Il filo nascosto

Phantom Thread
USA 2017
con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Camilla Rutherford, Gina McKee, George Glasgow, Brian Gleeson, Harriet Sansom Harris, Lujza Richter, Julia Davis
regia di Paul Thomas Anderson

Londra anni ’50: Reynolds Woodcock, stilista affermato e dispotico, gestisce la sua casa di moda con l’aiuto della sorella Cyril. Refrattario al matrimonio, Woodcock passa da una donna all’altra accogliendole nella sua casa studio quando sono le sue muse e lasciando a Cyril il compito di invitarle ad andarsene quando si è stancato di loro ma un giorno incontra Alma, cameriera di pessime maniere ma dal carattere determinato in grado di spezzare la routine sentimentale dello stilista.

Gelido e perfezionista come il suo protagonista, Il filo nascosto è un’opera a tratti respingente non tanto per la perversione amorosa che scatta tra i tue protagonisti quanto per la scelta di ambientare la vicenda nel mondo della moda.

Sarà che recupero il film in pieno delirio per il sequel del Diavolo veste Prada, ma ho trovato un po’ straniante vedere un film ambientato nel mondo della moda che trasforma l’argomento in un trattato quasi ascetico (osservate le luci) con un taglio chirurgico nei camici bianchi da dottori di Woodcock e le sue sarte, nei dettagli dei punti e del taglio delle stoffe, insomma che ne elimina tutto il côté glam che da sempre lo caratterizza.

Come se non bastasse il film non è ambientato a Parigi o a New York ma a Londra in un periodo un po’ oscuro per la moda inglese, gli austeri anni Cinquanta postbellici dove brilla solo il vestiario per il jet set americano o la nobiltà.

Il filo nascosto ovviamente non è un film sulla moda ma una spietata analisi di giochi di potere come The Master o Il petroliere però resto perplessa dall’ambientazione scelta pur capendo che al regista importi mettere il protagonista a capo di un universo femminile, genere con cui ha un rapporto molto complicato a partire da un complesso di Edipo grande come una casa.
Narcisista e ossessivo Woodcock governa il suo mondo con l’aiuto della sorella che ha sacrificato tutta la sua vita per diventare la vestale della Maison Woodcock.

Alma Elson è una cameriera goffa e poco elegante: mangia in modo rumoroso urtando i nervi del raffinato stilista. Reynolds crede di avere facile gioco con la ragazza affascinata dal suo Pigmalione ma anche Alma è una figura nevrotica portata a gesti criminali dalla determinazione di diventare indispensabile per il marito.

Se molti film si sarebbero fermati al matrimonio tra lo stilista e Alma, PTA approfondisce l’indagine sentimentale o meglio patologica spingendola agli estremi: il matrimonio ben presto scricchiola e Alma ripete le sue manovre persuasive ma questa volta Reynolds è cosciente del suo gioco e lieto di farne parte, la scena in cucina tra sguardi d’intesa è magnetica e finalmente la luce si fa calda e intima, perdendo la dimensione ieratica che ha caratterizzato gran parte del film con una fotografia fredda.

È un degno contrappasso delle tante colazioni a tre che hanno caratterizzato il film.
Colazioni che richiamano i pasti di Quarto Potere di Orson Welles anche se Il filo Nascosto, per stessa ammissione del regista ha rimandi hitchcockiani sicuramente a Rebecca la prima moglie e Io ti salverò; da notare come il cognome del protagonista giochi con quello del regista mentre la donna che gli ruba il cuore si chiami Alma, come la moglie di Hitchcock

Ugly Betty

Uglybetty

Anche se la stagione televisiva che volge al termine non e’ stata entusiasmante dal punto di vista seriale, non sono riuscita ad accontentarmi dello strombazzato Ugly Betty, telefilm che ho trovato piu’ che brutto.
Non ho amato per nulla Il diavolo veste Prada e la versione statunitense dell’originaria soap sudamericana Yo soy Betty, la fea si ispira molto al film in questione: neolaureata con l’ambizione di sfondare nell’editoria finisce a lavorare come assistente del direttore di una rivista di moda, settore di cui non conosce assolutamente nulla, nel telefilm la protagonista ha l’aggravante di essere bruttina e di esserlo nel modo piu’ banale: sovrappeso ma neppure troppo, trascurata e con l’apparecchio ai denti, insomma tutte caratteristiche che possono sparire con il tempo e trasformare il brutto anatroccolo in un meraviglioso cigno (scommettiamo?).
La cosa che reputo pero’ piu’ irritante e’ il tono moralistico degli episodi: che anche la forma piu’ leggera di intrattenimento intenda sempre esaltare valori positivi e’ anche giusto, ma mai, neppure in Happy Days abbiamo assistito a un plot formato da un evento che scateni la crisi, la scoperta o ammissione della colpa e redenzione finale come e’ avvenuto nei primi due episodi di Ugly Betty in quello introduttivo (non c’era neppure il pilot!) Betty scopre di essere stata assunta alla rivista solo per la sua bruttezza, per non far cadere in tentazione il capo donnaiolo e la nostra eroina reagisce con un pistolotto in cui prende atto della sua bruttezza e ringrazia ancora per l’occasione avuta e decide di stringere i denti e sopportare le umiliazioni a cui viene sottoposta e ovviamente viene premiata per la sua costanza, nel secondo episodio le viene affidato il book del numero che sta per andare in stampa e lei lo perde e dopo qualche tentativo di coprire la magagna c’e’ un pistolotto sul fatto di dire sempre la verita che tanto prima o poi viene a galla e poi tutto finisce bene, ecco quello che non sopporto sono i pistolotti, la morale non desunta ma verbalmente espressa da ogni singolo episodio.

Il diavolo veste Prada

Attenzione, pesanti tracce di spoiler nell’ultimo paragrafo!

Andrea, detta Andy, aspirante giornalista d’assalto, viene convocata per uno stage di un anno nella prestigiosa rivista di moda Runaway, dominata con pugno di ferro dalla direttrice Miranda Priestly e contro ogni previsione ottiene il lavoro..

Ildiavolovesteprada

Dall’omonimo best-seller scritto da Lauren Weisberger per vendicarsi delle angherie che la direttrice di Vogue, Anna Wintour, avrebbe inflitto all’autrice, e’ stato tratto questo inutilissimo film che vorrebbe essere una commedia brillante ma che snatura completamente i principi di satira e sberleffo della societa’ tipici del genere e trasforma la pellicola in un noioso elogio del perbenismo imperante.
Andy all’inizio e’ una ragazza che non si interessa di moda e arriva al lavoro con improbabili maglioncini usciti dai fondi di un grande magazzino e si fa beffe delle sue colleghe fashion-victim perennemente a dieta per entrare in una taglia 38, mentre lei sfora allegramente in una 42, poi pero’ si lascia irretire dal dorato mondo della moda e da goffa ragazza si trasforma in una elegante fanciulla ripescando tutto il repertorio reso celebre da Audrey Hepburn (da Sabrina a Cenerentola a Parigi senza dimenticare Vacanze Romane) ed infatti l’attrice scelta per il ruolo, Anne Hathaway, gia’ protagonista di pellicole per teen ager dove si compiva la taumaturgica trasformazione della bruttina in magnifico cigno, richiama vagamente il tipo di Audrey Hepburn: figura smilza, capelli scuri con immancabile frangetta ed occhioni da cerbiatta.
A farle da contraltare c’e la perfida direttrice, interpretata da una Maryl Streep che costruisce una simpatica virago in maniera impeccabile ma senza troppa originalita’: forse sara’ il medesimo colore di capelli della Crudelia Demon di Gleen Close a renderla prevedibile, ma la sua interpretazione non mi e’ parsa poi cosi’ grandiosa, non manca neppure la scena madre senza trucco e occhi rossi di pianto in cui si scopre che (udite udite!) dietro la perfetta donna di successo si nasconde una donna dalla disastrosa vita sentimentale.
Insomma tra una sfilata di moda e un vernissage di tendenza il film procede senza che accada nulla di rilevante finche’ a un certo punto la nostra goffa protagonista si accorge di esser diventata una strafiga, ma perfida come la sua datrice di lavoro: se il film fosse finito con il confronto tra le due donne all’interno della lussuosa Mercedes che le scarrozza per Parigi, si sarebbe potuto ancora salvare dimostrando come il diavolo attiri le sue vittime lusingandole con il miraggio di una vita meravigliosa, ma si sa, al diavolo non riescono mai i coperchi cosi’ la fanciulla capisce che persona terribile e’ diventata e torna dal fidanzato cha aveva tradito previa opportuna rottura (e meno male che il regista arrivava dal trasgressivo mondo di Sex and the city!) e fa un altro sacco di cose buone per ripagare le persone a cui aveva fatto le scarpe: con questo insopportabile finale stucchevole e perbenista si uccide in maniera definitiva un film che riesce mai a decollare.