Volere volare

Italia 1991
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Mariella Valentini, Patrizio Roversi, Remo Remotti, Renato Scarpa, Massimo Sarchielli, Osvaldo Salvi, Lidia Biondi, Enrico Grazioli, Mario Pardi, Valeria Cavalli
regia di Maurizio Nichetti

Martina è una ragazza che per mantenersi nella “Milano da bere” fa un lavoro un po’ particolare: realizza le fantasie più stravaganti dei suoi clienti. Quando conosce Maurizio la presenza casuale del timido rumorista con la passione dei cartoni animati rende le performance memorabili e la presenza del buffo omino diventa indispensabile per i suoi bizzarri clienti così Martina insise nel cercarlo ma Maurizio è sempre più evasivo perché si sta trasformando in un cartone animato…

Nichetti come sempre precorre i tempi e non mi riferisco al fatto che l’idea di un film che mischiasse cartoon e live action fosse venuta al regista prima dell’uscita di Chi ha incastrato Roger Rabbit? ma al fatto che il bizzarro lavoro di Martina sia oggi realtà con Onlyfans: non frequento ma posso tranquillamente immaginare che esista una categoria come quella degli architetti che pagano per vedere qualcun* farsi una doccia.

Il film dai toni favolistici e gentili è una satira surreale della Milano da bere tutta sesso e danaro come rappresentato dai due coprotagonisti: l’amica di Martina pensa solo a trovarsi un riccone che la mantenga, il fratellastro di Maurizio, Patrizio pensa solo ai film porno.

Anche i luoghi di molte scene sono i più iconici di Milano, il vicolo delle Lavandaie sul Naviglio, la chiesa di Santa Maria del Carmine con la statua di Mitoraj sul sagrato, peccato la fotografia un po’ televisiva nonostante il riuscito mix con il cartone animato ma conosciamo i limiti delle produzioni italiane.

Tornando al film resta l’invito alla libertà di essere sè stessi: alla fine, Martina che si mantiene aiutando i suoi bizzarri clienti a realizzare le loro fantasie e il timido rumorista troppo esposto ai fumetti da diventare a sua volta un cartoon non dico siano i più normali ma di certo hanno lo stesso diritto di tutti gli altri di essere accettati con le loro peculiarità.

Nichetti riconferma la sua maschera stralunata dalla comicità ispirata a Buster Keaton, molte le citazioni tra tutte l’omaggio a L’uomo invisibile con tanto di atmosfere espressioniste ben congeniali alla nebbia milanese.

Bar Sport

Barsport

Dal celeberrimo romanzo omonimo di Stefano Benni un’operina senza infamia e senza lode che non aggiunge nulla al mito del libro scritto nel 1976 ma ripropone pedissequamente il bestiario da bar creato da Benni con un certo impegno formale. All’accurata ricostruzione storica della provincia anni’70 si unisce infati l’uso di inserzioni a cartoni animati e altri effetti speciali per sottolineare gli aspetti piu’ surreali del racconto.
Risate assicurate per una pura serata d’evasione ma non aspettatevi nulla di piu’, nessun effetto amarcord. O forse si’, ma piu’ che verso il romanzo e un certo modo di vivere la provincia verso ZanziBar, sitcom della fine degli anni ‘80 prodotta dalla Italia 1 di Carlo Freccero: se volete prendervi la briga di controllare scoprirete che i membri del cast sono per buona parte gli stessi con l’aggiunta doverosa, vista l’ambientazione, dei protagonisti di quella scuola comica bolognese sempre relativa agli anni ’80, da Vito ai Gemelli Ruggeri, qui in due comparsate separate.

Mio fratello e’ figlio unico

Miofratelloefigliounico L’adolescenza di Accio Benassi si svolge a Latina, a cavallo tra gli anni ‘60-’70, in seno a una famiglia proletaria dove il piccolo Accio deve dividere le attenzioni con lo scomodo fratello maggiore, Manrico, fascinoso ed inaffidabile..

Mi pare un po’ riduttivo vedere in questa vicenda solo la contrapposizione tra le ideologie fasciste e comuniste che animavano i giovani dei tardi anni ’60: la figura di Accio e’ molto piu’ complessa del ragazzino che prima diventa picchiatore fascista perche’ lusingato dal venditore ambulante Mario (interpretato molto bene da Zingaretti) e che poi, deluso dai camerati, simpatizza con la sinistra, nel cui ambito si muove tutta la sua famiglia. E’ da prendere in considerazione anche il bel prologo in seminario dove Accio prova le prime delusioni “ideologiche” confrontandosi coi preti troppo indulgenti con le sue emergenti pulsioni sessuali, perche’ se Accio e’ dotato di una grande lucidita’ che gli permette di vedere la strumentalizzazione del pensiero fascista o l’inaffidabilita’ di Manrico, forse in risposta di questi limiti che coglie cosi’ bene, si muove sempre con un estremo rigore morale che cozza con la sua ingenuita’ di ragazzino. Mi pare che Lucchetti riesca a dipingere un ritratto molto approfondito e credibile di un giovane che viveva nella provincia italiana di quegli anni, caratterizzati da una forte vivacita’ emotiva e anche fisica che ben traspare anche dai nervosi movimenti di macchina; dove il film si fa piu’ debole e’ nel solito finale sospeso che lascia in sospeso anche il personaggio di Francesca e mi domando il senso di chiudere con Amore disperato di Nada, un brano del 1983 immesso in una colonna sonora estremamente rigorosa nel fungere da marcatore storico: immagino che quelli che vediamo siano Accio e il nipote Amedeo, (interpretato dal memorabile Vittorio Emanuela Propizio che interpreta Accio da ragazzino) ma mi sfugge il vero senso di queste immagini.
Dubbi sul finale a parte, il film resta molto significativo e si fa notare per le grandi prove attoriali che offre: oltre ai gia’ citati Zingaretti e Propizio, da sottolineare l’ottima prova di Angela Finocchiaro nei panni della madre che da il meglio di se’ nella parte finale come un’intensa vecchia mater dolorosa e soprattutto ottima prova del protagonista Elio Germano, che finalmente ha trovato un ruolo che ne rivela in pieno tutte le potenzialita’, ma che da tempo si faceva notare tra i giovani attori italiani.

La bestia nel cuore

Labestianelcuore


Il film della Comencini mi ha lasciato del tutto insoddisfatta, anche se ho apprezzato la storia principale dei due fratelli molestati dal padre nell’infanzia; non capisco perche’ con un tema cosi’ scottante da approfondire ci sia stata la necessita’ di disperdersi in storie parallele molto piu’ convenzionali: forse si avvertiva l’esigenza di alleggerire i toni della pellicola, un modo come un altro per giustificare la mancanza di coraggio.
Non ho capito assolutamente la continua diatriba tra cinema e televisione che coinvolge il marito della protagonista ed i suoi colleghi impegnati in una fiction: credevo che avesse una qualche valenza particolare visto che nel primo incubo relativo alla propria infanzia, Sabina inizia a prender coscienza di cio’ che ha subito vedendolo su uno schermo, invece le frustrazioni artistiche di attori e registi costretti a ripiegare sulla banalita’ della tv per campare diventano solo uno sterile refrain, addirittura un po’ ridicolo se si pensa che Alessio Boni e’ arrivato al successo con Incantesimo, seriale medical-televisivo tra i piu’ melensi.



Bestianelcuore


Non mi ha convinto del tutto neppure l’amore lesbo tra l’amica cieca di Sabina e la cinquantenne abbandonata dal marito interpretata da Angela Finocchiaro, l’ho trovato piuttosto stereotipato e la scena in cui la cieca si dichiara guardando in un altra direzione mi ha fatto cadere le braccia per l’evidente significato che si voleva dare all’amore che procede a tentoni e non riesce mai a centrare il proprio bersaglio e per la soluzione della scena con una battuta (scontata) della Finocchiaro.
Ma il vero grande interrogativo che mi ha posto questo film e’ il seguente:perche’ tutti i non vedenti della storia del cinema, da Audrey Hepburn in poi, devono vivere in un seminterrato?!?