L’uomo fiammifero

Luomofiammifero1 Italia 2009
con Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna
regia di Marco Chiarini

Agosto del 1982: Simone ha undici anni, orfano di madre vive con il padre contadino che non capisce (e un po’ teme) il carattere solitario e svagato del figlio, perso in un suo mondo fantastico.
Simone è deciso a dimostrare al padre l’esistenza dei suoi amici immaginari fotografando l’Uomo Fiammifero, misterioso personaggio che vive sulla Luna, in grado di avverare i desideri: mancano cinque giorni al fatidico incontro quand’ecco che Simone fa amicizia con Lorenza, una ragazzina di poco più grande di lui che lo segue nelle sue avventure..

Opera prima di Marco Chiarini che nel 2010 è in lizza per il David di Donatello per il miglior esordio. L’uomo fiammifero è un film che mette al centro della narrazione il punto del vista del bambino, il suo modo di elaborare il lutto e lasciarselo alle spalle: l’uomo fiammifero era un pupazzo a cui la madre aveva assegnato un ruolo fantastico in cui Simone continua a credere per mantenere un rapporto con la figura materna ma l’arrivo di Lorenza e la scoperta dell’attrazione per l’altro sesso rappresenta la crescita e il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del protagonista.
Il padre, un po’ burbero, un po’ spettatore sconsolato del percorso del figlio, è un bravo Pannofino, allora non ancora famosissimo, unico attore professionista in scena.
Il rapporto esclusivo padre/figlio rimanda a Collodi ma se Simone – Pinocchio diventa adulto e si allontana dalla fantasia, nel finale sarà Don Pietro a vedere l’uomo fiammifero.

Uomofiammifero

Chiarini sa restituire anche le emozioni tipiche dell’infanzia di chi ha vissuto in campagna: l’estati assolate, un po’ noiose ma foriere di scoperte a volte dolorose, un mondo forse per i più perduto reso perfettamente dal calore della fotografia.
Anche negli effetti speciali si legge l’estrema attenzione al mondo dell’infanzia e una menzione speciale va ai titoli di coda.

Ogni maledetto Natale

Massimo e Giulia si innamorano a prima vista all’inizio del periodo natalizio e per amore della ragazza Massimo vince le sue resistenze nei confronti del Natale e trascorre la vigilia a casa di Giulia. La serata si conclude con un litigio e il 25 Giulia va a scusarsi a casa di Massimo trovando una famiglia più paradossale della sua: riusciranno i due innamorati a sopravvivere al Natale?


Ognimaledettonatale


La trama di Ogni maledetto Natale è vista e rivista, il confronto tra due famiglie agli antipodi: contadini burini della Tuscia i Colardo, ricchissimi e snob i milanesi Marinelli Lops, magnati del panettone. L’intelligenza sta nell’evitare l’incontro/scontro tra i due tipi antropologici e fare interpretare agli stessi attori il doppio ruolo, quindi troviamo Pannofino e la Morante nelle vesti dei genitori di Giulia e poi in quelle dei genitori di Massimo e così per gli altri attori.
Mentre il segmento dei Marinelli è piuttosto debole, l’episodio della vigilia ambientato nel viterbese è assolutamente geniale perché i burini Colardo sono la parodia della white trash di tanti film americani (Un gelido inverno per citarne uno che amo molto o Il fuoco della vendetta, l’ultimo che ho visto): la vecchia panda quattro per quattro con i fari sul rollbar lanciata attraverso i boschi, la caccia al cinghiale sono un’esilarante parodia di quel cinema americano uscito da festival di grido come il Sundance e Ogni maledetto Natale ne riproduce fedelmente la fotografia e l’atmosfera, adattando l’ambientazione al modello italiano: la panda al posto del pick up, la grappa con la vipera al posto del wisky.



Ognimaledettonatale


La premiata ditta di Boris si presenta con un cast arricchito da Laura Morante meravigliosa quando interpreta Maria Colardo con tanto di baffetti e la messa di mezzanotte come unico svago e Alessandro Cattelan risulta perfetto per il ruolo di Massimo perché la sua inesperienza viene sfruttata per manifestare gli imbarazzi del personaggio.

Fer-de-Lance

Ferdelance Quello che vi guarda sguincio dalla foto di questo post e’ il Fer-de-Lance soprannome che viene dato al Bothrops lanceolatus, un velenosissimo serpente della Martinica, uno dei pochi serpenti al mondo che ha l’abitudine di aggredire anche senza essere stato attaccato.
Fer-de-Lance e’ anche titolo del primo romanzo di Rex Stout in cui compare il detective Nero Wolfe, volume che ho appena finito di leggere e che mi ha lasciato piuttosto delusa. Avevo idee molto confuse su questo personaggio: son troppo giovane per ricordarmi lo sceneggiato del 1969 con Tino Buazzelli e nella mia mente il telefilm sul grasso detective che coltiva orchidee si era fusa con la serie americana di Ironside, il consulente della Squadra Omicidi costretto su una sedia a rotelle interpretato da Raymond Burr (il celebre Perry Mason televisivo).
Le mie poche idee ben confuse son state destabilizzate dall’inaspettato io narrante: le indagini di Nero Wolfe son narrate dal suo assistente Archie Goodwin, la cui personalita’ mi ha disorientato alquanto: cinico con la polizia e i clienti, mostra un certo servilismo misto ad odio verso il suo capo. Nero Wolfe in questo romanzo e’ una figura un po’ distante se ne sta sullo sfondo almeno fino a quando non incontra il simpatico animaletto che vi occhieggia da questa pagina. L’assassino l’ha infilato nel cassetto della scrivania di Wolfe e l’uomo appena entrato nella stanza, avverte che il suo studio e’ stato violato da qualche presenza estranea. Confida le sue impressioni al fido vice Goodwin e con deduzione logica Wolfe arriva a capire che qualcosa di anomalo dev’essere stato infilato nel cassetto. I due uomini procedono con molta attenzione all’apertura del medesimo ed ecco comparire il nostro serpentello che vi ricordo aver la pessima abitudine di mordere senza essere stato attaccato. Guardatelo bene.. vi sembra una bestiola lenta o dai riflessi pronti? Beh nel romanzo viene ucciso alla quarta bastonata mentre continua a strisciare lemme lemme sulla scrivania e il colpo ferale sul capino glielo propina propo il corpulento Wolfe che il suo aiutante ci ha descritto estremamente imbarazzato nei movimenti a causa del peso.
All’incredibilita’ dell’evento si unisce una certa superficialità del racconto che non e’ riuscito ad avvincermi in nessun modo, escluso il capitolo finale in cui Wolfe dà una giustificazione di come ha chiuso il caso di cui Goodwin dà una spiegazione del tutto diversa in cui emerge finalmente qualche caratteristica psicologica di Wolfe interessato solo alla propria pace e tranquillita’.
Credo di aver definitivamente chiuso con i romanzi di Nero Wolfe, ma sicuramente buttero’ un occhio sull’immintente fiction Rai che vedra’ Francesco Pannofino nei panni del detective e Pietro Sermonti in quelli del suo vice.

UPDATE: Wikipedia riporta senza fonte la teoria secondo cui Nero Wolfe sia figlio di Sherlock Holmes e Irene Adler

Boris3

Boris-1 La prima serie di Boris non l’ho vista, ne sentivo sempre parlare in maniera entusiasta da Fabio Canino a Playwatch uno dei piu’ bei programmi radiofonici sulla televisione degli ultimi anni, talmente bello che non solo hanno chiuso il programma, ma direttamente la radio e PlayRadio si e’ trasformata nella piu’ anonima Virgin Radio.
Mentre si vociferava che un qualche non meglio definito canale generalista avesse comprato la prima serie e pensasse di trasmetterla (magari dopo anni di stoccaggio in qualche magazzino come e’ successo a Beverly Hills 90210 o Coliandro) per non saper ne leggere ne’ scrivere, mi sono subito fiondata sulla visione della seconda serie della fiction piu’ scorretta della Tv italiana che racconta le vicende di una troupe impegnata a girare una fiction, Gli occhi del cuore.
Sono rimasta folgorata dalle battute fulminanti che caratterizzano il plot e quanto vorrei saper citare quel che la Crescentini, diva uscente de Gli occhi del cuore sproloquiava su Madre Teresa, i cui panni avrebbe dovuto vestire in una futura fiction.
Boris2 mi e’ piaciuto molto anche se in certi momenti il giochino delle battute diventava un po’ prevedibile, mentre il nuovo Boris3 mi pare aver un po’ abbandonato la comicita’ di parola in nome di una satira piu’ attuale e, se possibile, ancora piu’ scorretta.
Lo ha dimostrato subito il primo episodio dove il regista Rene’ Ferretti, deluso dai rapporti con la Rete perche’ gli hanno bocciato il progetto di Macchiavelli, tenta una sortita nella tivu’ commerciale e si trasferisce a Cologno Monzese con i suoi piu’ fidati collaboratori: il direttore della fotografia, il sempre strafatto di coca Duccio Patane’ e l’assistente alla regia, Arianna. La trasferta milanese sembra propizia a far scoppiare l’amore tra Arianna e lo stagista Alessandro ma mentre i due stanno amoreggiando all’interno dell Hotel Veronica una battuta infelice di Alessandro portera’ a una sconvolgente confessione di Arianna: e’ una berlusconiana della prima ora perche’ da sempre convinta che il premier sia il meglio per questo Paese. Gelo dell’innamorato sinistroide e di tutti noi spettatori che vedevamo in Arianna uno dei personaggi piu’ equilibrati della troupe de Gli occhi del cuore. Nel frattempo la Rete richiama Ferretti per affidargli un medical drama di qualita’ intitolato Medical Dimension che sulla carta dovrebbe sconvolgere la televisione italiana e cosi’ il regista fugge letteralmente dal mondo dorato di Cologno e si rituffa in questa nuova esperienza con tutta la sua vecchia squadra di lavoro, senza riuscire a liberarsi del borioso Stanis La Rochelle, eterno protagonista maschile.
Se le frecciate alla destra non sono mancate, gli autori non temono di toccare anche uno dei miti della sinistra e ogni due per tre, dal consulente medico al narciso Stanis, prima o poi tutti vengono apostrofati come il Roberto Saviano di questo o di quello.
Alla satira spietata sul dietro le quinte delle fiction televisive, Boris unisce la capacita’ di trasformare attori conosciuti delle fiction piu’ popolari: provate a confrontare una puntata di Un medico in famiglia e Boris e vedrete Pietro Sermonti trasformarsi da dottor Jekill a mister Hide, dal fidanzato di Maria all’incontenibile Stanis La Rochelle e poi che dire di Francesco Pannofino, noto soprattutto per essere la voce italiana di George Clooney, in Boris e’ il regista Rene’ Ferretti e le smorfie che il suo personaggio fa per sopportare l’assurdita’ della vita negli studi, valgono mille delle smorfiette sexy del bel Clooney. Non si contano poi le comparsate eccellenti, in quest’ultima serie Filippo Timi e Marco Giallini.
Azzeccatissima la sigla di Elio e le storie tese: basta sentirla una volta per canticchiarla a vita, ascoltatela nella viva speranza che, come dicono i rumors, Boris diventi un film