Lilit

Lilit Ieri sera sono rimasta basita nel guardare Lilit, il nuovo programma di Rai3 che dalla scorsa settimana sostituisce Sostiene Bollani. La scheda del programma lo definisce uno sguardo femminile (non femminista) sul mondo, sorridente e originale.
Gia’ sta distinzione tra femminile e femminista mi annoia: ammesso che esistano ancora, le femministe, son tornate ad essere streghe? E perche’ andarsi a infilare in questo trito dilemma scegliendo come titolo il nome della donna ribelle per eccellenza?
Comunque e’ sulla presunta originalita’ del programma che son rimasta basita: la conduttrice Debora Villa, comica che non ha mai avuto problemi nel piegare la sua fisicita’ di donna normale al ruolo di bruttina, si presenta bionda come non mai, con una lunga coda di boccoli posticci, classico look da conduttrice media che deve avere sempre una chioma da Lady Godiva.
Il personaggio dell’inguaribile ottimista che si e’ occupata della casa sovrastata dall’enorme nuovo grattacielo della Regione Lombardia e’ ovviamente una pacioccona sovrappeso e il cliche’ mi ha disturbato anche se il modo di presentare il problema edilizio era, quello si’, originale e provocatorio.
Mi e’ parso un vaneggiare senza senso il contributo di Cornacchione, artista che ha fatto del lato femminile il punto di forza della sua comicita’ e quindi era davvero poco credibile nei panni dell’uomo selvatico anche perche’ e’ una naturale spalla destinata a subire e la Villa solitamente non le manda a dire.
Altro momento in cui il cliche’ dilaga e’ il segmento dedicato alla tecnologia: ovviamente l’homo tecnologicus e’ un maschio (Daniele Bossari) e la conduttrice svampisce piu’ che mai perche’ si sa che il rapporto tra donna e tecnologia e’ piu’ conflittuale di quello tra donne e motori.
Finale serio con la Villa dalla voce commossa per presentare il contributo dedicato a Pina Baush (e’ il weekend di uscita del film di Wenders a lei dedicato) e dopo una breve introduzione un ballerino insegna alcuni passi della celebre coreografia La Sagra della Primavera. Ora il pubblico del programma e’ semovente e segue la conduttrice in giro per lo studio, si tratta di ballerini di ambo i sessi ma per insegnare la coreografia il maestro si rivolge solo a un gruppetto di donne, come in una qualsiasi lezione di fitness di una palestra italiana. Meno male che Lilith ha perso l’acca, a me e’ scappata la pazienza.

KINO LIVE!

Kinolive!logo Dal 15 novembre al 3 dicembre 2011

I capolavori del cinema russo musicati live da
YO YO MUNDI – GIANNI MUSIC QUARTET – TÊTES DE BOIS – VALERIO VIGLIAR – MOKADELIC – SIKITIKIS

collaborazione al progetto di Giovanni Guardi

La Russia degli anni ’20 ci ha regalato una delle più grandi stagioni della storia del cinema mondiale, con una concentrazione irripetibile di capolavori, frutto del genio di registi straordinari che si impegnarono nella creazione di un linguaggio cinematografico totalmente inedito, nel fermento della creatività rivoluzionaria non ancora irrigidita dall’ideologia di Stato. Il desiderio di rinnovare la società attraverso il cinema li portò a capovolgere il ruolo passivo dello spettatore, stimolandolo con immagini potentissime, capaci di agire nel profondo e risvegliare una percezione critica della realtà finalmente liberata da condizionamenti. È l’epoca del “montaggio sovrano”, con accostamenti violenti e inaspettati di scene, veicolo di grandi emozioni.
La dimensione narrativa veniva sconvolta da un montaggio ritmico e così anche la musica di accompagnamento alle proiezioni acquistava un ruolo essenziale nella capacità di interagire con il pubblico. Il Palazzo delle Esposizioni accoglie ora la sfida del grande Ejzenštejn – che avrebbe voluto che la musica per i suoi film fosse rinnovata ogni dieci anni per stare al passo con le nuove generazioni – affidando ai migliori rappresentanti della nuova scena musicale la sonorizzazione live dei grandi capolavori del muto. Dal felice ritorno di Sciopero degli Yo Yo Mundi, che dopo il debutto proprio al Palazzo delle Esposizioni nel 1994, è stato proposto con successo in tutto il mondo; alle contaminazioni elettroniche del sorprendente Gianni Music Quartet, affiancato da musicisti di grande talento; agli straordinari Têtes de Bois, una delle band più innovative degli ultimi anni coinvolta sempre in progetti di grande inventiva poetica e attenzione sociale. Di grandissima efficacia e novità le proposte di Valerio Vigliar, il sound avvolgente dei Mokadelic, entrambi geniali autori di colonne sonore cinematografiche, e i ritmi trascinanti degli irresistibili Sikitikis.
La rassegna si conclude con due film sonori, che testimoniano ancora il genio di Ejzenštejn pur nei profondi cambiamenti dell’epoca.

Kinolive!1 15 e 16/11/2011 21:00
Sciopero
musicato live da Yo Yo Mundi
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1925 (v.o. con didascalie in italiano, 83′)
Il primo film di Ejzenštejn è già un capolavoro sperimentale di grande potenza visiva con invenzioni e trovate geniali che hanno cambiato il corso della storia del cinema, un’opera rivoluzionaria anche da un punto di vista formale per la rottura decisa della narrazione attraverso un montaggio folgorante, che punta diretto alle reazioni emotive del pubblico.

17 e 18/11/2011 21:00
La terra
musicato live da Gianni Music Quartet
di Aleksandr P. Dovženko. URSS 1930 (v.o. con didascalie in italiano, 73′)
Il più lirico tra i maestri dell’Avanguardia sovietica realizza il suo capolavoro poetico, più volte classificato tra i dieci film più belli della storia del cinema, collocando le lotte contadine nell’eterna storia della vita e della morte, in un grande affresco umano e naturale, emozionante e commovente

19 e 20/11/2011 21:00
La corazzata Potëmkin
musicato live da Têtes de Bois
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1925 (v.o. con didascalie in italiano, 68′)
Il film più famoso della storia del cinema e tra i più influenti per i suoi valori tecnici ed estetici, è un’opera d’arte magistrale che sconvolge ancora oggi per le sue immagini trascinanti, come la celebre sequenza della scalinata che avvolge lo spettatore in un vortice di violenza e pietà, realizzato grazie a straordinarie tecniche di ripresa e montaggio.

22 e 23/11/2011 21:00
La nuova Babilonia
musicato live da Valerio Vigliar
di Grigorij Kozincev, Leonid Trauberg. URSS 1929 (versione con didascalie in italiano, 76′)
Questa perla rara del cinema sovietico proietta l’entusiasmo rivoluzionario sulla Comune di Parigi, in una ricostruzione storica grandiosa, ispirata a Zolà e alla pittura impressionista, secondo lo stile della Fabbrica dell’Attore Eccentrico, il movimento d’avanguardia che giocava con le qualità pittoriche e l’artificiosità espressiva dell’immagine cinematografica.




Kinolive!224 e 25/11/2011 21:00
La fine di San Pietroburgo
musicato live da Mokadelic
di Vsevolod I. Pudovkin. URSS 1927 (v.o. con didascalie in italiano, 95′)
Opera fondamentale del cinema muto sovietico, girata in occasione del decimo anniversario della Rivoluzione da Pudovkin – con Ejzenštejn l’altro grande maestro e teorico del periodo – che fa convivere l’intreccio e lo sviluppo psicologico dei personaggi con la straordinaria libertà del montaggio, conferendo potenza epica alla presa di coscienza rivoluzionaria.

26 e 27/11/2011 21:00
L’uomo con la macchina da presa
musicato live da Sikitikis
di Dziga Vertov. URSS 1929 (v.o. con didascalie in italiano, 80′)
Uno dei film più innovativi del muto, anticipa tutta la sperimentazione del cinema a venire in un vorticoso mosaico di sequenze strepitose che, celebrando la bellezza del caos contemporaneo, combatte l’arte come finzione e il ruolo passivo dello spettatore, per colpirlo nel profondo con espedienti tecnici ed espressivi sorprendenti allora come oggi.

29 e 30/11/2011 21:00
Ivan il Terribile
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1944 (versione italiana, 99′)
Uno dei più grandi film russi di tutti i tempi: il geniale regista, anche senza le sperimentazioni formali dei primi film che il nuovo clima politico avversa, costruisce un affresco storico potente e cupo, su cui giganteggia la figura carismatica dello zar – intrisa del contemporaneo culto della personalità – e lo strabiliante commento musicale di Sergej Prokof’ev.

01 e 03/12/2011 21:00
Ivan il Terribile II – La congiura dei boiardi
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1946 (versione italiana, 85′)
L’ultimo grande film di Ejzenštejn è un’opera poderosa e una profonda riflessione storico-politica; terminato nel 1946, fu subito condannato dal Partito che ne proibì la distribuzione fino al 1958, perché lasciava intravedere, dietro alla grandiosa celebrazione del potere assoluto, tutte le sue contraddizioni e la ferocia che lo circondava.





info
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 A, Roma
tel. 06 39967500
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00

Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno ***IMAX 3D***

LeavventurediTintin_Unicorno

TinTin acquista il modellino di un veliero ad un mercatino e non ha quasi il tempo di concludere la trattativa che due diversi acquirenti si offrono di ricomprarglielo, ma l’acuto reporter non accetta l’offerta. Ben presto il modellino gli viene rubato ma il segreto che la nave custodiva con cura rimane fortuitamente a casa del giornalista. Tornato ad avvisare TinTin del pericolo che corre, uno dei due acquirenti del modellino muore riuscendo pero’ a lasciare un indizio fondamentale per il fiuto del giornalista che si imbarca in una fantastica avventura..

Tintin

La leggenda vuole che all’uscita del primo Indiana Jones a Spielberg fosse fatta notare la somiglianza tra le avventure del suo spericolato archeologo e quelle di TinTin, il protagonista dei fumetti di Herge’. Non sapendo nulla del lavoro del fumettista belga Spielberg si incuriosi’ e finì per appassionarsi alle avventure del giovane reporter fino a decidere di portarlo sul grande schermo in collaborazione con Peter Jackson che ora produce ma in futuro dirigera’ i due prossimi episodi.
Il segreto dell’unicorno paradossalmente lascia un po’ in secondo piano la figura di TinTin concentrandosi di piu’ sulla genesi del rapporto con il suo compagno di avventure, il capitano Haddock e gran parte del fiuto del celebre reporter nasce dal naso del fedele terrier Milou e infatti molte inquadrature sono ad altezza di cane, soprattutto quella iniziale nel mercato che si apre con il reporter che si fa fare un ritratto e quando ci viene mostrato il disegno sara’ il volto del TinTin dei fumetti di Herge’. Pagato il tributo al padre del protagonista, Spielberg imbastisce una storia che cresce piano piano e si fa sempre piu’ avventurosa e rocambolesca con citazioni dei precedenti lavori di Spielberg: il ciuffo di TinTin che fende l’onda come la pinna de Lo squalo, il vilain interpretato da un irriconoscibile Daniel Craig che ricorda un po’ le sembianze del regista ed infine le pergamene che svolazzano come la piuma di Forrest Gump, il capolavoro di Zemeckis che per primo si avventuro’ nel campo della performance capture con Polar Express.
All’inizio del film mi sono chiesta perche’ complicarsi la vita “cartonizzando” attori veri quando non c’è la necessita’ di far convivere personaggi reali e fantastici, la risposta arriva nel corso della pellicola quando si capisce che solo questa tecnica permette inquadrature cosi’ ardite e scene rocambolesche (superlativo il combattimento con le due gru portuali) da cui i protagonisti possono uscire senza un graffio.
Vedere il film in IMAX, poi, offre una profondita’ e luminosita’ delle immagini notevolissime e finalmente mi ha fatto capire le potenzialita’ del 3D, una tecnologia che trovavo ripetitiva e banale nella composizione dell’immagine che puntava solo sulla sensazione di ricevere in faccia qualcosa scagliato dallo schermo. Il lavoro di Spielberg non utilizza mai questo scontato giochino ma compone le inquadrature in raffinatissimi giochi di specchi, vetri, lenti, riflessi sull’acqua, in una fantasmagorica esperienza visiva. Forse un film dove la tecnica prevale sul cuore ma sicuramente una bella storia che (di)mostra nuove potenzialita’ raffinate ed inesplorate della tecnologia.

Bar Sport

Barsport

Dal celeberrimo romanzo omonimo di Stefano Benni un’operina senza infamia e senza lode che non aggiunge nulla al mito del libro scritto nel 1976 ma ripropone pedissequamente il bestiario da bar creato da Benni con un certo impegno formale. All’accurata ricostruzione storica della provincia anni’70 si unisce infati l’uso di inserzioni a cartoni animati e altri effetti speciali per sottolineare gli aspetti piu’ surreali del racconto.
Risate assicurate per una pura serata d’evasione ma non aspettatevi nulla di piu’, nessun effetto amarcord. O forse si’, ma piu’ che verso il romanzo e un certo modo di vivere la provincia verso ZanziBar, sitcom della fine degli anni ‘80 prodotta dalla Italia 1 di Carlo Freccero: se volete prendervi la briga di controllare scoprirete che i membri del cast sono per buona parte gli stessi con l’aggiunta doverosa, vista l’ambientazione, dei protagonisti di quella scuola comica bolognese sempre relativa agli anni ’80, da Vito ai Gemelli Ruggeri, qui in due comparsate separate.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

DetectiveDee Nel 690 d.C. sta per salire sul trono dell’impero cinese Wu Zetian, la prima ed unica donna nella storia a ricoprire questa carica. Per glorificare il giorno della sua incoronazione viene edificata un’enorme statua del Buddha ma misteriosi fenomeni di autocombustione carbonizzano i dignitari preposti al controllo dei lavori. Per risolvere l’arcano l’imperatrice chiama l’acuto Dee Renjie, un dissidente che otto anni prima si era strenuamente opposto all’ascesa della monarca.

Tsui Hark torna a lavorare in Cina e il suo talento apporta delle innovazioni ironiche al compassato genere storico del cinema cinese degli ultimi anni, fedelissimo alla ricostruzione storica e all’eleganza visiva. Hark stravolge il rigore storico e piu’ che all’improbabile centurione romano in visita al Buddha (l’impero romano cade nel 476 d.C) mi riferisco al secondo incontro tra l’investigatore e la sovrana, quando quest’ultima sfoggia un cappellino in pelliccia piu’ consono a una diva anni ’30 che a un’imperatrice della dinastia Tang. Ci sono iniezioni di commedia rosa nei bisticci tra Dee Renjie, e la bella Shangguan Jing’er, comandante delle guardie reali, il cui personaggio resta un po’ misterioso mentre avrebbe meritato un’attenzione maggiore. C’e il coraggio di criticare il potere soprattutto nell’inquadratura finale che racconta la drammatica solitudine dell’imperatrice. Quello che non funziona e’ la storia troppo complicata, che risulta difficile da seguire e se un film che dura 122 minuti impiega un buon quarto d’ora in flashback e dialoghi esplicativi degli snodi precedenti, ha oggettivamente qualche problema di costruzione della trama che non riesce mai ad avvincere veramente lo spettatore, ma lo stupisce solo con la fantasmagoria delle invenzioni.
Perfetta invece la grazia e l’energia dei combattimenti che raggiungono il culmine nel duello al Monastero Infinito dove la long exposure (aiutata anche dagli effetti speciali) crea suggestivi effetti con il vorticare delle ampie maniche del(la) duellante in rosso.

Mildred Pierce

MildredPierce Nonostante la fama di miniserie HBO pluripremiata ho iniziato a guardare con un certo distacco i primi due episodi della fiction perche’ molto legata al film Il romanzo di Mildred che nel 1945 Michael Curtiz aveva tratto dal romanzo di James M. Cain, ispirazione piuttosto libera, dato che il il cuore attorno a cui ruota il film, l’omicidio di Monty Beregon, nel romanzo non c’e’ come non c’e’ nella miniserie, molto piu’ fedele al romanzo.
Fatto sta che dopo una mezzoretta di distacco saccente degno di Veda Pierce, ho smesso di appuntarmi le scene che c’erano anche nel film e mi sono lasciata completamente travolgere da questa nuova versione della vicenda di Mildred Pierce. L’attualita’ del tema e’ lampante: stiamo vivendo la piu’ grossa crisi economica dal 1929 e quindi ritorna contemporanea la storia di questa donna che nel ‘31 costringe il marito a scegliere tra lei e l’amante venendo scartata e di conseguenza si ritrova costretta a cercarsi un lavoro per mantenere sè stessa e le due figlie. Essendo di estrazione sociale medio alta all’inizio Mildred non vorrebbe accettare i lavori piu’ umili da cameriera o governante ma alla fine si dovra’ accontentare di servire in una tavola calda scendendo a patti con il proprio orgoglio e quello della figlia primogenita, Veda, viziata e spocchiosa a cui Mildred perdona tutto perche’ specchio delle sue proprie ambizioni. Sara’ proprio per giustificarsi con Veda che Mildred si aggrappa all’idea di avere un ristorante suo e le prime due puntate trasmesse venerdi scorso su Sky Cinema 1 terminano con la morte della secondogenita a pochi giorni dall’apertura del locale, subito dopo una breve fuga d’amore con Monty e ora fremo per sapere come evolvera’ la storia.
Alla regia del prodotto troviamo Todd Haynes, alla sua prima esperienza di direzione televisiva. Dopo il biopic su Bob Dylan I’m not there, il regista torna alle atmosfere melo’ del cinema anni ‘40/’50 che aveva gia’ esplorato in Lontano dal Paradiso. La lunga durata del progetto televisivo gli permette di indulgere in una narrazione molto piana, di stampo classico con dettagli che ben sottolineano i momenti culminanti (la caviglia sanguinante di Mildred dopo la mattinata alla ricerca di un lavoro) e scene che illustrano perfettamente la psicologia della protagonista (il colloquio con la ricca signora per il posto di governante). Molto importante la colonna sonora che non e’ solo bella e ricca di brani d’epoca ma attraverso il sentimento espresso dal brano si vuole sottolineare l’emozione del momento.
Kate Winslet ha vinto l’Emmy 2011 come miglior attrice tv ed e’ indubbiamente molto brava ma per ora sono ancora legata al modello di Joan Crawford, che per Il romanzo di Mildred, vinse l’Oscar: la diva aveva un piglio volitivo che ben si confaceva all’ambiziosa Mildred, mentre trovo la Mildred della Winslet piu’ ordinaria, probabilmente è piu’ realistica e mi affezionero’ a lei prima della fine dei 5 episodi ridotti solo a 3 nella versione Sky non per tagli ma perche’ il pubblico italiano regge 2 ore consecutive di messa in onda.

This must be the place

Thismustbetheplace Cheyenne, una rockstar che faceva musica dark negli anni ‘80, si e’ ritirato in un esilio dorato in Irlanda dopo che due fans si sono suicidati su (presunta) istigazione dei suoi testi. Quando il padre, con cui non parlava da oltre trent’anni, muore, Cheyenne torna a New York e cerca di portare a termine la ricerca che aveva ossessionato la vita del genitore: scovare il nazista che, quand’era internato ad Auschwitz, lo aveva umiliato.

Per mesi ho avuto davanti agli occhi il faccione di Sean Penn truccato da dark e solo nell’inquadratura iniziale in cui si trucca ho colto la derivazione del look di Cheyenne da quello di Robert Smith dei Cure, invece quando ho visto Paolo Sorrentino a Che tempo che fa ho pensato che fosse pettinato come Tim Burton e in effetti Cheyenne per certi versi mi ha un po’ ricordato Edward mani di forbice: il maniero che sovrasta il sobborgo, la disponibilita’ che Cheyenne dimostra verso la gente comune da cui viene accettato nonostante l’aspetto bizzarro, l’ingenuita’ del personaggio che pian piano scopriamo essere meno stordito di quel che appare a prima vista ma ben piu’ saggio e furbo, insomma si impara ad amarlo e solo il cinismo di Sorrentino poteva architettare un happy end cosi’ tremendo in cui distrugge la figura che ci ha insegnato ad apprezzare. Per tutto il corso del film ho pensato che sarei tornata a rivederlo in sala ma ora non so se ho la forza di rivedere l’adulto che prende il posto dell’uomo bambino: la vendetta richiede la perdita del candore e dell’ingenuita’ e quell’uomo del finale, oltre a fumare, prima o poi si comprera’ anche un cellulare: fine terribile di una fiaba.
Se non fosse per la cinica zampata finale, This must be the place sarebbe il “solito” road movie con cui un regista europeo racconta gli States, con la sua pletora di personaggi bizzarri e paesaggi sterminati (per altro questi film sono sempre belli) ma a parte il finale che mi ha fatto sanguinare il cuore, in questa pellicola torna ad esaltarsi il gusto eccezionale per la composizione dell’immagine di Sorrentino che non era stato piu’ cosi’ centrale nella sua economia filmica dai tempi de Le conseguenze dell’amore.

Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento

Arrietty Sho e’ un ragazzino con gravi problemi cardiaci che, prima di un risolutivo intervento al cuore, trascorre una settimana nella casa di campagna in compagnia della nonna. Appena arrivato intravede una ragazzina alta dieci centimetri nascondersi tra l’erba e verra’ a scoprire che da tempo si pensa che la casa sia abitata dagli gnomi. Benche’ uomini e gnomi non debbano mai incontrarsi, tra Sho e Arrietty nascera’ un forte legame.

L’ultima fatica dello Studio Ghibli e’ un’idea del maestro Miyazaki ma segna l’esordio di un suo pupillo, Hiromasa Yonebayashi. Il progetto, da tempo accarezzato da Hayao Miyazaki, si ispira alla serie di romanzi The Borrowers (in italiano Gli Sgraffignoli, ed. Salani) dell’autrice inglese Mary Norton.
Il messaggio ambientalista del maestro dell’animazione giapponese e’ sempre forte: gli gnomi “prendono in prestito” solo lo stretto indispensabile che gli serve per vivere, essendo maghi del riciclo (adorabile la casa sotto il pavimento in cui vive Arrietty con i genitori). E’ uno dei rari casi in cui in un film di Miyazaki non viene messa in scena una trasformazione ma qui lo scontro e’ frontale tra gli umani che fanno danni anche quando vogliono essere buoni, vedi la scena dello scambio delle cucine che equivale a un terremoto per il piccolo mondo di Arrietty e la sua famiglia e fa scoprire all’avida cameriera la presenza degli gnomi costringendoli al trasloco. La razza degli gnomi e’ in via di estinzione ma la grinta e la voglia di vivere scorre piu forte in loro che nella razza dominate degli umani, non per nulla il ragazzo e’ gravemente malato di cuore e poco fiducioso nell’esito dell’ntervento e solo l’incontro con l’intrepida ragazzina gli dara’ la forza per combattere per la propria salute (da qui la voce off di Sho adulto che all’inizio della pellicola introduce questo episodio della sua infanzia). In questo contrasto tra le due razze si ravvisa facilmente un paragone con le popolazioni povere della Terra costrette alla migrazione e la mollezza della societa’ capitalista.
Temi di grande attualita’ raccontati con la consueta raffinatezza dello Studio Ghibli che meraviglia lo spettatore con gli oggetti piu’ banali di un’abitazione mostrati dal punto di vista degli gnomi per i quali tutto e’ enorme e fonte di sfida; gli assolati esterni estivi, invece, hanno reminiscenze di gusto impressionista. Nonostante questa raffinatezza dell’immagine e la complessita’ dei temi trattati, le pellicole di Miyazaki, sono considerate, soprattutto nei multiplex di provincia, un genere esclusivamente per bambini costringendo gli appassionati come la sottoscritta a infilarsi in sale semivuote ad improbabili orari pomeridiani del sabato o la domenica.

Carnage

Un litigio ta ragazzini degenera in violenza e uno perde due denti per la bastonata dell’altro. I quattro genitori si incontrano per cercare di risolvere civilmente il problema ma ben presto anche il loro tentativo di rappacificazione degenera..

Carnage

Partiamo dalla fine, che vede il criceto Culetto (!) riuscire a sopravvivere nei parchi di New York e i ragazzini tornare amici come prima. La vita continua a discapito delle sovrastrutture mentali dei quattro genitori che non sanno piu’ riconoscere il giusto peso di una rissa tra ragazzini e scaricano su questo incontro chiarificatore tutte le loro ansie e frustrazioni personali. Se la conversazione era stata elevata ad arte nel tardo settecento e aveva imperato per i due secoli successivi facendo grande la cultura occidentale oggi ne constatiamo il tragico e definitivo declino: l’impossibilita’ di comunicare perche’ il dialogo e’ sempre interrotto da una telefonata al cellulare, il pregiudizio verso l’altro che cataloghiamo sempre in base a definizioni di censo o politiche: chi non si e’ schierato ad inizio pellicola per la coppia che gli era piu’ congeniale, quella piu’ liberal o quella apparentemente piu’ progressista, prima di scoprire la mediocrita’ di entrambe?
Il quadro che Polanski fa della borghesia medio alta e’ impietoso e ne mette alla berlina tutti i difetti grazie a un quartetto di attori in stato di grazia e utilizzando due generi cinematografici classici, la claustrofobia del kammerspiel in cui il regista e’ indubbio maestro e i toni grotteschi e graffianti della screwball comedy: quant’e perfida ed emblematica la scena in cui il personaggio di Kate Winslet, dopo aver vomitato nel salotto dei Longstreet si pulisce le mani con l’igenizzante immediatamente dopo essere uscita dal loro bagno in cui e’ andata a pulirsi?