Dio esiste e vive a Bruxelles

Dioesisteeviveabruxelles Dio è uno sciattone annoiato che vive a Bruxelles, è totalmente disinteressato alla famiglia, moglie e figlia che vivono con lui, dato che il primogenito, J.C., da tempo se n’è andato di casa. Per passare il tempo aggiorna regolarmente le regole della sfiga che affliggono il genere umano che si diverte a dileggiare. Un giorno Ea, stanca dei soprusi paterni si vendica mandando a tutte le persone un sms con la data di morte poi sull’esempio del fratello fugge di casa per scrivere il suo nuovo Nuovo Testamento.

Dio esiste e vive a Bruxelles è la prima frase pronunciata nel film e ai distributori italiani dev’essere parsa subito molto meno ingombrante del titolo originale Le tout nouveau testament.
Il film è esilarante e surreale: Bruxelles sarà anche la città più brutta del mondo, secondo il regista, ma resta sempre la capitale della patria del surrealismo e quando l’Assassino si abbraccia con la sua immagine allo specchio tutta la tradizione artistica surrealista erompe dallo schermo.
Le trovate di Jaco van Dormael sono geniali e procedono per accumulo: dal varco spaziotempo nel cestello della lavatrice, unica uscita dall’appartamento sigillato di Dio, alle reazioni più imprevedibili del genere umano nel conoscere la propria data di morte: se dovete ancora vedere la pellicola non uscite prima che siano terminati i titoli di coda perché Kevin, il giovane che filma i suoi esperimenti di dimostrare che effettivamente gli restano ancora 62 anni di vita regala l’ultima risata del film.
Film che fa ridere a crepapelle ma che sa anche essere poetico (il sogno di Aurelie) toccante e commovente nel narrare le storie dei sei apostoli che Ea si è scelta e il suo nuovo testamento 2.0 non è un corollario di regole di vita ma il racconto delle vite dei suoi apostoli raccolte da Victor, evangelista barbone che ha decisamente qualche problema con la grammatica. Alle fragilità dei suoi apostoli Ea risponde con l’ascolto e regala il coraggio di essere sè stessi seguendo la propria musica interiore (a proposito anche la sound track è notevole).
Al suo quinto lungometraggio il regista belga sembra ispirarsi al mondo di Jean-Pierre Jeunet nel raccontare in maniera molto colorata con uno stile pop-up le vicende dei suoi bizzarri protagonisti.
Forse il film si perde un po’ nella conclusione, nonostante il colpo di scena inatteso ma si perdona qualsiasi cosa a un film di rara comicità talmente intelligente che a circa tre mesi dall’uscita in sala non ha suscitato nessuna polemica nonostante giochi con la figura di dio.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

T.S. Spivet è un ragazzino di dieci anni affascinato dalla scienza che vuole diventare “il Leonardo da Vinci del Montana” e in effetti ci riesce vincendo un prestigioso premio per avere trovato la soluzione del moto perpetuo; ma T.S. è anche un ragazzino con un grande senso di colpa, che si sente responsabile della morte del fratello gemello Leyton, vittima di un incidente con il fucile. Mentre i genitori e la sorella cercano di affrontare ognuno a modo proprio il dolore per la scomparsa di Leyton, T.S. decide di attraversare da solo l’America e andare a ritirare il premio a Washington D.C…

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Prima o poi tutti i registi europei cercano di raccontare il mito americano, Jean-Pierre Jeunet lo fa con il suo consueto stile iper colorato, ricco di trovate visive che come sempre, da Amélie in poi, fa da contrasto ai protagonisti solitari, figli di famiglie disfunzionali che però, alla fine, riescono sempre a trovare un senso alle proprie esistenze.
Il Montana in cui vive la famiglia Spivet è fatto di paesaggi incantevoli e una società ancora rurale, la famiglia Spivet è quanto mai originale, il padre è un burbero cowboy di poche parole che come dice T.S. è nato nel secolo sbagliato vivendo ancora come un perfetto pioniere, Layton era il suo orgoglio perché aveva le sue stesse inclinazioni mentre T.S. ha preso tutto dalla madre, una scienziata che dopo la morte del figlio si rifugia nella ricerca di un coleottero che forse non esiste neppure. Gracie, la sorella adolescente è tutta presa dalle sue ambizioni artistiche (va bene anche diventare una Miss).
Con il suo enorme senso di colpa T.S. sale di straforo su un treno merci e inizia il viaggio che lo porta a Est, verso quello che crede essere il suo mondo e che invece ne fa un prodotto per i media vista la sua precocità e la drammatica storia famigliare.
Dopo Il favoloso mondo di Amélie, Jeunet non è più riuscito a bissare il successo della sua pellicola cult, sopratutto in Italia dove i suoi film faticano a trovare una buona distribuzione: Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet arriva infatti con un anno e mezzo di ritardo dalla data di realizzazione del film (ottobre 2013) pur essendo stato presentato al Festival internazionale del film di Roma 2014.

L’esplosivo piano di Bazil

Da bambino Bazil perde il padre saltato su una mina in Algeria e a trent’anni si ritrova a senza lavoro perche’ colpito da un proiettile vagante che gli si e’ conficcato nel cranio. Al giovane non resta che una vita da clochard: per sua fortuna viene adottato da un gruppo di barboni che vivono smistando rifiuti. La nuova famiglia si rivelera’ provvidenziale per Bazil quando scoprira’ che le due fabbriche di armi che gli hanno rovinato la vita sorgono una di fronte all’altra: una vicinanza congeniale all’astuto piano di vendetta del nostro eroe..




Micmacs


Cinque anni dopo Una lunga domenica di passioni, torna Jean-Pierre Jeunet con il suo inconfondibile cinema fatto di colori saturi, personaggi bizzarri e uno stile sia narrativo che visivo che affastella oggetti e situazioni. In questo caso gli oggetti sono fantasmagorici giocattoli creati dai rifiuti dei quali vivono i clochard. Rifiuti nei quali vive anche la bislacca combriccola capeggiata da Madame Tambouille e se la frase letta puo’ provocare disgusto, l’invenzione della tana nella rumenta e’ invece stupefacente.
C’e’ piuttosto un eccesso di situazioni drammaturgiche che spesso si perdono nel nulla ad esempio i titoli di testa in stile noir hollywoodiano che non hanno nessun senso nell’economia filmica se non il fatto che quando Bazil viene colpito dal proiettile sta guardando Il grande sonno quindi scivola nell’incoscenza sognando lo stile Warner che, guarda caso, distribuisce il film. Risulta discutibile anche l’iimpatto crudo della realta’ dei bambini mutilati dalle armi in un film cosi’ farsesco e dai toni favolistici; per il resto il regista de Il favoloso mondo di Amelie riesce ancora una volta ad affascinarci con la sua fantasiosa magia visiva.