiche bellissime, tanto puro quanto ingenuo non capisce le manovre di Swan che, non potendosi liberare di lui, decide di farselo amico. La lotta di Winsow con la macchina della fama si fa sempre più dura, prima lascia tutti i denti a Sing Sing, poi finisce letteralmente negli ingranaggi musicali deturpandosi il volto e perdendo la voce (che Swan gli restituirà attraverso le macchine per pulire il suono) e ovviamente finisce per perdere la vita, portando però con sé Swan che scopre aver a sua volta venduto l’anima al diavolo.




Phantom of the Paradise


Con toni deliranti, a tratti surreali ed ironici Brian De Palma mette alla berlina tutta l’industria creativa, dalla costruzione a tavolino delle rock star, al delirio pilotato dei concerti dove la folla perde i freni inibitori e si esalta nella rappresentazione dei bisogni primari, il sesso, la morte, senza chiedersi se quello a cui sta assistendo sia realtà o finzione, con i confini che ovviamente vengono continuamente spostati fino all’esultanza dell’omicidio in diretta.




Ilfantasmadelpalcoscenico


Su queste tematiche profondamente attuali il regista innesta il suo stile e la sua cultura cinematografica: il tema del doppio fatto di specchi, di immagini viste da registrazioni arrivando a moltiplicazioni barocche: Swan che aziona le telecamere che riprendono il fantasma che lo guarda amoreggiare con Phoenix.



Il fanstasma del palcoscenico


Il citazionismo comprende ovviamente l’amato Hitchcock, la scena della doccia di Psyco viene omaggiata ma chiusa con uno sberleffo: l’assassino non ha un coltello ma minaccia Beef con una ventosa stura cessi, più “serio” l’omaggio a Il Gabinetto del Dottor Caligari le cui scenografie sghembe sono riprese nei fondali della prima.

Il settimo sigillo

Det sjunde inseglet
Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Bengt Ekerot, Nils Poppe, Bibi Andersson, Inga Gill, Maud Hansson, Inga Landgré, Åke Fridell
regia di Ingmar Bergman


Ilsettimosigillo


Di ritorno dalla crociata in Terra Santa, il cavaliere Antonius Block trova sul suo cammino la Morte, per guadagnare altro tempo da vivere il cavaliere la sfida a scacchi proseguendo il suo viaggio verso il castello dove lo attende la moglie che non vede da dieci anni, attraversando una terra devastata dalla peste e prendendo sotto la propria protezione una famiglia di ingenui saltimbanchi.



SeventhSeal


Il più noto film del celebre regista svedese di cui oggi ricorre il centenario della nascita è in realtà un lavoro girato in fretta visto che il produttore che in un primo tempo aveva rifiutato di sovvenzionare il lavoro tratto dalla piece teatrale dello stesso Bergman, Pittura su legno, accettò di produrre il film solo dopo il successo a Cannes del precedente Sorrisi di una notte d’estate ma fissò un limite strettissimo per finire le riprese: 30 giorni.
Nonostante la penuria di mezzi e di tempi, Il Settimo Sigillo resta un film iconico, la partita a scacchi tra il cavaliere e la morte è nota anche a chi non ha mai visto il film.
La potenza visiva di Bergman espolde nella trasposizione medievale di una serie di personaggi dal simbolismo fortemente accentuato: la fede dubbiosa del cavaliere, la ragione quasi cinica del suo scudiero, la grazia pura di Jof e Mia, gli unici a salvarsi dalla falce della Morte, grazie anche al sacrificio del cavaliere spiccano in maniera indelebile nel confronto con gli altri personaggi del film che rappresentano aspetti violenti, tragici e crudeli della vita ma c’è anche il tocco scherzoso del fabbro Plog, tradito dalla moglie con il saltimbanco Skat.
La fotografia è un altro punto di forza della pellicola un bianco e nero che sa rendere la durezza di un mondo sconvolto dalla peste attraverso i contrasti di luce, le scenografie di rami contorti, di grate per arrivare da aprirsi alla dolcezza luminosa del pasto a base di fragole e latte appena munto offerto da Jof e Mia per finire con la rivisitazione della Danse Macabre vista in lontananza dal visionario Jof nella scena finale quasi conciliante: che si tema la morte o la si ignori essa ci cammina accanto tutta la vita fino all’incontro così temuto risolto in un ballo quasi allegro che stempera i timori che ci hanno attanagliato tutta la vita, sia che si creda che la Morte sia il nulla sia che si pensi che sia il passaggio a un nuovo stadio dell’esistenza.

Le stagioni di Louise

LestagionidiLouiseLouise en hiver
Francia 2016
regia di Jean-François Laguionie

Louise un’anziana signora che dall’infanzia trascorre le estati in Normandia, perde l’ultimo treno della stagione per tornare in città e si trova costretta a sopravvivere nella cittadina di villeggiatura dove non è rimasto più nessuno..

Uno spettro s’aggira per il mondo occidentale, anzi due, quelli della vecchiezza e della morte, ossessivamente negati e che invece sono il tema principale del delicato lavoro dell’animatore francese Jean-François Laguionie.
Non importa tanto se Louise davvero sopravvive un anno in un paesino incredibilmente deserto e senza che nessuno dei suoi cari la venga a cercare o se a restare nei luoghi che più ha amato è (come penso io) il fantasma della donna che solo alla fine della pellicola troverà la forza di allontanarsi con il suo nuovo fedele amico, il cane parlante Pepe, incontrato in questo anno di solitudine.
La vecchiezza (parole che -dice Louise nei suoi soliloqui- non si trova neppure nel dizionario) è sinonimo di solitudine, di ripensamenti svagati alla propria esistenza che riaffiorano improvvisi: se i suoi famigliari non si ricordano di lei, neppure Louise ricorda la sua vita i moglie o madre di cui non sapremo mai nulla, emergono i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, quelli formativi del carattere e se ora Louise è una signora posata da ragazza è stata una ragazza “crudele” che attirava i ragazzini con la promessa di un bacio nel luogo in cui pendeva il cadavere di paracadutista della seconda guerra mondiale per terrorizzarli a morte.
Tutto il film ruota serenamente attorno all’idea della morte: l’unico terreno adatto alla coltivazione delle verdure è quello del vecchio cimitero; Tom, il paracadutista in decomposizione, è uno dei pochi ad avere un dialogo con Louise, oltre al cane Pepe.
Il silenzio è un altro protagonista del film, a parte qualche raro scambio di battuta sentiamo solo la voce off dei pensieri di Louise, persa nella sua solitudine. In italiano il doppiaggio è stato affidato a Piera degli Esposti che l’ha interpretato in maniera molto teatrale, sottolineando il senso di sottile surrealtà della pellicola.
Le stagioni di Louise si contraddistingue per la colorazione tenue del disegno e la raffinatezza delle citazioni pittoriche, in primis il paesaggista francese Jean-Francis Auburtin.

Le Camere Oscure

Con tutto il rispetto per il circuito delle grandi mostre che frequento più che volentieri, devo dire che le esposizioni più interessanti viste negli ultimi anni sono quelle che esulano dal sistema grandi mostre, ospitate in provincia, spesso riguardano l’arte contemporanea e molto spesso sono pure ad ingresso gratuito. Questa descrizione si adatta perfettamente alla mostra cuneese che chiuderà domenica prossima, Le camere oscure che con molta intelligenza parte da un dettaglio locale per aprirsi a tutte le derive inerenti al tema.

Camereoscure

La sede è il complesso di San Francesco, una grandiosa chiesa gotica del XV secolo che ospita anche il Museo Civico.
La materia da cui parte il percorso espositivo è il neogotico inteso come stile architettonico nato sul finire del XVIII secolo e che nella Provincia Granda trova alcuni degli esempi migliori, Pollenzo, giusto per fare un nome.
Torremagdala Siccome il cuneese è territorio di civiltà occitana e i territori occitani francesi sono presenti altrettanti gioielli dello stile neogotico, tra cui la torre Magdala di Rennes Les Chateau (foto di Richard Reader), è facile comprendere come dagli aspetti puramente architettonici si passi ad analizzare anche gli altri significati del termine neogotico inteso come forma di “controcultura” contemporanea dividendola in otto sezioni che esplorano l’interesse fotografico per le “recenti rovine” dall’archeologia industriale a vecchie strutture pubbliche abbandonate come i manicomi. Il gusto per il pittoresco è raccolto nella sezione delle “foreste ansiose”; la figura femminile, vittima o carnefice che sia (la Langa è terra di Masche) è analizzata nella sezione delle “figure stregate” mentre è chiaro il soggetto delle “riprese spiritose”: i fantasmi. Di grande interesse i “gotici comici” dove prevale l’humour nero, mi ha colpito la foto di una partita a carte tra la morte e le infermiere sul letto di un malato terminale, dove è lampante il riferimento a Il settimo Sigillo, interessante il lavoro di Foto Marvellini che su vecchie foto aggiunge la maschera di Batman, il più oscuro dei supereroi, ottenendo un effetto straniante.

BareLe prime sette sezioni sono affidate quasi esclusivamente al medium fotografico declinato però in tutte le sue forme, dalle foto classiche e blasonate come quelle di Ugo Mulas, a quelle photoshoppate per creare un’immaginario di angeli caduti dalle nere ali di corvo, dalle doppie esposizioni, agli scatti in infrarossi o quelli su pellicole scadute.
L’ultima sezione delle “cappelle ardenti” coinvolge le cappelli laterali del complesso di San Francesco per ospitare delle istallazioni che vanno dal cenotafio di Darth Fenner alla camera mortuaria di Marilyn Monroe di Paolo Schmidlin, alle bare contemporanee a forma di scarpa da ballerina o di grande sacca da viaggio degli inglesi Crazy Coffins mentre sotto il grande crocefisso che domina l’abside è allestita una tavola imbandita tutta in nero per tredici convitati con chiaro riferimento all’Ultima Cena.
A dominare è quindi uno sguardo disincanto ed ironico, il modo migliore per riavvicinarsi al tema più rifiutato dalla società contemporanea: quello della Morte.

La grande bellezza

Jep Gambardella avrebbe potuto essere uno scrittore di successo, almeno stando alla promessa del suo unico romanzo, L’apparato umano, scritto in gioventù. L’uomo ha però preferito farsi ammaliare dalla mondanità diventando una delle anime della notte romana.

Lagrandebellezza

La dolce Vita cinquantatrè anni dopo: se nel film di Fellini “c’era già tutto” cioè la decadenza dei decenni a venire, ne La grande Bellezza “non c’è più nulla” e Sorrentino narra con il suo inconfondibile stile grottesco l’inutile agitarsi di una società morta, metafora dell’attualità italiana come ci ricorda l’appartamento vista Colosseo che richiama ovviamente la vicenda Scajola e la Concordia rovesciata al largo del Giglio.
Solo la morte riesce a scuotere l’imperturbabile superficialità di Jep Gambardella, sessantacinquenne disilluso che ha sacrificato tutto, talento e amore, alla vita mondana. Nella sua vacua leggerezza Gambardella ha anche flirtato con la morte: visitando vecchi palazzi nobiliari nelle ore più improbabili, facendo dei funerali una recita ad effetto per aumentare il proprio ascendente ma il flâneur vacilla quando la morte lo tocca da vicino con la scomparsa improvvisa di Ramona attraverso i cui occhi ingenui riusciva a (ri)trovare lo stupore perduto da tempo e soprattutto con la morte del primo amore giovanile. Sul primo piano dell’unico amore di Gambardella si chiude la pellicola come La dolce vita terminava con la ragazza che sorrideva a Mastroianni: il sorriso pulito oggi può appartenere solo a una gioventù e a un’innocenza scomparsa.
Se la morte è il tema dominante del film ciò non toglie che La grande bellezza sia ricco di battute fulminanti di perfida ironia. Un gioco di contrasti che riprende quello visivo del kitsch delle feste esclusive alternato alla languida bellezza di Roma, contrasto che Luca Bigazzi sa fotografare molto bene con le luci taglienti degli eventi alternate alla luce morbida e alle atmosfere cavaraggesche e barocche dei monumenti.

Monsieur Lazhar

MonsieurLazhar Canada, Montreal: una mattina una classe trova la propria insegnante impiccata in aula: reperire un/a supplente che voglia gestire la complessa situazione della scolaresca non è facile per la direzione scolastica, finché un giorno, Monsieur Lazhar, profugo algerino, si propone direttamente alla preside della scuola e ottiene la cattedra..

Monsieur Lazhar ha fatto incetta di premi in patria ed è stato giustamente inserito nella cinquina in lizza per il miglior film straniero agli Oscar 2012.
Quello che sorprende dell’opera di Philippe Falardeau è la levità e la delicatezza con cui viene affrontato un tema così spinoso come la morte: anche nella bella scena finale, il film si conclude un momento prima di arrivare alla commozione. Sorprende perchè la morte è un argomento praticamente rimosso dalla società contemporanea e nella pellicola viene trattato su due livelli, la tragedia scolastica e il dramma personale del supplente che sta chiedendo l’asilo politico in Canada in quanto sua moglie ei suoi figli sono stati uccisi per l’impegno politico della consorte. Bachir Lazhar all’inizio manifesta una rabbia latente nel confronti della suicida ed è comprensibile che chi si è visto portare via la famiglia non accetti che qualcuno getti via la sua vita senza un valido motivo ma nel corso dell’anno anche la posizione di Lazhar verso la maestra si smusserà come i nodi che il dramma ha creato all’interno della classe, dove qualcuno tra gli allievi si crede responsabile.
Il tema della morte, di come viene affrontata, o per meglio dire rimossa, racconta moltissimo di una società quasi anafettiva: gli alunni vivono quasi tutti condizioni di solitudine in famiglia, l’elaborazione del lutto viene affidata alla sola psicologia perché il contatto umano tra allievo e maestro è praticamente proibito. Non manca la stigmatizzazione del razzismo strisciante, anche se involontario: se l’Africa non viene più considerata inferiore per razza, viene dato per scontato che sia arretrata culturalmente o tecnologicamente da qui le battute sui metodi d’insegnamento del professore algerino e soprattutto la scena del cartellone appeso in corridoio: le capitali occidentali sono mostrate nell’imponenza dei loro grattacieli mentre il Senegal è rappresentato dalla vecchia fotografia (quasi un dagherrotipo) di una capanna.
Un film toccante ed acuto, consigliatissimo.

Addio ad “Arnold”

Non ho mai amato molto i serial televisivi che nei primi anni ‘80 riempirono i palinsesti delle tv private nazionali, preferivo decisamente i cartoni e quindi non ho mai visto una puntata di A- Team o Magnum P.I.. Una delle poche eccezioni era la situation comedy Il mio amico Arnold, forse perche’ ci trovavo dei punti di contatto con Tre nipoti e un maggiordomo che mi piaceva molto; in entrambi i casi un ricco signore si trova ad adottare dei fratellini rimasti orfani, in Tre nipoti e un maggiordomo e’ uno zio scapolo che adotta i nipoti riuscendo a preservare la propria liberta’ grazie all’aiuto fondamentale del signor French, il maggiordomo; ne Il mio amico Arnold un ricco uomo d’affari con una figlia, si prende cura dei figli della sua governate di colore quando questa muore e dai ghetti di Harlem li porta a vivere in un attico della Quinta Strada con vista su Central Park.



Ilmioamicoarnold

Il mio amico Arnold (titolo originale Diff’rent Strokes) e’ stato un programma di sicuro successo internazionale ma sembra destinato ad entrare nel mito per un cupo destino che ha colpito i giovani protagonisti della serie.
Dana Plato, la bella Kimberly figlia naturale di Philip Drummond si e’ suicidata nel 1989 dopo aver finito la sua carriera in squallidi filmetti pornografici.
Todd Bridges che interpretava Willis Jackson ha avuto problemi con la droga e ha scontato alcuni anni di carcere.
Charlene Duprey, la dolce fidanzatina di Willis era interpretata da una giovanissima Janet Jackson, nome altisonante del pop che si porta dietro la tragedia di Michael.
E’ di ieri la notizia della scomparsa di Gary Coleman, il vispissimo Arnold protagonista della serie. L’attore se ne e’ andato a soli 42 anni per i postumi di un’emorragia celebrale, ma la sua vita e’ sempre stata caratterizzata dalla malattia, una forma di nefrite che ne ha impedito la crescita normale. A questi problemi di salute si sono aggiunte le questioni legali con i genitori adottivi che l’attore accusava di averlo defraudato del patrimonio ottenuto con il successo televisivo. Il rancore si e’ trasformato in aggressivita’ che ha portato Gary Coleman ad avere diversi problemi con la giustizia.

Addio a Mike Bongiorno

Mikebongiorno

Apprendo della scomparsa di Mike mentre un’emicrania micidiale mi tortura e scopro che il numero della mia oculista che ho in memoria e che uso da anni risulta inesistente, insomma non una gran giornata per i coccodrilli, magari ne riparleremo dopo aver letto la sua autobiografia La versione di Mike comprata in offerta speciale in un supermercato e che giace da mesi accanto alla ciotola del gatto. 
Di certo una dipartita che coglie di sorpresa: avrei giurato che Bongiorno festeggiasse il suo centenario in tv leggendo un quiz, insomma, se c’era qualcuno in Italia che poteva sperare di campare fino a 120 anni era lui…