Ladri di biciclette

Italia 1948
con Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Vittorio Antonucci, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Eolo Capritti, Giovanni Corporale, Emma Druetti, Giulio Battiferri, Memmo Carotenuto
regia di Vittorio De Sica



Ladri dibiciclette


Finalmente il disoccupato Antonio Ricci trova un buon lavoro: attacchino comunale; l’unico requisito necessario è la bicicletta di proprietà che Antonio ha impegnato per tirare avanti. L’intraprendenza della moglie che porta al Monte di Pietà tutto il corredo, permette al marito di riscattare la bici e presentarsi puntuale all’assunzione. Mentre Antonio sta attaccando un manifesto, la bici gli viene rubata, inizia una spasmodica ricerca per la città insieme al figlioletto Bruno…



Ladri di biciclette


Il più noto tra i capolavori del neorealismo che vale a Vittorio De Sica il secondo Oscar per il miglior film straniero, Ladri di Biciclette incarna a pieno il registro cinematografico di De Sica e Zavattini: lo sguardo sugli umili che non indulge mai al pietismo, la mancanza di giudizio, l’attenzione ai bambini.
Ladri di biciclette trasforma in arte il titolo del film del ’43: I bambini ci guardano: il monito del primo film diventa il valore aggiunto di Ladri di Biciclette: cosa sarebbe la storia di Antonio Ricci senza lo sguardo del figlioletto Bruno che nell’attraversare Roma alla ricerca della bici rubata passa la maggior parte del tempo con gli occhi fissi sul genitore, scrutandolo, paventando i dolori e le delusioni e temendo reazioni inconsulte. Quello sguardo diventa lo sguardo dello spettatore, un invito pressante a prestare attenzione al dramma umano che si nasconde dietro al furto della bicicletta.
L’eccezionalità del film sta nell’inserire questa sofisticata sollecitazione allo spettatore in una storia che, come sottolineava il critico francese André Bazin, nella sua semplicità drammaturgica di ripresa dal vero è in grado di aderire totalmente alla realtà.
Il film ha un andamento circolare: si apre sul capannello di disoccupati che attendono di essere assunti, la folla si apre per inquadrare il protagonista che sta in disparte, segno della sua rassegnazione, e il film si chiude con Antonio e Bruno che tornano mestamente a casa dopo il tentativo di furto fallito: la folla che si era aperta a inizio film si richiude sui protagonisti di questa storia di ordinaria disperazione.


Ladridibiclette


Come sempre il cinema di De Sica mescola dramma e commedia, una delle scene più celebri del film è il pranzo in trattoria quando Bruno scambia occhiate in tralice con il bambino ricco, i due ragazini non possono fare a meno di notarsi, segno dell’innata complicità infantile ma anche questo moto spontaneo viene abilmente usato per mostrarci il divario sociale: Bruno sudaticcio e scarmigliato nei suoi abiti dozzinali fa da contraltare al bambino altolocato e snob in abiti di velluto e riccioli angelici mentre Bruno è già cosciente di tutta la fatica della vita e quando il padre commenta il pasto luculliano dei ricconi è pronto ad abbandonare la sua mozzarella in carrozza. Del resto con pochi schizzi il regista ci ha descritto la vita e il carattere di Bruno: garzone presso un benzinaio, preciso manutentore della bici del padre ma con la delicata sensibilità di chiudere la finestra prima di andare al lavoro per evitare infreddature al fratellino neonato: un piccolo adulto, per questo il suo sguardo fisso sul padre è così affidabile per il pubblico che si può immedesimare.
Adulto anche nel rapporto con padre che se lo porta appresso perché conosce la bici meglio di lui, Bruno accetta tutto ma allo schiaffo ricevuto per rabbia, il bambino si ribella e si offende sottolineando il rapporto paritario col padre. Forse è proprio Antonio l’elemento più debole della famiglia Ricci, sfiancato dalla lunga attesa di un lavoro fisso è già scoraggiato perché la bici è impegnata, ci penserà Maria, la moglie a prendere in mano la situazione impegnando il corredo per riavere la bici.



Ladri di biciclette .


Da riflettere sulla figura della santona, simbolo di un’Italia sempre a metà tra fede e credenze popolari. Quando Maria vuole passare a lasciare un ringraziamento, Antonio la sfotte simpaticamente ma quando non sa più a che santo rivolgersi per trovare la bici eccolo ricorrere a sua volta alla santona. Il personaggio non è solo un elemento pittoresco ma entrambe le sue apparizioni sono importanti snodi narrativi, al mancato ringraziamento iniziale segue il furto della bici (sarà mica una conseguenza della mancata riconoscenza?), alla profezia “o la trovi subito o non la trovi più” segue l’incontro con il ladro e il tentativo di ottenere giustizia e quindi si pensa che la bici stia per essere ritrovata ma bisogna fare i conti con gli ingranaggi della giustizia e la mancanza di testimoni porta Antonio a lasciar perdere la denuncia, su consiglio dello stesso vigile.
Se la giustizia non tutela perché allora non arrangiarsi da soli e non rubare una bici? La tentazione è forte e Antonio cede ma mentre la sua bicicletta era stata rubata con maestria da una banda di ladri, il suo tentativo di furto si rivela fallimentare e Antonio rischia il linciaggio e la galera, si salva per la presenza di Bruno e ancora una volta è lo sguardo del bambino che prende per mano il padre denigrato a restituire la dignità di una famiglia che continuerà a lottare per la sopravvivenza.

L’oro di Napoli

Italia 1954
con Totò, Lianella Carell, Pasquale Cennamo, Sophia Loren, Giacomo Furia, Paolo Stoppa, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Pasquale Tartaro, Piero Bilancioni, Mario Passante, Silvana Mangano, Erno Crisa, Ubaldo Maestri, Eduardo De Filippo, Tina Pica, Nino Imparato, Gianni Crosio, Teresa De Vita, Gigi Reder, Nino Vingelli
regia di Vittorio de Sica



L'orodiNapoli


Un film in sei episodi tratti dai racconti di Giuseppe Marotta che raccontano vari aspetti dell’anima napoletana con grande varietà di toni da quelli più salaci al dramma, diretti con mano sicura da Vittorio De Sica: poco più che bozzetti dove l’intensità delle emozioni è affidata alle espressioni, spesso dei bambini.



Lorodinapoli


Ogni episodio è caratterizzato dalla presenza di un nome di richiamo, si inizia con Totò ne Il Guappo che racconta di un pazzariello, un comico di strada costretto da dieci anni a subire le angherie di un guappo che si è installato a casa sua solo perché la moglie di Don Saverio Petrillo aveva invitato Don Carmine Javarone a trascorrere una serata da loro quando l’uomo era rimasto vedovo. Saverio trova la forza di cacciare in malo modo l’ospite indesiderato solo quando questi è seriamente malato ma la famiglia Petrillo non tornerà indietro neppure quando si scopre che Don Carmine gode ancora di ottima salute.



L'orodinapoli


Il secondo episodio, Pizze a credito, ha per protagonista Sophia Loren, procace pizzaiola che ha scordato l’anello di diamanti dall’amante e fa credere al marito che potrebbe essersi smarrito nell’impasto di una delle pizze vendute in mattinata. Con un codazzo di popolino i due pizzaioli partono alla ricerca dei clienti, importunando anche Don Peppino, appena rimasto vedovo. L’anello viene recuperato fingendo una vendita di pizze all’amante di donna Sofia che in realtà non è mai avvenuta.
Uno dei episodi più noti del film che mette in scena la teatralità della vita napoletana sia negli aspetti comici del tradimento che in quelli più drammatici della vedovanza, Paolo Stoppa interpreta da par suo il neo vedovo, in bilico tra pazzia e istinti suicidi. Tra i parenti che cercano di calmare don Peppino si riconosce un giovanissimo Gigi Reder, il rag. Filini di Fantozzi.



Loro di napoli


Quasi in risposta alla mancanza di rispetto alla morte della moglie di don Peppino segue Il Funeralino, che è l’unico episiodio che non è ispirato dall’opera di Marotta escluso dalla prima versione venne reinserito sollo nella riedizione della pellicola.
Racconta del funerale di un bambino, perfetto esempio della poetica del regista che sa toccare temi profondamente drammatici senza scadere nel patetico. Si concentra tutto sull’attenzione con cui la madre organizza l’ultimo viaggio del figlioletto, passando nelle vie principali di Napoli, orgogliosa del saluto che i militari in altra uniforme rivolgono al feretro. Il lancio dei confetti richiama i monelli e scompiglia le file dei compagni di scuola, la sorella affranta ha uno sgardo simile a quello di Bruno davanti alla pasta in Ladri di Biciclette: la golosità per i confetti che si scontra con il momento tragico.
Ancora un bambino è protagonista del quarto episodio I giocatori:  Gennarino, il figlio del portiere è costretto a lunghe partite con il barone proprietario dello stabile, il nobile è stato interdetto dalla moglie perché si giocava tutto il patrimonio e così passa il tempo a perdere a scopa con il bambino che vorrebbe solo giocare con gli amici le cui urla divertite gli arrivano dalla finestra.
Il barone Prospero è interpretato dallo stesso regista che scherza sulla sua nota passione per il tavolo da gioco, un ruolo simile a quello che riveste in Gastone.



L'oro di Napoli


Teresa è l’episodio più misconosciuto nonostante abbia per protagonista Silvana Mangano nei panni di una prostituta chiesta in sposa da un giovanotto della Napoli bene. La donna vorrebbe illudersi che lo strano e rapido matrimonio sia dettato da un colpo di fulmine ma il marito le spiega senza mezzi termini che il paraninfo l’ha scelta a caso per dargli modo di espiare la morte di Lucia una ragazza che si è suicidata per lui. Teresa sconvolta lascia la casa, la storia avrebbe dovuto chiudersi con un finale aperto ma si è optato per un amaro lieto fine con l’accettazione dell’inconsueto matrimonio da parte di Teresa.



Loro dinapoli


L’ultimo episodio è il più noto: Il Professore ha per protagonista Eduardo de Filippo, Don Ersilio Miccio venditore di consigli che campa creando didascalie per l’altare della Madonna come richiesto dalla popolana Tina Pica o consigliando come sfregiare qualcuno senza rischiare la galera. Quando tutto il rione si rivolta contro il nobile che li costringe a rientrare nei bassi per poter passare con la macchina, la vendetta di don Ersilio è lapidaria, ricorrere all’antica arte dello spernacchio di cui è uno degli ultimi depositari e che insegna ai vicini per dimostrare il loro disprezzo per il borioso duca.