L’alba del pianeta delle scimmie

Un gruppo di scimpanze’, che vive allo stato brado nella foresta, viene catturato per essere portato in un laboratorio a San Francisco dove verra’ utilizzato per sperimentare nuovi farmaci contro l’alzheimer. Una femmina risponde in maniera eccezionale alla cura ma il giorno della presentazione del prodotto agli azionisti, l’animale diventa particolarmente aggressivo. Solo dopo l’eliminizione del gruppo si scoprira’ che la rabbia della scimmia non era una conseguenza del farmaco ma nasceva dall’istinto di protezione verso il suo piccolo nato all’insaputa dei veterinari che la controllavano. Will Rodman, lo scienziato che portava avanti la ricerca, si ritrova ad occuparsi del piccolo scimpanze’ che fara’ la gioia del vecchio padre malato di alzheimer e si accorge ben presto che il cucciolo ha assorbito per via fetale i medicinali somministrati alla madre sviluppando in maniera esponenziale il proprio quoziente intellettivo. Dopo alcuni anni Cesare, per difendere l’amato padrone, aggredisce il vicino di casa e finisce in un centro di accoglienza per primati, qui lo scimpanze’, che in virtu’ della sua intelligenza si poneva gia’ delle domande sulla propria natura, si vede costretto a scegliere tra il legame con gli uomini o l’appartenenza alla propria specie..


Lalbadelpianetadellescimmie

Pur essendo un buon film di genere dagli ineccepibili effetti speciali, L’alba del pianeta delle scimmie ha il sapore dell’occasione mancata perche’ la storia e’ estremamente originale ed interessante e se tutte le parti fossero state sviluppate con la medesima attenzione ci saremmo trovati davanti ad un capolavoro, o quasi. Se la presa di coscienza di se’ da parte di Cesare e’ seguita con cura, altrettanto non si puo’ dire del personaggio di Will, lo scienziato che suo malgrado si trova a fare da padre a Cesare. Non vengono analizzati i conflitti del legame con una creatura a cui lo lega un rapporto da una parte affettivo per la convivenza e dall’altra di sfruttamento visto che appartiene alla razza che viviseziona giornalmente per i suoi esperimenti; ne’ il fidanzamento con la bella veterinaria dello zoo introduce un dibattito sul diverso modo con cui rapportarsi agli animali. Attenzione, non voglio dire che questo film dovesse essere l’occasione per riflettere sulla cattivita’ e sulla vivisezione, ma piuttosto rileggere stilemi tipici dei film di mostri della Warner anni ‘30 perche’ e’ indubbio che il legame conflittuale tra Cesare il suo creatore faccia pensare al mito di Frankentein. Di certo la figura di Will Rodman avrebbe meritato maggiore cesellatura visto che la trama si evolve anche grazie a un potenziamento del farmaco che causera’ un contagio mortale tra gli esseri umani, tema rimasto un po’ in sordina ma che avra’ certamente spazio nel probabilissimo secondo capitolo, visti gli ottimi incassi. L’unico modello a cui sembra rifarsi il regista e’ The elephant man nella presa di coscienza della propria umanita’ da parte del “mostro” e la visita notturna del guardiano con l’amico e le due ragazze da broccolare cita espressamente una scena del capolavoro lynchiano, come anche il NO urlato da Cesare: l’autodeterminazione passa sempre attraverso la ribellione, quantomeno vocale.
Il regista, Rupert Wyatt, sta molto attento a non cadere nel citazionismo del cinema legato alle scimmie o forse lo fa in una maniera estremamente sofisticata: quando Buck, il gorilla luogotenente di Cesare si lancia sull’elicottero per salvare il suo capo e’ impossibile non pensare a una rivincita metacinematografica di King Kong e tutte le volte che le scimmie maneggiano un oggetto “tecnologico” in particolare il taser del guardiano bastardo, desideri fortemente che lo lancino in alto in omaggio a 2001, Odissea nello spazio: la citazione non piu’ espressa ma solo evocata.

Drive

Drive Stuntman di giorno e autista per bande di rapinatori di notte, potrebbe sistemare la propria vita sfruttando l’innegabile talento al volante in regolari corse automobilistiche ma l’amore e il destino si mettono di traverso..

Ottimo noir metropolitano che coniuga atmosfere rarefatte a improvvisi scoppi di violenza (mai troppo splatter comunque) con un disperato romanticismo di fondo ben supportato da Carey Mulligan, gli occhioni piu’ liquidi del cinema contemporaneo.
Ryan Gosling, il protagonista maschile e’ perfetto per questo ruolo di straniero solitario e senza nome piovuto in una tentacolare e crudele Los Angeles non si sa da dove.
Molto si e’ detto dello stile del regista Nicolas Winding Refn, che fonde atmosfere europee a stilemi americani, si puo’ forse approfondire le definizioni chiarendo che il gusto europeo e’ di matrice profondamente nordica: i silenzi e i colori mi hanno ricordato i finlandesi Kaurismaki, mentre dalla Svezia arrivava Lasciami entrare altra pellicola notturna rarefatta in cui la violenza esplodeva improvvisa di cui in questi giorni e’ nelle sale il remake americano, Blood Story.
Per quanto riguarda il lato americano della vicenda, lasciando in sospeso i debiti con Driver l’imprendibile di Walter Hill di cui Refn dice di non esser stato a conoscenza fino all’inizio delle riprese, di certo possiamo trovare una stilizzazione di modelli che risalgono al genere americano per eccellenza, il western di cui ritroviamo i topoi piu’ simbolici: il cavaliere solitario e senza nome, la rapina, il sacrificio in nome di un valore piu’ alto che porta all’eroismo (significativa in questo senso l’ultima canzone della bellissima colonna sonora di Drive, A real hero)
Di certo lo strabismo di Refn che guarda al cinema americano e allo stile europeo, trova un suo equilibrio personale che si esprime al meglio nell’uso delle luci, con interni dai forti chiaroscuri illuminati spesso da luci laterali rappresentata magistralmente nel gioco di luci dentro l’ascensore prima del bacio e della rissa a cui ancora una volta si oppone la lotta finale con Berny girata in uno spazio aperto e raccontata attraverso i movimenti e le deformazioni delle ombre dei due antagonisti riflesse sull’asfalto.

Io sono Li

Shun Li e’ una giovane donna cinese che lavora duramente per far arrivare in Italia anche il suo bambino. Da una camiceria di Roma viene mandata a lavorare in un bar di Chioggia. Qui la donna fa amicizia con Bepi, un pescatore slavo da trent’anni in Italia. Il legame tra i due suscita i pettegolezzi del paese e la disapprovazione della comunita’ cinese che costringe Li ad interrompere il rapporto e la trasferisce altrove..


Iosonoli

Con pacata tenerezza lo sguardo antropologico di Andrea Segre indaga oltre che la comunita’ cinese in Italia, anche la comunita’ di pescatori di Chioggia, dove il lavoro e’ altrettanto duro e solitario. Al regista non interessa dare giudizi piu’ o meno moralistici su situazioni che intuiamo al limite della schiavitu’ e dello sfruttamento ma preferisce porre l’attenzione sulla solitudine di due vite raminghe che si incrociano per un momento. Nessuna recriminazione su cio’ che poteva essere tra Li e Bepi ma la malinconica accettazione dell’ineluttabilita’ di un destino che sembra essere proprio della storia dell’umanita’ piu’ che appartenere alla realta’ contingente di quest’ondata migratoria in Occidente, non per nulla a consolare Shun Li ci sono i versi di un antico poeta cinese a cui e’ dedicata una festa delle luci.
La malinconica dolcezza della storia trova corrispondenza nell’altrettanto malinconica bellezza della scenografia: le nebbie sulla laguna squarciate da improvvisi raggi di sole, l’acqua alta mostrata nel suo fascino inconsueto e contemporaneamente nella fatica che richiede a chi la vive quotidianamente.
E’ piuttosto inusuale che un film italiano, soprattutto d’esordio, riesca a raccontare una vicenda corale, di solito si preferisce lavorare su realta’ molto piccole, Segre, che arriva dal documentario, riesce a portare alla nostra attenzione, sempre con la delicatezza del non detto, diverse figure sia cinesi che italiane, supportato in questo versante da un cast di tutto rispetto in cui si segnala l’ennesima trasformazione di Battiston, nei panni di Davis, uno sfaccendato invischiato in faccende poco chiare e si ricorda la bella faccia da cinema di Marco Paolini, coproduttore della pellicola.

L’anima e il volto

A Stolen Life
USA 1946
con Bette Davis, Glenn Ford, Dane Clark, Walter Brennan, Charles Ruggles, Bruce Bennett, Peggy Knudsen
regia di Curtis Bernhardt

Astolenlife

In un’isoletta del New England, Kate, ricca newyorkese con ambizioni da pittrice, si innamora del bell’ingegnere che lavora al faro, Bill Emerson, ma la gemella piu’ scafata, Pat, glielo ruba e se lo sposa. Dopo qualche anno le due sorelle si rappacificano e decidono di fare una vacanza sull’isola ma durante un’uscita in barca incappano in una turbolenta mareggiata che costa la vita a Pat. Kate si salva e si spaccia per la sorella morta pur di vivere accanto all’amato Bill ma si accorgera’ che il matrimonio tra i due era solo apparenza..

Astolenlife-the darkmirrorFilm mediocre, remake di un omonima pellicola del 1939 mai uscita in Italia.
E’ degno di menzione come ennesima prova della caparbieta’ di Bette Davis che fa immaginare tutto un mondo di sotterfugi e spionaggio tra gli studios e tra i divi della Grande Hollywood: nel ‘38 Bette Devis fu scartata al provino per vestire i panni di Rossella O’Hara e la Warner Bros decise di battere sul tempo il blockbuster di Selznick con La figlia del vento; nel 1946, anno del celeberrimo Lo specchio oscuro in cui la rivale Olivia de Havilland interpreta il ruolo di due gemelle, la Davis batte nuovamente sul tempo l’uscita del capolavoro di Siodmak (A stolen life esce a luglio mentre The Dark Mirror a ottobre) arrivando a produrre questo melo’ in cui gli effetti speciali sono ancora oggi superlativi.
Se nella scena in cui Pat e Kathy passeggiano appaiate e’ facilmente intuibile l’uso di un trasparente, la scena dell’accensione della sigaretta resta un geniale esempio di editing superiore agli effetti speciali de Lo specchio oscuro

Sostiene Bollani

Sostienebollani Con il suo carisma ineccepibile Stefano Bollani ci guida in sei lectio magistralis sul mondo della musica. Un programma ironico, breve e -per ora – senza interruzioni pubblicitarie all’interno del quale e’ possibile riconoscere alcune matrici televisive a cui il programma si ispira. La sigla e’ la versione colorata delle classiche sigle dei programmi di varieta’ a cavallo ta gli anni ‘60 e ‘70 se fosse possibile commutare l’immagine in bianco e nero nei televisori di ultima generazione l’effetto jump in the past sarebbe perfetto. La prima puntata ripropone piuttosto fedelmente lo spirito di quei varieta’ dove gli ospiti erano chiamati a cimentarsi anche in ruoli diversi da quelli che li avevano resi famosi, cosi’ l’esordio di Sostiene Bollani si segnala per la duttilità’ di una cantante pop come Irene Grandi che spazia dal blues di Pino Daniele, agli standard jazz alle canzonette anni’30.
La seconda puntata e’ stata piu’ un tributo verso DOC, il contenitore musicale del 1988 ideato da Renzo Arbore e condotto da Gege’ Telesforo e Monica Nannini che portava nella televisione italiana le star internazionali della musica jazz e blues. Gli ospiti erano infatti Peppe Servillo e Petra Magoni&Ferruccio Spinetti, con una venatura di reunion familiare dato che la Magoni e’ moglie di Bollani e Spinetti ha avuto un passato negli Avion Travel.
Chissa’ se la varieta’ stilistica sara’ la cifra di ogni singola puntata? L’importante e’ che resti come caratteristica fissa la traduzione maccheronica da computer di un classico del pop americano, finora Papa don’t preach di Madonna e Black or White di Michael Jackson, vere perle di ironia di uno dei programmi piu’ intelligenti e freschi di questa stagione televisiva.

Anish Kapoor: Dirty Corner

Nel video che accompagna la sezione della mostra alla Fabbrica del Vapore e’ lo stesso Anish Kapoor a confessare la sua fantasia infantile di inventare una pittura (io l’ho intesa come vernice) in grado di nascondere le cose e a sostenere che in un certo senso la sua arte cerca di inseguire ancora quel sogno infantile che ha a che fare con la suggestione, la magia, qualcosa di molto ludico ed e’ proprio questo aspetto giocoso dell’arte di Kapoor che emerge dalla mostra milanese dedicata all’artista angloindiano.
Sara’ che alla Besana si e’ rotta la pompa idraulica che faceva girare My Red Homeland, l’enorme ruota di cera rossa di cui quindi ho solo letto la grande suggestione ipnotica senza averla potuta sperimentare, le altre sculture esposte alla Rotonda, superfici lucide, concave o convesse che riflettono realta’ distorte come le sale da specchi deformanti delle giostre richiamano soprattutto questo aspetto ludico perche’ esposte in uno spazio chiuso, anche se le colonne della Rotonda creano bellissimi effetti dentro gli specchi, non hanno la stessa forza straniante che le opere acquistano negli spazi aperti, siano prati o onde marine che si infrangono sulla spiaggia.
Dirty Corner, l’opera site-specific che l’artista ha creato appositamente per la cattedrale della Fabbrica del Vapore insiste sul valore ludico dell’esperienza per cio’ che avviene prima di poter entrare all’interno della struttura lunga quasi 60 metri, dove si viene completamente avvolti dal buio, e’ necessario infatti firmare una liberatoria che automaticamente sposta l’attenzione su un inesistente rischio del percorso: credo non si debba firmare una liberatoria neppure per salire per le montagne russe piu’ spericolate di un parco divertimenti, bisogna farlo per visitare un oggetto d’arte? Visto che la liberatoria e‘ in inglese, probabilmente e’ un’idea dello stesso Kapoor per stimolare ulteriormente lo spettatore creando un certo timore verso l’opera: l’idea di essere avvolti completamente dal buio, l’impossibilita’ di vedere interamente dall’esterno l’oggetto in cui si penetra non permettendo cosi’ di formarsi una proiezione mentale di cio’ che si dovra’ attraversare. Tutte suggestioni molto forti che portano a vivere l’esperienza artistica con lo spirito goliardico con cui si affrontano le giostre piu’ pericolose. Ovviamente il percorso si puo’ ripetere e la suggestione, almeno nel mio caso e’ stato piu’ intimista (anche perche’ non avevo piu’ alle spalle i bambini urlanti del primo tragitto) oppure si puo’ anche decidere di non entrare nel tunnel, come mi pare che sia successo a una coppia che si teneva per mano bloccata a pochi passi dall’imboccatura, ultimo frammento visivo di un intenso pomeriggio a contatto con le opere di Anish Kapoor.

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Anish Kapoor
31 maggio – 9 ottobre 2011
Rotonda di via Besana
Via Enrico Besana 15, Milano

Dirty Corner
31 maggio 2011 – 8 gennaio 2012
Fabbrica del Vapore
Via Procaccini 4, Milano

This is England

Inghilterra 1983. Il dodicenne Shaun, orfano di padre, caduto nelle Falkland e’ lo zimbello della scuola; quasi per caso diventa il begnamino di una banda di skinhead piu’ grandi di lui e la serenita’ sembra ritornare nella sua vita, almeno fino a quando non esce dalla prigione Combo, un componente della banda che chiede al gruppo di fare una scelta politica di stampo nazionalista spaccando di fatto la compagnia..




Thisisengland


Il lavoro piu’ celebre di Shane Meadows arriva nelle sale italiane con cinque anni di ritardo (il film e’ del 2006) e dopo che l’autore nel 2010 ha tratto un sequel in quatto episodi, This is England ‘86.
Ritardo o no resta la forza dirompente dello spaccato di un fenomeno sociale, quello delle gang giovanili seguito con l’interesse di un entomologo nel momento in cui gli skinhead si trasformano da fenomeno di aggregazione giovanile legato alla musica ska, a polo di attrazione per nazionalisti razzisti e xenofobi. Meadows ci descrive la vestizione, gli equilibri psicologici per cui gli elementi piu’ deboli finiscono sempre per gravitare nelle orbite dei personaggi piu’ spavaldi e spesso pericolosi, come il sociopatico Combo, interpretato da un impressionante Stephen Graham che forse molti hanno presente come Al Capone in Boardwalk Empire e lasciatemi dire che il boss italoamericano e’ una mammoletta rispetto all’energetico psicotico Combo le cui terribili esplosioni di rabbia sono dettate da futili motivi.
Interessante la scena della riunione del partito nazionalista, che per toni e concetti ricorda i comizi del fenomeno leghista italiano che nasceva negli stessi anni.
Il film e’ aperto e concluso da immagini di repertorio che sintetizzano l’inghilterra dei primi anni ‘80, dominati dalla Lady di Ferro Margaret Tatcher. Tra le icone di quegli anni, il matrimonio di Carlo e Lady D, un giovanissimo Simon Le Bon, si inseriscono crudi frammenti dei reportage sulla guerra lampo nelle Falkland. Finale forse un po’ troppo conciliante, anche se amaro, con Shaun che abbandona gli estremismi sulle immagini del ritorno glorioso degli eroi delle Falkland

Super 8

Super8 1979, in una cittadina dell’Ohio, Lillian, un gruppo di ragazzini gira un filmino sugli zombi da mandare a un festival. Durante una ripresa notturna assistono al deragliamento di un treno causato dal loro professore di scienze. Da quel momento la cittadina viene sconvolta da fatti misteriosi mentre l’esercito ne prende il controllo senza dare spiegazioni. La stampa del girato di quella notte rivelera’ quello a cui i militari stanno dando la caccia..

La frase piu’ ripetuta dai commentatori durante le celebrazioni del decennale dell’11 settembre era che gli Stati Uniti dovevano girare pagina, che in questo decennio si erano vendicati ma non era iniziato un vero processo di elaborazione del lutto. Beh se il cinema e’ il mezzo principale con cui l’America racconta il proprio mito e fa i conti con la propria coscienza, Super 8 e’ (e sara’) un tassello fondamentale per questa nuova pagina da scrivere sull’11 settembre. Lo capiamo gia’ dalla sequenza d’apertura dove l’acciaieria attorno a cui si e’ sviluppata la cittadina di Lillian deve riaggiornare il cartello con cui orgogliosamente segna da quanti giorni non succede un incidente in fabbrica ripartendo da 1: non c’e’ bisogno di narrare la disgrazia, il film comincia dal giorno dopo, dal funerale della madre del piccolo protagonista, Joe Lamb.
La scena anticipa anche uno stile piuttosto classico, che sembra uscito dalle riviste di sceneggiatura lette dall’aspirante regista Charley, che domina buona parte del film in cui la suspense e’ data dalla negazione della visione (la famosa enfasi per celazione): lo spettatore si appassionera’ cosi’ alle vicende che legano le famiglie di Joe e Alice, mentre l’alieno comparira’ in tutto il suo orrore solo nel finale dopo che il terribile omicidio del ragazzo della pompa di benzina viene nascosto dal dolly che salendo, porra’ l’insegna rotante del distributore a coprire la vetrina dietro cui si compie lo smembramento.
Non hanno bisogno di commenti la scena del deragliamento del treno, una delle piu’ efficaci scene d’azione di tutti i tempi, girata in maniera perfettamente fluida, senza gli “squadrettamenti” o le accelerazioni che di solito inficiano una scena d’azione ed e’ adorabile anche il filmino girato dalla banda di ragazzini, mandato sui titoli di coda che vi impedira’ di leggere qualsiasi informazione stia scorrendo a lato.
Tornando al film, non manca un gusto cinefilo che rilegge tutta la fantascienza a partire dagli anni ‘50: la paura dei russi, gli incidenti e le autopsie alla Roswell, le abitudini alimentari dell’alieno che conserva le sue vittime in baccelli alla Body Snatchers e ovviamente l’omaggio principale e’ al cinema di Steven Spielberg. Credo di aver visto quasi tutti i film, per lo meno quelli di fantascienza del regista, ma solo in questa rilettura mi sono accorta in pieno del potere anarchico e rivoluzionario dello sguardo innocente e curioso di un ragazzino.
Il finale di Super 8 e’ davvero un capolavoro di suggestione e commozione a partire dallo sguardo dello alieno avvilito e spaventato che fissando negli occhi Joe ritrova un barlume della tenerezza degli occhioni di E.T. e poi c’e’ il coraggio di lasciare andare il medaglione che racchiude il ritratto della madre, ultimo tassello perche’ l’astronave riparta e tutto possa tornare alla normalita’. Tra lo sguardo in quegli occhi alieni e la mano che si apre per lasciare andare il ricordo di chi non c’e’ piu’ e’ racchiuso tutto il dramma di una generazione, la mia generazione, formatasi nella tenerezza di un incontro alieno e sconfitta da uno scontro di civilta’.

L’ultimo terrestre

Lultimoterrestre-jpg La vita solitaria di Luca Bertacci, cameriere al Bingo, tra le solite angherie dei colleghi, le difficolta’ amorose e l’eccezionalita’ dell’annuncio dell’imminente sbarco degli extraterrestri.

La fantascienza, si sa, e’ il genere cinematografico piu’ filosofico , una lente che allontana i problemi contingenti per darne una visione d’insieme. Gianni Pacinotti, passa dal fumetto (dov’era noto con il nome di Gipi) al lungometraggio portando sul grande schermo la graphic novel di Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male e attraverso l’attesa (non molto sentita, in verita’) e il contatto con i marziani mette alla berlina l’alienazione e gli orrori del mondo contemporaneo italiano. Le brutture architettoniche, l’ostentazione del richiamo sessuale, i furbi che sfruttano l’attrazione e le paure suscitate dall’imminente sbarco alieno incorniciano delle vicende personali ancora piu’ sordide, dove l’ossessione per il sesso e’ sempre al centro delle fantasie, dal cameriere che filma le tette e le cosce delle avventrici del bingo, agli amorazzi della vicina di Luca, da cui il ragazzo e’ attratto. Il protagonista, magistralmente interpretato da Gabriele Spinelli, e’ uno sfigato da manuale, senza amici e senza una vita amorosa, bloccato dall’abbandono della madre che se n’e’ andata lasciandolo con il padre quando lui era ancora bambino. La scoperta della verita’ sull’abbandono materno gli permettera’ di ricominciare a vivere, rimanendo l’ultimo terrestre, mentre tutti gli altri hanno bisogno dell’incontro con gli alieni che sara’ speculare alla loro esperienza di vita, un contrappasso extraterrestre, non sempre apprezzato: se per Luca e suo padre e’ necessaria l’eccezionalita’ della presenza femminile marziana per ricominciare ad apprezzare le gioie’ piu’ semplici e banali della vita famigliare, queste non saranno sufficienti a distogliere il padre dal vizio dell’alcol.
La bruttura estetica e morale si riflette anche nei comportamenti: qualsiasi cosa, anche la piu’ orrenda viene sempre minimizzata e giustificata: “..ma cosa vuoi che sia.. e’ successo’ trent’anni fa.. era solo un trans..” e questa acquiescenza, l’accettazione totale mi pare il malessere piu’ grave del nostro Paese.
All’interesse dello script si aggiunge la bravura degli attori, caratteristi le cui facce non sono mai state sfruttate cosi’ bene, e poi e’ notevole il gusto per l’immagine del regista, il cui taglio e’ cosi’ poco italiano e soprattutto per nulla televisivo.

Cose dell’altro mondo

Cosedell’AltroMondo Piu’ che la riflessione sul tema dell’immigrazione, a portarmi in sala a vedere Cose dell’altro mondo e’ stata la curiosita’ di capire come si sarebbe risolto l’intreccio narrativo, dato un incipit cosi prorompente come quello dell’improvvisa sparizione di tutti gli extracomunitari dal suolo italico. Il punto di partenza cosi’ tosto mi ha ricordato quella lezione di Hitchcok riportata nel libro intervista di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, dove il grande maestro del thriller raccontava di un inizio di trama troppo avvincente (se non erro una nave che ritorna vuota o con tutto l’equipaggio morto) per mantenere il tasso di interesse dello spettatore cosi’ alto per tutta la durata della pellicola e soprattutto per trovare una chiusa degna dell’exploit iniziale. Ovviamente aveva ragione il grande Hitch e il film di Patierno finisce ben presto per avvitarsi su se’ stesso, proponendo qua e la’ alcune situazioni divertenti ma non sapendo poi trovare un finale (siamo ben oltre il finale aperto per cui personalmente sto sviluppando un’idiosincrasia).
L’incoerenza regna sovrana: la scomparsa degli immigrati comporta la salita vertiginosa dei prezzi e si ricorre a delle simil tessere annonarie, la benzina manca ma i protagonisti non risentono di questi problemi, quello del carburante in particolare. Marta, la moglie di Golfetto, si ritrova a gestire la casa e passa le ore a stirare ma lo fa con improbabili tacchi dodici e una messa in piega impeccabile, sarebbe stato logico assistere a una sciatteria progressiva nella sua trasformazione da siora a casalinga disperata.
L’antica tradizione di bruciare la vecia, ultima risorsa per far tornare gli immigrati, mi sarebbe piaciuta leggerla positivamente come una riscoperta delle proprie origini perche’ personalmente credo che chi sia sicuro delle proprie radici non abbia paura di confrontarsi con il diverso, invece il rogo diventa l’emblema di una nazione provinciale e d arretrata.
Anche il tono della pellicola mi e’ parso un po’ sfilacciato: una vena di surrealta’ piu’ spinta avrebbe di certo giovato ad imbrigliare un soggetto cosi’ traballante.