Il coraggio delle due

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Two O’Clock Courage
USA 1945, RKO
con Tom Conway, Ann Rutherford, Richard Lane, Lester Matthews, Roland Drew, Emory Parnell, Jane Greer, Jean Brooks, Bob Alden, Bryant Washburn
regia di Anthony Mann

La tassista Patty Mitchell rischia d’investire un uomo apparentemente ubriaco ma si accorge che è ferito e lo carica sul taxi, ben presto si accorge che l’uomo è affetto da amnesia e corrisponde alla descrizione di un probabile omicida ma Patty è convinta dell’innocenza dell’uomo e lo aiuta a scoprire la sua vera identità…

Un ibrido tra noir e commedia gialla, del resto è il remake di un film del ’36 intitolato Two in the Dark dove le smart girl non si facevano problemi a investigare per le loro teorie che si rivelavano vincenti.

Dieci anni dopo la scena iniziale del film ha tutti i crismi del noir: una notte nebbiosa, un uomo solo e barcollante davanti al cartello di un bivio ma irrompe sulla scena la tassista dalla battuta facile (Ann Rutherford nota per aver interpretato la sorella gelosa di Rossella in Via Col Vento) e il tono cambia.

Per lo spettatore odierno rimane poco credibile che una tassista donna si carichi uno sconosciuto ferito e decida di dimostrare la sua innocenza ma il film è del 1945 quando le donne esercitavano attività maschili perché gli uomini erano in guerra o sulla via del ritorno.

La trama s’ingarbuglia come nei film noir con l’entrata in scena di altre sue donne, più aderenti al prototipo della dark lady (tra loro si cela l’assassina). Tra battute fulminanti da commedia brillante e qualche altra incursione nel noir, Il coraggio delle due è un film che si lascia guardare, riuscendo anche a divertire gli amanti del genere. Altri potrebbero essere incuriositi dalla presenza dietro la macchina da presa di un Anthony Mann poco più che debuttante (alla sesta regia)

La maschera di cera

The Mystery of the Wax Museum
USA 1933 Warner Bros
con Glenda Farrell, Fay Wray, Lionel Atwill, Frank McHugh, Arthur Edmund Carewe
regia di Michael Curtiz



Themysteryofthewaxmuseum


Londra 1921: lo scultore Ivan Igor ha un rapporto morboso con le sue opere in cera che reputa alla stregua di persone vive e non pensa al guadagno che si può trarre dall’esposizione come invece fa il suo socio che per rientrare dai capitali investiti decide di dare fuoco al museo per riscuotere l’assicurazione; Igor rimane vittima del rogo per cercare di salvare le statue.
Dodici anni dopo, nel 1933 a New York, ritroviamo Igor in sedia a rotelle che sta per riaprire un nuovo museo delle cere grazie all’aiuto di alcuni scultori. Igor trova una grande somiglianza tra Charlotte, la fidanzata di Ralph, un giovane collaboratore e la sua adorata statua di Maria Antonietta che non ha ancora rimodellato dopo l’incendio londinese. La compagna di stanza di Charlotte, la sfacciata giornalista Florence Dempsey nota un’inquietante somiglianza tra alcune statue del museo e dei cadaveri misteriosamente scomparsi dall’obitorio e inizia a sospettare che le sculture non siano solo di cera..




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Da La maschera di cera del 1933 è stato tratto il remake piuttosto fedele del 1953 di Andre De Toth il primo film in cui Vincent Price interpreta un mostro.

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Le differenze tra le due pellicole possono aiutare a capire le differenze tra un film pre-code e uno girato quando la censura imposta dal Codice Hays si fonde con il perbenismo anni ’50: a parte la piccola allusione alla dipendenza dalla droga del professor Darcy, colui che materialmente riveste i cadaveri rubati di cera, le differenze ruotano tutte attorno alla figura femminile, protagonista della pellicola del 1933 è la giornalista Florence Dempsey: sfacciata e strafottente con l’amica Charlotte che ha messo l’amore prima delle esigenze materiali, è sempre alla ricerca di nuove storie sennò rischia di perdere il lavoro, Florence non ha certo timore di infilarsi nella pericolosa cantina dell’allibratore/spacciatore Joe Worth e da vera smart girl è la prima a intuire l’orrido segreto nascosto nel museo di Igor ed è la prima a intervenire per salvare Charlotte dal “dono dell’immortalità” che le vorrebbe fare lo scultore.
Con tutto che è quasi sempre in scena l’attrice che interpreta Florence, Glenda Farrell, è solo terza nei titoli di testa del film, dopo il protagonista maschile e la scream queen per antonomasia, Fay Wray che entra in scena a metà film. Il vero colpo di scena resta comunque l’inaspettata proposta di matrimonio del direttore di Florence con cui la donna litiga sempre e che lei accetta anche se fuori l’aspetta il miliardario innamorato con cui era più prevedibile il lieto fine



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La particolarità del film è di essere girato a colori, l’ultimo dei tre che la Warner gira con il technicolor bicromatico, un procedimento inventato dalla Technicolor che esponeva la pellicola girata in bianco e nero a due filtri colorati.




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Curtiz usa in maniera ingeniosa l’effetto colore, sfruttandolo per accentuare il tributo alla cinematografia espressionista, in particolare al Il gabinetto del dottor Caligari di cui riprende certi viraggi gialli o blu e l’effetto straniante del technicolor bicromatico consente di citare le scenografie sghembe di certe riprese della scalinata ai sotterranei del museo sempre derivanti dal capolavoro di Robert Wiene.

Vendetta d’Oriente

Vendettad'oriente Where East is East
USA 1929 MGM
con Lon Chaney, Lupe Velez, Estelle Taylor, Lloyd Hughes
regia di Tod Browning

“Tiger” Haynes procura animali esotici per i circhi nelle foreste dell’Indocina. Di ritorno da una battuta di caccia, l’adorata figlia Toyo gli rivela di essersi innamorata di Bobby Bayley. Dopo alcune remore iniziali Haynes accetta la relazione tra i due giovani e si fa accompagnare dal futuro genero a consegnare gli animali al circo dei Bayley; sulla nave per Saigon Bobby viene sedotto da Madame de Silva, e sarà proprio Haynes a rivelargli che la donna è la madre di Toyo..

Estelletaylor L’ultimo film muto di Tod Browning è anche l’ultimo in cui il regista collabora con Lon Chaney; si tratta di un torbidissimo melò che fa quasi capire la necessità di mettere un freno alla morbosità incestuosa dei plot con il Codice Hays elaborato nel 1930 ed entrato in vigore nel ’34.
La malafemmina che ha lasciato la neonata al padre per fare una vita dissoluta, non indugia a far ritorno a casa per prendersi il fidanzato della figlia e pur vedendo l’affetto tra i due, non esita a dichiararsi platealmente: una vera vamp senza scrupoli, con lo sguardo incantatore di Estelle Taylor, in grado ancora oggi di stregare il pubblico. Madame de Silva è l’apoteosi della maliarda del cinema muto: nessuno può ribellarsi alla sua volontà che risponde solo ai sensi; farà una brutta fine come tutte le sue colleghe ma senza mostrare mai un ripensamento né tanto meno un pentimento.
Alla donna maliarda, modello incarnato, tra le altre, anche da Marlene Dietrich e Mae West (mai però così svergognate) fino ad arrivare alle dark lady degli anni ’40 fa da contraltare la prorompente vitalità di Lupe Velez, tutta mossette e sorrisi, anticipatrice della smart girl un po’ maschiaccio delle commedie anni ’30.

Lonchaney-lupevelez

Il film vale la pena di essere visto per le due protagoniste, Lon Chaney col volto segnato da cicatrici da perfetto cacciatore di tigri, è solo uno spettatore impotente della rovina portata dalla ex moglie e non saprà far di meglio che liberare un vecchio gorilla per mettere fine al tragico gioco seduttivo.
Il circo, la vendetta ancestrale sulla bella senza scrupoli, saranno temi che verranno sviluppati con efficacia in Freaks, il capolavoro di Browning girato nel 1932.

Treno popolare

Trenopopolare Italia 1933,
con Maria Denis, Marcello Spada, Lina Gennari,
regia di Raffaello Matarazzo

Le avventure corali di un treno popolare invenzione del regime fascista che proponeva tariffe particolari per le gite fuoriporta nelle festivita’. Il viaggio è da Roma ad Orvieto e l’attenzione si concentra soprattutto su Lina che va in gita con il collega Giovanni, spasimante non ricambiato. I due sul treno fanno amicizia con l’aitante Carlo che non ha problemi a far breccia nel cuore della ragazza..

Strano e misconosciuto oggetto filmico che segna il debutto nella regia del ventitreenne Raffaello Matarazzo. Dovrebbe essere un film di propaganda per l’iniziativa del treno popolare ma la retorica resta in secondo piano affidata solo alle riprese della sferragliante locomotiva marchiata dal fascio littorio.
Essendo girata tutta in esterni la pellicola viene considerata a torto un’antesignana del neorealismo, ma non c’e’ nulla di meno realistico delle riprese di Treno Popolare: la scelta dei posti alla partenza da Roma e la corsa verso la funicolare che porta alla rocca di Orvieto, scandite dalle musiche di Nino Rota, hanno il ritmo di una coreografia e anche la scena della siesta pomeridiana con i gitanti addormentati in pose plastiche ha ben poco di vero. Il giovane regista sembra ispirarsi ai film delle avanguardie degli anni 20 dove i cineasti filmavano le metropoli che crescevano a vista d’occhio. Il progresso per Matarazzo si limita solo alle riprese dei binari e al posto dei grattacieli ci sono le riprese del celeberrimo Duomo di Orvieto o del Pozzo di San Patrizio.
Sul treno è presente ogni “tipo” umano dal sussiegoso professore solitario, alla famiglia numerosa, agli antesignani dei vitelloni fino alla ragazza leggera che si accompagna a un uomo sposato smascherato dalla vecchia moglie gelosa. Un bozzettismo che fa sfoggio di primi piani degni della cinematografia sovietica e che ci regala una delle scene sperimentali più intriganti del nosto cinema: un uomo semi addormentato che cade verso la telecamera mentre sbadiglia e il primo piano della sua bocca spalancata si trasforma nella galleria ferroviaria.
Non mancano dettagli di mani o gambe che si sfiorano a raccontare storie d’amore nascenti o proibite. I dialoghi son ridotti all’osso ma va ricordato che il primo film sonoro italiano è di soli tre anni prima (La Canzone dell’amore, 1930)
Reminiscenze del cinema americano sono presenti nella rappresentazione dei protagonisti: Carlo è un fusto impomatato come Rodolfo Valentino mentre il povero Giovanni indossa una paglietta che ricorda Ridolini. Lina offre l’immagine di una ragazza elegante e sportiva che può competere con quella della smart girl delle commedie americane.
Nonostante la voglia di sperimentare il film presenta già in nuce i temi che faranno passare Matarazzo alla Storia del Cinema, la donna perduta che deve scontare la colpa: la povera Maria diciannovenne sventata in gita con l’uomo sposato scoperto dalla moglie la cui disavventura diventa immediatamente il pettegolezzo dell’intero convoglio, punteggia con la sua presenza solitaria ed affranta i momenti di svago dei gitanti e solo dopo aver penato per l’intera giornata arriva il riscatto: nel viaggio di ritorno farà amicizia con Giovanni ormai arreso all’amore nascente tra Lina e Carlo.

The Artist

TheArtist Hollywood, 1927: George Valentin e’ una stella di prima grandezza del cinema muto e quando incontra l’aspirante attrice Peppy Miller fa in modo che abbia un ruolo da comparsa e le consiglia di disegnarsi un neo. Tra i due e’ amore a prima vista ma il divo e’ sposato. Peppy fa carriera velocemente grazie al suo fascino di smart girl mentre Valentin non vuole adeguarsi al sonoro e nel ‘29 lascia la major per produrre con il proprio denaro un grandioso film muto, l’insuccesso del film e il crollo della borsa lo portano al fallimento ma da lontano Peppy Miller veglia su di lui..

Osannato a Cannes 2011, The Artist e’ veramente un gioiello che sa incantare le platee, un po’ meno i critici che pare lo trovino un mero esercizio di stile. Personalmente l’ho adorato perche’ il cinema muto e la commedia anni ’30 sono da sempre il mio genere preferito e non ho potuto fare a meno di ammirare il rigore con cui il regista ha ricostruito l’epoca che va dal ‘27, avvento del sonoro al 1933 anno di Carioca il primo film della premiata coppia Ginger Rogers Fred Astaire. Encomiabile la precisione con cui sono stati allestiti i set fantasiosi del cinema muto e quelli piu’ realistici del sonoro a sottolineare che il suono ha comportato l’abbandono dei toni fiabeschi ed esotici dei silent movies popolato di sceicchi, principi e quant’altro per arrivare ad ambientazioni piu’ realistiche in stile deco’ (non divaghero’ parlando di una meravigliosa scultura di nudo di donna in piedi acrobaticamente reclinata sulla schiena).
La capacita’ di ricostruire perfettamente le atmosfere a cavallo degli anni ‘20-’30 permette al regista Michel Hazanavicius di giocare con omaggi a grandi pellicole di quel periodo o su quel periodo, impossibile non pensare a Cantando sotto la pioggia: il protagonista ha il sorriso aperto di Gene Kelly e la sua partner, di cui vedremo il provino sonoro, ricorda l’odiosa Lina Lamont dalla voce così querula e nasale da richiedere il doppiaggio della dolce Debbie Reynolds.
La sequenza iniziale del film con la prima del grande successo di Valentin, racconta gia’ tutto: il film si apre con l’attore che giura di non parlare (e’ torturato dai tedeschi con un macchinario che ricorda quello che ha dato vita al robot di Metropolis) della protagonista femminile clonata da Cantando sotto la pioggia abbiamo gia’ detto e quando Valentin si ferma sotto lo schermo a vedere la pellicola il pensiero corre al Don Quixote di Welles che lotta con le immagini e il film raccontera’ proprio la lotta don chisciottesca di Valentin contro il progresso della tecnologia cinematografica. Progresso che costo’ davvero la vita a diversi divi del cinema muto che non seppero adeguarsi alla nuova tecnologia: piu’ che a Valentino, scomparso prima di cimentarsi con il sonoro, l’omaggio onomastico forse doveva essere per John Gilbert.
Tornando a Orson Welles, il piu’ grande cineasta americano e’ omaggiato molte volte: le colazioni che narrano il progressivo allontanamento tra Valentin e la moglie, la stanza con i cimeli protetti da lenzuola, mi hanno ricordato molto Quarto Potere.
Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e’ protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monello di Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?

L’ottava moglie di Barbablu’

Bluebeard_2Bluebeard’s eighth wife, 1938
con Claudette Colbert, Gary Cooper
regia di Ernst Lubitsch

Nizza: l’incontro fortuito in un grande magazzino segna il colpo di fulmine tra la nobile e squattrinata Nicole e il ricchissimo americano Michael Brandon.
I due decidono di convolare a giuste nozze, ma proprio il giorno della cerimonia la ragazza scopre che il promesso sposo ha gia’ sette divorzi alle spalle…

Una commedia  considerata minore, del  maestro berlinese, scritta da Billy Wilder e Charles Brackett  che mette alla berlina il matrimonio, facendo scontrare le assurdita’ della concezione europea  e  di quella americana del vincolo: se Michael Brandon ha sette matrimoni alle spalle e’ perche’ e un uomo onesto, che non tradirebbe mai la moglie, ma la lascia con un cospicuo vitalizio per passare alla nuova fiamma, mentre il nobile clan dei De Loiselle non esita a organizzare un matrimono d’interesse per risollevare le sorti della famiglia, a patto che sia per sempre.
A Nicole, una spumeggiante Claudette Colbert interprete ideale della smart girl intraprendente, non resta che frustare il desidero del marito per tenerselo il piu’ a lungo possibile, facendogli credere di averlo sposato solo per interesse.
Il lieto fine rappresenta la vittoria della figura femminile e avviene dopo che il povero marito e’ stato internato in una casa di cura per esaurimento nervoso e per fargli incontrare la moglie e’ necessario mettergli la camicia di forza.
Il film  ha dei momenti esilaranti che illustrano la lotta tra i sessi: memorabile la scena di seduzione con il marito che fa bere la moglie per poterla sedurre e lei che si divora un cespo di cipolle di cui lui non sopporta l’odore per tenerlo lontano: la scena parte con tono giocoso ma si trasforma in una sarabanda folle dove escono le verita’ che si celano dietro ai rapporti d’amore.
Anche la rivisitazione de La Bisbetica domata di Shakespeare e’ divertente: il povero Michael prende ad esempio il modello di uomo shakespeariano, di cui ha appena letto, sculacciando la moglie ma questa si difende a graffi e morsi, avendo la meglio; questo episodio del film sottolinea il senso di superiorita’ che il clan mitteleuropeo di Lubitsch ha nei confronti dell’America, ricca e pragmatica ma fondamentalmente ingenua e priva di cultura che scambia la vasca da bagno di Luigi XIV per una tinozza da bucato. Del resto all’ingresso del grande magazzino dove inizia il film c’e’ un cartello che dice che nel locale si parla inglese, tedesco ed  italiano e si capisce l’americano.

Elizabethtown

Drew Baylor e’ un disegnatore di scarpe che ha fatto perdere un milione di dollari alla compagnia per cui lavora disegnando un modello di scarpe orrendo. Dopo un brutale licenziamento a cui segue l’abbandono della fidanzata, viene a sapere che il padre e’ morto. Accantonati momentaneamente i propositi di suicidio, va ad Elisabethtown, paese d’origine del padre dove e’ accaduta la disgrazia per riportare a casa la salma ma l’incontro con i parenti e una simpatica hostess durante il volo finiranno per cambiare la sua vita.

Sicuramente il regista Cameron Crowe non sara’ un genio della cinematografia, ma i suoi film possono essere identificati come il lavoro di un buon artigiano la cui filmografia e’ caratterizzata da alcuni temi fondamentali: la musica, tratto dominante anche in Singles -L’amore e’ un gioco e Quasi famosi, il viaggio che era un tema portante di Quasi famosi e la necessita’ di uscire dalla dimensione estremamente competitiva del mondo del lavoro che rappresentava l’ossatura di Jerry McGuire.
L’impianto dell’ultimo lavoro e’ quello della commedia screwball con una protagonista intraprendente, Claire, che riprende la verve di certe eroine delle commedie sofisticate anni ’30 dove la “smart girl” di turno punta un compagno, solitamente un po’ svagato e riesce a conquistarlo; non ci sono viraggi al nero nonostante tutta la storia ruoti attorno alla morte del padre del protagonista, argomento che viene affrontato con delicata leggerezza.
Il film offre una divertente descrizione della provincia americana con la collettivita’ che si interessa totalmente alla vita del singolo, i rapporti familiari cosi’ stretti da risultare invadenti: comportamenti sconcertanti per il povero Drew che aveva dedicato gli ultimi otto anni della sua vita al suo fallimentare progetto lavorativo.
Si rileva qualche caduta di tono qua e la’ e qualche disomogeneita’ in alcuni punti dell’evoluzione della trama (soprattutto il viaggio in macchina attraverso gli States rimane troppo staccato dal resto) ma sono peccati veniali che non intaccano la bonta’ di questa intelligente commedia sostenuta da un ottimo cast: Kirsten Dunst e’ deliziosa, Susan Sarandon perfetta nella parte di una madre un po’ sopra le righe, mentre Orlando Bloom al suo primo ruolo in abiti attuali e non in costume (almeno da quando e’ una star) guadagna in espressivita’ e credibilita’.

Art Deco 1910-1939

ArtDeco Ha avuto il sapore dell’evento la mostra sull’art deco (la prima cosi’ detttagliata) che si e’ chiusa a al Victoria&Albert Museum il 20 luglio scorso.
L’intento della rassegna e’ stato quello di dimostrare come questo periodo artistico rappresenti l’inizio dell’eta’ moderna e infatti non quadri o cimeli storici erano esposti nelle sale del VAM, ma oggetti ancor oggi di uso quotidiano, cioe’ quotidiano se si appartiene a una certa classe sociale, dato che nella prima sala faceva bella mostra di se’ un motore fuoribordo per motoscafo!
La caratteristica principale del deco infatti e’ l’ostentazione della ricchezza: da una naturale evoluzione dell’art nouveau con cui condivide le fonti: archaismi regionali e gusto esotico, questo stile raggiunge il massimo splendore nell’America dei “roaring Twenties”, dove i soldi erano facili e le donne ostentavano le mise e i giielli di cui abbiamo avuto un assaggio nella mostra.
Velluti, pelli e pietre preziose ricoprono i mobili e gli oggetti d’uso quotidiano., soprattutto quando l’art deco sbarca nelle regioni piu’ lontane e principesche quali l’India dei maraja.
In questi anni anche la vita dei comuni mortali registra dei cambiamenti: l’introduzione di nuovi materiali plastici come la bachelite, ma soprattutto le attenzioni vanno al lato ludico dell’esistenza: dal cinema al teatro (una significativa calca maschile si e’ fermata ancora oggi davanti al video di Josephine Baker che danza seminuda con suo gonnellino di banane) al turismo “di massa” se mi e’ concesso il termine: e allora poster di autostrade e trafori appena inaugurati, transatlantici mastodontici che solcano i mari e rendono piu’ vicina l’America dei grattacieli e del jazz, ma soprattutto di Hollywood!
E’ significativo che in questa mostra oltre a due quadri di Tamara di Lempicka, scelti per rappresentare la “smart girl” dell’epoca siano state le scene filmiche a darci testimonianza diretta dell’atmofera anche perche’ nell’ambito fotografico regna incotrastato Man Ray con il suo spirito sperimentale, cosi’ l’influenza egizia (la scoperta della tomba di Tutankamon avviene del 1922) e’ testimoniata. oltre che dai gioielli ispirati ai monili antichi, da foto di scena della Cleopatra di Cecil B. DeMille del 1934 interpretata da una splendida Claudette Colbert; l’atmosfera americana, accanto alle silhoutte dei grattacieli e alla musica jazz in sottofondo era data dallle immagini dei balletti di Gay divorcee (Cerco il mio amore) di Mark Sandrich con la celebre coppia Astaire Rogers, mutuate dagli spettacoli delle Ziegfeld Follies e quale ambiente piu’ deco’ del Grand Hotel dove recita la divina Garbo?
Ma le illusioni cinematografiche attirano meno l’attenzione delle signore che gli stupendi abiti da sera di Chanel, Patou o Schiapparelli, dei gioielli favolosi di Cartier e cosi’ rieccomi tra calca dei visitatori, mentre la mostra si avvia alla fine con gli oggetti sempre piu’ comuni dei tardi anni trenta: radio, affettatrici, un jukebox datato 1940: il mondo non sogna piu’.

Vi informiamo che dopo la tappa londinese la mostra sarà presentata al Royal Ontario Museum di Toronto (Canada) dal 20 settembre 2003 al 4 gennaio 2004, al Museum of Fine Arts di San Francisco (Usa) dal 13 marzo al 5 luglio 2004 e al Museum of Fine Arts di Boston (Usa) dal 22 agosto 2004 al 9 gennaio 2005.