Dracula il vampiro

Horror of Dracula
GB 1958 Hammer Film
con Peter Cushing, Christopher Lee, Michael Gough
regia di Terence Fisher


Draculailvampiro

Jonathan Arker si fa assumere dal Conte Dracula come bibliotecario ma le sue reali intenzioni sono quelle di uccidere il conte e porre fine alla maledizione vampirica. Dopo esser stato morso e destinato a diventare un non morto, Arker riesce ad uccidere la sposa di Dracula ma il conte gli sfugge e per vendicarsi trasforma Lucy, la fidanzata di Jonathan, nella sua nuova sposa. Nel frattempo Van Helsing, impensierito dalla mancanza di notizie di Arker si reca presso il castello di Dracula e trova il diario dell’amico ma il suo ritorno a casa non è abbastanza rapido per salvare Lucy, riuscirà però a salvare Mina Holmwood, la moglie del fratello di Lucy, anche lei caduta vittima delle attenzioni di Dracula che verrà definitivamente vinto, bruciato dalla luce del sole.


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Dracula il vampiro è il primo dei sei film della Hammer in cui Christopher Lee veste il panni di Dracula. La pellicola è anche interessante per capire come la casa cinematografica britannica e Terence Fisher in particolare, procedano per rielaborare i classici dell’orrore già portati sullo schermo dalla Warner negli anni ’30. Si tratta di un lavoro di asciugatura della trama: i protagonisti restano gli stessi (e con lo stesso destino) del romanzo di Bram Stoker ma vengono sparigliati i rapporti: nel testo originale Mina è la fidanzata di Arker che è un incauto ospite di Dracula di cui il conte si serve per organizzare il suo trasloco a Londra. Il destino di Lucy e Mina però resta lo stesso: la prima finisce vittima del vampiro mentre la seconda viene, ancora una volta, salvata in extremis.


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Nella versione del 1958 l’ambientazione è tutta nell’Europa centrale: la nazione di Dracula e quella dei suoi nemici sono confinanti e alle scene alla frontiera viene riservato un tocco comico per alleggerire la tensione.
Anche l’azione si riduce fondamentalmente allo scontro tra Dracula e Van Helsing che diventano due archetipi dell’Inghilterra vittoriana: il dottor Van Helsing è un freddo razionalista dedito alla scienza e certi suoi marchingegni anticipano lo stile steam punk mentre il conte Dracula è passionale e decadente come dimostra l’arredamento kitsch del suo castello senza neppure una ragnatela ma ricco di orpelli architettonici. Se già il Dracula di Tod Browning sapeva essere seducente a differenza dell’orrido Nosferatu di F.W. Murnau, il vampiro di Christopher Lee esaspera i toni sensuali che diventeranno basilari nei vari sequel: da subito entra in scena la procace compagna del Conte ma la scena più interessante è quella in cui Lucy aspetta l’arrivo di Dracula, che ricalca i preparativi di una notte d’amore. Anche Mina, perfetto esempio di composta lady vittoriana, dopo il primo incontro con Dracula perde la modestia del volto per lanciare sguardi ricchi di malizia e sottintesi.

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L’uso del colore permette di sottolineare il rapporto fondamentale del vampirismo con il sangue, non per nulla la scena più celebre è quella in cui Dracula mostra i denti sporchi del sangue appena bevuto e, per inciso, i lunghi canini retrattili compaiono per la prima volta in questa pellicola, ennesima dimostrazione di quanto l’opera sia seminale per la figura del vampiro che abbiamo conosciuto in film e serie tv: Buffy l’ammazzavampiri, ad esempio, deve certamente molto a Dracula il vampiro.

Addio a Christopher Lee

ChristopherLee Solo oggi si è saputo che domenica 7 giugno è scomparso Christopher Lee, al secolo Christopher Frank Carandini Lee nato a Londra il 27 maggio 1922 ma con ascendenze italiane essendo figlio della nobildonna  Estelle Marie Carandini dei marchesi di Sarzano, e come si evince dal cognome l’attore vanta una parentela con l’archeologo Andrea Carandini.
E’ stato un attore completamente dedito al lavoro tanto da essere comparso in quasi trecento film, dando vita a bizzarri incroci tra i personaggi interpretati, ad esempio aver vestito i panni sia di Sharlock Holmes che del fratello Mycroft Holmes e del Lord di Baskerville e altre amenità cinefile che potrete trovare nei trivia della sua pagina imdb.
L’attività recitativa di Lee iniza dopo il secondo conflitto mondiale e il debutto sul grande schermo avviene nel 1948 nell’ottimo mistery/horror Il mistero degli specchi di Terence Young. Un esordio che sembra anticipare il destino dell’attore che dopo otto anni di gavetta approda alla Hammer per interpretare “la creatura” ne  La maschera di Frankenstein, insieme all’amico Peter Cushing che interpreta Frankenstein.

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La maschera di Frankenstein sbanca i botteghini e la Hammer prosegue nel suo lavoro di rivisitazione dei mostri Universal degli anni’30 puntando sulla coppia di antagonisti Cushing /Lee.
Nel 1958 i due interpretano per la prima volta Van Helsin e Dracula in Dracula il vampiro: il vampiro di Lee è memorabile quanto quello di Bela Lugosi e l’attore rivestirà i panni del principe della notte ben 12 volte tra il 1958 e il 1976, sette volte solo per la Hammer che lo utilizza anche in altri ruoli ad esempio la serie di cinque film dedicata alla maschera del perfido Fu Manciù.

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LamummiaIl film della serie di mostri Hammer che preferisco, però, è certamente La mummia del 1959, remake della versione del 1932 con Boris Karloff, anche se viene considerata migliore la pellicola di Karl Freund, io adoro la versione del 1959 perché è uno dei primi ricordi cinematografici della mia infanzia e la trovo molto più romantica della prima.
Per quanto Sir Christopher non amasse la definizione di star dei film del terrore, Lee fu sicuramente un’icona del genere per tutti gli anni ’60 lavorando anche in Italia con Mario Bava nel notevole La frusta e il corpo, La vergine di Norinberga di Antonio Margheriti entrambi del 1963 e ne La cripta e l’incubo, per la regia di Camillo Mastrocinque nel 1964.
Nel 1973 è protagonista dell’interessante horror The Wicker Man, di Robin Hardy, il film è poco visibile molto più conosciuto à il remake del 2006, Il prescelto con Nicholas Cage che pur non essendo all’altezza dell’antecedente, riesce a far intuire l’atmosfera dei riti pagani studiati da Hardy per trasporli nella sua pellicola.
Dookusarumancharlemagne Nel 2011 il regista ha ripreso le tematiche pagane in The Wicker Tree e ovviamente anche in questo film c’è un ruolo per Lee.
Sul finire degli anni ’70 è pronta una nuova leva di registi cresciuti con i film dell’attore che sono ben lieti di affidargli un ruolo nelle loro opere: Spielberg in 1941: Allarme a Hollywood, Joe Dante in Gremlins 2 – La nuova stirpe e poi la collaborazione con Tim Burton, che lo annovera tra i suoi attori feticcio insieme a Lugosi e Vincent Price e lo sceglie per Il mistero di Sleepy Hollow, La fabbrica di cioccolato, come voce de La sposa cadavere e per Dark Shadows.
George Lucas gli riserva il ruolo del Conte Dooku nella seconda trilogia di Guerre Stellari (episodi II e III)
Il ruolo che forse lo svincola, almeno presso le nuove generazioni, dalla figura di Dracula è quello di Saruman nella doppia trilogia che Peter Jackson ha dedicato al ciclo de Il signore degli anelli e Lo Hobbit tra l’altro Christopher Lee aveva anche avuto modo di conoscere l’autore della saga, J.R.R. Tolkien.
Christopher Lee è stato un artista poliedrico la cui iperattività non si limita solo al mondo del cinema: da sempre dotato di una bella voce, ben oltre gli 80 anni si avvicina alla musica metal e nel 2010 compone addirittura Charlemagne: By the Sword and the Cross un’opera sinfonica metallara dedicata a Carlo Magno di cui Lee è discendente, ovviamente dal ramo italiano della famiglia.

Sant’Elena piccola isola

Sant'elena piccola isola Italia 1943
con Ruggero Ruggeri, Mercedes Brignone, Carla Candiani, Salvo Randone, Paolo Stoppa, Alberto Sordi
regia di Renato Simoni e Umberto Scarpelli

Gli ultimi sei anni di vita di Napoleone Bonaparte esiliato dagli inglesi dopo la vittoria di Waterloo nell’isola di Sant’Elena, che negli appunti delle lezioni di geografia del Bonaparte studente rappresentava l’ultima laconica annotazione: Sant’Elena, piccola isola.

Il racconto storico è molto asciutto, condensando in meno di 90 minuti i sei anni di prigionia dell’imperatore decaduto, ci si limita a qualche didascalia sullo sciabordio delle onde sulla riva per indicare l’anno e gli unici due momenti in cui l’azione si sposta a Londra durante il cambio del governatorato inglese e a Roma dove la madre di Bonaparte cerca di smuovere le conoscenze per mitigare la prigionia del figlio, costretto al clima malsano dell’isola e a pagarsi le poche comodità.
Bonaparte viene rappresentato come un personaggio fiero, che sa anche conquistarsi la simpatia degli altri isolani. Una figura umorale ma sempre in grado di elevarsi sulla meschinità della sua piccola corte all’interno della quale non mancano le rivalità per conquistarsi la benevolenza (e la probabile eredità) dell’ex sovrano.
Tra inglesi sempre figli della perfida Albione e cortigiani interessati l’esilio napoleonico nasconde molto velatamente l’attualità del tempo: il film è del giugno 1943 e per quanto il duce si paragoni con una certa presunzione a Bonaparte l’aria melanconica di fine regime traspare chiaramente.
Resta la rara occasione di vedere sul grande schermo un grande attore del teatro italiano: Ruggero Ruggeri (classe 1871) che interpreta degnamente il grande Corso.
Da segnalare l’ottima fotografia di Mario Bava che ripropone fedelmente l’iconografia neoclassica di Bonaparte e una delle poche caratterizzazioni positive di Paolo Stoppa, il medico inglese che non si presta a spiare l’illustre prigioniero; c’è poi la presenza di Alberto Sordi nei panni di un capitano inglese.
Il film è conosciuto anche come Napoleone a Sant’Elena, in omonimia con lo sceneggiato Rai del 1973 diretto da Cottafavi.

Fra le tue braccia

Fraletuebraccia

Cluny Brown
Usa 1946 20thCentury Fox
con Charles Boyer, Jennifer Jones, Peter Lawford
regia di Ernst Lubitsch

Londra 1938: la giovane orfana Cluny Brown è affascinata dal lavoro dello zio stagnaio e si presenta a riparare un guasto idraulico in sua vece, incontra così l’esule boemo Adam Belinski che rimane affascinato dalla bizzarra fanciulla. I due si ritrovano nella tenuta di Carmel, dove la ragazza è stata spedita a far la cameriera e l’intellettuale è ospitato per i suoi meriti contro il regime nazista.


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Poco più di un mese fa avevo letto la novella Cluny Brown da cui Lubitsch trasse questa deliziosa commedia, ultimo film portato a termine dal regista che si sarebbe spento l’anno seguente.
Se già il testo non risparmiava le frecciate alla buona società britannica, Lubitsch con le gag e le battute fulminanti, mette alla berlina il convenzionale mondo inglese che si scandalizza di fronte all’irruente freschezza di una ragazza che non “sa qual’è il suo posto” tanto da bruciare l’occasione di fare un buon matrimonio con il vacuo farmacista del paese perché, proprio al momento della dichiarazione, durante una riunione familiare, il bagno s’intasa e Cluny non sa resistere alla tentazione di cimentarsi con lo scarico ribelle mettendo in grave imbarazzo il promesso sposo che rompe il fidanzamento.
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La scena dello sciacquone è magistrale nello svelare la vera natura di Cluny che stava vivendo la dichiarazione con composta modestia ma allo sgradevole gorgoglìo il suo volto si anima d’entusiasmo. Jennifer Jones, nota soprattutto per il ruolo di Bernardette, è davvero deliziosa e bravissima nel delineare le mille sfaccettature di Cluny che nella sequenza iniziale, dopo il brindisi per lo sturamento del bagno londinese, si sente come un gatto d’angora: sensuale e pigra.
Il professore Belinski d’altro canto affascina i ricchi signori di Carmel soprattutto Andrea, il figlio che lo vuole nascondere ad ogni costo nella proprietà del Devonshire per metterlo in salvo dagli odiati nazisti anche se l’esule boemo cerca di rassicurarlo di non correre pericoli in Inghilterra.
Ovviamente tra i due elementi di disturbo nasce subito una simpatia: “è bello parlare con un altro spostato” dice Cluny riconoscendo un proprio simile. Belinski, vanesio e donnaiolo fa promettere alla fanciulla che tra loro ci sarà solo amicizia ma è il primo a innamorarsi mentre Cluny cerca l’affetto della famiglia che non ha mai avuto fidanzandosi con il ridicolo farmacista succube della madre, ottimamente interpretata da Una O’Connor: la donna non dice mai una parola ma manifesta i propri stati d’animo attraverso una tossetta stizzosa.
L’amore trionfa e i due troveranno fortuna in America dove il colto letterato si ricicla in scrittore di romanzi gialli di successo. In meno di un decennio Lubitsch ammorbidisce le sue posizioni sugli States che proprio nel 1938 prendeva in giro ne L’ottava moglie di Barbablù: il pragmatismo americano è diventato un sicuro rifugio per gli originali che l’Europa, ferma alle vecchie abitudini, non ha saputo accettare spianando così la via a tragici esiti della Seconda Guerra Mondiale.

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Merle Oberon

Merle_oberon Il 23 novembre 1979, moriva a Malibù, a soli 68 anni di età, Merle Oberon, stella di prima grandezza degli anni ’30 la cui vita sembra uscita da un melodramma, tanto che il nipote Michael Korda a metà anni ’80 le dedicò una biografia romanzata dal titolo Queenie che lessi all’epoca: i ricordi sono vaghi ma positivi. Dal romanzo fu tratta anche una miniserie televisiva.

Queenie Estelle Merle O’Brien Thompson nasce a Bombay il 19 febbraio 1911 da una coppia mista, padre ufficiale britannico e madre originaria di Ceylon. Recentemente si è scoperto che quelli che Estelle aveva considerato i suoi genitori erano in realtà i suoi nonni e la vera madre della bambina era quella che lei riteneva la sorella maggiore.
Dopo la morte improvvisa del padre nel 1914, la famiglia si riduce a vivere nella più completa povertà a Calcutta. La piccola Estelle si innamora ben presto del cinema e nel ’29 incontra un personaggio che le promette di farle fare carriera ma l’uomo scompare quando scopre che è di sangue misto. La ragazza non si perde d’animo e si trasferisce comunque a Londra ma per tutta la vita cercherà di tenere nascoste le proprie origini razziali, presentando la madre come la cameriera e figurando di esser nata in Tasmania: la località australiana risultava più prestigiosa dell’India.
Oberonbolena A Londra inizia a lavorare nei night club e a fare la comparsa con il nome d’arte di Queenie O’Brien; la sua carriera decolla grazie all’incontro con il regista Alexander Korda che la vuole per il ruolo di Anna Bolena nel suo capolavoro, Le sei mogli di Enrico VIII del 1933. L’anno seguente sempre Korda, in veste di produttore, la sceglie per il ruolo di Lady Marguerite Blakeney per La primula rossa con Leslie Howard e la regia di Harold Young. Questi sono i due titoli più famosi dei diversi che l’attrice interpreta in quel bienno, nel 1935 è già a Hollywood sotto contratto per la MGM. Esordisce a Hollywood con una commedia musicale accanto a Maurice Chevalier ma è con L’angelo delle tenebre, sempre del 1935, melodramma su due fratelli innamorati della stessa donna, Kitty Vane, che Merle Oberon guadagna la candidatura agli Oscar


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La sua carriera è in continua ascesa con film come La Calunnia, la commedia brillante L’avventura di Lady X, fino al ruolo che la consacra all’olimpo cinematografico, quello di Cathy ne La voce nella tempesta, trasposizione cinematografica di Cime Tempestose del 1939 diretta da William Wyler. Nel ’39 sposa il suo mentore, Alexander Korda con cui resta legata fino al 1945 e, come tutte le star di grido, si propone per il ruolo di Rossella in Via col Vento.

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Nonostante i successi, una tragedia si abbatte sull’attrice: nel 1937, un grave incidente automobilistico le lascia brutte cicatrici sul volto tanto che viene sospeso il kolossal Io, Claudio, in cui doveva interpretare Messalina di nuovo accanto a Charles Laughton, con la regia di Josef von Sternberg. Per permettere all’attrice di continuare a recitare, oltre all’uso del trucco, viene inventato un riflettore compatto che smorza le luci che accentuano i tratti del volto, il disposito si chiama Obie, diminutivo di Oberon ed è progettato dal direttore della fotografia Lucien Ballard, che divenne poi il secondo marito della diva.
Oberongeorgesand La carriera dell’attrice risente comunque dell’incidente e negli anni ’40 le interpretazioni si diradano: nel 1941 viene diretta da Lubitsch in Quell’incerto sentimento, remake di un film del ’25 del maestro berlinese, Baciami Ancora. Nel 1944 è protagonista del thriller Il Pensionante per la regia di John Brahm; la pellicola è tratta dallo stesso romanzo che aveva ispirato l’omonimo film di Hitchcock del ’27.
Nel 1945 è George Sand nel biopic sulla vita di Chopin, interpretato da Cornell Wilde, L’eterna armonia di Charles Vidor.

Oberondesiree Dopo una serie di film minori e di apparizioni televisive, la ritroviamo nel 1954 nei panni di Joséphine de Beauharnais in Desirée, regia di Henry Koster, accanto al Napoleone di Marlon Brando.
Nel 1949 è fidanzata con Giorgio Cini (a cui è dedicata la famosa Fondazione veneziana) e lo vede morire sotto i suoi occhi nell’incidente aereo che lo coinvolge. Il suo terzo marito è un altro italiano, l’industriale Bruno Pagliai a cui segue un quarto con cui rimane legata fino alla morte dovuta ad attacco cardiaco.

Il principe e la ballerina

The Prince and the Showgirl
UK 1957, Warner Bros
con Marilyn Monroe, Lawrence Olivier, Sybil Thorndike, Jeremy Spencer
regia di Laurence Olivier

Nel 1911 il Reggente di Carpazia, a Londra per l’incoronazione di Giorgio V, invita un’attricetta americana per una cena di piacere. Per una serie di complicazioni la ragazza resta nell’ambasciata più a lungo del previsto presenziando anche all’incoronazione al seguito della Regina Madre e ovviamente scoppierà l’amore per l’improbabile coppia.

E’ stato detto molto sul perché Il principe e la ballerina sia un film poco riuscito: il mancato affiatamento tra i due protagonisti, le fragilità di Marilyn sono state raccontate di straforo anche nel film Marilyn che racconta la permanenza inglese della diva giunga in Inghilterra per girare la pellicola.
In realtà se colpe ci sono sono tutte della regia e nel compiacimento di Sir Olivier nel mostrare la grandiosità britannica con il lungo intermezzo dell’incoronazione dove la macchina da presa si perde tra le volte e le vetrate di Westminster mentre gorgheggia uno zuccheroso coro di voci bianche.
Questo inserto, inutile ai fini della storia, appesantisce una commedia che ha invece una sua robustezza di scrittura puntando sul rovesciamento delle situazioni: la prima notte è il principe a tentare di sedurre la ballerina, la seconda sarà sarà la donna, con gli stessi gesti a cercare di sedurre il reggente, poi c’è il gioco con la spilla di commiato che a ogni nuovo ritardo Elsa Marina restituisce al principe.

Non mancano le incertezze, che per certi versi mi hanno ricordato i difetti de La contessa di Hong Kong, l’ultimo film di Chaplin con Sophia Loren. Le due dive sanno destreggiarsi molto bene con i ritmi della commedia slapstick che però risulta ormai fuori tempo massimo. Quello che manca veramente a Il principe e la ballerina è una sottolineatura della vena malinconica intrinseca nel film: siamo nel 1911, a un passo dalla Prima Guerra Mondiale che metterà fine a moltissime dinastie reali: la guerra e gli anarchici sono paventati spesso nel corso della pellicola ma manca del tutto l’atmosfera di fine di un’epoca che avrebbe sostenuto anche il finale non proprio lieto del film: tra Elsa Marina e il Granduca nasce l’amore ma la ragazza si rifiuta di seguire il Reggente, il loro amore (se durerà) è rimandato di diciotto mesi quando il giovane Re avrà l’età giusta per regnare.

Un finale dal retrogusto amaro che arriva inatteso in una commedia che ha giocato solo sulle battute e le gag, ovviamente lascia scontento il pubblico e si rivela un’occasione mancata anche perché il personaggio di Elsa Marina è davvero interessante e Marilyn sa rendere bene le nuove sfumature dell’ennesima versione di svampita pronta ad innamorarsi dopo due parole dolci e qualche bicchiere di champagne. La sciantosa però, possiede anche una fierezza indomita che le permette di resistere ai banali approcci del Granduca e da buona yankee non si fa impressionare né dal cerimoniale né tantomeno dalla complessa ragion di stato che regola i rapporti tra il Reggente e suo figlio, il futuro Re Nicola.

Preraffaelliti – L’utopia della bellezza

Preraffaelliti-l’utopia-della-bellezza Chiuderà il 13 luglio prossimo la mostra torinese sui Preraffaeliti, settanta tele della Tate di Londra che aveva curato questo allestimento nel 2012 con il titolo di Pre-Raphaelites: Victorian avant-garde.
L’esposizione sottolinea come, la confraternita dei Preraffaelliti sia la prima avanguardia dell’arte moderna, proprio per il suo essere il primo movimento citazionista della storia dell’arte rifacendosi, come dice il nome scelto al tardo medioevo e al primo rinascimento italiano fermandosi, appunto, prima di Raffaello.
La mostra descrive l’evoluzione dello stile preraffaellita che coinvolse due generazioni di artisti sempre raccolti attorno alla figura di Gabriel Dante Rossetti, pittore e poeta di origine italiane, grande appassionato di Dante Alighieri.
Se è noto che i soggetti preferiti dai Preraffaelliti sono quelli a carattere mediovale, legati a leggende e poemi, come la ceberrima Ophelia di John Everett Millais, che campeggia sul manifesto, lo è meno che gli esordi del movimento nascono dall’urgenza di un rinnovamento sociale e i soggetti dei quadri hanno una valenza moralista come ne Il risveglio di coscienza di William Holman Hunt che vede una mantenuta in braccio all’amante perdersi nell’estasi del ricordo della perduta innocenza, o il più malinconico Ricordi del Passato di John Roddam Spencer Stanhope che descrive nella povertà e nella simbologia degli arredi tutta la tristezza della vita di una prostituta colta mentre si pettina i capelli accanto a una finestra e ancora l’amara istantanea di una famiglia che ha perso tutte le ricchezze per il vizio del gioco del marito ne L’ultimo giorno nella vecchia casa di Robert Braithwaite Martineau. Altro tema importante è la religione, anche in seguito all’accresciuto interesse che in quegli anni portarono in Inghilterra opere di pittura religiosa di scuola fiamminga ed italiana, genere scomparso in Gran Bretagna con la Riforma protestante del XVI secolo: Millais si diletta con Cristo in casa dei suoi genitori (di cui è presente anche lo studio) e di Rossetti sono presenti altre tre opere oltre la celeberrima Ecce Ancilla Domini!.
Ispirati dal pensiero di Ruskin, i preraffaelliti elaborano uno stile personalissimo di rappresentare il paesaggio sia da un punto di vista prospettico che per l’attenzione per le scoperte scientifiche. Il quadro più rappresentativo del paesaggismo preraffaellita è di un artista che non appartiene propriamente alla confraternita ma che ne assimila perfettamente i principi: William Dyce che nella dimensione sospesa di Baia di Pegwell Kent, Ricordo del 5 ottobre 1858, raccoglie una meditazione sul tempo: la cometa di di Donati che solca il cielo, indica il tempo astronomico, mentre l’attenzione per le rocce delle scogliere e le conchiglie raccontano le ere geologiche e le diverse età dei soggetti raffigurati rappresentano le età dell’Uomo.

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Lizziesiddall A partire dagli anni’60 il gusto preraffaellita si fa puramente estetico soprattutto Rossetti si lascia influenzare dallo stile di Tiziano e inizia a dipingere le sue opere più celebri, mezzi busti di donne sensuali e riccamente ornate come Monna Vanna o Monna Pomona.
In mostra sono presenti anche due opere di Elizabeth Siddall, musa del movimento: fu la modella dell’Ophelia di Millais e la moglie (ma solo in punto di morte) di Gabriel Rossetti.
L’ultima sezione della mostra indaga il simbolismo che attraverso uno degli ultimi esponenti preraffaelliti, Edward Burne-Jones, diventerà un nuovo movimento artistico; delle influenze che i preraffaelliti hanno ancora oggi su molte forme d’arte, soprattutto su cinema e musice, racconta il critico Luca Beatrice in un interessante video.

Indiscreto

Indiscreto Indiscreet
Warner Bros 1958
con Ingrid Bergman, Cary Grant, Phyllis Calvert, Cecil Parker, David Kossoff
regia di Stanley Donen

Anna Kalman è un’attrice di successo che non ha ancora trovato la stabilità la sentimentale. Quando conosce un collega del cognato, l’affascinate diplomatico Philip Adams,  è amore a prima vista e Anna inizia a frequentarlo anche se lui è separato dalla moglie ed impossibilitato ad ottenere il divorzio. In realtà Philip è uno scapolo impenitente che si nasconde dietro la scusa di un matrimonio infelice per non dover convolare..

Stanley Donen passa alla storia come regista di celebri musical ma ha spaziato con successo anche nella commedia e nei giallorosa Arabesque e Sciarada. Nel ’58 firma una delle mie commedie romantiche preferite da sempre con una coppia imbattibile di attori Ingrid Berman e Cary Grant.
Siamo al tramonto della commedia brillante come testimonia il malinconico tema musicale e Donen imposta tutta la prima parte sul crescendo romantico; la Bergman e Grant sono bravissimi a giocare con l’attrazione che scatta fin dal primo incontro ma che deve essere trattenuta per le convenzioni sociali, siamo infatti nei perbenisti anni ’50 e l’azione si svolge a Londra, metropoli più libertina dell’America bacchettona ma pur sempre ligia alle convenzioni sulle relazioni prematrimoniali.
Nel secondo tempo, quando la trama sembrerebbe prendere una piega melodrammatica con la lontananza imposta dal lavoro di Philip che deve trasferirsi a New York per diversi mesi, esplode la commedia perché Anna scopre che l’amato non è mai stato sposato e decide di vendicarsi al grido di “come osa fare l’amore con me senza essere sposato!”. Immancabile lieto fine ma la stoccata ai costumi bacchettoni dell’epoca non manca.
Indiscreto è la prima commedia girata da Ingrid Bergman dopo la sua parentesi italiana. L’attrice era rientrata negli States nel ’56 alla fine della storia d’amore con Rossellini che l’aveva fatta mettere all’indice ma aveva riconquistato il pubblico con il successo di Anastasia; girare subito dopo una commedia su un’attrice che vive una relazione extra coniugale, anche se solo presunta, mi pare piuttosto coraggioso.
Notevole il guardaroba dell’attrice firmato da Christian Dior (non accreditato) e Pierre Balmain.

Dracula

Dracula Riportato in vita da van Helsing (!) Dracula si trasferisce a Londra fingendo di essere un ricco imprenditore americano di nome Alexander Grayson che promuove gli studi di una nuova tecnologia per ottenere elettricità senza fili. Le ricerche di Grayson sono osteggiate dagli esponenti della nobiltà inglese che ha investito tutto sul petrolio, in realtà lo scontro nasconde una lotta secolare tra Dracula e l’alleato van Helsing contro l’efferato Ordine del Drago che ha sterminato le famiglie di entrambi. Mentre organizza la sua vendetta, Dracula conosce Mina Murray che assomiglia in maniera impressionante all’amatissima moglie Ilona..

Nel delirio vampiresco degli ultimi anni non poteva mancare una serie tv che rievocasse le avventure del Dracula originario (Vlad Tepes) nella Londra vittoriana di fine ottocento, ma non crediate che queste premesse vogliano ricostruire un legame filologico con il romanzo di Bram Stoker, tuttaltro! L’intento della serie (mediocre) prodotta dalla NBC è quello di narrare la genesi dei nuovi vampiri che che infestano il piccolo schermo: se in The Vampire Diares i non morti possono camminare tranquillamente alla luce del sole, Dracula racconta i primi tentativi del vampiro “originale” per resistere alla luce tramite esperimenti scientifici condotti dall’insolito alleato Van Helsing.
Dracula si innamora ovviamente di Mina che è la reincarnazione dell’amata moglie Ilona, uccisa dal terribile Ordine che ha alle sue dipendenze anche una cacciatrice di vampiri (ci ho messo 3 o 4 puntate per cogliere il riferimento a Buffy).
Protagonista di questa bislacche avventure del principe delle tenebre è Jonathan Rhys Meyers, divenuto star delle serie storiche interpretando Enrico VIII nelle quattro stagioni de I Tudors. Il suo Dracula sembra essere una nemesi del personaggio precedente: se Enrico giostrava con un eccesso di mogli, Vlad è ossessionato da un unico grande amore che supera i secoli.
Per il resto c’è da segnalare la solita approssimazione storica tipica di queste serie in costume che lascia piuttosto a desiderare soprattutto nel comportamento delle giovani Lucy e Mina un po’ troppo poco irreprensibile per due giovinette di buona famiglia di epoca vittoriana.
Nonostante questo il serial è molto più casto delle serie storiche che sfruttano l’occasione dei costumi licenziosi per sfoggiare nudi o scene di sesso, anche la violenza è bandita riservando al povero Dracula un solo morso a puntata solitamente a fine episodio.

Non buttiamoci giù

Nonbuttiamocigiù A Londra, la notte di San Silvestro, quattro aspiranti suicidi si trovano sul tetto di un grattacielo con l’intento di buttarsi di sotto, dopo il primo momento d’imbarazzo i quattro stringono un patto: attendere almeno fino a San Valentino prima di rimettere in atto i i propositi omicidi ma la stampa si impadronisce della storia..

Premetto che non ho letto il romanzo di Nick Hornby da cui è tratto il film e spero per i lettori che il volume sia meglio della riduzione cinematografica.
La parte iniziale del film è piuttosto scoppiettante anche se la voce off del primo primo protagonista mi ricordava molto le atmosfere di About a boy (anche a causa dello stesso doppiatore, Luca Ward) e in fondo Martin, il conduttore di successo ultra cinquantenne che si è giocato carriera e famiglia per un rapporto sessuale con una minorenne finendo anche in galera ripropone lo stesso sterotipo maschile di Will, il trentenne nullafacente che viveva delle royality paterne tenendosi ben lontano dai legami sentimentali, oltre che dal lavoro, interpretato nel 2002 da Hugh Grant. Anche Maureen la madre sfiancata dalle cure incessanti per il figlio disabile ha dei punti di contatto con la madre del ragazzino che in About a boy coinvolgeva caparbiamente Will, e non solo per il fatto che entrambi i ruoli sono affidati a Toni Collette. Questa volta tra i due non scoppia l’amore riservato alla coppia di aspiranti suicidi più giovani (forse l’amore non è una cosa per anziani?): Jess, figlia patologicamente bugiarda di un ministro inglese che reagisce con rancore e spavalderia alla scomparsa della sorella maggiore e J.J., aspirante rock star che non ha veri motivi per suicidarsi o forse ha il più serio di tutti, patendo la fatica di vivere.
Da spumeggiante commedia nera il film si trasforma malamente in dramma di indagine psicologica per terminare con un un happy end sentimentale ma della nascita dell’amore tra Jess e J.J. abbiamo solo avuto qualche misero accenno senza seguire l’evoluzione del rapporto, sfilacciamento della trama che lascia ancora più deluso lo spettatore.