Il ragazzo invisibile

Ilragazzoinvisibile Il dodicenne Michele è un ragazzino innamorato senza speranza della compagna di scuola che filma di nascosto col cellulare, smascherato dai bulletti della classe che lo hanno preso di mira; in questa completa débâcle adolescenziale Michele scopre anche di essere stato adottato ma si accorge di avere pure un super potere: diventare invisibile..

Del film di Salvatores ho apprezzato soprattutto la leggerezza: lasciando in secondo piano gli aspetti dello stracitato “percorso di formazione” Salvatores si diverte a costruire un’avventura che ha il sapore dei “film per ragazzi” di una volta (un po’ alla Il tesoro del castello senza nome, per fare un titolo a caso) dove un gruppo di ragazzini prima si odia poi si allea per sconfiggere un male più grande di loro incarnato da adulti veramente cattivi, in questo caso un tremendo gruppo paramilitare russo in cui ritroviamo attori già presenti nel cast di Educazione Siberiana.
Rimanendo in tema di recitazione non si può non citare la prova di Fabrizio Bentivoglio che riesce ad incarnare un cattivo gelido e infido dall’aspetto vagamente adreottiano protagonista, o meglio vittima, di un divertente colpo di scena.
Il finale del film fa presagire un sequel in perfetto stile saga di supereroi: se questa è la risposta italiana al filone comics americano da oltre un decennio padrone del botteghino, allora ben venga!

I nostri ragazzi

Inostriragazzi Due fratelli della Roma bene, uno primario in pediatria, l’altro avvocato di grido si frequentano con affettuosa tolleranza verso le diverse visioni della vita, fino a quando i rispettivi figli sedicenni, Benedetta e Michele, non compiono un tremendo atto di violenza della cui gravità non sembrano rendersi conto…

Se è vero che un film si giudica dai primi minuti, il prologo de I nostri ragazzi è quanto mai emblematico per tutto il film: siamo in un quartiere periferico di Roma, per un banale sgarro al semaforo un automobilista con il figlioletto a bordo si infuria e insegue chi gli ha tagliato la strada per la resa dei conti. L’automobilista colpevole ha uno spiccato accento campano che non fa presagire nulla di buono infatti quando viene aggredito a colpi di crick non esita a sparare all’aggressore. Dopo di che urlerà la sua disperazione dichiarando di essere un poliziotto.
Una scena di ordinaria follia giocata però sul cliché del campano camorrista da cui ci si aspetta lo sparo ribaltata poi dal colpo di scena che rivela l’assassino come esponente delle forze dell’ordine.
Questo meccanismo stilistico percorre tutta la pellicola: i due fratelli rappresentano, nei gesti, nelle abitazioni, persino nelle mogli che si sono scelti, il classico cliché del progressista e del cinico in carriera disposto a tutto per i soldi, il colpo di scena finale sta nel rovesciamento dei ruoli. Più che un film sulla devianza giovanile, liquidata con un po’ di alcol e l’assuefazione allo smartphone e alle web serie violente, sembra il solito film sulle due anime politiche degli italiani, lanciato da Ferie d’Agosto di Virzì e poi sfruttato allo sfinimento per concludere che in fondo destra e sinistra sono la stessa cosa quando in gioco ci sono gli interessi personali. Pellicola superficiale e qualunquista, superflua nonostante la buona prova degli attori.

Tatanka

Tatanka Per sfuggire ai poliziotti che li inseguono per un furto d’auto, due ragazzi si rifugiano in una palestra dove si pratica la boxe. L’allenatore nota la “castagna“ micidiale di uno dei due e lo invita a tornare. Michele lo fara’ solo quando il suo amico, Rosario, finisce dietro le sbarre. Per Michele si aprono nuove prospettive, anche la possibilita’ di partecipare alle Olimpiadi, se verra’ accettato dalle Fiamme Oro della Polizia; ma proprio la mattina dell’appuntamento che potrebbe cambiargli la vita, Rosario viene liberato e chiede all’amico di aiutarlo nella sua vendetta, che costera’ a Michele otto anni di carcere. Uscito di galera, il pugile e’ sempre piu’ deciso a seguire il suo sogno, anche facendosi sponsorizzare dalla camorra, almeno fino a quando non gli viene chiesto di perdere un incontro. Non sottostando alla richiesta, Tatanka e’ costretto a fuggire a Berlino dove trovera’ una nuova occasione nella boxe che pero’ potra’ realizzare solo tornando a casa.

Il film si ispira al racconto di Roberto Saviano, Tatanka Skatenato, contenuto ne La bellezza e l’inferno in cui l’autore di Gomorra prende spunto dall’esperienza di Clemente Russo detto Tatanka e Domenico Valentino per raccontare come Marcenise sia la fucina dei campioni di boxe italiani. Proprio Clemente Russo interpreta il ruolo di Michele in quello che non e’ un biopic sulla sua vita e piu’ che un film di genere sulla boxe, e’ un melo’ drammatico sull’omossessualita’ latente che domina il rapporto tra Michele e Rosario, impossibile da esprimersi se non attraverso un’amicizia di ferro tra due giovani cresciuti nel mondo dominato dal modello machista imposto dalla camorra in cui Rosario fara’ anche carriera.
Recitata in dialetto stretto e tutto sottotitolata, la pellicola mette troppa carne al fuoco sfruttando molte delle suggestioni proposte dal testo di Saviano ma perdendo per strada la fisicita’, la fatica e il dolore che emerge (anche un po’ retoricamente) dall’articolo di Saviano nonostante le belle scene di pugilato. Spiace per l’occasione parzialmente perduta perche’ molti degli interpreti del film provengono dalla lunga serialita’ napoletana a partire da Carmine Recano, il Gabriele Coppola de La nuova squadra (c’e’ pure un cameo di Claudia Ruffo, l’Angela Poggi de Un posto al sole) e in un momento in cui il destino del serial napoletano e’ sospeso se non defunto, vedere che il telefilm e’ una fucina di buoni attori e caratteristi da’ soddisfazione.
Comprensibili le proteste del Corpo di Polizia che compaiono solo all’inizio del film mentre torturano a morte un ragazzino per farlo parlare: visto che la sequenza non e’ molto funzionale all’articolatissima trama forse si poteva evitare. Altrettanto evitabile la sospensione di sei mesi dalle Fiamme Oro del protagonista Clemente Russo per il danno d’immagine recato al Corpo per non aver insistito sulle modifiche alla sceneggiatura.

La Terra

RubinilaterraLuigi Di Santo, professore milanese, torna nel paese natale in Puglia per discutere la vendita di  una proprieta’  assieme ai tre fratelli: il maneggione Michele, il giovane Mario ed il burbero  fratellastro Aldo. I tesi rapporti familiari saranno complicati dall’omidio dello strozzino Tonino, di cui i fratelli Di Santo potrebbero essere responsabili.

Interessante ma fondamentalmente irrisolto,  il lavoro di Rubini trova molta difficolta’ nel legare il lato noir della vicenda e  la storia intima di Luigi,  spedito in gioventu’ a studiare a Milano per dissidi con il padre, che improvvisamente si ritrova a dover fare i conti con le proprie radici.
LaterraHo trovato piu’ interessante l’evoluzione della vicenda personale del protagonista mentre il giallo mi pare una parte un po’ posticcia del plot, che insegue la moda del rinato film di genere e per questo motivo il finale non mi ha convinto perche’ troppo "buonista" con l’appianamento di tutte le divergenze familiari.
Bella la prova di Bentivoglio, convincente Venturiello, mentre Solfrizzi e’ televisivamente sopra le righe, geniale Rubini (forse da sempre piu’ bravo come attore che come regista) nel dipingere il laido Tonino.
In ogni caso il regista si dimostra un buon costruttore di atmosfere morbose ed il finale in treno con  Luigi che racconta tutto (?) alla compagna e la sua voce e’ oscurata dal rumore del treno che  viaggia nei giochi di chiaroscuro delle gallerie e’ strepitoso.