La cara segretaria

My Dear Secretary
USA 1948
con Laraine Day, Kirk Douglas, Keenan Wynn, Helen Walker, Rudy Vallee, Florence Bates, Alan Mowbray, Irene Ryan, Gale Robbins, Grady Sutton, Stanley Andrews, Gertrude Astor
regia di Charles Martin

Steve Gaylord è una segretaria con ambizioni da scrittrice; a una conferenza dello scrittore Owen Waterbury le viene proposto di diventare la segretaria dell’artista. Steve si trova catapultata in una situazione molto diversa da quella che sognava: più che alla letteratura, Waterbury si dedica a donne e cavalli con la complicità del vicino Ronnie Hastings. Owen e Steve s’innamorano e si sposano ma il secondo libro scritto sotto la guida della moglie/segretaria non ha successo e nella coppia tira aria di crisi, intanto Steve termina la sua opera prima che potrebbe essere un grande successo…

La cara segretaria è un film difficilmente incasellabile: ha i toni e i dialoghi surreali di una commedia screwball (alcuni giochi di parole solo intraducibili perché funzionano solo sull’assonanza delle parole) ma è fuori tempo massimo per appartenere al genere che diede il meglio una decina di anni prima.

Altri elemento insolito è il personaggio di Ronnie Hastings: il vicino di casa nullafacente, spalla di tutti i vizi dello scrittore emergente. Solitamente una figura che ha tanto spazio diventa l’antagonista amoroso del protagonista invece tra Ronnie e Steve non succede nulla, ma al vicino impiccione sono riservate le battute migliori, un po’ alla Groucho Marx ma non quello cinematografico, piuttosto il factotum di Dylan Dog.

Il film è la prima commedia brillante di Kirk Douglas e forse si sentiva la necessità di tutelare la comicità del film con le sottolineature del personaggio di Ronnie.

In ogni caso Douglas se la cava, ci mette molta energia nell’interpretare il suo personaggio: uno scrittore che ha avuto successo col primo libro e vive di rendita sull’acconto del secondo che ha paura di scrivere.
Stephanie, detta Steve è la classica brava ragazza, diligente nel lavoro e nel cercare di seguire la sua ambizione artistica.

Le parti più divertenti sono quelle iniziali in cui si trova catapultata nell’insensato mondo di Owen e Ronnie poi anche il plot inizia ad avere strane evoluzioni: a un certo punto Steve rifiuta di presentare il suo libro a un concorso per nuovi scrittori per non ferire Owen alle prese con la delusione dello scarso successo del secondo libro ma la pellicola cambia ancora e dopo la deriva sentimental-melodrammatica si torna alla guerra dei sessi con Owen geloso dell’ex datore di lavoro di Steve.

La coppia è ormai sull’orlo del divorzio ma finalmente l’ex segretaria di Owen, ora promessa sposa all’ex boss di Steve, si decide a dire a Owen la verità: che Steve voleva sacrificarsi per lui e che sarà una scrittrice migliore di lui. Riconciliazione tra i due con Owen che diventa (per gioco?) il segretario della moglie e rientro in scena di Ronnie inopinatamente sposato alla vecchia signora proprietaria dei loro appartamenti : lo scopo di tutta questa sarabanda rimane per me un mistero.

Il ritorno dell’eroe

Le retour du héros
Francia 2018, Eagle Pictures
con Jean Dujardin, Mélanie Laurent, Noémie Merlant, Christophe Montenez, Evelyne Buyle, Christian Bujeau, Féodor Atkine
regia di Laurent Tirard

Borgogna 1809: Il capitano di Neuville si sta fidanzando con Pauline Beaugrand quando deve partire per la guerra. L’uomo non da più notizie nonostante le promesse di scrivere e Pauline cade malata allora la sorella maggiore Elisabeth si finge il capitano e inizia una corrispondenza con la sorella. Per giustificare il mancato ritorno dalla guerra Elizabeth inventa per il capitano una missione in India e quando si presenta un nuovo pretendente per la sorella scrive un’ultima lettera in cui il capitano dedica le ultime parole all’amata prima di morire.
Ormai libera dalla promessa al capitano Pauline e Nicolas si sposano, qualche tempo dopo Elizabeth riconosce in un barbone appena arrivato in città il capitano che le confessa di aver disertato. Elizabeth gli spiega la situazione e lo convince a lasciare la città ma pochi giorni dopo il capitano si ripresenta al castello dei Beugrand in pompa magna: inizia una lotta verbale tra il capitano ed Elizabeth che li porterà al matrimonio ma ancora una volta una guerra napoleonica richiama il capitano…

Una deliziosa commedia in costume con personaggi esilaranti. 

Jean Dujardin è perfetto nei panni del miles gloriusus tanto superbo quanto codardo: la scena del duello, o meglio della prova delle armi del duello, è un pezzo di bravura 

Mélanie Laurent è Elizabeth, la figlia maggiore dei Beugrand che non vuole sposarsi ma finisce suo malgrado per innamorarsi di Neuville pur conoscendo la sua pusillanimità che sul finale viene smentita (per amore di Elizabeth).

Di tutt’altra pasta è la smaniosa Pauline che rischia di morire di polmonite per aver perso il promesso sposo, la romantica e delicata fanciulla rivela una feconda vena erotica nelle lettere che scambia in realtà con la sorella e fantasie che spaventano anche Neuville con cui la ragazza ormai sposata vorrebbe riprendere la relazione.

Lo schema di base della trama è piuttosto classico: la coppia che prima si detesta e poi finisce per innamorarsi ma è molto interessante la declinazione: Elizabeth e il capitano sono costretti a collaborare per concordare la versione del ritorno di Neuville che devono tenere conto delle lettere di lei e gli abbellimenti di lui, che subito cambia la fonte di guadagno da piantagione di tabacco a miniera di diamanti attirando un mucchio di investitori. Elizabeth che prima vorrebbe costringere Neuville a confessare rimediando una proposta di matrimonio, finisce per accettare lo schema piramidale del capitano per ripagare gli investitori se lui divide con lei i profitti.

Il sentimento nasce dal continuo rimando di sfide sempre più pericolose: invitando a cena un generale Elizabeth rischia di far condannare a morte Neuville per diserzione.

Il ritorno dell’eroe è un esempio di rara intelligenza emotiva e furbizia che culmina nel finale che ripropone la scena iniziale: Neuville allontanato dall’amata dall’impellenza della guerra.

Il miracolo della 34ª strada vs Miracolo nella 34ª strada

New York: mentre si prepara la sfilata del Ringraziamento di Macy’s, il vecchietto Kris Kringle segnala all’organizzatrice che il figurante che deve interpretare Babbo Natale è palesemente ubriaco. Data la somiglianza di Kringle con Santa Claus gli viene chiesto di sostituire l’ubriacone. Kringle si rivela un Babbo Natale perfetto e viene assunto ma ha un comportamento bizzarro: segnala ai genitori i negozi dove i giocattoli richiesti costano meno e soprattutto è convinto di essere il vero Babbo Natale mentre la cosa degenera e finisce in tribunale, la piccola Susan, la figlia di Doris a cui la madre ha sempre mostrato la verità nuda e cruda, inizia a credere che Babbo Natale esista…

Il miracolo della 34ª strada è un classico natalizio in cui la casa di produzione non credeva, tanto che uscì in estate e con pochissimi riferimenti alla festività nel trailer.
La pellicola è invecchiata bene ed è sorprendente più moderna del pessimo remake del 1994, Miracolo nella 34ª strada.

via GIFER

Innanzitutto spicca il livello del cast: l’irlandese Maureen O ‘Hara è la pragmatica Doris Walker segnata da un divorzio precoce che crede di tutelare la figlia Susan dalle disillusioni della vita raccontandole le cose come stanno, senza ingentilirle con fiabe e leggende.
Susan è interpretata da Natalie Wood sul cui talento non c’è nulla da aggiungere.

Il miracolo della 34ª strada rientra nel filone fantastico fiorito nel primo dopoguerra, manca l’elemento melanconico ma la leggerezza imperante è gradevole e non superficiale.
Fu certamente un grosso product placement che consolidò la fama dei magazzini Macy’s con un idea di marketing davvero geniale: i clienti si legano maggiormente al negozio perché in mancanza del prodotto o se presente in offerta presso altri esercizi, è il negozio stesso a inviarli dove è più conveniente (e tornando al cast la prima mamma indirizzata a un negozio più economico da Babbo Natale è Thelma Ritter).

via GIFER

La grande catena Macy’s non presta più il suo nome per il remake: Doris (modernizzata in Dorey) lavora per Cole’s e anche il negozio rivale che nel film del ’47 era un vero concorrente di Macy poi chiuso negli anni ’80 è un’azienda di pura invenzione.

Miracolo nella 34ª strada riporta nei titoli di testa dì basarsi sulla sceneggiatura originale ma ci sono alcuni cambiamenti fondamentali che snaturano il film.

Nella versione del 1947 il processo nasce dal fatto che Kris Kringle si accorge che lo psicologo del negozio abusa (in modo non meglio approfondito) del giovane Alfred e lo affronta, lo psicologo sfrutta la propria posizione per mandare Kringle a processo. Nel remake è l’ubriacone a cui Kringle ha fatto perdere il posto a insinuare che il vecchio si spacci per Babbo Natale per soddisfare una tendenza pedofila e l’attacco fa infuriare Kringle che lo aggredisce davanti a tutti finendo in tribunale.

via GIFER

Nella versione originale è il servizio postale, organo federale, che, consegnando le lettere di Natale nell’aula del processo, sancisce l’esistenza di Babbo Natale mentre nel 1994 a confermare l’esistenza di Santa Klaus si tira in ballo il Tesoro americano che su ogni banconota fa stampare In God We Trust: il larvato messaggio anti consumistico originale va a farsi benedire ed è con i dollari che si vorrebbe smentire il senso capitalistico del Natale!

La melensa favoletta dei buoni sentimenti trova il suo apice nella storia tra Dorey e il vicino di casa: mentre nel film del 1947 l’avvocato non si è ancora proposto a Doris e l’amore sboccia assieme alla ritrovata fede della donna nella magia natalizia, nel remake i due sono già fidanzati ma non fanno sesso e non lo faranno fin dopo le nozze nonostante Susan abbia chiesto a Babbo Natale anche un fratellino, un’aggiunta inutile rispetto all’originale, soprattutto se si voleva anticipare questa tematica neocon: ovviamente l’allargamento della famiglia era implicito nel 1947 ma nella versione del 1994 tutto diventa didascalico e vuoto.

via GIFER

Interessante notare che Dylan McDermott e James Remar, rispettivamente il vicino di casa di Dorey e lo scagnozzo della ditta concorrente, siano poi stati nel cast di due serie emblematiche della famiglia americana in chiave horror: American horror story e Dexter, pensateci mentre rifilate quella ciofeca di remake ai vostri pargoli!

La vita da grandi

Italia 2025
con Matilda De Angelis, Yuri Tuci, Maria Amelia Monti, Paolo Hendel, Adriano Pantaleo, Christian Ginepro, Ariella Reggio, Lorenzo Gioielli
regia di Greta Scarano

La trentenne Irene Nanni ha una vita avviata a Roma: un buon lavoro e un fidanzato con cui sta cercando casa; quando deve tornare a Rimini per occuparsi del fratello autistico perché i genitori devono assentarsi per alcuni accertamenti di salute, tutto il mondo di Irene sembra andare in crisi…

Promosso a pieni voti il debutto alla regia dell’attrice Greta Scarano.
L’opera è liberamente tratta dal libro autobiografico Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale di Damiano e Margherita Tercon.

Si tratta di una commedia agrodolce ispirata alle commedie indie USA che hanno al centro le famiglie disfunzionali (alla Little Miss Sunshine per intenderci) ma anche nella ricostruzione degli ambienti, nella composizione del nucleo familiare è possibile riconoscere un tocco originale: la villetta in periferia con arredi anni ’90, le zie un po’ svanite succubi di Un Posto al Sole (omaggio della regista alla soap in cui ha debuttato).

L’ambientazione in una Rimini fuori stagione con i colori grigi dell’inverno contribuisce a creare l’atmosfera del film sottolineata anche dalle scelte di cast: agli ottimi protagonisti si aggiunge il ritorno a un ruolo di spessore di Adriano Papaleo, protagonista bambino di Io speriamo che me la cavo e la scelta due comici come Maria Amelia Monti e Paolo Hendel in ruoli insolitamente seri -direi rassegnati- dei due genitori iperprotettivi nei confronti di Omar.

La vita da grandi non è solo un film sull’autismo ma indaga anche “la vita da grande” di Irene. Davanti alla logica implacabile del fratello che vorrebbe aiutare ad uscire dalla gabbia iperprotettiva costruita dalla madre, Irene si accorge che anche lei, nella sua normalità, ha fatto scelte per ottemperare alle esigenze della vita adulta che l’hanno allontanata dai suoi sogni tanto che il suo compagno non ha mai saputo nulla delle sue velleità artistiche.
Coronare il sogno di Omar di partecipare a un talent show diventa l’occasione per Irene per ritrovare una parte di sé che aveva accantonato.

Victor Victoria

Victor/Victoria
USA 1982, MGM
con Julie Andrews, James Garner, Robert Preston, Lesley Ann Warren, Alex Karras, John Rhys-Davies, Graham Stark, Peter Arne
regia di Blake Edwards

Parigi 1934: la cantante Victoria Grant ridotta alla fame, accetta la proposta di Toddy Todd, un artista gay: fingersi un conte polacco, Victor Grazinski, che canta en travesti. Per quanto strambo il piano ha successo e ben presto Victor Grazinski diventa la stella dei cafe chantant parigini. King Marchand, gestore di night club americani legati alla mafia, non riesce a credere che Victor sia un uomo e cerca di scoprire la sua vera identità. Anche Victoria subisce il fascino di Grant e i due iniziano una relazione ma la donna non intende rinunciare al suo personaggio. Intanto la ex fidanzata di King, Norma Cassidy, torna a Chicago e informa il boss che King ha una relazione omosessuale…

Deliziosa commedia di Blake Edwards che ricostruisce perfettamente l’atmosfera anni ’30 aggiornandola alle tematiche d’inizio anni ’80 ad esempio l’uso disinvolto della parola gay e anche l’incipit del film è piuttosto audace -forse anche ancora oggi- aprendosi su Toddy addormentato su un fianco mentre alle sue spalle compare il suo compagno di letto, anche il dialogo che segue è piuttosto crudo anche se ironico: il vecchio attore (piuttosto simile a Liberace) è ben conscio di essere sfruttato dal giovane amante.

È come se Blake Edwards si divertisse a portare in scena tutte le situazioni scabrose a cui la commedia anni ’30, anche quella pre-code, alludeva solamente: la svampita Norma Kassidy è chiaramente ispirata a Jean Harlow anche nei costumi ispirati a Pranzo alle otto.

Anche King Marchand non è quello che sembra, non è un gangster ma si finge tale perché ama gestire i night club. Nessuno nel film è chi finge di essere, a parte Toddy, non a caso demiurgo di tutta la situazione, un po’ come un regista che dirige la messinscena. 

In fondo anche in Victor/Victoria il discorso metacinematografico è sempre latente ricordando che tutto è finzione, cercando anche la complicità del pubblico che non deve essere convinto delle identità fittizie dei personaggi ma partecipare a tutti i passaggi della mistificazione.

Il sapore classico del film torna anche nella costruzione di molte gag: personaggi secondari, come il cameriere, che ritornano nel finale con un ruolo risolutivo, figure di contorno (il cliente dell’albergo che assiste a tutte le entrate nella camera di Victor) con il solo scopo dí sottolineare la comica assurdità della situazione.

Il numero musicale Shady Dame from Seville è elegantissimo quando lo interpreta Julie Andrews, diventa un delirio comico nella ripresa finale di Toddy: la dualità è il tema base: dal titolo all’ambiguità dei personaggi fino alla doppia versione del numero musicale 

Nulla sul serio

Nothing sacred
USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March, Charles Winninger, Walter Connolly, Sig Ruman, Frank Fay, Troy Brown Sr., Maxie Rosenbloom, Margaret Hamilton, Olin Howland
regia di William A. Wellman

Dopo aver causato una truffa al giornale in cui lavora, il giornalista Wally Cook  è retrocesso al reparto necrologi. Per ricostruire la propria reputazione Cook propone al direttore di seguire la storia di Hazel Flagg, una giovane donna del Vermont, che sta morendo per una contaminazione da radio. Proprio quando il giornalista arriva in città, Hazel scopre di aver ricevuto una diagnosi sbagliata e di godere di ottima salute ma la proposta di Cook è troppo alettante per una ragazza di provincia che ha sempre sognato di vedere New York. Mentre Hazel si adatta facilmente a tutti gli onori tributati al suo coraggio nell’affrontare la morte imminente, il giornalista è sempre più disgustato dallo sfruttamento del pietismo creato dalla carta stampata anche perché si è innamorato , ricambiato, della ragazza e vorrebbe sposarla anche se è in punto di morte ma le cose cambiano quando si scopre che Hazel non è in fin di vita…

Girato in Technicolor, è l’unico film a colori di Carol Lombard che riteneva il film una delle sue opere più riuscite.

Il film proclama il suo spirito dissacrante fin dal titolo e continua nei titoli di testa dove i protagonisti sono rappresentati da figurine caricaturali.

È un classico esempio di commedia screwball che nasconde una satira feroce al sistema giornalistico pronto a sostenere qualsiasi causa pur di aumentare le tirature.
Anche Hazel è figlia del suo tempo e sinceramente dispiaciuta di essere sana ma costretta a una vita di provincia e preferisce fingersi malata ma avere il suo momento di gloria a New York: il prezzo da pagare per i begli abiti e le serate di gala sono le macabre presentazioni come la coraggiosa ragazza che guarda in faccia la morte con un sorriso.

I dialoghi sono veramente divertenti e surreali anche se il film non è invecchiato benissimo e forse non ha mai veramente funzionato.

Piuttosto fastidioso oggi è vedere la scena del pugno che Wally assesta a Hazel nel tentativo di farla apparire malata di fronte al nuovo consulto dei medici europei. La scena è chiaramente una gag e Hazel non esita a restituire il destro alla prima occasione ma è più inquietante la battuta del giornalista al direttore che li ha scoperti dicendo che sta esercitando il suo diritto di futuro marito, altra battuta sarcastica che rivela una squallida e drammatica realtà.

Finale attualissimo: per non rovinare definitivamente la reputazione del giornale, Hazel finge di voler morire in solitudine e scomparire dalla città che l’ha tanto amata, i realtà lei è Wally si rifanno una nuova vita sotto falso nome ai Caraibi.

Le verità nascoste

Screenshot

What Lies Beneath
USA 2000, DreamWorks Pictures
con Michelle Pfeiffer, Harrison Ford, Diana Scarwid, Miranda Otto, James Remar, Joe Morton, Wendy Crewson, Amber Valletta, Micole Mercurio
regia di Robert Zemeckis

È stato un anno particolarmente stressante per Claire Spencer: sopravvissuta a un incidente in macchina di cui non ricorda nulla, si è trasferita con il secondo marito nella sua casa di famiglia in Vermont dopo una lunga ristrutturazione e la figlia di primo letto è partita per il college. Quando inizia a sentire strane presenze in casa e pensa che il vicino abbia ammazzato la moglie, Norman il marito, e anche l’amica Jody non le danno retta anche perché la signora Feur ricompare ma Claire non smette di avvertire la presenza di un fantasma e scopre (o meglio ricorda) l’esistenza di una ragazza scomparsa legata al marito…

Mentre Tom Hanks era a dieta ferrea per interpretare il naufrago di Cast Away, il regista Robert Zemeckis sfrutta la pausa di lavorazione per girare questo thriller sovrannaturale molto elegante e patinato ma con un po’ troppi finali e sotto finali.

Anche il cast è di grande richiamo con due protagonisti all’apice del successo, la Pfeiffer conferma la sua bravura, Ford che vuole aggiungere un tassello da cattivo alla sua brillante carriera rimane un po’ schiavo delle smorfiette all’Indiana Jones / Han Solo.

Il film omaggia platealmente Hitchcock soprattutto nella prima parte, quella in cui domina sospetto che il vicino abbia ucciso la moglie e in fondo anche questa falsa pista riprende un po’ il cambio di sceneggiatura di Psyco che inizia con un furto e una fuga per poi diventare tutt’altro, come Le Verità Nascoste che si trasforma lentamente in un horror coniugale da camera dove la raffinata residenza Spencer diventa il luogo dell’infestazione del fantasma della ragazza uccisa nella proprietà.

Se il luogo degli orrori di Psyco era la doccia qui è la vasca da bagno dove si riflette il fantasma di Madison Elizabeth Frank e dove Claire rischia di essere affogata dal marito fedifrago dopo esser stata paralizzata dal farmaco narcotizzante di sua invenzione (l’ossessione di Norman per l’omonimo e più celebre padre scienziato dovrebbe essere speculare ancora una volta al rapporto madre/ figlio di Psyco).

La donna si salva a fatica grazie all’uso dei piedi che riescono ad aprire il tappo della vasca, una scena che potrebbe essere un’ispirazione per Tarantino e il risveglio della Sposa in Kill Bill.

Che il film non sia riuscitissimo nel plot lo dimostra il bisogno di introdurre personaggi secondari con il solo scopo di integrare la trama, vedi la nuova compagna di un amico di famiglia che si rivela essere una vecchia amica di Claire dando così allo spettatore l’opportunità di comprendere meglio la situazione familiare di Claire attraverso i ricordi della cena.

Se il film punta su atmosfere sospese per tre quarti del tempo, l’ultima parte diventa un affastellarsi di finali multipli che aggiungono poco, risultando prevedibili ai fini della trama e dello spavento: ormai lo spettatore sa bene “cosa giace là sotto”.

Fuori

Italia 2025
con Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi,Francesco Gheghi, Daphne Scoccia
regia di Mario Martone

Estate 1980 la scrittrice Goliarda Sapienza cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo essere finita in carcere per aver rubato dei gioielli. Abbandonando ogni speranza di veder pubblicato il suo romanzo,  Goliarda sembra trovare conforto nell’amicizia con due ragazze conosciute in carcere…

Al di là del semplice gioco fuori /dentro riferito al carcere e al rovesciamento di come la protagonista riesca a vivere in maniera opposta all’idea convenzionale di cosa sia fuori e dentro rispetto alla detenzione, mi stupisce quanto un titolo semplice come Fuori si riveli perfetto per descrivere la protagonista e il film stesso che è un’opera delicata che sa racchiudere più mondi e modi di vivere.

Goliarda Sapienza è l’autrice de L’arte della gioia, romanzo pubblicato postumo in Francia e che solo dopo il successo internazionale è stato pubblicato in Italia.
Intellettuale che sopravvive grazie a traduzioni e correzioni di bozze, finisce in galera per il furto di gioielli a casa di un ex amica/amante.

In questa realtà la scrittrice trova una rinnovata libertà nel rapporto con le compagne di cella, in particolare Roberta, una giovane da sempre coinvolta con la malavita, con legami con il brigatismo e vittima della droga. Una figura affascinante e torbida resa molto bene da Matilda De Angelis che in un finale inatteso offre a Goliarda del materiale che si rivela fondamentale per i due libri sull’esperienza carceraria che daranno notorietà alla scrittrice.

Il film è permeato da ritmi sospesi, fuori dal tempo, c’è l’inquadratura di un orologio che segna le 10 e 10 e non serve altro per capire a cosa allude nell’estate dell’80 ma tutto il peso della Storia resta fuori da questa storia marginale dallo spaesamento umano di una donna stanca di combattere per far pubblicare la propria opera e quindi far riconoscere il proprio valore intellettuale, respinta dal mondo al quale forse non ha mai  sentito di appartenere, la Roma dei salotti bene.

La capitale è un’altra protagonista della pellicola, fotografata con i colori ingialliti di una vecchia polaroid che dilatano i tempi morti dell’estate, le sue architetture sia i palazzi bene che le borgate hanno un un che di minaccioso, sorta di castello chiusi da cui le protagoniste sono escluse o da cui fuggono.

La storia non è lineare ma tutto un gioco di flash back tra episodi che precedono l’esperienza carceraria e altri che la seguono, senza soluzione di continuità, a creare una realtà parallela a quella cronologica, cercando di ricostruire il mondo interiore di un’autrice fuori dagli schemi.

Merita attenzione l’interpretazione della Golino premiata col Nastro d’argento come migliore attrice protagonista: è importante ricordare come l’attrice che ha vestito i panni della scrittrice, quasi contemporaneamente è stata anche regista e sceneggiatrice dell’ottima miniserie tv tratta dal romanzo L’arte della gioia

Gioia d’amare

Joy of Living
USA 1938, RKO
con Irene Dunne, Douglas Fairbanks Jr., Alice Brady, Guy Kibbee, Lucille Ball, Frank Milan, Jean Dixon nel ruolo di Harrison Eric Blore, Warren Hymer, Billy Gilbert, Phyllis Kennedy, Franklin Pangborn, James Burke, John Qualen, George Chandler
regia di Tay Garnett

Maggie Garret è una stella di Broadway che lavora duramente per mantenere il suo successo e la famiglia che vive alle sue spalle: i genitori ex attori, la sorella, sua sostituta ufficiale, il marito di lei boxeur fallito e le due nipotine. Per sfuggire alle avances di un corteggiatore Dan Brewster, Maggie lo fa arrestare ma poi, dispiaciuta che l’uomo finisca il galera, finisce per diventare l’affidataria a cui Brewster si deve presentare due giorni a settimana. I due s’innamorano e si sposano ma la donna non è pronta ad abbandonare la carriera e la famiglia fino a quando non capisce che i parenti la stanno sfruttando.

via GIFER

Costosissima commedia musicale della RKO che fu un flop al botteghino e nonostante i nomi di richiamo la pellicola non funziona molto e manca di ritmo.

La famiglia scroccona che vive alle spalle della star ricorda un po’ Argento vivo con Jean Harlow ma il personaggio di Maggie è troppo buono e ingenuo nella sua dedizione a famiglia e carriera anche quando un giornale rende pubblici i suoi conti: l’attrice è sul lastrico per mantenere i vizi dei famigliari.

D’altro canto Dan è troppo leggero (non si capisce perché di tanto in tanto si metta a fare Paperino) figlio di una dinastia di banchieri, preferisce godersi la vita, cosa non difficile avendo un isolotto privato nei mari del Sud. 

Diverse commedie brillanti, pur ambientate nel bel mondo, riescono a fare satira di costume non è questo il caso, Gioa di amare mostra solo i lati più superficiali della commedia screwball e il tocco surreale è solo illogico.

Il film si ricorda per essere incappato nella censura del Codice Hays che trasforma il titolo Joy of Loving nel più casto Joy of Living; Lucille Ball, poco più che esordiente interpreta Selina la sorella minore della protagonista.

U.S. Palmese

Italia 2024
con Rocco Papaleo, Blaise Afonso, Giulia Maenza, Lisa Do Couto Texeira, Max Mazzotta, Claudia Gerini, Gianfelice Imparato, Massimiliano Bruno, Massimo De Lorenzo, Guglielmo Favilla, Guillaume de Tonquédec
regia dei Manetti Bros.

La stella del campione del calcio Etienne Morville s’appanna velocemente e crolla dopo che il calciatore fa body shaming ad un’influencer. Per ricostruire la sua immagine pubblica, il suo procuratore accetta la proposta della squadra dilettanti di Palmi i cui cittadini si sono tassati per racimolare i cinque milioni del cartellino di Morville…

Dopo la trilogia di Diabolik, i Manetti Bros tornano alla commedia indagando a modo loro il sotto genere calcistico.

Il film diventa l’occasione di sottolineare la dicotomia tra la metropoli e la provincia, tra il calcio dei grandi ingaggi e quello dilettantistico pur non aggiungendo nulla di nuovo, però persino io, ormai ben lontana dal mondo calcistico, ricordo lo spirito aggregante della squadretta di calcio del mio paesino. 

La prima parte in cui Don Vincenzo s’ingegna per raccogliere il capitale è divertente e anche sottilmente pungente: per quanto assurdo, credo sia possibile che dei tifosi si tassino per comprare un giocatore ma nessuno pensa di tassarsi (e ben pochi a  pagare le tasse) per far ripartire l’ospedale.

L’arrivo della stella del calcio dovrebbe portare la US Palmese in vetta ma Morville, per evitare di infortunarsi, fa il minimo possibile per la squadra fino a quando non ritroverà la passione per il calcio.

Favola semplice e dal finale prevedibile, il film si distingue per lo sforzo di raccontare le scene calcistiche con uno stile diverso da quello televisivo e allora alla staticità dei calciatori fa da controcanto lo split screen tipico dei Manetti Boris con inserti cartoon che rimandano al mitico fumetto di Holly e Benji.