S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick

S is for stanley

Italia 2016
con Emilio D’Alessandro, Alex Infascelli, Janette Woolmore
regia di Alex Infascelli

Nel 2008 Alex Infascelli intervista Christiane, la vedova di Kubrick e viene a sapere che per trent’anni, fino alla morte del cineasta il suo factotum e uomo di fiducia è stato un immigrato italiano a Londra, è lo stesso D’alessandro in prima persona a raccontare alla macchina da presa il suo singolare e profondo rapporto con il geniale regista.

Tratto dall’autobiografia di Emilio D’Alessandro, Stanley Kubrick e me, scritta con Filippo Ulivieri, che ha collaborato anche alla realizzazione del documentario, S is for Stanley è un racconto commovente di un amicizia improbabile quanto profonda: un umile immigrato italiano per nulla interessato al cinema e uno dei più grandi registi della storia del cinema, uniti dall’ossessiva pignoleria e la passione per le auto.
Il racconto si snoda linearmente dalla consegna fortuita del fallo gigante di Arancia Meccanica che Emilio carica sul suo piccolo taxi a noleggio, l’unico disponibile ad attraversare tutta Londra in una notte nevosa, fino alla morte del regista in cui ritratto emerge in filigrana dal racconto del fedele factotum. Un uomo dalla grande umanità riservato ma che pretende la dedizione più assoluta da chi lo circonda: impedisce ad Emilio di proseguire la carriera automobilistica per paura che si faccia male, arriva al punto di installare a sue spese una linea telefonica diretta nella casa londinese dei D’Alessandro pur di essere sempre in contatto con il suo uomo d fiducia.
Dall’altro canto la disponibilità cieca di Emilio, che mette in secondo piano tutta la sua vita, famiglia compresa per essere sempre accanto a Stanley di cui intuisce la genialità senza mai interrogarsi su quello che gli viene chiesto ma vivendolo come una sfida e un impegno da portare a termine.
La bellezza del documentario sta proprio nella possibile doppia lettura: ovviamente è una miniera di informazioni per gli amanti del regista ma colpisce davvero il rapporto di umanità e dedizione che si installa tra i due uomini, vien quasi da dire un’amicizia di altri tempi.

Schiavo d’amore

Of Human Bondage
USA 1934 RKO
con Leslie Howard, Bette Davis, Frances Dee, Kay Johnson, Reginald Denny, Alan Hale
regia di John Cromwell



Schiavod'amore


Dopo aver studiato arte a Parigi ed aver scoperto di non aver un futuro come pittore, Philip Carey, torna a Londra per intraprendere gli studi di medicina. Quando un amico gli chiede aiuto per abbordare una cameriera carina ma volgarotta, Mildred Rogers, per Philip è l’inizio di un’ossessione amorosa che lo vede sempre disposto a mettere la sua vita al servizio della donna che lo umilia continuamente lasciandolo per altri uomini e tornando da lui solo quando è in ristrettezze. Solo la morte di Mildred lascerà Philip libero di proseguire la propria vita.



Schiavod'amore


Prima riduzione cinematografica del celebre romanzo omonimo di  William Somerset Maugham a cui ne seguiranno altre due.
Uso il termine riduzione con intenzione perché manca tutta la parte dell’infanzia di Philips e il legame conflittuale con lo zio: forse ci sarebbe voluta una didascalia iniziale per riassumere brevemente la storia del protagonista, la sua insicurezza dovuta alla malformazione da piede piede equino che segna anche il rapporto con Mildred.


Schiavodamore


Anche la figura di Nora, l’amica confidente lasciata a un passo dal matrimonio per il ritorno di Mildred incinta, è appena abbozzata.
Di interessante ci sono alcune soluzioni stilistiche, certamente originale (e non ne ricordo altre) la sequenza di Philip è a letto che ricorda la bella serata trascorsa con Mildred vedendola proiettata sulla parte come se fosse al cinema, per poi immaginare di ballare con lei senza il problema al piede.
Bella anche la soluzione di raccontare la ricerca di un lavoro dopo l’intervento che ha risolto la malformazione attraverso la camminata, il lungo peregrinare di Philip alla ricerca di un’occupazione.




Schiavo d'amore


La notorietà del film è legata alla carriera di Bette Davis che per la prima volta può sfoderare tutto il suo talento drammatico in sfuriate che poi caratterizzerano molti suoi celebri interpetazioni. L’attrice voleva fortemente interpretare il ruolo di Mildred, rifiutato da molte altre colleghe, ma il progetto apparteneva alla RKO e lei era sotto contratto con la Warner, si organizzò uno scambio con  Irene Dunne ma non fu facile per la Davis superare la diffidenza del prim’attore, la stella londinese Leslie Howard che dopo un periodo di freddezza sul set dovette riconoscere le qualità della collega nella trasformazione di Mildred da fresca camerierina a donnaccia consumata dalla tubercolosi, in realtà sarebbe dalla sifilide ma anche se il film viene annoverato tra le pellicole Pre-Code, dovette cedere su questo punto al Codice Hays, entrato in vigore proprio dal 1934.




Of human bondage


Una degradazione simile la ripete qualche anno dopo, nel 1937, Barbara Stanwyck in Amore Sublime dove torna anche Alan Hale sempre nel ruolo dell’amico che porta sulla cattiva strada.




Schiavodamore


Leslie Howard e Bette Davis torneranno a lavorare insieme altre due volte, nel 1936 ne La foresta pietrificata e nel ’37 in Avventura a mezzanotte.

L’abominevole dottor Phibes

The Abominable Dr. Phibes
GB 1971
con Vincent Price, Joseph Cotten, Peter Jeffrey, Virginia North, Terry Thomas, Sean Bury
regia di Robert Fuest



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Londra, 1925: una serie di strani omicidi coinvolge l’equipe medica che ha collaborato con il dottor Vesalius per l’intervento finito male di Victoria Regina Phibes, la moglie del celebre organista Anton Phibes che è morto in un incidente automobilistico cercando di raggiungere il capezzale dell’amata. L’ispettore Harry Trout scopre che gli omicidi s’ispirano alle 10 piaghe d’Egitto e che la tomba di Anton Phibes è vuota: riuscirà a fermarlo prima che porti a termine la sua vendetta?




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Celebre horror, memorabile soprattutto nell’impianto visivo che mescola ambientazioni liberty e art deco a vivaci colori pop, gli abiti estrosi di Vulvania e Phibes agli indumenti retrò del resto del cast: basta averlo visto una volta per fissarsi nella memoria l’organo ascendente suonato da Vincent Price, in una delle sue prove più memorabili sorretta dalla sua autoironia: persino l’impassibile Vulnavia non può evitare di sgranare gli occhi quando lo vede sorseggiare champagne direttamente dalla carotide!




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La trama è ovviamente poco credibile ma l’inventiva di Phibes e il ritmo del film non permettono di porsi domande del resto il senso di surrealtà è dato dalle lunghe sequenze iniziali mute: Phibes parla solo dopo mezz’ora dall’inizio della pellicola che dura poco più di 90 minuti. Al suo sacrale silenzio fa da contrasto lo sbigottimento di Scotland Yard che non sa gestire l’insolito caso e reagisce con l’isteria al rischio che la stampa scopra l’assurdo filo che lega gli omicidi.




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In questo strano mix di ironia e grand guignol non si può non provare pena per L’abominevole dottor Phibes: nonostante giochi con il caricaturale, Vincent Price riesce a farci arrivare la solitudine e la follia amorosa che permeano il mostruoso protagonista toccandoci il cuore.

La maschera di cera

The Mystery of the Wax Museum
USA 1933 Warner Bros
con Glenda Farrell, Fay Wray, Lionel Atwill, Frank McHugh, Arthur Edmund Carewe
regia di Michael Curtiz



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Londra 1921: lo scultore Ivan Igor ha un rapporto morboso con le sue opere in cera che reputa alla stregua di persone vive e non pensa al guadagno che si può trarre dall’esposizione come invece fa il suo socio che per rientrare dai capitali investiti decide di dare fuoco al museo per riscuotere l’assicurazione; Igor rimane vittima del rogo per cercare di salvare le statue.
Dodici anni dopo, nel 1933 a New York, ritroviamo Igor in sedia a rotelle che sta per riaprire un nuovo museo delle cere grazie all’aiuto di alcuni scultori. Igor trova una grande somiglianza tra Charlotte, la fidanzata di Ralph, un giovane collaboratore e la sua adorata statua di Maria Antonietta che non ha ancora rimodellato dopo l’incendio londinese. La compagna di stanza di Charlotte, la sfacciata giornalista Florence Dempsey nota un’inquietante somiglianza tra alcune statue del museo e dei cadaveri misteriosamente scomparsi dall’obitorio e inizia a sospettare che le sculture non siano solo di cera..




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Da La maschera di cera del 1933 è stato tratto il remake piuttosto fedele del 1953 di Andre De Toth il primo film in cui Vincent Price interpreta un mostro.

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Le differenze tra le due pellicole possono aiutare a capire le differenze tra un film pre-code e uno girato quando la censura imposta dal Codice Hays si fonde con il perbenismo anni ’50: a parte la piccola allusione alla dipendenza dalla droga del professor Darcy, colui che materialmente riveste i cadaveri rubati di cera, le differenze ruotano tutte attorno alla figura femminile, protagonista della pellicola del 1933 è la giornalista Florence Dempsey: sfacciata e strafottente con l’amica Charlotte che ha messo l’amore prima delle esigenze materiali, è sempre alla ricerca di nuove storie sennò rischia di perdere il lavoro, Florence non ha certo timore di infilarsi nella pericolosa cantina dell’allibratore/spacciatore Joe Worth e da vera smart girl è la prima a intuire l’orrido segreto nascosto nel museo di Igor ed è la prima a intervenire per salvare Charlotte dal “dono dell’immortalità” che le vorrebbe fare lo scultore.
Con tutto che è quasi sempre in scena l’attrice che interpreta Florence, Glenda Farrell, è solo terza nei titoli di testa del film, dopo il protagonista maschile e la scream queen per antonomasia, Fay Wray che entra in scena a metà film. Il vero colpo di scena resta comunque l’inaspettata proposta di matrimonio del direttore di Florence con cui la donna litiga sempre e che lei accetta anche se fuori l’aspetta il miliardario innamorato con cui era più prevedibile il lieto fine



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La particolarità del film è di essere girato a colori, l’ultimo dei tre che la Warner gira con il technicolor bicromatico, un procedimento inventato dalla Technicolor che esponeva la pellicola girata in bianco e nero a due filtri colorati.




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Curtiz usa in maniera ingeniosa l’effetto colore, sfruttandolo per accentuare il tributo alla cinematografia espressionista, in particolare al Il gabinetto del dottor Caligari di cui riprende certi viraggi gialli o blu e l’effetto straniante del technicolor bicromatico consente di citare le scenografie sghembe di certe riprese della scalinata ai sotterranei del museo sempre derivanti dal capolavoro di Robert Wiene.

Cenerentola a Parigi

Funny Face
USA 1957 Paramount Pictures
con Fred Astaire, Audrey Hepburn, Michel Auclair, Kay Thompson
regia di Stanley Donen



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Maggie Prescott, direttrice della rivista di moda Quality, in cerca di spunti innovativi per la rivista, si lascia convincere dal fotografo Dick Avery a lanciare come nuovo volto del giornale Jo Stockton, goffa commessa di una libreria del Village dove avevano ambientato un servizio di moda. La ragazza, che non ha nessun interesse nel mondo della moda, accetta l’offerta solo per poter andare a Parigi e conoscere il filosofo Emile Flostre; l’incontro con il professore dell’empatismo, che si rivela essere giovane e aitante, mette in crisi il nascente amore tra Dick e Jo..



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Cenerentola a Parigi non è certo uno dei migliori musical di Stanley Donen: la parodia del mondo intellettuale parigino è piuttosto banale e rischia solo di appesantire una pellicola che non brilla neppure per la qualità dei numeri musicali.
Quello che funziona molto bene è il lato fashion del film: i titoli di testa hanno la supervisione di Richard Avedon, figura a cui si ispira anche Fred Astaire per portare in scena il fotografo Dick Avery. Nei titoli di testa scorrono alcune delle foto di moda più famose di Avedon, e nel cast sono presenti le “top model” dell’epoca, Suzy Parker e Dovima, quest’ultima impegnata in una divertente parodia delle modelle stupide con il personaggio di Marion.




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Il film è così alla moda che compare anche la vettura Isetta, l’innovativa minicar che si apriva anteriormente.

IsettafunnyfaceStanley Donen, il regista che per primo ha portato il musical fuori dai teatri di posa, con Un giorno a New York, si adegua al gusto di usare il musical come mezzo per raccontare le città più belle del mondo, questa volta è Parigi a far da sfondo a numeri puramente illustrativi della città come Bonjour, Paris! mentre nel precedente lavoro con Fred Astaire, Sua Altezza si sposa, sfondo della pellicola era stata Londra e il matrimonio di Elisabetta II.




Cenerentolaparigi


Come sempre ineccepibili i due protagonisti nonostante la grande differenza d’età che a volte rischia di rendere poco credibile la storia d’amore.
Audrey Hepburn canta senza esser doppiata, Fred Astaire ritrova un ruolo che aveva già portato sulle scene nel 1927 insieme alla sorella Adele: dell’omonimo musical di Gershwin, però, Funny face prende solo il titolo e quattro canzoni di Gershwin mentre il plot s’ispira al musical Wedding Bells di Leonard Gershe.

The Blackbird

Theblackbird

Usa 1926 MGM
con Lon Chaney, Owen Moore, Renée Adorée, Doris Lloyd, Andy MacLennan, William Weston, Sidney Bracey, Ernie Adams, Lionel Belmore, Margaret Bert, Louise Emmons, Willie Fung
regia di Tod Browning

Il malfamato quartiere londinese di Limehouse è il regno del ladro Dan, soprannominato il Merlo (The Blackbird) fratello di The Bishop, prete sciancato di buon cuore che gestisce una missione per i poveri. In realtà The Bishop non esiste, è solo una messa in scena dell’astuto ladro per crearsi un alibi.
Dan è invaghito di Fifi Lorraine, stellina francese del locale notturno che frequenta abitualmente ma la ragazza gli preferisce West End Bertie, un ladro azzimato che bazzica il bel mondo per far fare incetta di gioielli ai suoi scagnozzi. Il Merlo cercherà in ogni modo di impedire l’amore tra Fifi e Bertie ma proprio il suo travestimento gli sarà fatale..

Il secondo film del rinnovato incontro di Lon Chaney con Tod Browning sotto l’egida di Irving Thalberg alla MGM, è un melodramma amoroso piuttosto lambiccato, vista anche la presenza di Polly Limehouse, ex moglie di Dan ancora innamorata di lui, che per gelosia verso Fifi scatena, senza volerlo, il dramma finale.



The blackbird


Anche le riprese a macchina fissa non deporrebbero a favore della pellicola ma Browning si conferma un grande costruttore di atmosfere, qui affidate a una selezione di volti inquietanti che popolano i bassifondi londinesi e Lon Chaney aggiunge quella patina untuosa ed disturbante che fa sì che ancora oggi il film riesca ad affascinare.
Come nel precedente Il trio infernale del 1925 ritorna l’escamotage della doppia identità del ladro per avere sempre un alibi a disposizione.
Fifi TheBishop
Questa volta il temutissimo Blackbird ha come alter ego addirittura un prete che salva i poveri con la sua missione: forse il Merlo ha davvero un cuore migliore di quel che lui stesso crede, come sostiene Polly? Non è dato saperlo ma la cosa davvero interessante del film è che Lon Chaney, l’uomo dai mille volti in grado di deformarsi quasi a piacimento, si trasforma nello storpio Bishop direttamente in scena: con poco più di una piroetta davanti alla macchina da presa assumere la posizione contorta del personaggio.
Un urto con la porta spalancata dalla polizia che sta inseguendo Blackbird spezza la schiena di Dan che non può farsi vedere da un medico altrimenti si scoprirebbe la simulata deformità: Dan muore quindi effettivamente storpiato, secondo quella caratteristica legge del contrappasso cara al regista.
Una particolarità riguarda le didascalie: per sottolineare la diversa pronuncia degli abitanti di Limehouse dall’inglese perfetto di West End Bertie o altri personaggi si ricorre all’uso di apostrofi per contrarre frasi e suoni, caratteristica poi sviluppata negli errori grammaticali dei cowboy de Il Vento di Sjöström nel ’28.

Amleto

Amleto

Sabato 23 aprile ricorrerranno i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare e tra i molti eventi che accompagnano all’anniversario si segnalava la programmazione della Nexo Digital che per due giorni, il 19 e il 20 aprile, ha portato in sala L’Amleto interpretato da Benedict Cumberbatch, una produzione National Theatre al Barbican di Londra.
La versione diretta da Lyndsey Turner trasporta la malinconia del principe di Danimarca nel presente, o meglio in un pastiche temporale del XX secolo e la scelta di aprire la scena su Amleto che ascolta Nature Boy, il cui testo è certamente adatto alla personalità del protagonista, fa subito pensare a Moulin Rouge! di Baz Lurhmann, predisponendo lo spettatore ad essere trasportato in un mondo i cui riferimenti storici sono poco coerenti tra loro. Anche la scenografia, cosa per altro abbastanza abituale, si trasforma con pochi tocchi di luce nei vari ambienti del castello di Elsinore, e anche negli esterni. Resta notevole l’idea di cospargere di melma tutto il palco nel secondo tempo: a parte l’utilità per le scene della sepoltura di Ofelia, il castello così lordato è la più manifesta rappresentazione della tragedia incombente che porterà alla tomba tutti i personaggi.
L’interesse della rappresentazione, dal vivo o in sala, è legata ovviamente alla scelta del protagonista, la star Benedict Cumberbatch la cui fama è legata soprattutto alla serie Sherlock ma anche alla partecipazione a film di successo (The Imitation Game, gli è valsa la nomination agli Oscar) e ben presto sarà un eroe Marvel nei panni del Doctor Strange.
Che al fascino Cumberbatch unisca ottime doti attoriali, non è una novità e il suo Amleto è molto fisico, è praticamente in scena per le tre ore dello spettacolo. Il suo non è il pallido principe incapace ad agire, piuttosto una persona che si trova di fronte a un delitto estremamente esecrabile di cui ha bisogno le prove prima di agire e più dedito a ricercare il momento ideale per la vendetta che a rifuggirla.

Claudiusciaranhinds

Il cast è comunque notevole, su tutti spicca Siân Brooke nel ruolo di Ofelia ma incute inquietudine e timore anche il Claudio di Ciaran Hinds, altro attore britannico che conosciamo grazie a film e serie tv come Roma dove interpretava Giulio Cesare o Il Trono di Spade.
Il giudizio sulla proiezione, la prima di questo tipo a cui assisto, è molto positiva, se proprio devo muovere una critica ho trovato i sottotitoli in italiano piuttosto desueti mentre quel (poco) che riuscivo a capire dell’inglese seicentesco del Bardo aveva una sua attualità, l’aulica traduzione ottocentesca appesantiva e stonava un po’ con l’intera atmosfera moderna.

Herbert Marshall

Herbertmarshall Esattamente 50 anni fa moriva Herbert Marshall, star elegante e raffinata del cinema hollywoodiano per tutti gli anni ’30 e ’40. La sua è una storia molto particolare.
Herbert Brough Falcon Marshall nasce a Londra il 23 maggio 1890, si avvicina a l teatro prima lavorando dietro le quinte per poi debuttare nel 1911. La Grande Guerra blocca quella che era una carriera in ascesa e Marshall riporta una ferita molto seria a una gamba che gli viene amputata costringendolo ad usare per tutta la vita una protesi di legno. Nonostante l’handicap Herbert Marshall riprende il ruolo di attore e continua a calcare le scene londinesi e a diventare una star del cinema anche se in alcune scene (ad esempio sulle scale) aveva bisogno di una controfigura.
Il debutto sul grande schermo avviene nel 1927: Mumsie di Herbert Wilcox è l’unico film muto a cui partecipa. Nel 1930 è il protagonista del film di Hitchcock Omicidio!.
Si trasferisce a Hollywood l’anno seguente per raggiungere la moglie, l’attrice Edna Best con cui fa coppia nei suoi primi film americani. Nel 1932 interpreta il marito di Marlene Dietrich in Venere Bionda di Josef von Sternberg: nella pellicola suo rivale è Cary Grant a cui Marshall, sempre nel 1932, viene preferito da Lubitsch per interpretare Gaston Monescu, il ladro gentiluomo di Mancia compentente, il film che gli darà la notorietà e per tutti gli anni ’30 l’attore sarà protagonista di numerose commedie tra cui ricordiamo Sarò tua del 1935 accanto a Jean Arthur per la regia di William A. Seiter.

Manciacompetente

Con Ernst Lubitsch e Marlene Dietrich (sempre nei panni del marito tradito) tornerà a lavorare nel 1936 in Angelo.
Nel 1934 interpreta Walter Fane nella versione de Il Velo Dipinto che ha per protagonista Greta Garbo. Il film, diretto da Richard Boleslawsky, è tratto da un romanzo di William Somerset Maugham e l’aplomb tipicamente britannico di Herbert Marshall lo renderà più volte il perfetto protagonista delle trame scritte dall’autore inglese: La lettera è il secondo film che l’attore gira nel 1929 nei panni dell’amante di Leslie Crosbie, nel 1940 girerà il remake diretto da William Wyler con Bette Davis, Ombre malesi ma nei panni del marito della donna.
Nel 1942 è coprotagonista de La Luna e i sei soldi di Albert Lewin, film ispirato alla vicenda di Gauguin che s’adombra nel personaggio di Charles Strickland interpretato da George Sanders. Per finire nel 1947 ne Il filo del Rasoio Marshall interpreterà lo scrittore stesso nella trasposizione cinematografica del suo romanzo che ha per protagonista Tyrone Power.

Ilfilodelrasoio

Nel 1940 torna a lavorare con Hitchcock ne Il prigioniero di Amsterdam ed interpreta la spia nazista Stephen Fisher: da amabile seduttore o marito defilato, Marshall comincia a rivelarsi perfetto anche per i ruoli dell’insospettabile cattivo/omicida come ne La Muraglia delle tenebre del 1947 per la regia di Curtis Bernhardt.
Nel 1941 è ancora il marito di Bette Davis in Piccole volpi, magnifico melodramma sull’avidità tratto dalla piece di Lillian Hellman e diretto da  William Wyler.

Piccolevolpi

Nel 1945 nell’adorabile Il villino incantato di John Cromwell è il pianista cieco che favorisce la nascita dell’amore tra un soldato sfigurato e una ragazza insignificante: l’amore trasfigurerà i due rendendoli bellissimi.
Nel 1946 è nel cast del magnifico Duello al sole di King Vidor nel ruolo del padre di Perla Suarez, Jennifer Jones contesa dai due fratelli McCanles.
Ancora il ruolo di un padre, quello della pericolossima  Angel Face Diane Tremayne in Seduzione mortale, capolavoro di Otto Preminger (1952).
Superati i sessant’anni l’attore si presta alla televisione per giochi a premi e apparizioni in serie tv limitando l’attività sul grande schermo anche a semplici camei però incisivi come in Merletto di Mezzanotte o a ruoli secondari come quello dell’Ispettore Charas ne L’esperimento del dottor K, (The fly) film più noto nel remake del 1986 diretto da Cronenberg, La mosca.
Il suo ultimo film è Il terzo giorno del 1965.

Giacomo Balla astrattista futurista

LocBalla

La “villa dei capolavori”, così viene chiamata la villa che ospita la Fondazione Magnani Rocca perché la residenza del collezionista e critico d’arte Luigi Magnani vanta una collezione invidiabile che va maestri come Filippo Lippi o Gentile da Fabriano fino a Monet, Renoir, Matisse, passando per Tiziano, Durer, De Chirico senza dimenticare la serie di 50 Morandi. Oltre alla quadreria permanente la villa ospita anche importanti mostre tematiche, quella dedicata a Giacomo Balla resterà aperta fino all’8 dicembre 2015.
L’occasione è quella di celebrare il centenario della pubblicazione del manifesto Ricostruzione Futurista dell’Universo firmato da Balla e Depero e tutta l’opera dell’artista viene ripercorsa in sezioni che riprendono le parole chiave del testo.
Si parte dai primi lavori d’impronta divisionista che dimostrano da subito come lo studio di Balla sia rivolto soprattutto al colore e alla luce. Spicca in questa sezione la bellissima Fontana che piange, un’opera mai esposta in precedenza, di grande impatto anche la Finestra di Düsseldorf.
Del periodo prettamente futurista, nella sezione movimento colpiscono gli studi sul movimento che portano a Volo di rondini.



Fontana che piange


Largo spazio viene dato alla figura femminile, dal primo pastello della moglie, Elisa che cuce ai ritratti delle figlie, ai nudi ma soprattutto la presenza del capolavoro Dubbio di cui è intrigante anche la cornice quasi architettonica voluta da Balla stesso.
L’indagine sul movimento del pittore sfocia naturalmente nella tridimensionalità delle sculture e come per alti futuristi l’arte si riflette su tutti gli aspetti della vita ecco allora i vestiti futuristi ideati da Balla per sé e per la moglie o le figlie.
Sono presenti anche mobili che provengono dalla casa di Balla nella speranza che presto la sua casa studio venga aperta al pubblico.


Ultima chicca: fino all’8 dicembre alla Fondazione Magnani Rocca è visibile anche La sedia di Van Gogh (1888) prestata dalla National Gallery di Londra in cambio de La famiglia dell’infante don Luis di Goya.

Addio a Maureen O’Hara

Maureenohara E’ scomparsa sabato scorso, 24 ottobre, all’età di 95 anni, Maureen O’Hara, l’irlandese che conquistò Hollywood con il carattere indomito e il rosso della chioma che ne fece la “regina del Technicolor”.
Maureen FitzSimons nasce a Dublino il 17 agosto del 1920, figlia di un’attrice, inizia a recitare a teatro a quattordici anni la compagnia dell’Abbey Theatre di Dublino.
Il primo provino per il cinema, a Londra, non ha successo ma la nota Charles Laughton e così dopo due pellicole minori, a soli diciotto anni Maureen O’Hara è accanto al suo mentore, protagonista dell’ultimo film britannico di Alfred Hitchcok, La taverna della Giamaica.
L’anno seguente Laughton interpreta il gobbo Quasimodo in Notre Dame per William Dieterle e Maureen O’Hara viene scelta per il ruolo di Esmeralda nella versione cinematografica più celebre del romanzo di Victor Hugo.

Il film è prodotto dalla RKO e in questo modo l’attrice sbarca in America. Qui incontra un altro irlandese che “non si lasciava mettere i piedi in testa” come lei, il regista John Ford e con lui girerà cinque film, il primo è del 1941, Com’era verde la mia valle: la reivocazione malinconica della vita in un villaggio minerario è uno dei capolavori fordiani non legati al mito della frontiera.
Il tema della pirateria già toccato nel film di Hitchcock, torna nel rutilante Il Cigno Nero (1942) di Henry King che ha per protagonista Tyrone Power.

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Nel 1943 la O’Hara gira il film di propaganda Questa terra è mia diretto dall’espatriato Jean Renoir, protagonista ancora una volta Charles Laughton.
Dopo il thriller Il passo del carnefice (1943) accanto a John Garfield, per la regia di Richard Wallace, nel 1945 arriva un altro film sui pirati, Nel Mar del Caraibi diretto da Frank Borzage. E’ un genere in cui il carattere volitivo dell’attrice spicca, i suoi capelli rossi vengono esaltati dal technicolor e le sue capacità atletiche le permettono di rinunciare alla stunt per le scene d’azione, caratteristiche che le servono anche per il film del 1947, Simbad il marinaio accanto a Douglas Fairbanks Jr. per la regia di Richard Wallace.
Sempre nel ’47 Maureeen O’Hara è protagonista di un celebre film natalizio Il miracolo della 34ª strada dove il vecchietto che impersona Babbo Natale per un grande magazzino si rivela essere il vero Santa Klaus. La regia è di George Seaton, la figlia della O’Hara è interpretata da Natalie Wood bambina. Rifatto nel 1994 con Richard Attenborough nei panni di Babbo Natale.

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Nel 1948 è la signora Tacey King che assume come governante l’imperturbabile Elia Belvedere dando luogo a un mare di pettegolezzi nella divertente commedia, primo capitolo della trilogia del sig. Belvedere, Governante Rubacuori con Clifton Webb per la regia di Walter Lang,
Il secondo film con John Ford, e il primo con John Wayne, attore con cui formerà sempre una coppia in scintille, è del 1950: Rio Bravo, il terzo capitolo della Trilogia della Cavalleria dopo Il massacro di Fort Apache (1948) e I cavalieri del nord-ovest (1949).
Il film più bello della coppia Wayne – O’Hara, diretti sempre da John Ford, è del 1952 Un uomo tranquillo storia di un pugile che, fatta fortuna in America, torna nel paese natio in Irlanda dove deve assoggettarsi alle regole tradizionali anche e soprattutto per conquistare la bella Mary Kate Danaher. (il caso vuole che la pellicola passi stasera su SkyClassics alle ore 21,00).

Unuomotranquillo
Ancora John Ford la dirige accanto a Tyrone Power ne La lunga linea grigia (1955), malinconica storia di un istruttore di West Point che non lascia mai l’accademia.
Ladygodiva Maureen O’Hara è anche stata Lady Godiva nell’omonimo ma insignificante film di Arthur Lubin del 1955, a cui partecipa non accreditato un Clint Eastowood quasi debuttante che nel 2014 le ha consegnato l’oscar alla carriera.
La collaborazione con Ford e Wayne continua nel 1957 con Le ali delle Aquile.
Nel 1960 è Beatrice Severn, la segretaria del fantasioso agente segreto Jim Wormold (Alec Guinness) nel Il nostro agente all’Avana di Carol Reed, tratto dall’omonimo romanzo di Graham Greene.
E’ coprotagonista accanto a  Brian Keith (Tre Nipoti e un maggiordomo) dell’edificante commedia targata Disney del 1961, Il cowboy con il velo da sposa. Sempre con Brian Keith gira nello stesso anno il film d’esordio di Sam Peckinpah, il western  La morte cavalca a Rio Bravo.
McLintock, sorta di Bistetica Domata riadattato al West, è il quarto film accanto a John Wayne, diretto da Andrew V. McLaglen. Lo stesso regista la dirige anche nel dimenticabile Rancho Bravo (1965) accanto a James Stewart e Brian Keith.
Nel 1971 l’attrice è per l’ultima volta la moglie di John Wayne ne Il grande Jake di  George Sherman; l’ultimo film girato da Maureeen O’Hara è del 1991, la commedia Cara Mamma mi sposo per la regia di Chris Columbus.
Nonostante la partecipazione a capisaldi della cinematografia, l’attrice non ha mai ricevuto una nomination all’Oscar, viene ripagata nel 2014 con l’Oscar alla carriera.