La sanguinaria

LasanguinariaGun Crazy titolo alternativo Deadly Is the Female
USA 1950 United Artists
con Peggy Cummings, John Dall, Berry Kroeger, Anabel Shaw, Harry Lewis, Nedrick Young, Russ Tamblyn
regia di Joseph H. Lewis

Bart Tare fin dall’infanzia ha una profonda attrazione per le armi anche se è profondamente inorridito dall’idea di uccidere. Da ragazzino, con i suoi risparmi, si compra una pistola che gli viene sequestrata dagli insegnanti e allora ruba un arma in un negozio ma viene colto sul fatto e spedito al riformatorio. Bart torna a casa dopo il militare e gli amici lo portano alla fiera del paese dove il ragazzo rimane folgorato da Annie Laurie Starr che si esibisce come pistolera. Dimostrata la propria abilità con le armi, Bart viene assunto nello show e inizia ad amoreggiare con la ragazza suscitando la gelosia di Packett, il capo, che li caccia dallo spettacolo. I due si sposano ma quando i risparmi finiscono Laurie suggerisce di usare la loro abilità con le armi per fare delle rapine. Bart, completamente innamorato cede anche se a malincuore, inizia una vita spericolata ma Bart è sempre più infelice e Laurie accetta di cambiare vita dopo un ultimo colpo che li renderà ricchi: tutto andrà male e i due finiranno braccati dalla polizia.




Lasanguinaria


Un classico noir B movie, girato con pochi mezzi portando a soluzioni ingegnose poi passate alla storia del cinema come il famoso piano sequenza della rapina tutto girato dall’interno della macchina, facendo del protagonista John Dall un re del pianosequenza visto che il film precedente che lo vedeva come protagonista è Nodo alla gola, di Hitchcock costruito come un unico piano sequenza (in realtà una decina per supplire alla fine della pellicola). Se nella pellicola di Hitchcock era un personaggio viscido e antipatico, ne La sanguinaria, dimostra fascino e carisma, peccato che la sua carriera non abbia avuto il giusto corso ma sia andata scemando dopo questi due film.




Lasanguinaria


La sceneggiatura è firmata da  Dalton Trumbo che già vittima della caccia alle streghe maccartista si deve firmare con lo pseudonimo di  Millard Kaufman.




Guncrazy


Si tratta del classico noir con una femme fatale che porta alla morte l’innamorato: è interessante che il titolo originale Gun crazy alluda all’ossessione dei entrambi per le armi mentre il titolo italiano La sanguinaria e il titolo alternativo Deadly Is the Female, si riferiscano esplicitamente alla crudeltà della protagonista, perché se Bart, attratto dalle armi fin dall’infanzia, non riesce più ad uccidere neppure un animale dopo aver visto la morte del pulcino a cui ha sparato la prima volta che ha imbracciato un arma, Laurie ha molti meno scrupoli verso le vittime: quando si spaventa spara per uccidere ma non si tratta della reazione di una donnetta isterica, vista la freddezza con cui sarebbe disposta a prendere in ostaggio il nipotino più piccolo di Bart per avere maggiori probabilità di fuga.




Gun crazy


Il personaggio è talmente ambiguo da lasciar credere che quando propone a Bart di dividersi per qualche mese dopo l’ultima grande rapina per far perdere le tracce, in realtà voglia fregarlo ma quando i due, fatti pochi metri nelle opposte direzioni, frenano e girano le auto per ritrovarsi, il film prende definitivamente l’alone romantico e ineluttabile che lo arricchisce. E’ Bart che arriverà a uccidere l’amata pur di non farle commettere altri inutili omicidi ai danni dei suoi amici d’infanzia: gesto pietoso per fuggire definitivamente alla cattura o riscatto finale da una passione morbosa che ha allontanato l’uomo dai suoi principi? La risposta si perde nella densa nebbia del finale.

Simbolismo Mistico

Rose+Croix

La Collezione Peggy Guggenheim indaga nella mostra Simbolismo Mistico i sei saloni dei rosacrociani che si sono tenuti a Parigi tra il 1892 e il 1897 per volontà dello scrittore e critico d’arte Joséphin Péladan, personaggio sicuramente singolare e non solamente per le sue idee mistiche che venano le istanze simboliste di cattolicesimo e occultismo in una ricerca del bello ideale che fugga la realtà.
Per perseguire questo scopo, Pédalan stila delle regole ferree riguardanti i soggetti delle opere esposte: bandite le scene naturaliste dalle nature morte ai paesaggi, a meno di non essere “paesaggi ideali”. Vietata la pittura storica in favore di soggetti riguardanti leggende, allegorie o sogni.
Sarebbero vietati anche i ritratti ma vige l’eccezione per personaggi ispiratori del movimento rosacrociano, Baudelaire e Wagner e per Pédalan stesso che si vede come un demiurgo e la prima sala della mostra ci mostra proprio i ritratti favoriti del critico, quello di Alexandre Séon che lo rappresenta come il “Sar Medorack”, la guida secondo un termine che dovrebbe ispirarsi al nome di un sovrano babilonese,
Seon-Le-Sâr-Joséphin-Péladanil ritratto di Jean Delville che esalta gli aspetti cattolici del movimento rappresentando Péladan come un Cristo Pantocrate mentre il ritratto di Marcellin Debutin ce lo mostra come un dandy ma il nero imperante richiama la grande ritrattistica nobiliare sottolineando ancora il ruolo aristocratico che il critico si ascrive.
Se l’ego è smisurato, la misoginia non difetta e tra le sue regole sono ben chiare quelle relative al genere femminile: non sono ammesse pittrici (ma pare che alcune riuscirono ad esporre ricorrendo a uno pseudonimo maschile) e anche la figura femminile rappresentata nelle opere oscilla tra la santa, la donna innocente opposta alla diabolica femme fatale di cui dà una meravigliosa rappresentazione L’idolo della perversione ancora di Delville, uno degli “artisti dell’anima” che fanno parte della cerchia più ristretta della confraternita rosacrociana sempre presente ai Salon; alle varie edizioni, però, parteciparono molti artisti meno impregnati dai dettami di Pèladan, soprattutto alla prima edizione che fu un evento di grande richiamo mentre l’interesse andò scemando negli anni seguenti.
IdolodellaperversioneAll’edizione del 1892 partecipa anche Gaetano Previati con l’opera Maternità che non è esposta in mostra, presente è invece L’abime (Salon del 1894) di Georges de Feure, più noto al grande pubblico per la sua produzione cartellonistica squisitamente art nouveau, stile che torna nella decorazione floreale della cornice.
Un artista inatteso è Felix Vallotton presente nel Salon del 1892 con otto xilografie alcune assai lontane dai dettami di Peladan come Il Cervino, paesaggio realistico o Il funerale opera di critica sociale, genere non gradito al Gran Maestro, più congeniali i ritratti di Baudelaire e Wagner.
La prima gloriosa edizione dei Salon de la Rose + Croix aveva l’appoggio del mecenate Antoine de la Rochefoucault che aprì ad artisti meno legati all’ortodossia imposta da Pédalan.
Fin da subito però alcuni grandi simbolisti a cui il critico si ispira sono contrari alla linea rosacrociana, balzano agli occhi le assenze di Gustave Moreau e Odilon Redon a cui suppliscono le opere di seguaci tra cui spicca l’opera di Marcel-Bérronneau, l’Orfeo del 1897 scelto per la locandina della mostra.

Brigitte Helm

Brigittehelm

L’11 giugno 1996 moriva in Svizzera, ad Ascona, Brigitte Helm, icona del cinema (non solo) muto per il doppio ruolo di Maria e la donna robot in Metropolis. L’attrice ebbe una carriera fulminea: si ritirò dalle scene nel 1936 e non volle mai rilasciare interviste relative alla sua attività cinematografica.
Brigitte Eva Gisela Schittenhelm era nata a Berlino il 17 marzo 1906, ultima di quattro figli. Il padre militare morì nel 1913.

Metropolis

Quando nel 1924 Fritz Lang stava preparando I Nibelunghi, la madre di Brigitte inviò le foto della figlia a Thea von Harbou, moglie e collaboratrice di Lang.
La ragazza non venne selezionata ma per il lavoro seguente, Metropolis, Thea si ricordò di lei, che nel frattempo si era impiegata come segretaria negli studi cinematografici della UFA.
Brigitte Helm entra nel cinema – e nella storia del cinema- con il doppio ruolo Maria e la Robot, impegnativo da un punto di vista artistico ma anche fisico visto il complicato costume che doveva indossare per il robot.

L’esperienza con Lang non la soddisfa e Brigitte non volle mai più lavorare con il regista. Il terzo film lo interpreta nel 1928 per G.W.Pabst, il delirante Il giglio nelle tenebre dove interpreta una ragazza cieca.
Sempre nello stesso anno il regista la dirige anche in Crisi (Abwege).
Ancora nel 1928 è Alraune, ne La mandragora di Henrik Galeen: una donna amorale nata da un esperimento genetico. Brigitte torna ad interpretare lo stesso ruolo due anni dopo nel 1930 in Alraune la figlia del male, remake sonoro del film di Galeen diretto da Richard Oswald.

Alraune

Con Alraune l’attrice viene identificata totalmente con la vamp mangiauomini, ruolo che riveste egregiamente anche ne L’argent di Marcel L’Herbier, sempre del 1928.
Superato senza problemi lo scoglio del sonoro la carriera della Helm procede bene: nel 1932 lavora ancora con Pabst ne L’Atlandide dove interpreta Antinea, la regina del regno perduto.

L'atlantide

Se ha accettato l’imposizione dell’esclusivo ruolo di femme fatale che lei non ama, Brigitte Helm non accetta l’intromissione in campo cinematografico del regime nazista e nel 1936 si ritira definitivamente dalle scene, lasciandosi alle spalle una serie di occasioni mancate che avrebbero potuto fare di lei una grande diva: imdb dice che Josef von Sternberg aveva pensato in origine a lei per L’angelo azzurro.
Non volendo trasferirsi in America, la Helm nel 1935 rifiuta il ruolo de La moglie di Frankenstein di James Whale che fece la fortuna di Elsa Lanchester.
In quell’anno Brigitte Helm gira il suo ultimo film Il marito ideale diretto da Herbert Selpin e ripara in Svizzera perché il secondo marito era di origini ebraiche. Qui cerca di farsi dimenticare dal mondo del cinema ma la potenza del suo debutto resta indimenticabile.