Perfect Days

JP/DE, 2023
con Kōji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano. Tomokazu Miura, Aoi Yamada, Yumi Asō, Sayuri Ishikawa, Min Tanaka
regia di Wim Wenders

Screenshot

Hirayama è un uomo di mezz’età, addetto alle pulizie dei bagni pubblici. L’uomo conduce una vita spartana, con pochi hobby (lettura, fotografia analogica e rock anni ’70) e ancor più scarse relazioni umane ed è molto dedito al suo lavoro…

Wenders in un intervista dice che vorrebbe essere Hirayama, il saggio sessantenne che ha imparato a godere delle piccole cose della vita e a impegnarsi ossessivamente in un lavoro di servizio alla comunità arrivando anche ad adattare l’attrezzatura per pulire meglio, ma quanto c’è di Wenders in Hirayama?

Sappiamo che il regista è stato salvato dal rock, prima ancora che dalla settima arte, che ama l’architettura e il film è l’evoluzione di un progetto documentaristico sui bagni pubblici giapponesi realizzati da archistar.

Wenders è anche un riconosciuto fotografo e molte dei suoi film migliori sono in bianco e nero con forme sperimentali di realizzazione come i frammenti onirici delle notti di Hirayama: a proposito il momento più poetico del film è quando il primo sogno trascolora nelle luci dell’alba.

Wenders ama il Giappone da tempi non sospetti: Tokyo-ga il documentario su Yasujirō Ozu è del 1985.

Forse l’autore e il suo personaggio sono due ombre che si sovrappongono in questo momento in un presente che diventa momentaneamente eterno e supera il passato di Hirayama che possiamo immaginare rocambolesco e più consono a un film occidentale: il disconoscimento di una famiglia abbiente in tempi non troppo lontani visto che la nipote adolescente ha ancora un forte legame con lo zio tanto da rifugiarsi da lui quando scappa di casa.

Paradossalmente il presente semplice di quest’uomo solitario, taciturno e ossessivo sul lavoro, dalla vita ripetitiva in un film occidentale sfocerebbe nella figura di un sociopatico.

Il sale della Terra

Ilsaledellaterra Documentario sulla vita e opere del fotografo Sebastião Salgado in occasione del 70 compleanno del maestro della fotografia nato in Brasile l’8 febbraio 1944.
L’inizio è forse un po’ confuso partendo dalle celebri immagini dei cercatori d’oro della Serra Pelada, l’innesto di Wim Wenders che racconta come si sia innamorato dell’opera di Salgado attraverso una fotografia (la bellissima beduina cieca) e l’intervento dell’aiuto regista, il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, che ora segue il padre documentando i suoi reportage per conoscere meglio quel padre che durante la sua infanzia fu molto assente.
Si resta poi completamente affascinati dalla parabola umana ed artistica di Salgado, laureato in economia che alla fine degli anni ’60 decide di lasciare il Brasile, vittima della dittatura assieme alla giovane moglie, Leila; sarà la consorte a comprare una macchina fotografica per i suoi studi di architettura ma il mezzo affascina talmente il marito che decide di abbandonare la vita sicura da manager londinese e seguire la passione per la fotografia.
Dopo essersi fatto conoscere Salgado inizia i suoi lunghi reportage in giro per il mondo, prima con Otras Americas dove va alla scoperta delle popolazioni del Sud America senza però rientrare in Brasile, poi Workers – La mano dell’uomo dedicato ai lavoratori del mondo.
La famiglia Salgado torna Brasile alla fine della dittatura e trovai una terra resa irriconoscibile dallo sfruttamento che spinge il fotografo a ripartire per altri progetti come Exodus dedicato alle grandi migrazioni del continente africano dovute a guerre e carestie.
La sconvolgente esperienza dei genocidi in Europa e in Ruanda spegne la vena creativa di Salgado che torna nella fazenda di famiglia e sempre su spinta della moglie Leila decide di riforestare la proprietà. Il successo dell’operazione, lunga e faticosa, porta il fotografo a misurarsi con il suo ultimo reportage Genesis, un tributo ai luoghi incontaminati della Terra, alla forza salvifica della natura che ha curato l’anima di Salgado, provata dagli orrori umani.

Salgado2 Il titolo del documentario fa riferimento alla razza umana definita “il sale della terra” nel senso sarcastico dell’espressione, usata per indicare chi si sente superiore a tutti e cerca d’imporre il proprio modo di vedere le cose, come l’umanità sta facendo col pianeta non comprendendo che alterando l’ecosistema compromette la propria esistenza.
Protagoniste dell’opera sono sicuramente le foto meravigliose di Salgado ma colpisce anche il volto stesso del fotografo, ripreso spesso in primo piano con la piega amara della bocca di chi ha visto troppo e i tratti marcati del volto in cui spiccano gli occhi chiari, sereni e ancora curiosi di questo mondo.

Lilit

Lilit Ieri sera sono rimasta basita nel guardare Lilit, il nuovo programma di Rai3 che dalla scorsa settimana sostituisce Sostiene Bollani. La scheda del programma lo definisce uno sguardo femminile (non femminista) sul mondo, sorridente e originale.
Gia’ sta distinzione tra femminile e femminista mi annoia: ammesso che esistano ancora, le femministe, son tornate ad essere streghe? E perche’ andarsi a infilare in questo trito dilemma scegliendo come titolo il nome della donna ribelle per eccellenza?
Comunque e’ sulla presunta originalita’ del programma che son rimasta basita: la conduttrice Debora Villa, comica che non ha mai avuto problemi nel piegare la sua fisicita’ di donna normale al ruolo di bruttina, si presenta bionda come non mai, con una lunga coda di boccoli posticci, classico look da conduttrice media che deve avere sempre una chioma da Lady Godiva.
Il personaggio dell’inguaribile ottimista che si e’ occupata della casa sovrastata dall’enorme nuovo grattacielo della Regione Lombardia e’ ovviamente una pacioccona sovrappeso e il cliche’ mi ha disturbato anche se il modo di presentare il problema edilizio era, quello si’, originale e provocatorio.
Mi e’ parso un vaneggiare senza senso il contributo di Cornacchione, artista che ha fatto del lato femminile il punto di forza della sua comicita’ e quindi era davvero poco credibile nei panni dell’uomo selvatico anche perche’ e’ una naturale spalla destinata a subire e la Villa solitamente non le manda a dire.
Altro momento in cui il cliche’ dilaga e’ il segmento dedicato alla tecnologia: ovviamente l’homo tecnologicus e’ un maschio (Daniele Bossari) e la conduttrice svampisce piu’ che mai perche’ si sa che il rapporto tra donna e tecnologia e’ piu’ conflittuale di quello tra donne e motori.
Finale serio con la Villa dalla voce commossa per presentare il contributo dedicato a Pina Baush (e’ il weekend di uscita del film di Wenders a lei dedicato) e dopo una breve introduzione un ballerino insegna alcuni passi della celebre coreografia La Sagra della Primavera. Ora il pubblico del programma e’ semovente e segue la conduttrice in giro per lo studio, si tratta di ballerini di ambo i sessi ma per insegnare la coreografia il maestro si rivolge solo a un gruppetto di donne, come in una qualsiasi lezione di fitness di una palestra italiana. Meno male che Lilith ha perso l’acca, a me e’ scappata la pazienza.

Palermo shooting

Palermoshooting

Un fotografo tedesco di grido ha una crisi esistenziale che lo porta a baloccarsi con l’idea della morte. Cerca di rigenerarsi a Palermo dove incontrera’ la bella restauratrice Flavia.. 
 
Beh, se un taglio di soli venti minuti trasforma un pessimo film in qualcosa di passabile, come sostiene chi ha visto la versione lunga presentata al Festival di Cannes e questa riveduta uscita in sala, Wim Wenders resta un genio a prescindere, di cui la sottoscritta e’ disposta a bersi tutte le folli elucubrazioni, quand’anche scontate, sulla morta e la visione (apprezzai molto anche Fino alla fine del mondo) e in questo momento che la fotografia mi ha completamente affascinata mi sono lasciata intrigare dal personaggio del fotografo di successo, annoiato da una vita facile e da un’arte che giudica incapace di andare oltre la superficie della realta’. 
La bellezza del film sta tutta nel potere evocativo delle immagini: Wenders sembra essere una spugna in grado di far sue suggestioni lynchiane e rivedere il modo di Gondry di rappresentare una metafisica cinematografica attraverso i trucchi visivi piu’ semplici, alludo alle scene del letto di volta in volta troppo grande o troppo piccolo o all’appartamento che schiaccia il protagonista. 
Se la seconda parte girata a Palermo e’ decisamente meno compatta dal punto di vista narrativo, ha pero’ il merito di mettere al centro il bellissimo affresco de Il trionfo della morte di Palermo, danse macabre meravigliosa, al cui scheletrico cavallo rimanda il cavallo di Guernica di Picasso: se dal quadro deriva l’idea di mettere in scena una morte che scaglia frecce invece di mietere vittime con la falce, sarebbe stato altrettanto interessante una morte che avesse genere femminile anche nelle visioni di Finn come nel dipinto, ma la scelta dell’allucinato Dennis Hopper rimanda direttamente a Il Settimo sigillo di Bergman regista a cui il film e’ dedicato; a condividere la dedica l’autore che con Bergman ha condiviso la data di morte, Michelangelo Antonioni, archetipo di ogni figura di fotografo col suo Blow up.

Broken Flowers

Brokenflowers

Don Johnston e’ stato appena lasciato dalla giovane fidanzata che lo accusa di essere un Don Giovanni in declino quando riceve una misteriosa lettera non firmata. L’ha scritta una sua ex fiamma che vent’anni prima aveva avuto un figlio da lui e che ora vuole informarlo dell’esistenza del ragazzo, che forse e’ alla ricerca del padre. Su consiglio dell’unico amico che ha, Don parte per ritrovare le donne del suo passato..

La similitudine con Non bussare alla mia porta di Wenders e’ lampante, sottolineata in entrambi i film dalla presenza di una stupenda Jessica Lange, di certo in America pare essere di gran voga anche farsi organizzare un viaggio in macchina da qualcuno che ti scelga pure la musica e in questo episodio l’ultimo lavoro di Jarmusch crea un curioso parallelo con Elizabethtown.
Di Broken Flowers amo molto i personaggi femminili: delle quattro protagoniste forse quella che mi ha intrigato meno e’ stato il personaggio interpretato da Sharon Stone, che ho trovato un po’ prevedibile e troppo nabokoviano, mentre trasuda malinconia l’esistenza della ricca immobiliarista che intimamente rimpiange i suoi anni hippy. Grandiosa Jessica Lange, felina come il gatto con cui divide la scena e stupefacente l’irriconoscibile Tilda Swinton versione castana (unica mora in una teoria di bionde). Anche le due ninfette che avrebbero potuto sedurre Don (Giovanni) se non fosse ormai in declino, erano figure interessanti.
L’unico “fiore rotto” e’ il protagonista maschile: Don e’ a un punto morto della sua esistenza, senza rimpianti per il passato ne’ speranze per il futuro, impantanato in un presente che si lascia scorrere addosso.
Personalmente poi non amo neppure l’interprete, un Bill Murray acclamato come maschera impassibile che io invece trovo ormai manierista e forse inadatto al film: se ad un regista che lavora per sottrazione si affianca un attore che lavora anche lui per sottrazione forse sulla pellicola non resta nulla, o poco piu’..
E poi diciamolo fuor di metafora: quale di quelle meravigliose donne avrebbe potuto avere una storia con un bietolone apatico come Bill Murray?!?