Le cronache di Narnia

Inghilterra, Seconda Guerra Mondiale: i quattro fratelli Pevensie trovano rifugio dai durissimi bombardamenti di Londra  nel maniero di un professore dove scoprono che un armadio e’ la porta segreta che conduce nel fantastico mondo di Narnia: anche qui si sta combattendo una guerra contro la crudele Strega Bianca che da cent’anni tiene in pugno il regno con un gelido inverno..

Tildaswintonnarnia7idBanalissimo fantasy che ha per protagonisti i ragazzini piu’ antipatici della storia del cinema, in particolare i due piu’ grandi Susan e Peter, con la scusa di aver la responsabilita’ dei fratelli minori, battibeccano come una vecchia, insopportabile coppia di sposi. Dalla prima inquadratura sotto le bombe di Londra si capisce gia’ quale dei quattro sara’ cosi’ stupido da cedere  piu’ volte al fascino della Strega Bianca e la simpatia della piccola Lucy e’ affidata alla sua leziosita’ che supera quella proverbiale di Shirley Temple (che almeno sapeva ballare!).
La mia comprensione va tutta all’attore che interpreta il Signor Tumnus, costretto a recitare il ruolo del fauno con una salopette di peluche.
Questo film dovrebbe essere l’emulo della trilogia de Il signore degli Anelli, soprattutto nelle scene di battaglia, purtroppo quelle dirette da Andrew Adamson mancano totalmente di epicita’ e i rallenti sarebbero piu’ adatti a un’incontro di rugby che pare essere il modello di scontro fisico a cui il regista si ispira.
Come se non bastassero gia’ i guai della pellicola, il doppiaggio italiano infila una perla delle sue facendo doppiare il prode leone Aslan da Omar Sharif: con tutto l’affetto e il rispetto che ho per il grande attore, gli anni pesano anche sulla sua voce e cosi’ il saggio felino parla con la vocetta querula dei vecchietti del West, per quanto concerne l’accento straniero  ho una teoria: siccome il leone rappresenta una metafora di Cristo, l’accento straniero e’ un omaggio a Giovanni Paolo II, scambiando al solito il significante per il significato. Teoria molto opinabile, ma mi annoiavo a morte e dovevo pur trovare qualcosa per ingannare il tempo.
L’unica cosa rimarchevole del film e’ Tilda Swinton nei panni della Strega Bianca,  non certo in una delle sue prove piu’ eccelse, ma  la sua presenza scenica e’  piu’ che sufficiente a rendere degna di nota la sua partecipazione; non a salvare la pellicola, purtroppo!

Kiriku’ e gli animali selvaggi

KirikuChi, come la sottoscritta, ha amato molto Kiriku’ e la strega Karaba’, corre il rischio di restare deluso dalle nuove avventure del piccolissimo bambino  che con il suo acume riesce  sempre a mettere nel sacco la strega: se il primo film era permeato da un’aura sacrale tipica delle fiabe, con la nascita decisa dal piccolo che viene al mondo gia’ parlante e pensante, elemento che  ricollega la cultura africana  al mito greco di Atena (o viceversa?), questa seconda pellicola, che vorrebbe esserne il prequel, e’ penalizzata dalla struttura ad episodi che spezza troppo il ritmo; personalmente non ho amato molto l’episodio dei vasi di terracotta che dipinge un Kiriku’ troppo perfetto e quindi a rischio di antipatia.
Fortunatamente la seconda parte del film ritrova tutta la magia della precedente pellicola: l’episodio della giraffa e’ un’affascinante fantasmagoria di colori che omaggia i meravigliosi scenari africani ed il tratto elegante del disegno ispirato all’arte africana degli anni ’20-’30, che trova la sua esaltazione nella raffinatissima giraffa, si mescola perfettamente con gli sfondi ispirati ai quadri del Henri Rousseau il Doganiere, il tutto supportato dall’ottima colonna sonora dai ritmi africani (consiglio di  leggere tutti i titoli di coda per aver modo di ascoltare le due belle canzoni finali).
Nell’ultima avventura  tornano tutte le caratteristiche che hanno reso celebre il piccolo Kiriku’: il suo ingegno e il suo coraggio uniti alla forte compassione per gli altri che gli consentono di ammirare la bellezza di Karaba’ nonostante la sua cattiveria.
Da vedere per entrare in contatto con  culture lontane, disintossicandosi dall’omologazione del cartoon imposto dalla tecnica digitale e poi c’e’ sempre lo scandalo del nudo, come racconta l’intervista a Michel Ocelot fatta da FilmUp.

La mia vita a Garden State

Lamiavitaagardenstate

Recuperato al cineforum, l’esordio dell’attore emergente Zach Braff alla regia e’ una commedia generazionale divertente che risolve i buchi di sceneggiatura puntando su un cast molto ben preparato dove spicca un’incantevole Natalie Portman.
La storia invece non mi ha convinto molto: Andrew Largeman torna a Garden State dopo nove anni di lontananza, per il funerale della madre, una donna paralizzata morta annegata nella vasca da bagno: nonostante il crescente climax emotivo del film (si scopre che la madre e’ diventata disabile a causa di un incidente provocato dal figlio che per questo motivo e’ stato messo in collegio) lo scarso approfondimento del rapporto con i genitori in favore di una galleria di personaggi divertenti ma superficiali, lascia un grosso interrogativo sulla vicenda materna per definire la quale si e’ scelto una morte che puo’ essere letta anche come un suicidio, creando così una grande aspettativa nello spettatore che rimane deluso.

A history of violence

A-history-of-violence Tom Stall ha una vita invidiabile: una moglie di cui e’ innamorato, due bei figli e dirige con successo una tavola calda in una citta’ di provincia, un giorno due feroci malviventi entrano nel bar di Tom con l’intento di uccidere, piu’ che rapinare. Tom sventa la rapina e diventa un eroe, osannato dai media. La notorieta’ mette sulle sue tracce alcuni malavitosi di Philadelphia che lo credono un certo Joey Cusak..

La violenza e’ un cancro contagioso che puo’ essere estirpato dal proprio corpo, magari seguendo il motto evangelico ”se il tuo braccio ti e’ occasione di scandalo, taglialo?”
E’ su questo tema che indaga l’ultimo film di Cronenberg, che non nasce come suo progetto personale, ma e’ l’ennesima trasposizione cinematografica di un fumetto, progetto in cui il regista e’ subentrato in corso d’opera.
Ci sono alcune parti del film estremamente interessanti, che maggiormente rispecchiano la teoretica cronenberghiana, tra tutte la trasformazione di Jack, il figlio di Tom Stall che, da mite ragazzo in grado di smontare il bullo della scuola con l’arma dell’ironia, diventa una macchina da guerra per essere all’altezza dell’eroico genitore: un’ottima riflessione sulla violenza come retaggio dell’ambiente familiare/culturale, che nasce dallo spirito di emulazione.
Ma la violenza, sempre esecrabile, fa parte della natura umana ed esercita un fascino notevole come dimostra la seconda scena di sesso tra i coniugi Stall (urge sottolineare che questo e’ uno dei pochissimi film in cui il sesso e’ funzionale alla storia e non un surplus patinato e voyeristico).
C’e’ una caduta di tensione nella scena dell’incontro tra i due fratelli con un William Hurt che gigioneggia troppo nel fare il gangster alla Pulp fiction, mentre il finale aperto attorno al desco familiare e’ notevole con quel silenzio imbarazzato che prelude alla forzata convivenza della famiglia Stall con un “peccato originale” da scontare.
Il film si e’ meritato due nomination ai GoldenGlobe: una lo mette in lizza come miglior film drammatico e l’altra va a Maria Bello, come miglior attrice: di certo turbera’ non pochi sonni con quella tenuta da majorette!
Nulla purtroppo per il sempre ineccepibile Ed Harris, qui in una grande prova

Chicken Little – amici per le penne

Chicken Da quando una notte ha messo in allarme tutta la cittadinanza scambiando (?) la caduta di una ghianda per un asteroide, Chicken Little è lo zimbello della città. Per riscattarsi e riconquistare la fiducia del padre non gli resta che diventare un asso del baseball. Il Piccolo Pollo riesce nella sua impresa ma proprio quella notte un pezzo di cielo gli cade in testa..

Il primo film in 3D della Disney dopo il divorzio dalla Pixar è caratterizzato da una minor raffinatezza dell’immagine digitale compensata da una maggior freschezza della storia.
La necessità della celebre casa di produzione di dimostrare la propria indipendenza creativa dalla Pixar ha imposto un plot più moderno, non complesso ma lontano dalla solita melassa buonista che ha contraddistinto decenni di produzioni Disney.
Ovviamente stiamo sempre parlando di un cartone animato che ha per target principale un pubblico infantile quindi l’assenza di buonismo è estremamente relativa, ma se si fa un confronto tra Chicken Little e il Pesciolino Nemo le differenze balzano agli occhi: entrambi i protagonisti sono orfani di madre, ma se assistiamo alla morte della madre di Nemo, quella di Chicken Little resta un’immagine sfocata sullo fondo e mentre il rapporto tra Nemo e il padre è idilliaco, il Piccolo Pollo deve scontrarsi piuttosto duramente con una figura paterna che non ha assolutamente fiducia in lui; Nemo ha una pinna atrofizzata e nonostante questo è un piccolo grande eroe, Chicken Little non ha menomazioni fisiche evidenti se non la scarsa prestanza fisica ma è un nerd impopolare contro cui si accanisce tutta la scuola e proprio nella parte introduttiva che mostra le angherie che il Polletto e i suoi amici sono costretti a subire dai “popolari” sta la novità cattivella della Disney: per quanto riesca sempre a trovare delle soluzioni geniali, la vita di Chicken Little ha risvolti quasi fantozziani e si svolge sotto lo sguardo indifferente degli insegnanti, che incentivano la competizione tra studenti. La popolarità scolastica è una priorità fondamentale dei ragazzi americani e la satira di questo modo di pensare credo sia tra le cause dell’enorme successo che il cartoon ha avuto negli USA.
Per il resto la pellicola non si distingue dalla concezione moderna del cartone, puntando molto la rivisitazione in chiave comica dei grandi successi della cinematografia; questa volta ci si concentra sul genere fantascientifico e il cartoon diventa un godibilissimo pastiche di film sci-fi, da E.T. ad Indipendence day, dai cerchi nel grano di Signs al più recente La guerra dei mondi, ma l’omaggio più divertente e irriverente è fatto al film con cui Chicken Little si scontrerà direttamente ai botteghini mondiali, il King Kong di Peter Jackson ed è irresistibile la parodia della lotta di Kong con gli aeroplani sull’Empire, che ha per protagonista Pesce.
Due parole sul doppiaggio italiano, più che dignitoso, nostante la presenza decisamente insulsa di Veltroni nei panni del Tacchino sindaco; piuttosto mi risulta incomprensibile il fatto che a tutti gli interpreti è stato tradotto il nome in italiano, anche con risultati carini come il maiale che si chiama Aldino Cotechino mentre il protagonista è l’unico ad aver mantenuto il nome originale inglese.

Recensione pubblicata anche su ImpattoSonoro

Wolf Creek

Estate 1999: due ragazze inglesi fanno amicizia con un ragazzo australiano e decidono di attraversare con lui parte dell’Australia, il loro viaggio finira’ tragicamente a Wolf Creek.


Wolfcreek

Opera prima di un regista australiano che sfrutta per l’ennesima volta (da Picnic ad Hanging Rock in poi) il fascino della natura australiana per raccontare una storia di scomparse misteriose.
Wolf creekLa parte iniziale e’ molto valida nel costruire atmosfere inquietanti e lasciando aperte molte vie agli sviluppi della trama: i ragazzi sono certamente delle vittime predestinate, ma di chi? dei volgari beoni che importunano le ragazze al bar o forse degli alieni? Quando invece si delinea la classica (?) storia del serial killer tutto diventa un po’ piu’ prevedibile, ad esempio le due ragazze aggrappate al ciglio di un burrone per nascondersi, vengono scoperte dal classico sasso che sceglie proprio quel momento per cascare. Ma la prevedibilita’ della costruzione puo’ trovare una sua ragion d’essere nel finale aperto a cui non accenno.
E’ un horror d’atmosfera poco splatter che non vuole assolutamente far sobbalzare lo spettatore, preferendo lasciargli addosso una tensione sporca e raccapricciante che lo accompagna fino al giorno dopo.
Disomogeneo forse, ma capace di lasciare il segno.

L’ignoto spazio profondo

Gli alieni sono perfettamente integrati sulla Terra, uno di loro ci racconta la storia di un lunghissimo viaggio spaziale fatto dagli umani alla ricerca di un nuovo pianeta che potesse ospitarli perche’ in seguito ad un piu’ approfondito esame dell’UFO caduto a Roswell si era liberato un virus extraterrestre che avrebbe potuto distruggere l’umanita’.


Ignotospazioprofondo

Accedendo per la prima volta agli archivi Nasa, Werner Herzog costruisce un docu-fiction pieno di poesia visiva e dal potente messaggio etico-filosofico.
Facendo un paragone scientifico e’ come se il regista fosse riuscito a cogliere in questo film l’esatto punto di intersezione di numerose rette convergenti, tanti sono i piani di lettura del suo lavoro.
C’e’ l’omaggio al progresso aeronautico-spaziale ripercorso da immagini di repertorio che dal primo volo aereo del 1903 arrivano alle piu’ moderne teorie dei tunnel temporali, non scevro di ironia per le espressioni un po’ basite dei matematici e per il futuro che si prospetta a questo prodigioso progresso: si punta a costruire delle colonie spaziali che non siano altro che dei grandi centri commerciali!
Scienza che si interseca con l’esoterismo quando al modello delle orbite dei pianeti intorno al sole si sovrappone perfettamente il labirinto della cattedrale di Chartes e quando le immagini della sonda Galileo trasmesse dai confini dell’Universo conosciuto dimostrano come l’immensamente grande abbia la stessa struttura dell’immensamente piccolo (onore a spider che aveva accennato questa teoria gia’ nei commenti alla mostra milanese su StarWars).
La storia fantascientifica che sta alla base del plot e’ perfettamente credibile con i riferimenti ai fatti di Roswell e risponde ai canoni della sci-fi che fin dagli esordi si pone grandi interrogativi morali sull’uomo che in questa pellicola si fondono perfettamente con l’ossessione dell’analisi della volonta’ umana che caratterizza la teoretica herzoghiana.
Il film offre interessanti spunti di riflessione sul cinema: benche’ nei titoli di coda si ringrazi “la poeticita’ delle immagini Nasa”, personalmente mi sarei annoiata a morte vedendo un documentario sulla missione dello Space Shuttle STS-43, mentre Herzog riesce a renderle davvero interessanti anche grazie all’uso coinvolgente della colonna sonora che spazia dalla musica da camera a quella sacra per finire con una grande componente di musica etnica, in particolare cori dei Tenores di Orosei; allora mi domando se tra le qualita’ di un grande regista non ci sia anche quello di tirar fuori la potenza dell’immagine anche da banali documenti di repertorio.
Vedendo il crudo ritratto della vera vita degli astronauti non si puo’ non pensare all’immaginario filmico fantascientifico, soprattutto degli anni’70: quanto differisce la confusione che regna nelle anguste capsule spaziali dalle spaziose ed ordinatissime astronavi arredate con oggetti di design di 2001 Odissea nello spazio o di Spazio 1999!
Altro elemento fondamentale de film e’ la poesia delle immagini: alla bellezza della natura che possiamo trovare anche in documentari ora di moda a partire da Microcosmos si unisce l’uso filosofico delle stesse: commovente e ammonitrice la scena del sub che strazia la vegetazione marina con un sottofondo di musica dolente, mentre l’uscita dal mondo sommerso attraverso il ghiaccio che vorrebbe simulare un viaggio spazio-temporale ha tutta la forza di una nascita fisica od intellettiva (la maieutica di Socrate).
Si puo’ davvero andare avanti per ore a raccontare quello che e’ in grado di evocare questo capolavoro di Herzog, che ha un’unica pecca ai miei occhi: la scarsissima distribuzione nelle sale a dir poco vergognosa!

Il sito del film

Broken Flowers

Brokenflowers

Don Johnston e’ stato appena lasciato dalla giovane fidanzata che lo accusa di essere un Don Giovanni in declino quando riceve una misteriosa lettera non firmata. L’ha scritta una sua ex fiamma che vent’anni prima aveva avuto un figlio da lui e che ora vuole informarlo dell’esistenza del ragazzo, che forse e’ alla ricerca del padre. Su consiglio dell’unico amico che ha, Don parte per ritrovare le donne del suo passato..

La similitudine con Non bussare alla mia porta di Wenders e’ lampante, sottolineata in entrambi i film dalla presenza di una stupenda Jessica Lange, di certo in America pare essere di gran voga anche farsi organizzare un viaggio in macchina da qualcuno che ti scelga pure la musica e in questo episodio l’ultimo lavoro di Jarmusch crea un curioso parallelo con Elizabethtown.
Di Broken Flowers amo molto i personaggi femminili: delle quattro protagoniste forse quella che mi ha intrigato meno e’ stato il personaggio interpretato da Sharon Stone, che ho trovato un po’ prevedibile e troppo nabokoviano, mentre trasuda malinconia l’esistenza della ricca immobiliarista che intimamente rimpiange i suoi anni hippy. Grandiosa Jessica Lange, felina come il gatto con cui divide la scena e stupefacente l’irriconoscibile Tilda Swinton versione castana (unica mora in una teoria di bionde). Anche le due ninfette che avrebbero potuto sedurre Don (Giovanni) se non fosse ormai in declino, erano figure interessanti.
L’unico “fiore rotto” e’ il protagonista maschile: Don e’ a un punto morto della sua esistenza, senza rimpianti per il passato ne’ speranze per il futuro, impantanato in un presente che si lascia scorrere addosso.
Personalmente poi non amo neppure l’interprete, un Bill Murray acclamato come maschera impassibile che io invece trovo ormai manierista e forse inadatto al film: se ad un regista che lavora per sottrazione si affianca un attore che lavora anche lui per sottrazione forse sulla pellicola non resta nulla, o poco piu’..
E poi diciamolo fuor di metafora: quale di quelle meravigliose donne avrebbe potuto avere una storia con un bietolone apatico come Bill Murray?!?

HP e il calice di fuoco

Come prevedevo il mio atteggiamento verso la saga di Harry Potter inizia a dar segni di schizofrenia: se come lettrice continuo imperterrita a tifare per il maghetto, come spettatrice subisco il fascino torbido di RalphFiennes/LordVoldemort che, come afferma Manuela Martini nella recensione di FilmTv, e’ bellissimo anche senza naso, ed infatti in rete non se ne trova una foto percio’ se volete leggere il mio parere sul film clikkate sul faccino dal latente prognatismo di Daniel Radcliffe


I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ifratelligrimmincantevolestrega Inizi del XIX secolo: Will e Jack Grimm sono una coppia di farabutti che campano sulla superstizione popolare sconfiggendo streghe e altri personaggi fantastici creati da loro stessi grazie a macchinari di varia natura. Scoperti dalle forze napoleoniche che dominano la Germania, vengono costretti ad occuparsi delle continue e misteriose sparizioni di fanciulle in un paesino della Turingia, ma questa volta la strega che dovranno combattere esiste davvero.

Un film che ha diviso molto critica e pubblico, a me e’ servito poco per schierarmi dalla parte di chi ha apprezzato questa pellicola: mi sono bastate le scene iniziali in cui, dopo la sconfitta di una paurosa strega, vengono svelati tutti i trucchi usati dai due fratelli e dai loro aiutanti, per leggere il film come un bizzarro omaggio al mondo del cinema, fatto di trucchi e d’inganni. Mi hanno anche molto divertito le citazioni stravolte di film classici: l’ingresso dei soldati francesi nella bettola germanica costretta a suonare la Marsigliese e’ il perfetto rovesciamento della scena di Casablanca dove l’inno francese simboleggia la voglia di liberta’ contro i nazisti e l’entrata in scena del bislacco Mercurio Cavaldi (la cui fisionomia mi ricordava Vincent Price) avviene con la sua ombra che incombe sul letto dove dormono i Grimm, esattamente come quella del Nosferatu di Murnau si proietta nella camera di Ellen: Terry Gillian non si e’ divertito solo a giocare con le favole, ma anche con il cinema.
Certo, il film ha evidenti difetti di sceneggiatura soprattutto nella parte centrale che va un po’ per conto suo e lo stile grottesco tende a sfuggire di mano al regista, anche se nel finale si riprende con battute degne dei migliori Monty Python; pero’ il gioco e’ cosi’ scanzonato e le immagini talmente perfette nella loro citazione della pittura fiamminga (notevoli sugli sfondi delle scene di tortura) che molto si puo’ perdonare.