Il biopic romanzato su come i crittografi di Bletchley Park riuscirono a svelare il codice di Enigma, il cifrario usato dai tedeschi e dagli alleati dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, è in realtà l’occasione per raccontare la storia del matematico Alan Turing, a capo del gruppo di ricercatori.
Turing era una delle menti più brillanti d’Inghilterra, considerato oggi uno dei padri dei computer, il matematico fu dimenticato per oltre mezzo secolo, in seguito agli eventi ignominiosi che lo portarono al suicidio: condannato per il reato di omosessualità, ancora in vigore in Gran Bretagna nei primi anni ’50, non resse ai danni della castrazione chimica che aveva scelto in alternativa al carcere e preferì suicidarsi.
La sua riabilitazione postuma è iniziata nel 2012, centenario della nascita culminando con la grazia postuma concessa dalla Regina Elisabetta a fine 2013.
Il film, con tutti i suoi limiti, è un tributo doveroso a questo genio dimenticato e la pellicola nella sua robusta ricostruzione storica riesce anche ad affascinare lo spettatore.
L’impianto è molto classico con salti temporali che dal periodo esaltante delle ricerche per svelare Enigma, passano all’indagine poliziesca degli anni ’50 che porterà a scoprire l’omosessualità del matematico o rimandano agli anni difficili dell’adolescenza che dovrebbero rivelare alcuni aspetti della personalità di Turing e si dimostrano essere la parte più debole della pellicola.
L’opera probabilmente non ha che ambizioni didascaliche e facilmente può essere confusa con una produzione televisiva (il che non è un demerito visto la grandissima qualità dei serial inglesi) di certo prima di farsi catturare dal film il series addicted deve superare lo straniamento di vedere l’asociale Sherlock fare il verso a Sheldon Cooper litigando con Tywin Lannister per entrare a Bletchley dove può collaborare con Branson di Downton Abbey…
Categoria: ArCine
Big Eyes
Nel 1958 Margaret Ulbrich abbandona il marito e con la figlia al seguito, si trasferisce a San Francisco dove incontra Walter Keane, aspirante pittore come lei. I due si sposano e quando i quadri della moglie che rappresentano bambini dagli enormi occhi tristi, cominciano ad avere successo, un po’ per caso un po’ per necessità (la pittura femminile non aveva mercato) Walter si spaccia per l’autore. Margaret resta intrappolata nel segreto domestico per quasi un decennio in nome dell’amore e della crescente ricchezza fino a quando porta il marito in tribunale e rivendica la propria identità artistica.
Premetto subito che Big Eyes non è un capolavoro ma certamente un film più che dignitoso che potrebbe anche avere una rivalutazione futura visto che a mio modesto parere segna una svolta nella produzione burtoniana. Il regista, chiuso il cerchio con Frankenweenie, remake del suo primo corto, sembra cercare una nuova strada libera dai manierismi stilistici dei suoi ultimi lavori.
Le tematiche di fondo non sono cambiate, ancora una volta il disagio di non essere accettati dalla società, ma non è più quello adolescenziale o di un freak ma il disagio di un artista, probabilmente con un che di autobiografico visto che da Burton ci si aspetta sempre la stessa cosa, una fotocopia possibilmente migliore (paradosso!) delle pellicole che lo hanno reso celebre, parallelamente al caso di Margaret che si vede costretta a replicare all’infinito i trovatelli che le hanno dato la fama, senza potersi evolvere in nuove vie artistiche.
Per la prima volta nella sua carriera il regista si concentra su una protagonista femminile, proprio perché negli anni ’50/’60 in cui si svolge la vicenda, la donna ha pochissime possibilità di scegliere la sua via all’interno della società, non solo in campo artistico, dove non viene considerata: ricordiamo che il film si apre mostrando Margaret già come una ribelle, una che lascia il marito “quando divorziare non era ancora diventato di moda”, la vediamo fuggire dalle ordinate villette color pastello in cui si svolgeva l’azione di Edward Mani di Forbice e forse anche Burton cerca oggi di sfuggire dai suoi stessi eroi.
Un gatto a Parigi
La doppia vita di Dino, gatto parigino che di notte accompagna Nico, ladro dal cuore d’oro nelle sue scorribande e di giorno è il fedele compagno di Zoe, una bambina che ha smesso di parlare dopo la morte del padre. Quando la ragazzina viene rapita saranno il gatto e il ladro a correre in suo aiuto..
Arriva anche in Italia, con quattro anni di ritardo l’acclamato cartone animato di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, Une vie de chat, che nel 2010 era stato anche in lizza per gli Oscar tra i film d’animazione.
La storia è molto delicata, incentrata sul difficile rapporto che si è venuto a creare dopo la morte del padre, tra Zoe e la madre Jeanne, commissario di polizia divisa tra i doveri materni e la ricerca del feroce Victor Costa, l’assasino del marito.
Il tratto del disegno è originale, soprattutto rispetto agli standard contemporanei, io ci ho visto qualcosa dello stile di Folon.
Il gioco di sottili richiami è quello che può intrigare maggiormente lo spettatore adulto, non si tratta di citazioni smaccate ma il ladro acrobata fa ricordare che Cary Grant in Caccia al ladro era soprannominato Il gatto per le fughe sui tetti, il rifugiarsi a Notre Dame e le acrobazie tra i gargoyles richiama Il Gobbo di Notre Dame mentre è quasi una citazione di King Kong, l’onirica visione del “Colosso di Nairobi” che attraversa Parigi: la pellicola sa infatti coniugare una trama dai risvolti gialli a sequenze surreali.
L’amore bugiardo – Gone girl
Il giorno del quinto anniversario di nozze Amy Elliott-Dunne scompare. Le indagini per ritrovarla non portano a nulla e tutte le prove conducono all’ipotesi che il marito l’abbia uccisa: si tratta di un diabolico piano della donna per vendicarsi dell’uomo ma anche il piano più perfetto presenta degli imprevisti..
Dopo aver raccontato la violenza sulle donne portando sul grande schermo il romanzo di successo Millennium – Uomini che odiano le donne, David Fincher, racconta la capacità tutta femminile di manipolare, spingendosi ai limiti della follia; l’ispirazione nasce ancora da un romanzo di successo, scritto da Gillian Flynn che ha partecipato anche alla sceneggiatura del film.
La contestualizzazione contemporanea è perfetta: Nick e Amy sono una coppia bella, di successo, almeno fino alla crisi del 2009 che li costringe a trasferirsi da New York al Missouri, nella città di origine di Nick: mentre lui si trasforma in professore piacente che seduce le studentesse, Amy sente di sprecare la propria vita e inscena la propria morte per punire il marito fedifrago e colpevole di averle portato via i sogni. Una punizione ben oltre i limiti dell’autolesionismo visto che contempla anche l’idea del suicidio per fornire il cadavere che faccia condannare alla pena di morte il povero Nick. Questo nucleo centrale della pellicola mi ricorda un altro film, il celeberrimo Femmina Folle con Gene Tierney. Amy e Ellen Berent hanno molti tratti in comune a partire dalla possessività: prima ancora che Nick la tradisca, Amy si sente esclusa dalla ritrovata vita famigliare che Nick recupera nel Missouri (si erano trasferiti anche per curare la madre in stato terminale di Nick che ha pure una gemella a cui è fortemente legato). Le due protagoniste non temono il masochismo: la martellata di Amy sta alla caduta dalle scale di Ellen per procurarsi un aborto.
Purtroppo non siamo più nel melò (e nella società) degli anni ’40 dove c’era una distinzione tra bene e male con conseguente punizione del secondo, oggi tutto è manipolato dalla televisione che punta il dito creando i colpevoli e assolvendoli dopo una confessione pubblica, che non deve neppure essere sincera ma solo confermare quanto sostenuto dai media. Se c’è una persona che capisce bene questi meccanismi è l’Amazing Amy messa sotto la luce dei riflettori dai genitori fin dalla culla: i due si sono arricchiti con una serie di romanzi ispirati alla vita della figlia e, per inciso, anche la protagonista di Femmina Folle era figlia di uno scrittore.
Così il film, con un triplo salto carpiato, si trasforma ancora una volta: dal giallo iniziale sulla ricerca di una donna scomparsa, passa a scavare nella verità di Amy che porta a un terrificante colpo di scena, infine L’amore bugiado rivela il proprio vero intento: la denuncia di una società drogata dai media dove conta solo apparire nel modo giusto.
Il ragazzo invisibile
Il dodicenne Michele è un ragazzino innamorato senza speranza della compagna di scuola che filma di nascosto col cellulare, smascherato dai bulletti della classe che lo hanno preso di mira; in questa completa débâcle adolescenziale Michele scopre anche di essere stato adottato ma si accorge di avere pure un super potere: diventare invisibile..
Del film di Salvatores ho apprezzato soprattutto la leggerezza: lasciando in secondo piano gli aspetti dello stracitato “percorso di formazione” Salvatores si diverte a costruire un’avventura che ha il sapore dei “film per ragazzi” di una volta (un po’ alla Il tesoro del castello senza nome, per fare un titolo a caso) dove un gruppo di ragazzini prima si odia poi si allea per sconfiggere un male più grande di loro incarnato da adulti veramente cattivi, in questo caso un tremendo gruppo paramilitare russo in cui ritroviamo attori già presenti nel cast di Educazione Siberiana.
Rimanendo in tema di recitazione non si può non citare la prova di Fabrizio Bentivoglio che riesce ad incarnare un cattivo gelido e infido dall’aspetto vagamente adreottiano protagonista, o meglio vittima, di un divertente colpo di scena.
Il finale del film fa presagire un sequel in perfetto stile saga di supereroi: se questa è la risposta italiana al filone comics americano da oltre un decennio padrone del botteghino, allora ben venga!
Frank
Jon, impiegato con velleità da musicista, del tutto fortuitamente si trova a sostituire il tastierista di una band che suona nella sua città. Il complesso dal nome bizzarro, Soronprfbs, fa musica altrettanto strana, d’avanguardia e il cantante si esibisce con un enorme testa di carta pesta. Dopo qualche tempo Jon viene ricontattato per unirsi al gruppo e scopre che Frank non si toglie mai la testa finta..
Una commedia esilarante dalle folgoranti battute, ricca di humor nero che sa essere una riflessione sull’arte e sul bisogno di affermazione dei musicisti. Jon rimane incantato dalla genialità di Frank quanto il bizzarro cantante si lascia irretire dall’idea di esibirsi davanti a un pubblico che ami la sua musica, l’esito sarà disastroso rivelando anche la vera identità di Frank. La scoperta sarà ancora più scioccante per Jon che finalmente capisce che il talento non è frutto di una vita infelice (restava nel gruppo dov’era palesemente odiato solo per scontare l’infanzia serena) e che i simili si supportano tra loro, anche dal punto di vista creativo.
Un percorso formativo che si svolge in una baita persa nei boschi irlandesi dove gli Soronprfbs compongono il loro disco (a spese di Jon che spontaneamente mette a disposizione il gruzzolo ereditato dal nonno) e nel tentativo di tournée americana nata sull’onda delle visualizzazioni sul canale youtube dove Jon teneva un diario delle registrazioni all’insaputa degli altri. Anche l’elemento social così predominante nelle carriere dei cantanti o aspiranti tali ha il suo peso in questa intelligente commedia che merita di essere vista a dispetto di una distribuzione minima nonostante nel cast abbia nomi di richiamo come Maggie Gyllenhaal e Michael Fassbender, molto validi entrambi anche come cantanti.
Trash
Tre ragazzini delle favelas che sopravvivono smistando rifiuti nella discarica di Rio de Janeiro, trovano tra l’immondizia un portafoglio per cui la polizia (corrotta) dimostra un particolare interesse: oltre ai soldi infatti, ci sono i dati per recuperare il registro delle tangenti di un politico e il bottino delle mazzette ricevute..
Trash è un’opera che mi ha completamente spiazzato, pensavo di vedere qualcosa di simile a The Millionaire, una versione esotica dei buoni sentimenti alla Frank Capra, invece Trash è da una parte un film molto crudo dove vengono mostrate scene di tortura inflitte a un ragazzino e dall’altra un film per ragazzi dove i tre protagonisti vivono come un’avventura giocosa il tentativo di risolvere il rompicapo del portafoglio, dietro cui ci sono omicidi, diritti negati, polizia corrotta al servizio dei politici, tangenti per il mondiale di calcio della scorsa estate: un mondo drammatico e quanto mai attuale che sarebbe duro da digerire anche in uno scafato thriller, figuriamoci se i protagonisti sono tre bambini di strada. Il tono non è quello di una favola nera, è proprio una pellicola con due anime divise che cozzano tra di loro per ovvi motivi, qualcosa di disturbante che va ben oltre il neocolonialismo di cui si accusa sempre lo sguardo occidentale che prova a raccontare storie del terzo mondo.
Ogni maledetto Natale
Massimo e Giulia si innamorano a prima vista all’inizio del periodo natalizio e per amore della ragazza Massimo vince le sue resistenze nei confronti del Natale e trascorre la vigilia a casa di Giulia. La serata si conclude con un litigio e il 25 Giulia va a scusarsi a casa di Massimo trovando una famiglia più paradossale della sua: riusciranno i due innamorati a sopravvivere al Natale?
La trama di Ogni maledetto Natale è vista e rivista, il confronto tra due famiglie agli antipodi: contadini burini della Tuscia i Colardo, ricchissimi e snob i milanesi Marinelli Lops, magnati del panettone. L’intelligenza sta nell’evitare l’incontro/scontro tra i due tipi antropologici e fare interpretare agli stessi attori il doppio ruolo, quindi troviamo Pannofino e la Morante nelle vesti dei genitori di Giulia e poi in quelle dei genitori di Massimo e così per gli altri attori.
Mentre il segmento dei Marinelli è piuttosto debole, l’episodio della vigilia ambientato nel viterbese è assolutamente geniale perché i burini Colardo sono la parodia della white trash di tanti film americani (Un gelido inverno per citarne uno che amo molto o Il fuoco della vendetta, l’ultimo che ho visto): la vecchia panda quattro per quattro con i fari sul rollbar lanciata attraverso i boschi, la caccia al cinghiale sono un’esilarante parodia di quel cinema americano uscito da festival di grido come il Sundance e Ogni maledetto Natale ne riproduce fedelmente la fotografia e l’atmosfera, adattando l’ambientazione al modello italiano: la panda al posto del pick up, la grappa con la vipera al posto del wisky.
La premiata ditta di Boris si presenta con un cast arricchito da Laura Morante meravigliosa quando interpreta Maria Colardo con tanto di baffetti e la messa di mezzanotte come unico svago e Alessandro Cattelan risulta perfetto per il ruolo di Massimo perché la sua inesperienza viene sfruttata per manifestare gli imbarazzi del personaggio.
Il sale della Terra
Documentario sulla vita e opere del fotografo Sebastião Salgado in occasione del 70 compleanno del maestro della fotografia nato in Brasile l’8 febbraio 1944.
L’inizio è forse un po’ confuso partendo dalle celebri immagini dei cercatori d’oro della Serra Pelada, l’innesto di Wim Wenders che racconta come si sia innamorato dell’opera di Salgado attraverso una fotografia (la bellissima beduina cieca) e l’intervento dell’aiuto regista, il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, che ora segue il padre documentando i suoi reportage per conoscere meglio quel padre che durante la sua infanzia fu molto assente.
Si resta poi completamente affascinati dalla parabola umana ed artistica di Salgado, laureato in economia che alla fine degli anni ’60 decide di lasciare il Brasile, vittima della dittatura assieme alla giovane moglie, Leila; sarà la consorte a comprare una macchina fotografica per i suoi studi di architettura ma il mezzo affascina talmente il marito che decide di abbandonare la vita sicura da manager londinese e seguire la passione per la fotografia.
Dopo essersi fatto conoscere Salgado inizia i suoi lunghi reportage in giro per il mondo, prima con Otras Americas dove va alla scoperta delle popolazioni del Sud America senza però rientrare in Brasile, poi Workers – La mano dell’uomo dedicato ai lavoratori del mondo.
La famiglia Salgado torna Brasile alla fine della dittatura e trovai una terra resa irriconoscibile dallo sfruttamento che spinge il fotografo a ripartire per altri progetti come Exodus dedicato alle grandi migrazioni del continente africano dovute a guerre e carestie.
La sconvolgente esperienza dei genocidi in Europa e in Ruanda spegne la vena creativa di Salgado che torna nella fazenda di famiglia e sempre su spinta della moglie Leila decide di riforestare la proprietà. Il successo dell’operazione, lunga e faticosa, porta il fotografo a misurarsi con il suo ultimo reportage Genesis, un tributo ai luoghi incontaminati della Terra, alla forza salvifica della natura che ha curato l’anima di Salgado, provata dagli orrori umani.
Il titolo del documentario fa riferimento alla razza umana definita “il sale della terra” nel senso sarcastico dell’espressione, usata per indicare chi si sente superiore a tutti e cerca d’imporre il proprio modo di vedere le cose, come l’umanità sta facendo col pianeta non comprendendo che alterando l’ecosistema compromette la propria esistenza.
Protagoniste dell’opera sono sicuramente le foto meravigliose di Salgado ma colpisce anche il volto stesso del fotografo, ripreso spesso in primo piano con la piega amara della bocca di chi ha visto troppo e i tratti marcati del volto in cui spiccano gli occhi chiari, sereni e ancora curiosi di questo mondo.
Interstellar
In un futuro prossimo la Terra è al collasso per una crisi ecologica che diminuisce drasticamente le scorte di cibo e crea tremende tempeste di sabbia. Per sopravvivere bisogna incentivare l’agricoltura e negare il passato tecnologico. Cooper, ex astronauta, vedovo con due figli, scopre che la Nasa è ancora attiva anche se agisce in segreto cercando nuovi pianeti dove trasferire la morente razza umana. Per salvare il futuro dei figli Cooper accetta di partecipare a una missione spaziale che dovrà controllare quale dei tre pianeti individuati è il più adatto ad accogliere i terrestri.
Non apprezzavo così tanto un film di Nolan dai tempi di The Prestige (che resta sempre il preferito perché avevo intuito un attimo prima di vederlo sullo schermo la montagna di cappelli dietro lo studio di Tesla). Anche in Interstellar la trama è un congegno perfetto dove tutto torna senza sbavature logiche o lasciando questioni in sospeso (il recupero di Brand sarà lo spunto per un eventuale sequel?).
Pur affascinandomi, il film mi lascia un po’ perplessa sulla morale. Torna il tema cardine delle opere del regista, l’ambiguità morale creata dallo scontro tra bene e male: tutti i personaggi, in un modo o in un altro mentono, del resto il robot dice che non si può dire l’intera verità a una razza emotiva come quella umana. Ovviamente c’è chi mente a fin di bene e chi per mero interesse personale come il dottor Mann che non esita a sacrificare il destino dell’intera umanità per il proprio tornaconto personale inviando dati sbagliati sul pianeta che ha raggiunto. Tutti sbagliano in Interstellar e molti cercano di rimediare ai propri errori ma Nolan mi pare un autore più votato al pessimismo che alla favoletta new age dove “tutto l’universo obbedisce all’amore“ per dirla come Battiato per cui non è una razza superiore (i famigerati Elohim?) ad aprire il wormhole per salvare la razza umana ma è l’ammmore che crea una sorta di volontà collettiva che permette di piegare lo spazio tempo. In pratica l’amore sarebbe la quinta dimensione: non vedo l’ora di vedere la nuova stagione di The Bing Bang Theory e sentire le frecciate al film!
Come ultima discendente di una stirpe di agricoli ho anche patito il razzismo latente nei confronti di chi si occupa di agricoltura, considerati inferiori agli scienziati e Casey Affleck sfodera la sua espressione più ottusa rispetto alla geniale sorella Murphy o all’eroico padre (un McConaughey tornato gigione rispetto all’ottima interpretazione di True Detective).
Ho apprezzato invece molto la descrizione del futuro apocalittico del pianeta Terra che trovo molto realistico; inoltre Interstellar è il film che meglio spiega la teoria della relatività di Einstein con il diverso scorrere del tempo per i protagonisti per cui alla fine la figlia sarà molto più anziana del padre ultracentenario.
Nell’insieme si tratta di un’opera che sa coniugare gli aspetti più filosofici del genere fantascientifico con l’intrattenimento puro creando una trama che pur nella sua complessità di rimandi sa appassionare lo spettatore.