Cime tempestose

Abismos de pasión
Messico 1954
con Irasema Dilian, Jorge Mistral, Lilia Prado, Ernesto Alonso, Francisco Reiguera, Hortensia Santoveña, Jaime González Quiñones, Luis Aceves Castañeda
regia di Luis Buñuel

Catalina è sposata con Eduardo ma il ritorno di Alejandro dopo dieci anni mette in crisi Eduardo a cui la moglie ha sempre ribadito che il suo legame con l’amico d’infanzia trascende l’amore per il marito. Alejandro si è istallato nella casa natale di Catalina, rilevata pagando i debiti di gioco di Ricardo, il fratello della donna amata che lo sempre trattato come un servo. Alejandro è tornato per vendicarsi e portare via Catalina ma la donna non lo segue così Alejandro corteggia Isabel, la cognata di Catalina che è innamorata di lui. Subito dopo la fuga e il matrimonio, Alejandro lascia Isabel al suo destino di serva nella fattoria. Quando viene a sapere che Catalina è in fin di vita, Alejandro la va a trovare un ultima volta, dopo la sua morte si fa sempre più ombroso e arriva a violare la tomba della donna e qui Ricardo gli spara 

Buñuel era affascinato da Cime tempestose fin dagli anni del surrealismo parigino (il tema dell’amor fou era esaltato dalla corrente artistica surrealista). 

Già in quegli anni il regista spagnolo aveva scritto una sceneggiatura inerente al film che riprende una trentina d’anni dopo, durante l’esilio messicano.

Il film s’intitola “abissi di passione” perché oltre all’amore tra Heatcliff (qui Alejandro) e Catherine (Catalina), Buñuel mette in scena tutta una serie di passioni negative che contraddistinguono i vari personaggi.

Se Catalina è una donna volitiva che spara agli uccelli e ne tiene uno in gabbia sostenendo che l’animale non soffre perché gli basta il suo amore con un allusione chiarissima al suo rapporto con Alejandro; suo marito Eduardo si diletta a collezionare lepidotteri infilzandoli da vivi per non rovinarli, pratica altrettanto crudele ma meno sanguinosa che caratterizza il personaggio che non ha mai il coraggio di affrontare direttamente il rivale però non esita a ripudiare la sorella quando fugge con lui.

Ancora più squallida la caratterizzazione dell’alcolizzato Ricardo che cattura le mosche ma invece di ucciderle le lancia sulle ragnatele perché vengano divorate.
È un mondo crudele, quello rappresentato da Buñuel, dove anche il figlio di Ricardo, Jorgito, non sa accettare i baci amorevoli di Isabel e risponde minacciando di lanciarle un sasso.

Isabel è l’ingenuità: non è in grado di sopportare le violenze del mondo che la circonda, vede del buono in tutti, anche Alejandro e solo dopo la delusione di essere stata usata inizierà ad indurirsi.

Persino Maria la governante (Nelly) che nel romanzo racconta la storia dei due amanti, pur avendo allevato Catalina e Alejandro è solo una vecchia serva spia del padrone. 

Alejandro è mosso da spirito vendicativo e solo l’amore di Catalina potrebbe placarlo ma la donna sembra muoversi in una dimensione differente: sa che morirà presto, si è sposata per amore con Eduardo ma sa anche di appartenere ad Alejandro con un sentimento che travalica l’esistenza, è una figura contraddittoria che oscilla tra crisi di nervi e consapevolezze assolute.

Non sono una grande estimatrice della scena finale: Buñuel ha saputo sostituire bene la potenza della brughiera con il paesaggio messicano ma quell’ambientazione in un cimitero urbano con la discesa nella cripta mi ha ricordato un po’ Giulietta e Romeo.
Di certo la scena necrofila della versione del 2011 di Andrea Arnold è un estremizzazione del finale della versione buñueliana

Malombra

Malombra Italia 1942
con Isa Miranda, Andrea Checchi, Irasema Dilian, Gualtiero Tumiati, Nino Crisman
regia di Mario Soldati

La Marchesina Marina di Malombra rimasta orfana, viene accolta nel palazzo sul lago dallo zio conte D’Ormengo. Abituata al bel mondo la fanciulla si annoia nella fosca villa in cui dev’essere reclusa fino al giorno delle nozze, un giorno scopre una lettera accorata di Cecilia, moglie del padre del conte a sua volta imprigionata nella villa perché colpevole di infedeltà coniugale. La lettera è un accorato appello alla vendetta e Marina si convincerà di essere la reincarnazione della donna e di rivivere accanto agli altri protagonisti del passato, conducendoli tutti con sé nella tomba.

Pur con qualche lungaggine di troppo Malombra resta un altissimo esempio di quel cinema calligrafico in auge durante il periodo fascista di cui rappresentava una sommessa forma di protesta: pur di non appoggiare la propaganda di regime ci si indirizzava su storie disimpegnate ma estremamente curate da un punto di vista cinematografico.
Nel film di Soldati spicca la fotografia di Massimo Terzano che sa rendere con effetti di gusto espressionista il gioco d’ombre degli ambienti che riflettono il percorso di alienazione di Marina.
Il tetro palazzo sul lago è la Villa Pliniana di Torno, sul lago di Como, fonte d’ispirazione anche per il romanzo di Fogazzaro per la sua fama di residenza di spettri. Assieme alla villa sono le scene all’Orrido di Osteno a sottolineare gli aspetti gotici della vicenda contrapposti alla quiete del lago che si chiuderà sulla protagonista suicida.
Malombra2
Altro aspetto interessante della pellicola è l’uso del dialetto lombardo una connotazione verista che si stempera nel nascente neorealismo.
Se la fotografia è pittorialista, non manca il riferimento all’arte con un quadro di Hayez ammirato dal giovane Silla come segnalato dalla sezione cinematografica relativa alla fortuna di Hayez nella mostra milanese dedicata al pittore romantico nell’inverno scorso.
Note le vicissitudini del cast che pure ha svolto un ottimo lavoro: Mario Soldati avrebbe voluto per il ruolo di Marina la ventenne Alida Valli  che non potè partecipare per problemi contrattuali tra case cinematografiche, il regista si vede quindi costretto a ripiegare sulla quasi quarantenne Isa Miranda che seppe essere all’altezza del ruolo e non sfigurare accanto ad Andrea Checchi, di dieci anni più giovane che interpreta Corrado Silla, il giovane scrittore ammaliato da Marina e vittima della sua follia.