Secondo amore

All That Heaven Allows
USA 1955, Universal
con Jane Wyman, Rock Hudson, Agnes Moorehead, Conrad Nagel, Virginia Grey, Gloria Talbott, William Reynolds, Charles Drake, Hayden Rorke
regia di Douglas Sirk

Cary Scott, ricca vedova di una cittadina del New England intreccia una relazione con Ron Kirby, il figlio del vecchio giardiniere che ha sostituito temporaneamente il padre dopo la sua morte. La relazione fa scandalo per la differenza d’età e di classe sociale tra i due e quando lo scalpore suscitato sembra impattare sulla vita dei figli, che pure sono già grandi e vivono fuori città per gli studi universitari, Cary decide di lasciare Ron ma non riesce a dimenticarlo tanto da somatizzare le pene amorose. Quando i figli indifferenti alle sue esigenze, prendono decisioni sul suo futuro, Cary torna da Ron che cade  malamente da un dirupo innevato per raggiungerla…

Il secondo film che ha per protagonisti Rock Hudson e Jane Wyman divenne obbligatorio dopo l’enorme successo di Magnifica Ossessione e come il lavoro precedente, Secondo Amore diventa un classico della cinematografia, di cui Fassbinder gira un originale remake in La paura mangia l’anima, John Waters fa la parodia in Polyester e Todd Hayns omaggia in Lontano dal Paradiso (anche nel titolo, visto che la traduzione letterale del titolo sarebbe tutto ciò che il Paradiso concede).


Si tratta di un melo fiammeggiante che è una pungente satira (?) sociale della condizione femminile nei perbenisti anni’50 americani.
Cary è ancora giovane e piacente, la sua condizione di vedova la mette in una posizione particolare per cui alcuni corteggiatori si sentono liberi di prendersi qualche libertà di troppo.
I figli che tornano a casa dal college solo nei fine settimana sarebbero felici di vedere la madre sistemata, possibilmente con un vecchio signore perché a una donna di mezz’età è concesso un nuovo amore che le faccia compagnia, la passione va dimenticata.

Mentre si destreggia a fatica in questa situazione, Cary incontra Ron, un giovane aitante con idee molto chiare e particolari: un seguace di Thoreau, e alcuni brani di Walden sono espressamente citati (letti e commentati) da alcuni personaggi.
Nasce un amore inatteso e che da subito si dimostra complicato: le convenzioni sociali di Cary si scontrano con il rigore tutto d’un pezzo di Ron; se Cary affronta e supera diverse sovrastrutture con l’aiuto di Ron, non può che mettere al primo posto il suo ruolo di madre e rinunciare a quell’amore che tanto disturbo porta nelle vite dei figli.
I figli appaiono particolarmente irriconoscenti verso il sacrificio materno ma è solo la vita che va avanti e quindi che fa se la casa di famiglia che al tempo del fidanzamento con Ron era il simbolo della dinastia degli Scott, dopo pochi mesi diventa una magione inutilmente costosa? In fondo alle vedove americane non viene mica chiesto di buttarsi nel fuoco nel rogo della pira del marito come alle donne indiane, per loro c’è il conforto della televisione che tiene compagnia nelle serate solitarie.

Sarà proprio il riflesso del proprio volto nel grigio dell’elettrodomestico sempre abborrito e imposto dal figlio a dare a Cary la forza di ribellarsi ad ogni convenzione, anche a quella materna per farla tornare da Ron e sostituire il vetro del tubo catodico con la vetrata sul bosco dove si affacciano i cervi.


Se il film propugna una ribellione alle consuetudini sociali, stilisticamente procede per antinomie: le due feste a cui partecipano i due fidanzati, quella degli amici anticonvenzionali di Ron con gente di ogni età e condizione sociale spinta solo dal desiderio di star bene insieme mostra una realtà opposta alla festa in cui Cary presenta il fidanzato alla sua cerchia sociale: il covo di maldicenze tra persone che si frequentano solo perché della stessa classe sociale sfocia presto in rissa.
L’abito di colore rosso che Cary indossa per un ricevimento è ritenuto troppo scollato dal figlio, quando la figlia annuncia alla madre il proprio matrimonio indossa un abito con lo stesso punto di rosso a sottolineare ancora una volta a quale stagione della vita appartenga la sensualità.


Ovviamente Sirk avrebbe voluto terminare il film con la morte di Ron in seguito alla caduta dal dirupo e la costruzione della scena riserva un grande pathos che lascia presagire una disgrazia ma altrettanto ovviamente i produttori imposero l’happy end con la certezza che Ron si sarebbe ripreso e dando modo a Cary di vestire l’ennesimo cliché: quello della crocerossina.

Carol

New York 1952, nella confusione di un grande magazzino si incrociano gli sguardi di Carol, elegante donna borghese sul punto di separarsi dal marito e Therese, una ragazza poco più che ventenne che lavora come commessa anche se sogna di fare la fotografa. Basta uno sguardo per riconoscersi, un paio di guanti dimenticati (apposta?) come scusa per un incontro e poi sarà quel che sarà: come dice Carol all’amica complice non ha mai programmato nulla in vita sua e stavolta quello che trova sembra essere l’amore della vita ma il marito usa il coraggio della donna che non gli ha mai nascosto la propria natura lesbica per cercare di toglierle la figlia…

Carol

Il film si inserisce nel filone di rilettura del melodramma classico che Haynes ha costruito con Lontano dal paradiso e la miniserie Mildred Pierce ma Carol non è una pellicola speculare a Lontano dal Paradiso dove era una donna a scoprire l’omosessualità del marito: il regista supera il tributo, la rivisitazione del melò classico per costruire un’opera dove ogni inquadratura sembra richiamare il mood del periodo storico: la vicenda si conclude oltre un anno dopo e Therese che ha finalmente ha trovato la sua strada, sfoggia l’acconciatura di Audrey Hepburn in Vacanze Romane che fu un must dopo l’uscita del film. Non solo i riferimenti storici sono ineccepibili ma ci sono anche tantissimi altri riferimenti, ad esempio in un momento del primo passaggio in auto il volto di Carol si trasforma quasi in quello di Autoritratto nella Bugatti verde, il quadro più famoso di Tamara De Lempicka, artista bisex molto amata dal mondo lesbo.
In un cinema Therese e i suoi amici “bohemiens” sbirciano alcune scene de Il viale del Tramonto e Cate Blanchett ha lo stesso sguardo ferino di Norma Desmond e la sua stessa caparbietà nel non volere rinunciare a nulla della sua vita: maternità e orientamento sessuale, cosa che se non è ancora facilissima oggi, figuriamoci nell’America perbenista degli anni ’50.
Insomma Carol è un film perfetto anche troppo per i miei gusti, per i quali è un po’ troppo freddo, celebrale e troppo pensato: costruito per vincere e stasera alla premiazione dei Golden Globe potremmo avere la prima conferma di una strada spianata per gli Oscar.

Mildred Pierce

MildredPierce Nonostante la fama di miniserie HBO pluripremiata ho iniziato a guardare con un certo distacco i primi due episodi della fiction perche’ molto legata al film Il romanzo di Mildred che nel 1945 Michael Curtiz aveva tratto dal romanzo di James M. Cain, ispirazione piuttosto libera, dato che il il cuore attorno a cui ruota il film, l’omicidio di Monty Beregon, nel romanzo non c’e’ come non c’e’ nella miniserie, molto piu’ fedele al romanzo.
Fatto sta che dopo una mezzoretta di distacco saccente degno di Veda Pierce, ho smesso di appuntarmi le scene che c’erano anche nel film e mi sono lasciata completamente travolgere da questa nuova versione della vicenda di Mildred Pierce. L’attualita’ del tema e’ lampante: stiamo vivendo la piu’ grossa crisi economica dal 1929 e quindi ritorna contemporanea la storia di questa donna che nel ‘31 costringe il marito a scegliere tra lei e l’amante venendo scartata e di conseguenza si ritrova costretta a cercarsi un lavoro per mantenere sè stessa e le due figlie. Essendo di estrazione sociale medio alta all’inizio Mildred non vorrebbe accettare i lavori piu’ umili da cameriera o governante ma alla fine si dovra’ accontentare di servire in una tavola calda scendendo a patti con il proprio orgoglio e quello della figlia primogenita, Veda, viziata e spocchiosa a cui Mildred perdona tutto perche’ specchio delle sue proprie ambizioni. Sara’ proprio per giustificarsi con Veda che Mildred si aggrappa all’idea di avere un ristorante suo e le prime due puntate trasmesse venerdi scorso su Sky Cinema 1 terminano con la morte della secondogenita a pochi giorni dall’apertura del locale, subito dopo una breve fuga d’amore con Monty e ora fremo per sapere come evolvera’ la storia.
Alla regia del prodotto troviamo Todd Haynes, alla sua prima esperienza di direzione televisiva. Dopo il biopic su Bob Dylan I’m not there, il regista torna alle atmosfere melo’ del cinema anni ‘40/’50 che aveva gia’ esplorato in Lontano dal Paradiso. La lunga durata del progetto televisivo gli permette di indulgere in una narrazione molto piana, di stampo classico con dettagli che ben sottolineano i momenti culminanti (la caviglia sanguinante di Mildred dopo la mattinata alla ricerca di un lavoro) e scene che illustrano perfettamente la psicologia della protagonista (il colloquio con la ricca signora per il posto di governante). Molto importante la colonna sonora che non e’ solo bella e ricca di brani d’epoca ma attraverso il sentimento espresso dal brano si vuole sottolineare l’emozione del momento.
Kate Winslet ha vinto l’Emmy 2011 come miglior attrice tv ed e’ indubbiamente molto brava ma per ora sono ancora legata al modello di Joan Crawford, che per Il romanzo di Mildred, vinse l’Oscar: la diva aveva un piglio volitivo che ben si confaceva all’ambiziosa Mildred, mentre trovo la Mildred della Winslet piu’ ordinaria, probabilmente è piu’ realistica e mi affezionero’ a lei prima della fine dei 5 episodi ridotti solo a 3 nella versione Sky non per tagli ma perche’ il pubblico italiano regge 2 ore consecutive di messa in onda.

Lontano dal paradiso

Far from Heaven
Usa 2002
con Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysber
regia di Todd Haynes



Lontanodalparadiso


La vita perfetta di Cathy Whitaker, serena casalinga dedita ai due figli e alla bella casa in un lussuoso sobborgo del Connecticut, si infrange quando, da premurosa mogliettina, porta la cena al marito Frank bloccato per l’ennesima volta in ufficio. La donna scopre che a trattenere il marito lontano da cosa non e’ il lavoro ma l’inconfessabile attrazione per gli uomini. Mentre Frank cerca inutilmente di curare la propria omosessualita’, Cathy trova conforto nell’amicizia con il colto ed aitante giardiniere di colore Raymond Deagan, ma nell’America perbenista della fine degli anni ‘50 questo legame e’ inammissibile…



Lontanodalparadiso


Gli argomenti tabù che i melo’ anni ‘50 non potevano raccontare, omosessualità e amore interraziale, sono al centro di questa perfetta ricostruzione d’epoca di Haynes, basata soprattutto sul doppio canovaccio di Secondo amore di Douglas Sirk dove una vedova ancora piacente si innamora del giovane giardiniere e la versione tedesca di Fassbinder (La paura mangia l’anima) dove la ricca vedova sposa Alì, un marocchino di 30 anni piu’ giovane.
Possiamo trovare ulteriori reminiscenze di altri melo’ anni ‘50, che vanno anche oltre Sirk, di certo Haynes riesce a compiere una grande operazione filologica di un periodo storico e di un genere cinematografico, tanto che alcuni frame sembrano originali dell’epoca. Anche lo stile di ripresa e’ fedelissimo al periodo storico: la panoramica dall’alto su Hartford, il luogo dove si svolge la vicenda, che scende fino alla casa dei protagonisti attraverso i rami dal fogliame brillante della lussureggiante “estate indiana” del Connecticut (e con un riferimento all’estate indiana si apre il romanzo da cui e’ stato tratto I peccatori di Peyton, film che inizia con il medesimo movimento del dolly).

Far_from_heavenAltrettanto caratteristico il taglio sghembo della fuga di Cathy dall’ufficio dopo aver colto sul fatto il marito a simboleggiare lo squilibrio creato dall’evento traumatico nella vita serena della donna.
Oltre ad essere un ponte con il passato Lontano dal paradiso ha anche una valenza anticipatoria: chi ha seguito la serie di culto Mad Men non potrà fare a meno di ricordare Don Draper quando compare in scena Frank Whitaker, interpretato da un ottimo Dennis Quaid, mentre la sempre magistrale Julianne Moore che per questo film vinse la Coppa Volpi a Venezia, interpreta un personaggio per certi versi simile a Cathy nel recente A single man di Tom Ford.