Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

DetectiveDee Nel 690 d.C. sta per salire sul trono dell’impero cinese Wu Zetian, la prima ed unica donna nella storia a ricoprire questa carica. Per glorificare il giorno della sua incoronazione viene edificata un’enorme statua del Buddha ma misteriosi fenomeni di autocombustione carbonizzano i dignitari preposti al controllo dei lavori. Per risolvere l’arcano l’imperatrice chiama l’acuto Dee Renjie, un dissidente che otto anni prima si era strenuamente opposto all’ascesa della monarca.

Tsui Hark torna a lavorare in Cina e il suo talento apporta delle innovazioni ironiche al compassato genere storico del cinema cinese degli ultimi anni, fedelissimo alla ricostruzione storica e all’eleganza visiva. Hark stravolge il rigore storico e piu’ che all’improbabile centurione romano in visita al Buddha (l’impero romano cade nel 476 d.C) mi riferisco al secondo incontro tra l’investigatore e la sovrana, quando quest’ultima sfoggia un cappellino in pelliccia piu’ consono a una diva anni ’30 che a un’imperatrice della dinastia Tang. Ci sono iniezioni di commedia rosa nei bisticci tra Dee Renjie, e la bella Shangguan Jing’er, comandante delle guardie reali, il cui personaggio resta un po’ misterioso mentre avrebbe meritato un’attenzione maggiore. C’e il coraggio di criticare il potere soprattutto nell’inquadratura finale che racconta la drammatica solitudine dell’imperatrice. Quello che non funziona e’ la storia troppo complicata, che risulta difficile da seguire e se un film che dura 122 minuti impiega un buon quarto d’ora in flashback e dialoghi esplicativi degli snodi precedenti, ha oggettivamente qualche problema di costruzione della trama che non riesce mai ad avvincere veramente lo spettatore, ma lo stupisce solo con la fantasmagoria delle invenzioni.
Perfetta invece la grazia e l’energia dei combattimenti che raggiungono il culmine nel duello al Monastero Infinito dove la long exposure (aiutata anche dagli effetti speciali) crea suggestivi effetti con il vorticare delle ampie maniche del(la) duellante in rosso.

Seven Swords

7swords Cina, XV secolo: una nuova dinastia imperiale prende il comando della nazione e vieta la pratica delle arti marziali, pena la morte. Il generale Vento di Fuoco mette crudelmente in atto l’editto imperiale trasformando il suo esercito in cacciatori di taglie che uccidono donne e bambini. Ben presto si formera’ un alleanza di sette spadaccini con l’intento di fermare l’eccidio..

Tsui Hark e’ uno dei cineasti piu’ importanti della scuola di Hong Kong: regista e produttore, con le sue opere ha rivoluzionato il cinema orientale, soprattutto ai tempi della collaborazione con John Woo, dando vita a capolavori come The Killer e la triologia di A Better Tomorrow.
Dopo una parentesi piuttosto insoddisfacente con il cinema americano e’ tornato a lavorare in patria e questo suo ultimo film e’ stato scelto per aprire la 62° edizione della Mostra del Cinema di Venenzia attualmente in corso.
Il lavoro e’ un wuxia-pian (film di cappa e spada) che si rifa’ alla scuola classica del genere, cercando di evitare il piu’ possibile gli effetti speciali e gli acrobatici voli che tanto avevano stupito e affascinato ne La Tigre e il dragone o in Hero e puntando sull’impatto delle pure arti marziali che Hark sa gestire molto bene, in netto constrasto con le delicate scene di serenita’ bucolica.
Notelvole la potenza espressiva ricercata anche attraverso il rigore cromatico (eccelsa la scena di apertura virata tutta nei toni del grigio e rosso) dai colori meno saturi e vivaci, quindi piu’ naturali, di quelli a cui ci hanno abituato i lavori di Zhang Yimou.
Tsui Hark esula dall’eccesiva fedelta’ storica trasformando, grazie a trucco e tatuaggi, l’esercito di Vento di Fuoco in una mansada di pazzi dal look cyberpunk.
Purtroppo in alcuni momenti la storia sfugge di mano al maestro di Hong Kong diventanto di difficile e confusa comprensione per lo spettatore.
Bisogna premettere che nei progetti del regista questo e’ solo il primo capitolo di un’epopea composta da sei film, quindi e’ anche difficile giudicare un’opera cosi’ ambiziosa e complessa quale si potrebbe rivelare in futuro ma di certo alla pellicola in questione manca la cifra introduttiva che dovrebbe avere se la saga dovesse essere sviluppata per intero. Non ci si riesce ad affezionare ai personaggi, che restano un piccolo nucleo confuso che lotta contro il male, mentre le loro storie personali vengono appena accennate. Eccessivo anche le triangolazioni amorose che hanno come protagoniste tre donne combattute tra uomini diversi e spesso i sentimenti delle une o degli altri sono estremamente ambigui, cosa che puo’ risultare intrigante per l’economia filmica quando si tratta di una singola coppia ma che diventa motivo di ulteriore confusione quando si reitera in diversi rapporti.
In conclusione un lavoro di difficile comprensione, che merita una sospensione di giudizio, consigliabile solamente agli amanti del cinema orientale, ma poco adatto a chi si vuole avvicinare al genere per la prima volta.

Bullet in the head

Bullet-in-the-head Die xue jie tou
Hong Kong 1990
con Tony Leung, Jacky Cheung, Waise Lee, Simon Yam, Fennie Yuen
regia di John Woo

Serata da videoregistratore quella su La7 per la messa in onda, per la prima volta su canali terrestri di Bullet in the head, la declinazione piu’ amara del tema dell’amicizia concepita da John Woo.
La storia iniza nel 1967 ad Hong Kong e narra le vicende di tre amici inseparabili che si vedono costretti a fuggire in Vietnam per un regolamento di conti tra bande. Il vicino paese in guerra sembra la meta piu’ adatta a Paul, quello dei tre che e’ divorato da un ‘immensa avidita’. L’esistenza a Saigon e’ molto piu’ difficile di quel che i giovani pensino e finiranno in mano ai Vietcong, in un campo di pringionia molto simile a quello che Cimino rappresenta ne Il Cacciatore, la citazione che Woo fa dei cruenti giochi dei soldati comunisti avra’ un epilogo molto piu’ tragico:infatti, per salvare il suo oro, Paul non esistera’ a sparare in testa a uno dei suoi migliori amici, Frank. L’epilogo si avra’ Hong Kong anni dopo, quando l’ultimo dei tre , Ben tornera’ insieme ai profughi nel paese natio, scoprira’ la vita da vegetale a cui Frank si e’ ridotto per la pallottola che porta ancora nel cranio e dopo aver posto fine alle sue sofferenze andra’ a chiedere la sua vendetta a Paul che nel frattempo e’ diventato un potente boss della triade.
Capolavoro indiscusso, al pari di The Killer, Bullet in the head e’ un film molto piu’ pessimista, dove la violenza appare piu’ cruda del solito registro stilistico di Woo. I motivi sono da trovare nel amareggiamento del regista per la rottura con Tsui Hark (le scene dell’arrivo a Saigon, sia di Marc in A better tomorrow III e quella dei tre amici in Bullet in the head sono molto simili) ma soprattutto per i fatti sconvolgenti di Tienanmen dell’estate ‘89: piu’ volte sullo sfondo della vicenda vediamo studenti manifestare e venire caricati dalle forze dell’ordine.
La costruizione del film e’ tutta su anticipazioni e rimandi sempre tesi a sottolineare il pessimismo: Frank nella sua prima apparizione viene colpito all testa dalla madre infuriata, anticipando cosi’ lo sparo alla testa da parte dell’ amico del cuore; Ben da l’addio alla sua giovane sposa prima di fuggire a Saigon e sulle loro parole senza speranza scorre a montaggio alternato il tentativo fallito di disinnescare una bomba da parte di un artificere che finisce smembrato.
Imperdibile.

A Better Tomorrow III

ABetterTomorrow3

Serata evento quella di stasera su La7 per i cultori dei film d’azione: intorno alla mezzanotte andra’ in onda A better Tomorrow III.
Il film inedito in Italia e trasmesso all’interno di un ciclo dedicato a John Woo, e’ il prequel del dittico A better Tomorrow I e II melo’ violento sul tema dell’amicizia e dell’onore.
A better Tomorrow e‘ il film che consacra l’icona di Chow Yun-Fat, stella del cinema romantico di Hong Kong nel ruolo di Marc Gor malavitoso sbruffone, dal caratteristico spolverino e i rayban, (Quentin Tarantino stesso confessa di aver adottato per mesi questo look dopo aver visto il fim) capace di morire per un patto di amicizia alla fine del primo episodio e riproposto come gemello di Marc nel secondo.
In A better Tomorrow III il personaggio di Marc è incontrastato protagonista; l’azione si svolge nel 1974 in Vietnam e scopriamo che la sua formazione alle armi e’ opera di una donna, interpretata dalla cantante e attrice Anita Sui, che alla fine gli regalera’ la sua divisa in impermeabile e occhiali.
A Better tomorrow 3Se A better tomorrow I e II nascono dal sodalizio, sempre controverso, tra John Woo e il regista produttore Tsui Hark, all’improvviso nella preparazione di questo prequel che nasce sull’onda del successo ottenuti dai due precedenti episodi, si verifica la rottura mai del tutto chiarita tra il regista cantonese e il produttore che passa anche dietro la macchina da presa.
Il prodotto che ne risulta e’ inferiore a quello a cui Woo ci aveva abituato, ma nel contempo egli puo’ lavorare al suo indiscusso capolavoro: The Killer.