Il miracolo della 34ª strada vs Miracolo nella 34ª strada

New York: mentre si prepara la sfilata del Ringraziamento di Macy’s, il vecchietto Kris Kringle segnala all’organizzatrice che il figurante che deve interpretare Babbo Natale è palesemente ubriaco. Data la somiglianza di Kringle con Santa Claus gli viene chiesto di sostituire l’ubriacone. Kringle si rivela un Babbo Natale perfetto e viene assunto ma ha un comportamento bizzarro: segnala ai genitori i negozi dove i giocattoli richiesti costano meno e soprattutto è convinto di essere il vero Babbo Natale mentre la cosa degenera e finisce in tribunale, la piccola Susan, la figlia di Doris a cui la madre ha sempre mostrato la verità nuda e cruda, inizia a credere che Babbo Natale esista…

Il miracolo della 34ª strada è un classico natalizio in cui la casa di produzione non credeva, tanto che uscì in estate e con pochissimi riferimenti alla festività nel trailer.
La pellicola è invecchiata bene ed è sorprendente più moderna del pessimo remake del 1994, Miracolo nella 34ª strada.

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Innanzitutto spicca il livello del cast: l’irlandese Maureen O ‘Hara è la pragmatica Doris Walker segnata da un divorzio precoce che crede di tutelare la figlia Susan dalle disillusioni della vita raccontandole le cose come stanno, senza ingentilirle con fiabe e leggende.
Susan è interpretata da Natalie Wood sul cui talento non c’è nulla da aggiungere.

Il miracolo della 34ª strada rientra nel filone fantastico fiorito nel primo dopoguerra, manca l’elemento melanconico ma la leggerezza imperante è gradevole e non superficiale.
Fu certamente un grosso product placement che consolidò la fama dei magazzini Macy’s con un idea di marketing davvero geniale: i clienti si legano maggiormente al negozio perché in mancanza del prodotto o se presente in offerta presso altri esercizi, è il negozio stesso a inviarli dove è più conveniente (e tornando al cast la prima mamma indirizzata a un negozio più economico da Babbo Natale è Thelma Ritter).

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La grande catena Macy’s non presta più il suo nome per il remake: Doris (modernizzata in Dorey) lavora per Cole’s e anche il negozio rivale che nel film del ’47 era un vero concorrente di Macy poi chiuso negli anni ’80 è un’azienda di pura invenzione.

Miracolo nella 34ª strada riporta nei titoli di testa dì basarsi sulla sceneggiatura originale ma ci sono alcuni cambiamenti fondamentali che snaturano il film.

Nella versione del 1947 il processo nasce dal fatto che Kris Kringle si accorge che lo psicologo del negozio abusa (in modo non meglio approfondito) del giovane Alfred e lo affronta, lo psicologo sfrutta la propria posizione per mandare Kringle a processo. Nel remake è l’ubriacone a cui Kringle ha fatto perdere il posto a insinuare che il vecchio si spacci per Babbo Natale per soddisfare una tendenza pedofila e l’attacco fa infuriare Kringle che lo aggredisce davanti a tutti finendo in tribunale.

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Nella versione originale è il servizio postale, organo federale, che, consegnando le lettere di Natale nell’aula del processo, sancisce l’esistenza di Babbo Natale mentre nel 1994 a confermare l’esistenza di Santa Klaus si tira in ballo il Tesoro americano che su ogni banconota fa stampare In God We Trust: il larvato messaggio anti consumistico originale va a farsi benedire ed è con i dollari che si vorrebbe smentire il senso capitalistico del Natale!

La melensa favoletta dei buoni sentimenti trova il suo apice nella storia tra Dorey e il vicino di casa: mentre nel film del 1947 l’avvocato non si è ancora proposto a Doris e l’amore sboccia assieme alla ritrovata fede della donna nella magia natalizia, nel remake i due sono già fidanzati ma non fanno sesso e non lo faranno fin dopo le nozze nonostante Susan abbia chiesto a Babbo Natale anche un fratellino, un’aggiunta inutile rispetto all’originale, soprattutto se si voleva anticipare questa tematica neocon: ovviamente l’allargamento della famiglia era implicito nel 1947 ma nella versione del 1994 tutto diventa didascalico e vuoto.

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Interessante notare che Dylan McDermott e James Remar, rispettivamente il vicino di casa di Dorey e lo scagnozzo della ditta concorrente, siano poi stati nel cast di due serie emblematiche della famiglia americana in chiave horror: American horror story e Dexter, pensateci mentre rifilate quella ciofeca di remake ai vostri pargoli!

In treatment

Intreatment

In treatment pare essere proprio la serie italiana del momento che nella sua distribuzione giornaliera su Sky Cinema 1 ha riavvicinato il pubblico italiano all’appuntamento quotidiano con la fiction preserale.
Come tutti sanno la serie è l’adattamento italiano di un format israeliano venduto in tutto il mondo e per quanto il regista Saverio Costanzo abbia parlato con una certa supponenza del livello notevolmente inferiore delle fiction passate dalle tv generaliste, io trovo nella serie (certamente di spessore) una sfilza di difetti tipici forse più del cinema che della televisione italiana. Alludo a un certo minimalismo rappresentato da quella telecamera francamente troppo statica (pensiamo a Carnage e a cosa si può fare con quattro attori rinchiusi in un appartamento).
Il minimalismo di storie molto parlate e sofferte interiormente era una caratteristica tipica del cinema dei primi anni ‘90 di cui Castellitto fu un degno interprete e se ci si pensa, a parte i cellulari, non c’è nulla nello studio di Giovanni Mari che caratterizzi la contemporaneità dell’ambiente: le storie potrebbe risalire anche a 15/20 anni fa. Del resto anche lo schema di rapporti che si sta delineando è tipico di una certa italianità immobile da decenni: un professionista di successo, in crisi di mezz’età diviso tra una moglie che si è votata a lui e la passione per una giovane donna innamorata che l’uomo non ha il coraggio di ricambiare. Una donna più grande che in qualche modo lo domina, una coppia in crisi che ruota attorno all’idea di un figlio, una ragazzina con problemi familiari, un carabiniere infiltrato dalla ovvia doppia vita, il personaggio meglio riuscito della serie che però si può leggere come speculare alla figura del terapeuta: insomma, il solito maschio borghese schiavo del desiderio sessuale, oppresso da figure familiari femminili troppo ingombranti (che cosa sono Anna e Alice se non rispettivamente la figura materna e la figlia?).
Non ho mai visto la serie americana targata HBO quindi non so come sia il terapeuta descritto in quella serie ma in un periodo in cui i serial killer sono amabili vicini di casa (Dexter), le agenti della CIA bipolari (Homeland), il mitico Sherlock Holmes riletto dagli inglesi come affetto dalla sindrome di Asperger, che noia l’ennesima riproposizione del solito, vecchio modello del maschio italico!

Jimmy Bobo – Bullet to the head

A una coppia di sicari viene commissionata una rapina ai danni di un ex poliziotto corrotto ma il colpo va male e la vittima viene uccisa. Nella stessa notte uno dei due sicari viene accoltellato e al suo compare non resterà che allearsi contro voglia con lo sbirro incaricato delle indagini per vendicare la morte dell’amico.

JimmyBobo

Walter Hill torna a dirigere per il grande schermo dopo oltre un decennio di assenza e firma un noir stringato e nervoso tratto da un fumetto francese che viene presentato come il ritorno all’action anni ’80. Hill ha però masticato con perizia gli ultimi vent’anni di cinema d’azione soprattutto asiatico: il detective Kwon sarà anche un omaggio alla minoranza asiatica ormai presente in molti serial da Dexter a The mentalist ma il volo della sua camicia nello scontro nella centrale elettrica allude a ben determinato stile cinematografico orientale. In questo impianto Hill inserisce Sylvester Stallone nei panni ironici di un vecchio sicario disegnato con l’accetta (questo sì in pieno stile anni ‘80) un sopravvissuto che non ha intenzione di arretrare di un passo e che che guarda con distacco il suo nuovo forzato collega dipendente dal suo BlackBerry da cui riceve tutte le informazioni mentre Jimmy Bobo ha ancora un vecchio StarTac che serve esclusivamente a telefonare. E’ ovvio che il senso del dialogo va ben oltre quello della telefonia.
JimmyboboSe il rapporto tra Jimmy Bobo e il suo collega riprende il divertente cliché della strana coppia, altrettanto interessante è il rapporto tra Stallone e il suo antagonista, il magnifico Khal Drogo Jason Momoa: il loro combattimento con le asce ha quasi il sapore di un passaggio di consegne tra il re dell’action anni ‘80 e il nuovo dio dell’action fantasy (oltre che protagonista della prima stagione de Il trono di spade Momoa è stato anche l’ultimo Conan).
Film divertente dalla regia asciutta ma di classe con alla base un tema scottane come quello della speculazione edilizia in una città da ricostruire come New Orleans, che Hill rappresenta (e non per la prima volta) cupa e pericolosa dai nuovi quartieri residenziali alle catapecchie tra i meandri del Mississippi passando dal fascinoso Quartiere Francese.

United States of Tara

Unitedstatesoftara Se la guerra in Vietnam e’ stata alla base della grande stagione del cinema horror americano degli anni’70, e’ indubbio che l’elaborazione della tragedia dell’11 settembre sia passata attraverso la produzione seriale televisiva. Molte delle serie di grande successo di questo ultimo decennio trovano la loro ispirazione nel drammatico attentato di dieci anni fa. Che sia la realta’ improvvisamente alterata che non offre piu’ punti di riferimento certi di Lost, o il dolce fabbricatore di torte di Pushing Daisies con il dono di risuscitare i morti almeno per un minuto oppure l’amichevole serial killer Dexter a cui il passeggero oscuro si e’ avvinghiato dopo il tremendo bagno di sangue che ha segnato la sua infanzia, qualsiasi sia il genere in cui si declina il serial, in un modo o in un altro possiamo sempre ritrovare un riferimento all’evento catastrofico che ha cambiato l’America.
Anche in United states of Tara c’e’ un evento drammatico avvenuto durante il college che ha alterato la personalita’ di Tara Craine portandola a sviluppare personalita’ multiple per cercare di superare il trauma. Ormai quarantenne, sposata e madre di due figli Tara decide di abbandonare l’uso massiccio di medicinali per tenere a bada i suoi alter ego e di affrontarli con l’aiuto della famiglia. Le personalita’ che la abitano a sua insaputa fondamentalmente sono tre: Alice, l’irreprensibile madre di famiglia anni ‘50 timorata di Dio, la svampita e disinibita sedicenne T. e Buck, maschio rozzo e volgare, ma probabilmente in Tara albergano altri alter ego ancora sconosciuti. Come se non bastassero i disturbi mentali della donna, tutta la sua famiglia e’ altamente disfunzionale: la sorella minore e’ insicura e da sempre gelosa di Tara, Kate la figlia maggiore e’ un’adolescente inquieta mentre Marshall il figlio minore e’ gay e anacronistico nei suoi gilet di maglia. L’unico punto fermo della famiglia sembra essere il marito, Max, in grado di tenere insieme tutta la baracca, attento ai figli, pronto a sfuggire alle avances sessuali degli alter ego della moglie, riesce a trovare anche il tempo per improvvisarsi detective e cercare di risalire agli eventi che hanno causato il trauma che ha condizionato la vita di Tara.
Personalmente spero che sia l’indagine nel passato di Tara a guidare il plot perche’ ci sono degli snodi della vicenda che non mi convincono troppo e l’uscita della personalita’ piu’ congeniale alla risoluzione del problema comincia ad essere un po’ noiosa.
Resta indiscutibile la bravura camaleontica di Toni Collette e come sempre per le serie americane la sigla e’ un capolavoro in grado di riassumere l’idea base del serial: questa volta siamo di fronte a un piccolo gioiello di animazione.

Blow out

Usa 1981
con John Travolta, Nancy Allen, Dennis Franz, John Lithgow
regia di Brian De Palma.


Blowout

Jack Terry e’ un tecnico del suono con un passato in polizia, ora si occupa degli effetti sonori in filmetti di serie B. Una notte mentre sta registrando dei suoni all’aperto, assiste casualmente a un incidente d’auto in cui rimane ucciso un noto politico in lizza per la Casa Bianca mentre era in compagnia di un’accompagnatrice occasionale. Jack salva la ragazza e viene pregato di non far trapelare nulla dell’avventura del politico ma una volta a casa scoprira’ di aver registrato un rumore insolito che precede l’incidente: uno sparo..

Blowout

Assente troppo a lungo dalle televisioni, Blow out viene proposto da domani per tre serate da Sky Cinema Classics.
Con il suo consueto citazionsimo (gia’ il titolo dimostra il chiaro omaggio a Blow up di Michelangelo Antonioni) De Palma riflette su un tema per lui fondamentale, il rapporto tra realta’ e finzione e questa volta lo spazio in cui si svolge l’azione e’ proprio quello cinematografico visto dall’insolita angolazione del suono: sara’ il colpo di fucile che non doveva essere registrato a metter in monto la vicenda e sara’ la mancanza di voce, coperta dai fuochi d’artificio a portarla a termine.
Il film si apre con un divertente piano sequenza di tre minuti (per la precisione 2 piu’ 1, dato che c’e’ una cesura) dove si fa il verso agli horror porno-soft creati dalla casa di produzione per cui lavora Jack e prosegue con un gustoso split screen dove si mostra il lavoro di Jack mentre nell’altra meta’ dello schermo la televisione racconta l’ascesa del governatore che avra’ l’incidente a cui assistera’ il protagonista. L’attenzione con cui De Palma si occupa di un aspetto poco noto del cinema, gli effetti sonori, testimoniano l’amore assoluto del regista per la settima arte e col passare del tempo sono diventati uno degli aspetti piu’ interessanti del film dato che quei macchinari analogici sono ormai cimeli da museo e il film stesso mentre li celebra, ne decreta anche un po’ la morte visto che c’e’ un uso di effetti digitali (i due protagonisti sullo sfondo dei fuochi d’artificio nel finale) che, benche’ ancora rudimentale, anticipa i tempi che verranno.
La vicenda thriller e’ probabilmente troppo macchinosa ma De Palma non lesina i virtuosismi: c’e’ una prevalenza cromatica di soli quattro colori bianco rosso, blu e giallo e molte inquadrature sono composte solo con questi colori e poi c’e’ l’uso quasi sperimentale della macchina da presa che ruota piu’ volte su se’ stessa mentre Jack scopre che hanno frugato a casa sua e cancellato tutto il suo lavoro.
Notevole il cast a partire da un bravo John Travolta in un ruolo inusuale per lui, soprattutto in quel momento della sua carriera dov’era l’idolo delle ragazzine, una svampitissima Nancy Allen e per i cultori di Dexter sara’ un piacere trovare John Lithgow gia’ nei panni del serial killer.
Si inizia ridendo ma si finisce nella commozione piu’ assoluta con uno dei finali piu’ tristi e cinicamente romantici che abbiate mai visto.

Gran finali

Lost Lemme lemme arrivo anche io a dire la mia sul finale di Lost di cui non sono mai stata un’ammiratrice fervente ma comunque me lo son sciroppata tutto, anche con un certo piacere.
Io non liquiderei la questione con quel “son tutti morti” che e’ dilagato nei dibattiti (pure su rainews24!) seguiti alla messa in onda dell’ultima puntata in contemporanea con gli States. Per come ho interpretato io il dialogo tra Jack Shepard e il padre, momento topico che e’ un po’ lo spiegone definitivo della serie, tutto ruota intorno alla morte di Jack che in questa sorta di anticamera di Paradiso ritrova tutte le persone che sono state importanti nella sua vita e con le quali si appresta ad attraversare la luce. Gli altri sono morti chi prima di lui, chi molto tempo dopo. Mentre proseguivano gli abbracci eccessivamente sdolcinati per la mia misantropia galoppante, Jack muore sull’isola in una scena che riprende, se non ricordo male, quella di apertura della serie. Forse non troppo soddisfacente per i fan piu’ accaniti ma era davvero difficile trovare una conclusione che sciogliesse tutti i misteri dell’isola. Per me il senso logico della trama e’ passata in secondo piano, soprattutto nelle ultime due stagioni e ho trovato una grande fascinazione nell’aspetto “cubista” del plot, quel mostrare esistenze parallele dello stesso personaggio come Picasso dipingeva sulla tela parti del soggetto che non potevano coesistere nella medesima prospettiva spaziotemporale. Azzardo artistico del 1907 (Les demoiselles d’Avignon) che trovava conferma nella teoria della relativita’ che Einstein elaborava nello stesso anno. Cento anni dopo tra il 2005 e il 2010, una serie televisiva porta sul piccolo schermo lo stesso spirito. Ecco questo e’ il modo con cui chiudo i miei conti con Lost, non male per una che era partita in maniera cosi’ disfattista (sbagliando ovviamente!)

Dexter Il finale (fortunatamente solo di stagione) che invece mi ha toccato il cuore e’ stato quello di Dexter. Impossibile restare indifferenti a quell’ultimo colpo di scena che riapre tutte le ferite del nostro serial killer preferito. Confesso di aver fatto molta fatica a togliermi dalla mente la scena di Rita nella vasca, personaggio che tra l’altro non ha mai goduto della mia simpatia, non tanto per l’impressione ma proprio per la commozione inaspettata.
Ho rivisto la puntata, e non mi capita mai con i serial, per vedere se a posteriori il dialogo tra Dexter e Arthur Mitchell rivelasse qualcosa di quanto fosse in serbo per il protagonista e invece mi sono trovata a riflettere sulla perfetta costruzione psicanalitica del serial, ad esempio la ricerca di Debra sulla vita sentimentale del padre era stata messa in moto da una frase sfuggita a Dexter. In questa quarta serie si tirano tutte le fila e si potrebbe considerare virtualmente chiusa tutta la vicenda di Dexter. Dopo essersi confrontato con la figura del fratello nella prima stagione poi dell’amante nella seconda, dell’amico nella terza (la piu’ debole) e aver lottato contro il proprio doppio in questa meravigliosa quarta stagione, presumo che Dexter dovra’ lottare con la figura paterna essendo a sua volta padre arrivando cosi’ a uno scontro diretto con il suo creatore e il suo codice.