<<Non vi piacero’>> esordisce un sensualissimo Johnny Depp mentre guarda dritto in macchina emergendo dalle ombre nere, nel prologo del film.
A non piacere e’ il risultato di questa pellicola che non si capisce dove voglia andare a parare rievocando l’esistenza di John Wilmot, secondo duca di Rochester, detrattore del potere reale appena restaurato dopo la parentesi cromwelliana che pero’ salva la Corona con un intervento fondamentale alla corte dei Lord, innamorato del teatro e beffato da una teatrante che ha aiutato ad emergere.
Sullo sfondo di una Londra grigia e fangosa le vicende di Wilmot scorrono in maniera piatta senza neppure dare il senso del genio votato all’autodistruzione.
Penso che gran parte dei demeriti vadano alla regia, Dunmore appena arrivato dal mondo dei videoclip si perde in sciocchi ed inutili barocchismi: per esempio un dialogo piuttosto lungo tra Wilmot in primo piano e sua moglie dietro di lui (una banalissima profondita’ di campo) viene risolto continuando a mettere a fuoco chi parla e fuori fuoco chi attende la battuta, annoiando a morte lo spettatore e rischiando anche di fargli venire il mal di testa.
Stupisce una volta di piu’ la voglia di sperimentare di Johnny Depp, non in una interpretazione memorabile ma sempre pronto a misurarsi con ruoli scomodi: piu’ che fare il verso al "Mick Jagger del XVII secolo", qui sembra volere omaggiare Lon Chaney deturpandosi nella sifilide.
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Crash – Contatto fisico
Sono riuscita a recuperare in sala il bellissimo film di Paul Haggis, che riesce a far provare allo spettatore una gamma di sensazioni molto vasta, che raramente si riscontrano in un unica pellicola: si ride per l’assurdita’ di alcuni scene, ci si indigna per altre, ci si commuove e ci si preoccupa per la sorte di alcuni protagonisti, soprattutto per la piccola Lara che si salva grazie a un tocco di genio degno di Frank Capra.
E’ un film corale dove le sorti di una quindicina di personaggi si intrecciano in una qualunque giornata losangelina, cosi’ diversa dal mondo perfetto che ci rimandano i telefilm americani e credo che ci sia una satira feroce del mondo televisivo, non solo nella vicenda del regista di colore, ma anche nell’episodio in cui il ricettatore racconta dei docu-fiction che spiegano come, grazie al luminal oggi si possa scoprire la piu’ piccola traccia di sangue, spiegando cosi’ il fiorire del genere del poliziesco-scientifico che intende calmare le apprensioni delle classi ricche e far sentire il peso del controllo su quelle povere.
Visto in questi giorni, in cui e’ ancora vivido il ricordo dei funerali di stato celebrati per Loretta King, moglie del grande Luther King, Crash e’ ancora piu’ doloroso nel mostrare il profondo razzismo che affligge la metropoli californiana e i recenti fatti delle banlieu francesi ci rammentano che il problema va ben oltre i confini americani. C’e’ anche un forte messaggio di speranza nel film mostrando come basti poco per disinnescare la rabbia e tornare a comportamenti piu’ umani, ma i personaggi paiono afflitti da una certa distonia visiva e non riescono a capire chi veramente e’ "l’angelo" che si prende cura di loro e questo e’ estremamente malinconico.
Da un punto di vista stilistico il film si segnala per la qualita’ del montaggio: e’ perfetta la sincronia con cui una porta si cui si chiude su una storia e si apre su un’altra e l’ottimo lavoro di scrittura risce a far incastrare magistralmente le tessere delle varie vicende creando un grande affresco di vita metropolitana dove tutti sono potenzialmente buoni o cattivi.
Sono davvero contenta di essere riuscita a vederlo: ora ho il film per cui tifare agli Oscar 2006 e il miglior attore non protagonista: Matt Dillon.
Travaux – Lavori in casa
Chantal è un’avvocatessa progressista che si occupa dei diritti dei sans papiers; quando deve ristrutturare il suo appartamento si affida ad un cliente colombiano e la sua squadra di operai improvvisati…
Una commedia di puro intrattenimento piuttosto riuscita dal punto di vista delle gag: si ride molto grazie a meccanismi basilari di comicita’: gia’ solo vedere la bella Chantal accanto all’orrido amante di una notte (Jean-Pierre Castaldi) che e’ diventato appiccicosissimo e’ esilarante!
La casa da rifare e’ la metafora di una nazione che si deve riattare alla convivenza con persone straniere, dopo molte difficolta’ il risultato e’ stupendo: assunto ottimista ma che talvolta sfugge di mano alla regista che cade un po’ nel macchiettismo: tanto per cambiare tra i muratori (interpretati da veri operai extracomunitari) c’e’ anche un italiano meridionale e canterino interpretato da un Aldo Maccione che fa il verso a Mario Merola.
Quello che invece e’ incomprensibile e’ l’uso degli stacchetti danzanti: il fascino di Carole Bouquet e’ cosi’ evidente che le appendici musicali riescono solo a spezzare il ritmo.
Me and you and everyone we know
Christine e’ una videoastista che per mantenersi fa la tassista per anziani; accompagnando uno dei suoi clienti in un centro commerciale per acquistare un paio di scarpe, si innamora a prima vista del commesso del reparto calzature, ma l’uomo ha una storia complicata alle spalle: si e’ appena separato ed ha un rapporto conflittuale con i due figli..
Un film delizioso. Uno sguardo originale sulla vita, l’arte, l’amore , il sesso, la morte: temi ingombranti raccontati con tenerezza e malinconia dal punto di vista degli anziani, dei bambini e degli adulti.
Non mancano stilettate di pungente ironia che sdrammatizzano nelle risate il ruolo ossessivo che il sesso ha nella nostra societa’ dove le ingenue allusioni alla cacca da parte di un bambino, forse un po’ regredito psicologicamente per la separazione dei genitori, vengono scambiate per perversioni sessuali in chat mentre due ragazzine pianificano scientemente le loro iniziazioni sessuali strumentalizzando un loro coetaneo: certo, raccontata cosi’ sembra un incrocio tra il primo John Waters e Rocco Siffredi, invece la regista, Miranda July, riesce a permeare il tutto con uno sguardo poetico ed innocente.
Divertente anche la parodia del mondo dell’arte moderna con una scenetta che ricorda quella della moglie di Sordi addormentata alla Biennale di Venezia.
Assolutamente da recuperare.
Munich
1972: dopo l’attentato palestinese ai danni della delegazione olimpica israeliana, avvenuto all’interno del villaggio olimpico di Monaco, il governo israeliano guidato da Golda Meir fa partire un’azione di rappresaglia contro esponenti palestinesi considerati le menti dell’attentato.
Il film racconta la storia dei cinque agenti usciti dal Mossad per compiere questa missione.
Con un raro equilibrio tra veridicita’ storica e invenzione Spielberg ci racconta quello che avvenne in seguito all’attentato di Monaco: l’andare oltre la verita’ storica permette al cineasta di Cincinnati di costruire un film che ha forti valenze anche sul momento storico che stiamo vivendo.
Le concitate fasi di ricostruzione dell’attentato si alternano alle immagini trasmesse dalle televisioni: la strage di Monaco segno’ l’inizio dell’utilizzo del mezzo mediatico da parte dei terroristi; il montaggio alternato delle reazioni degli arabi e degli ebrei davanti alla tv mette in scena l’universalita’ del dolore umano e l’assurdita’ della vendetta.
Israele sconfessa da sempre la rappresaglia sulle presunte menti di Settembre nero, l’organizzazione terrorista che compi’ l’attentato di Monaco’72, ma partendo dal romanzo Vengeange Spielberg ricostruisce le azioni e le motivazioni del commando israeliano, che si costituisce in nome di un sentimento di rivalsa verso il torto subito e nelle prime missioni e’ ben attento a colpire solo la vittima designata, a non macchiarsi di sangue innocente, la mattanza pero’ trasformera’ quelli che si considerano giustizieri in brutali assassini.
La discesa nella spirale dell’odio e’ resa magistralmente da Spielberg utilizzando i topos dei film di genere: la perfetta ricostruzione degli anni ‘70 ci immerge nell’atmosfera cinica dei polar (i polizieschi francesi) e il rovesciamento del mondo glamour dei film di spionaggio rende ancora piu’ grottesca la violenza: il costruttore i giocatoli esperto di esplosivi ha si’ l’inventiva del costruttore di marchingegni per 007, ma i suoi colpi rischiano di non andare a segno o sono tarati malamente; quando l’esercito israeliano approda sul litorale e inizia a slacciarsi la muta da sub ci si aspetta quasi che sotto sfoderi lo smoking bianco di 007 invece questa volta i soldati si travestono carnevalescamente da donne e gli agenti in missione non fanno la bella vita, ma sperano prosaicamente di tornare a casa, sognando davanti alle vetrine di un negozio che espone cucine.
Quanto Spielberg stigmatizzi l’assurdita’ degli assassinii, da una parte e dall’altra, e’ sottolineato da un elemento piuttosto raro nella filmografia del cineasta americano: l’uso del nudo, un nudo volgare di corpi scomposti nella morte che neppure nell’orrore della follia nazista rappresentata in Schindler’s List era cosi’ manifesto.
Altro punto di forza sono i dialoghi: il film segue gli spostamenti del gruppo per tutta l’Europa, da Roma a Cipro, da Londra ad Atene con puntate in Medio Oriente ed in America e nelle diverse lingue i vari personaggi si riempiono la bocca delle stesse parole: la casa, la famiglia il tempo che rendera’ giustizia.. purtroppo il doppiaggio italiano, che pure mantiene le voci originali di fondo, penalizza il film eliminando questa babele di lingue ed accenti che potrebbero sottolineare l’incomprensibilita’ e la voglia di non capirsi in cui viviamo.
Quasi sprofondato nell’abisso di follia generato dalla violenza, il capo del commando, Avner si salva rinnegando cio’ per cui ha combattuto rifugiandosi tra le braccia della moglie e della figlia, esiliandosi volontariamente in America e l’ultimo dialogo con il suo referente israeliano avviene a Brooklyn di fronte allo skyline ancora intatto di New York dove svettano le torri gemelle un po’ sbiadite, quasi un fantomatico monito a non ripetere gli errori del passato.
Hans
<<Chi e’ quest’uomo e perche’ uccide?>> recita il trailer di questa opera seconda di Louis Nero, non aspettatevi una risposta logica nell’evoluzione della pellicola che punta a mostrare il percorso psicotico del protagonista attraverso immagini oniriche e deragliamenti sensoriali.
C’e’ qualche buona intuizione cinematografica nel lavoro di Nero che con quest’ultima fatica conclude la trilogia che indaga le tecniche cinematografiche concentrando la sua attenzione sulle inquadrature e infatti il film e’ un profluvio di inquadrature sghembe e dettagli; purtroppo la pellicola si perde in un’eccessiva cerebralita’ del racconto che pare non appoggiarsi a una sceneggiatura degna di questo nome.
Il lavoro ha come referente David Linch: Hans Scabe tra le sue molte allucinazioni ha anche quella di un nano rossovestito che sui titoli di coda si allontana su una strada deserta con le strisce gialle illuminta dai fari di un auto.
Il giovane regista pare molto sicuro di se’ e delle proprie qualita’ tanto da far citare i titoli della sua trilogia in un’emblematica risposta che lo scolaretto Hans da alla domanda della maestra delle elementari che qui perde la penna rossa per riciclarsi in un look estremamente dark.
Di estremo interesse il lavoro sulla musica che inquieta molto piu’ delle immagini.
Solo per spettatori dai gusti cerebrali forti e poco ortodossi, si testimoniano fughe di spettatori dalla sala.
I segreti di Brokeback Mountain
Che il film sia un’operazione furbetta, lo sostengono anche i puristi che non riconoscono nel film un western perche’ ambientato negli anni ’60 e non ai tempi della Frontiera e perche’ i due protagonisti sono due pecorari anziche’ due vaccari, (lasciamo perdere il fatto che sia poi il primo western gay). Piu’ che queste esatte distinzioni accademiche a non convincermi e’ lo scarso sviluppo psicologico dei personaggi che mi ha fatto vedere il film come un drammone sentimentale degli anni’50 (anche il nome di uno dei protagonisti, Ennis Del Mar, sembra quello di una pessima attricetta di BMovie).
Ho sentito la mancanza di un approfondimento storico, la resa di un mondo omofobico ancora latente oggigiorno se il film trova difficolta’ ad essere distribuito in alcune cittadine americane, che doveva essere ben piu’ esasperato quaranta anni fa. Se agli omosessuali veniva riservata una sorte tragica come quella a cui assiste Ennis da bambino (che ha qualche reminescenza di Improvvisamente l’estate scorsa) mi domando come mai un episodio cosi’ traumatico abbia un peso cosi’ scarso nell’economia filmica, non necessariamente nel rapporto tra i due amanti ma anche nel fatto che tutti, per lo meno molti, sappiano e facciano semplicemente finta di nulla.
Che qualcosa non scorra perfettamente negli ingranaggi della vicenda lo dimostrano anche le risate certamente non volute che scoppiano in sala, al dila’ di qualche spettatore piu’ attento al lato morboso della vicenda (ammesso che ce ne fosse uno), il momento in cui la moglie di Ennis scopre la tresca tra i due uomini e’ piuttosto ridicolo, forse anche per il fatto che la seppur bravina Michelle Williams sfodera un’espressione attonita, tanto cara al mondo televisivo da cui proviene (per chi non se lo ricordasse era la biondina di Dawson’s Creek) ed anche descrivere la nuova donna di Ennis l’attrice Linda Cardellini, protagonista di E.R., come una cameriera che vuole prendere il diploma da infermiera non e’ stata una scelta geniale.
Scenari mozzafiato e una storia senza scossoni che sdogana i lati abitudinari dell’amore omosessuale: tanto basta per fare incetta di premi.
The new world
Condivido il giudizio di Tati Sanguineti: come disse ironicamente al programma radiofonico Hollywood Party, “il film, come direbbero ad Huston, has some problem”
1607: gli Inglesi sbarcano in Virginia per costruirvi un forte, ben presto hanno degli attriti con gi indigeni locali e la missione di pace del capitano John Smith finirebbe con la morte se non intervenisse a salvarlo la principessa Pocahontas. Smith vive per un periodo presso l’accampamento indiano e sboccia l’amore con la bella principessa; tornato al forte con la promessa di lasciare la Virginia all’arrivo della primavera, ne prende il comando e disattende gli accordi con gli indiani, grazie all’aiuto della principessa che porta provviste per superare l’inverno.
Lo scontro tra nativi e coloni e’ inevitabile e Pocahontas e’ costretta a vivere come ostaggio al forte mente Smith la lascia per continuare l’esplorazione del Nuovo Mondo. Adeguatasi a vivere all’occidentale, Pocahontas suscita l’amore di John Rolfe che sposera’ e da cui avra’ un figlio. La principessa indiana verra’ invitata a corte dal Re d’Inghilterra e qui rincontrera’ Smith e capira’ che il loro amore e’ finito per sempre.
Torna sugli schermi la vita di Pocahontas, che dopo essere stata protagonista dell’omonimo cartone Disney del 1995, va ad occupare l’immaginario di un artista fuori gli schemi come Terrence Malick.
Le vicende di questa eroina moderna, cosi’ simile alle figure mitologiche di donne come Medea o Arianna che rinunciano alla loro gente per seguire uno straniero arrivato nella loro terra, che si rivela sempre un uomo spinto dalla ricerca di nuovi orizzonti, un Ulisse, vuole essere analizzato da Malick negli aspetti simbolici del rapporto tra natura e civilta’ o ancora piu’ all’origine, tra maschile e femminile; ma purtroppo il suo lavoro si rivela ad alto rischio noia: il regista non riesce ad adeguare il suo particolare modo di fare cinema al tema trattato: se nel precedente La sottile linea rossa le disarmonie temporali, la scarsa logicita’ che lega immagini e parole ben rappresentavano l’incubo della guerra, questa volta non si piegano alla narrazione di una controversa passione amorosa.
Soprattutto la parte iniziale e’ a mio parere irritante con una rappresentazione degli indiani che sconfina piu’ nell’idiot savant, che nel buon selvaggio di Rousseau e in una fiera popolazione che vive secondo principi ben diversi da quelli utilitaristici degli europei (presunto valore politico del film e critica alla situazione odierna): vediamo gli indiani sempre ingobbiti, con movenze malferme, mentre la curiosita’ e la paura del nuovo possono essere rappresentate con immagini che lasciano integra la dignita’ dell’individuo, come avviene nella scena in cui Pocahontas annusa i libri.
Anche se il film riesce ad avvincere per la commovente bellezza della fotografia, ripresa tutta con luce naturale, i difetti rimangono evidenti: credo che il problema principale sia stata la ricerca, da parte del regista, di una estrema poeticizzazione andata a scapito del simbolismo lirico, a volte scontato e quindi deludente in quanto proveniente da un autore di questa levatura (per esempio, la scena dell’acqua sporca in cui nuota una serpe commentata dalla voce-off che racconta come le acque si siano fatte malsane).
E’ nota la tecnica di lavorazione di Malick: girare montagne di pellicola per poi vagliarla tutta al montaggio, metodo affascinante che aumenta il mito di questo grande regista che ha girato solo quattro film in trent’anni. In questa pellicola, pero’, gli esisti del montaggio sono stati alcune volte mediocri come nell’episodio della disperazione di Pocahontas quando le viene fatto credere che John Smith e’ morto e in una scena in cui lei vaga affranta nel villaggio si intuisce una sua reazione contro una persona che la sta fissando ma la scena viene improvvisamente tagliata.
Da salvare resta la gia’ citata fotografia e il coraggio del regista di procedere nel suo personale ed innegabilmente affascinante cammino artistico, cosa non da poco, di questi tempi.
recensione pubblicata su ImpattoSonoro
Lady Vendetta
Per la nota legge che se un film non piace a Fringe io ne andro’ pazza, dopo aver letto il suo post su Lady Vendetta sono entrata in sala con la certezza di vedere un film che mi avrebbe pienamente soddisfatto, e invece si e’ trattata una di quelle rare volte in cui il mio parere collima con il pensiero dell’esimio collega e forse lo trascende: Lady Vendetta e’ una pellicola noiosa, talmente astratta da impedire di seguire la trama, con estremizzazioni di pathos tali da risultati irritanti se non offensive per talune sensibilita’.
Chan-wook Park resta sempre un grandissimo costruttore di immagini, ma la sua misoginia, gia’ latente in Old Boy qui esplode in un universo di figure femminili infingarde (e non occorre pensare alla Strega che nella sua cattiveria trova una dignita’ ma basta pensare alla sorella del bambino ucciso che chiede quando riavranno i soldi) compresa la protagonista che non riesce ad accaparrarsi la simpatia degli spettatori.
Devo pero’ ammettere che qualcosa di davvero incantevole in questo film c’e’: i titoli di testa che racchiudono perfettamente le valenze del bianco e del rosso e nella commistione di tutti gli elementi per cucinare si riesce quasi a trovare un senso a questa storia squinternata.
Match point
L’arrampicata sociale nel bel mondo londinese di un giovane insegnante di tennis belloccio e squattrinato potrebbe essere bruscamente interrotta da una liason con la sensualissima ex fidanzata del cognato..
Un film che mi e’ piaciuto molto, forse perchè non sono mai stata "alleniana praticante" e di conseguenza non mi ha turbata il cambio di stile operato dal vecchio maestro newyorkese che lascia Manhattan per ambientare in una Londra livida questo apologo cinico e amaro (ma veritiero) sul ruolo preponderante che la fortuna ha nelle nostre esistenze.
Non si salva nessuno in questa pellicola: da subito la ricca famigia Hewett si rivela insopportabile e lo spettatore parteggia istintivamente per i due outsiders, la bella Nola, americana in trasferta per tentare una carriera artistica che non decollera’ mai e l’aitante Chris, irlandese, figlio di minatori che "si e’ tirato fuori" dai bassifondi grazie allo sport, ma ben presto anche i due protagonisti dimostrano una smania di non perdere quel che hanno ottenuto che li rende simili ai ricchi borghesi a cui si sono agganciati e la sfida puo’ essere vinta solo dalla fortuna che deciderà il risutato finale.
Nonostante ci sia molto del "classico" Allen soprattutto nelle scene d’interni dove l’alta borghesia interagisce, il film e’ intriso di cultura europea, non solo nell’ambientazione ma anche nei modelli: una storia che in fondo e’ un classico americano (giusto ieri, ricordando Shelly Winters, citavo Un posto al sole) assume i toni più lenti e assoluti della letteratura europea (nel film si leggono Dostoevskij e Strindberg) e anche nei referenti cinematografici Allen pare distaccarsi dai suoi maestri preferiti per concedersi un beffardo gioco finale degno di Hitchcock.
La colonna sonora e’ composta esclusivamente da arie d’opera e talune tornano a caratterizzare i vari momenti: un brano giocoso, da commedia, scandisce il rapporto tra il protagonista e la ricca moglie viziata, mentre un brano piu’ languido sottolinea il rapporto passionale tra Chris e Nola.
Molto piacevole la coppia di attori protagonisti la cui visibile alchimia si nota sullo schermo: soprattutto Scarlett Johansson conferma definitivamente le sue capacita’ recitative e il suo fascino.
