Le avventure del topino Despereaux

Despereaux

Il regno di Dor e’ famoso per la bonta’ della sua zuppa, almeno fino a quando il ratto Roscuro non cade accidentalmente nel pentolone provocando la morta della regina. Il re, sconvolto da dolore, bandisce i ratti e la zuppa, gettando una cappa di tristezza sul regno, ma la nascita dell’indomito topolino Despereaux, che preferisce leggere le storie cavalleresche piuttosto che mangiare i vecchi libri della biblioteca, riportera’ il giusto ordine delle cose. 
Anche la Universal si accosta al cartone animato in computer grafica con la trasposizione del racconto di Kate DiCamillo. 
Il film e’ piacevole anche se la trama, un po’ troppo complessa per l’interazione del mondo umano con quello dei ratti e quello dei topi, a volte accusa qualche lungaggine. 
Il protagonista e’ un topo, gia’ fisicamente diverso dagli altri, piu’ piccolo della media e con orecchie alla Dumbo che pero’ sfoggia una curiosita’ per il mondo che lo circonda cosi’ forte da sfidare le convenzioni della sua razza, che vuole che un topo possa sopravvivere solo grazie alla paura. 
Oltre al coraggio di Despereaux, la pellicola esalta il senso di comprensione per gli altri: il perdono nasce dal capire quelllo che di male noi possiamo aver fatto al prossimo per spingerlo ad essere cattivo nei nostri confronti, un tema decisamente insolito per una pellicola, in particolare destinata ai ragazzi. 
La vera originalita’ del film pero’ sta nel costruire un differente immaginario visivo: l’ultima generazione di cartoon deve la sua fortuna al continuo rimando cinefilo ai classici del grande schermo e anche ne Le avventure del topino Despereaux, il perfido capo dei topi richiama il Nosferatu di Murnau, ma a parte questa concessione lo stile del disegno si rifa’ espressamente alla storia dell’arte in particolare alla pittura fiamminga: il volto della principessa Pea ripropone l’ovale allungato di di una madonna gotica, l’arena dei ratti richiama La torre di Babele di Bruegel il Vecchio e per finire il cuoco di corte ha un aiutante magico fatto di frutta e verdura il cui nome e’ Boldo, chiaro omaggio al nostro fantasmagorico Arcimboldo.

I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ifratelligrimmincantevolestrega Inizi del XIX secolo: Will e Jack Grimm sono una coppia di farabutti che campano sulla superstizione popolare sconfiggendo streghe e altri personaggi fantastici creati da loro stessi grazie a macchinari di varia natura. Scoperti dalle forze napoleoniche che dominano la Germania, vengono costretti ad occuparsi delle continue e misteriose sparizioni di fanciulle in un paesino della Turingia, ma questa volta la strega che dovranno combattere esiste davvero.

Un film che ha diviso molto critica e pubblico, a me e’ servito poco per schierarmi dalla parte di chi ha apprezzato questa pellicola: mi sono bastate le scene iniziali in cui, dopo la sconfitta di una paurosa strega, vengono svelati tutti i trucchi usati dai due fratelli e dai loro aiutanti, per leggere il film come un bizzarro omaggio al mondo del cinema, fatto di trucchi e d’inganni. Mi hanno anche molto divertito le citazioni stravolte di film classici: l’ingresso dei soldati francesi nella bettola germanica costretta a suonare la Marsigliese e’ il perfetto rovesciamento della scena di Casablanca dove l’inno francese simboleggia la voglia di liberta’ contro i nazisti e l’entrata in scena del bislacco Mercurio Cavaldi (la cui fisionomia mi ricordava Vincent Price) avviene con la sua ombra che incombe sul letto dove dormono i Grimm, esattamente come quella del Nosferatu di Murnau si proietta nella camera di Ellen: Terry Gillian non si e’ divertito solo a giocare con le favole, ma anche con il cinema.
Certo, il film ha evidenti difetti di sceneggiatura soprattutto nella parte centrale che va un po’ per conto suo e lo stile grottesco tende a sfuggire di mano al regista, anche se nel finale si riprende con battute degne dei migliori Monty Python; pero’ il gioco e’ cosi’ scanzonato e le immagini talmente perfette nella loro citazione della pittura fiamminga (notevoli sugli sfondi delle scene di tortura) che molto si puo’ perdonare.