Il ritorno dell’eroe

Le retour du héros
Francia 2018, Eagle Pictures
con Jean Dujardin, Mélanie Laurent, Noémie Merlant, Christophe Montenez, Evelyne Buyle, Christian Bujeau, Féodor Atkine
regia di Laurent Tirard

Borgogna 1809: Il capitano di Neuville si sta fidanzando con Pauline Beaugrand quando deve partire per la guerra. L’uomo non da più notizie nonostante le promesse di scrivere e Pauline cade malata allora la sorella maggiore Elisabeth si finge il capitano e inizia una corrispondenza con la sorella. Per giustificare il mancato ritorno dalla guerra Elizabeth inventa per il capitano una missione in India e quando si presenta un nuovo pretendente per la sorella scrive un’ultima lettera in cui il capitano dedica le ultime parole all’amata prima di morire.
Ormai libera dalla promessa al capitano Pauline e Nicolas si sposano, qualche tempo dopo Elizabeth riconosce in un barbone appena arrivato in città il capitano che le confessa di aver disertato. Elizabeth gli spiega la situazione e lo convince a lasciare la città ma pochi giorni dopo il capitano si ripresenta al castello dei Beugrand in pompa magna: inizia una lotta verbale tra il capitano ed Elizabeth che li porterà al matrimonio ma ancora una volta una guerra napoleonica richiama il capitano…

Una deliziosa commedia in costume con personaggi esilaranti. 

Jean Dujardin è perfetto nei panni del miles gloriusus tanto superbo quanto codardo: la scena del duello, o meglio della prova delle armi del duello, è un pezzo di bravura 

Mélanie Laurent è Elizabeth, la figlia maggiore dei Beugrand che non vuole sposarsi ma finisce suo malgrado per innamorarsi di Neuville pur conoscendo la sua pusillanimità che sul finale viene smentita (per amore di Elizabeth).

Di tutt’altra pasta è la smaniosa Pauline che rischia di morire di polmonite per aver perso il promesso sposo, la romantica e delicata fanciulla rivela una feconda vena erotica nelle lettere che scambia in realtà con la sorella e fantasie che spaventano anche Neuville con cui la ragazza ormai sposata vorrebbe riprendere la relazione.

Lo schema di base della trama è piuttosto classico: la coppia che prima si detesta e poi finisce per innamorarsi ma è molto interessante la declinazione: Elizabeth e il capitano sono costretti a collaborare per concordare la versione del ritorno di Neuville che devono tenere conto delle lettere di lei e gli abbellimenti di lui, che subito cambia la fonte di guadagno da piantagione di tabacco a miniera di diamanti attirando un mucchio di investitori. Elizabeth che prima vorrebbe costringere Neuville a confessare rimediando una proposta di matrimonio, finisce per accettare lo schema piramidale del capitano per ripagare gli investitori se lui divide con lei i profitti.

Il sentimento nasce dal continuo rimando di sfide sempre più pericolose: invitando a cena un generale Elizabeth rischia di far condannare a morte Neuville per diserzione.

Il ritorno dell’eroe è un esempio di rara intelligenza emotiva e furbizia che culmina nel finale che ripropone la scena iniziale: Neuville allontanato dall’amata dall’impellenza della guerra.

Il concerto

Ilconcerto Unine Sovietica 1980, il talentuoso direttore d’orchestra Andrej Filipov si oppone al diktat brezneviano di estromettere i musicisti di origine ebrea dall‘orchestra, per questo motivo viene umiliato con l’interruzione del concerto e la retrocessione: restera’ sempre nell’organico del Bolshoi ma come addetto delle pulizie. 30 anni dopo Filipov e’ ancora la’ a pulire il teatro e un giorno, mentre lucida la scrivania del direttore, intercetta il fax di un celebre teatro parigino che propone una data per un concerto: Filipov decide di spacciare i suoi vecchi orchestrali per l’orchestra ufficiale e dirigire ancora una volta..

Dopo un decennio da Train de vie (1998) Mihaileanu torna a imbastire un’altra truffa, questa volta pero’ non e’ la sopravvivenza a spingere i protagonisti a fingersi gli orchestrali ufficiali del Bolshoi, ma il bisogno di rivalsa. Purtroppo sono passati 30 anni e il mondo e’ cambiato: alla nomenclatura russa si e’ sostituita una classe dirigente rozza e prepotente la cui messa alla berlina sostiene brillantemente la prima parte della pellicola, ambientata a Mosca, una Mosca a due facce, quella perfettamente linda della Piazza Rossa, meta di turisti e quella squallida dei quariteri popolari dove Filipov cerca di ritrovare i componenti della sua storica orchestra.
Come manager della sua scalcagnata banda Filipov chiama l’uomo che trent’anni prima stronco’ pubblicamente la sua carriera, l’indefesso comunista Ivan Gavrilov. Anche per Gavrilov Parigi e’ un mito dove ricostruire un’internazionale comunista e anche lui dovra’ scontrarsi con una realta’ ben diversa.
Sberleffo senza riguardi, quello di Mihaileanu per la Russia contemporanea, ma anche la Francia da sempre rifugio privilegiato degli esuli russi non e’ messa meglio: il teatro Chatelet accetta le bislacche richieste del manager di Filipov perche’ molto convenienti e quindi adatte a ripianare i conti del teatro sull’orlo della banca rotta.
A vent’anni dalla caduta del muro la riflessione del regista sullo stato della cultura in Europa e’ amarissimo: i due blocchi si sono sciolti nella medesima acquiescenza al dio denaro. Non c’e’ pero’ nessun rimpainto dell passato, i terribili danni della dittatura comunista emergono nella seconda parte del film quando entra in scena la giovane violinista Anne Marie Jaquet, interpretata da Mélanie Laurent, la Shosanna di Inglourious bastards che veste ancora una volta i panni di un’ebrea orfana a causa di una dittatura e che agisce tra le mura di un (cine)teatro parigino.
La messa in scena del concerto finale e’ travolgente e la commozione della musica e della vicenda si stemperano grazie ai fotogrammi che raccontano il futuro dei protagonisti strappando al pubblico le ennesime risate nate da un umorismo caustico che trova alimento in quello spirito mitteleuropeo che all’inzio del secolo scorso ci regalo’ maestri della comicita’ come Lubitsch e Wilder, di cui Mihaileanu sembra seguire le tracce.

Bastardi senza gloria

Ingloriousbasterds

“Questo potrebbe essere il mio capolavoro” e’ la battuta che chiude il film di Tarantino e se dobbiamo interpretarla come un commento del regista alla sua opera, beh mi trovo a dissentire almeno in parte: probabilmente questo e’ il capolavoro di Tarantino, PER ORA. Il regista ci sta abituando ad un costante aumento del livello delle sue opere che riescono sempre a sorprendere critica e pubblico: giuro di aver partecipato a un applauso alla fine di Inglorious basterds, evento decisamente raro per una normale proiezione serale a meta’ settimana in un cinema di provincia!. Credo che sia dai tempi di Hitchcock che pubblico e critica non vadano cosi’ a braccetto nel gradimento di un autore.
Con il consueto gioco di citazioni che e’ ormai definitivamente la sua cifra stilistica, Tarantino riesce comunque ad aggiungere una riflessione personale sulla seconda guerra mondiale, se consideriamo il primo capitolo non solo come esempio mirabile di cinema alla Sergio Leone, ma per quello che ci racconta, vediamo il capovolgimento della classica figura del commando nazista che arriva per snidare degli ebrei. L’idea di una scena simile e’ di violenza e sopraffazione invece Tarantino gioca con lo spettatore che vive in un ansia tremenda aspettando che esploda la rabbia nazista e ci  mette di fronte a un colonnello delle SS che preferisce giocare perfidamente su un piano di finta gentilezza e disponibilita’ manovrando la volonta’ di LaPadite, che non sembra certo essere uno sprovveduto, eppure io credo che questo primo capitolo, mirabile per costruzione e messa in scena, sia anche fortemente realistico: che la speranza (o l’illusione) di poter vivere in pace abbia portato alla delazione piu’ che le presunte invidie tra vicini. Del resto che faccia piu’ paura l’idea che si ha della propria paura che la paura stessa lo dimostra il capitolo seguente quando la macchina da presa indugia a lungo sul nero della grotta da cui deve uscire il terribile orso ebreo, uno della squadra dei bastardi che ama eliminare i tedeschi con una mazza da baseball.
Piccolo plotone di soldati americani di origine giudaica, raccolti dal tenente Aldo Raine che pretende una quota fissa di scalpi nazisti dai suoi sottoposti (l’unico mio cruccio nei confronti del film? che non li scalpassero da vivi!) i bastardi senza gloria danno il titolo al film ma non sono proprio i protagonisti della pellicola, insieme a un soldato dell'intelligence inglese e la collaborazione di un’attrice tedesca cercano di attentare alla vita di Hitler e degli alti gerarchi nazisti alla premiere francese de Orgoglio della nazione, pellicola propagandistica che narra le gesta di un soldato semplice. Ma il destino si fa beffe dei nostri eroi e la bella attrice finisce nell’incubo di una favola di Cenerentola al contrario dove non e’ il principe a porgere la scarpetta, ma la morte nei panni dannatamente melliflui del colonnello Hans Landa. Destino beffardo che pero’ sorride a Shosanna, la fanciulla scampata allo stermino della sua famiglia raccontato nel primo capitolo e che ha trovato rifugio a Parigi e sotto mentite spoglie dirige una piccola sala cinematografica. Fredrick Zoller, protagonista dell'eroica vicenda e della sua trasposizione cinematografica si infatua di lei e riesce a far spostare la proiezione nel cinema della ragazza, dandole cosi’ modo di organizzare la sua vendetta..
Il cinema come mezzo e motivo della vendetta, furore iconoclasta e delirio cinefilo si fondono nella montagna di pellicola ammucchiata dietro lo schermo e dai tempi del Don Quixote wellesiano la ripresa di un immagine trasmessa sullo schermo (alludo alla risata di Soshanna alla fine del suo messaggio) non aveva una valenza cosi’ simbolica e potentemente emotiva.