Bar Sport

Barsport

Dal celeberrimo romanzo omonimo di Stefano Benni un’operina senza infamia e senza lode che non aggiunge nulla al mito del libro scritto nel 1976 ma ripropone pedissequamente il bestiario da bar creato da Benni con un certo impegno formale. All’accurata ricostruzione storica della provincia anni’70 si unisce infati l’uso di inserzioni a cartoni animati e altri effetti speciali per sottolineare gli aspetti piu’ surreali del racconto.
Risate assicurate per una pura serata d’evasione ma non aspettatevi nulla di piu’, nessun effetto amarcord. O forse si’, ma piu’ che verso il romanzo e un certo modo di vivere la provincia verso ZanziBar, sitcom della fine degli anni ‘80 prodotta dalla Italia 1 di Carlo Freccero: se volete prendervi la briga di controllare scoprirete che i membri del cast sono per buona parte gli stessi con l’aggiunta doverosa, vista l’ambientazione, dei protagonisti di quella scuola comica bolognese sempre relativa agli anni ’80, da Vito ai Gemelli Ruggeri, qui in due comparsate separate.

Piccoli gangsters

Piccoligangsters Bugsy Malone
Inghilterra 1976,
con Jodie Foster, Scott Baio
regia di Alan Parker

Nella New York del proibizionismo, Bugsy Malone e’ un pugile fallito che vive di espedienti alla corte di Lardo Sam, benche’ non faccia parte della gang del malavitoso. Pur non essendo indifferente al fascino della bellissima Tallulah, Bugsy si invaghisce di Santa, aspirante cantante che sogna di trasferirsi ad Hollywood, ma quando la banda di Lardo Sam e’ sgominata dalla nuova mitragliatrice di Dan lo Sciccoso, Bugsy utilizza tutto il suo ingegno per aiutare il boss, anche a discapito della sua relazione con Santa..

Dopo il grande successo degli anni ’30 il gangster movie decade per l’avvento del genere noir che dominera’ tutti gli anni ’40 e ’50 del cinema americano. Verra’ recuperato dalla nuova Hollywood, movimento che esplode proprio grazie a film come Gangster Story dove i gangster sono visti come eroi individualisti che si mettono contro la legge per la propria liberta’, a differenza dei gangster movie anni ’30 dove la connotazione del gangster era sempre negativa. Il nuovo filone ebbe talmente successo che uscirono degli epigoni molto piu’ scanzonati tra cui La Stangata e questo celebre musical che ha per protagonisti solo ragazzini che si sparano torte in faccia e guidano perfette riproduzioni di auto anni ’30 a pedali. L’idea dei protagonisti bambini non e’ proprio originale, dato che deriva da una serie di celebri comiche di Hal Roach Simpatiche canaglie (titolo originale Our gang) prodotte tra il 1922 e il 1944, andate in onda con grande successo anche sulla RAI.
L’accusa piu’ comunemente rivolta a Piccoli gangsters e’ di scadere nel lezioso, ma pensando alle trasmissioni televisive piu’ di successo degli ultimi tempi (Io canto e Ti lascio una canzone) la critica e’ totalmente da rivedere grazie al fascino acerbo di Jodie Foster e resta memorabile per il suo tragico realismo, il numero che introduce i disoccupati alla mensa dei poveri a cui Bugsy si rivolge per costituire la nuova banda di Lardo Sam.
Gran finale a liberatorio a torte in faccia.
Nel 2003, dopo che il film si e’ classificato 19° tra i cento migliori musical di tutti i tempi e’ stato girato un documentario Bugsy Malone: After They Were Famous che ripercorre le carriere successive al film dei piccoli protagonisti.

The box

Virginia, 1976. Mentre la sonda spaziale Viking invia le prime immagini di Marte le cose non vanno molto bene per la famiglia Lewis: la crisi economica fa cancellare la borsa di studio del piccolo Walter, Arthur, il marito, viene eliminato dalle selezioni per diventare astronauta e Norma, la moglie, si vede costretta per l’ennesima volta a rimandare l’operazione al piede che risolverebbe una grave menomazione che la rende zoppa.
Ma un giorno Norma ed Arthur Lewis ricevono una strana proposta da un individuo altrettanto bizzarro: se schiacceranno un pulsante riceveranno un milione di dollari ma una persona che non conoscono morira’…


Thebox

Qualche anno fa si saccheggiavano i racconti di Philip K. Dick, ora pare che il cinema stia rivolgendo la sua attenzione a Matheson, e dopo la pessima versione di Io sono leggenda tocca a Richard Kelly, l’autore di Donnie Darko, martoriare il racconto Button button scritto dall’autore nel 1970.
Lo spunto della vicenda, accettare o no il milione di dollari sapendo che costera’ la vita a qualcuno e’ decisamente interessante, molto meno lo sviluppo della storia che manca di ritmo cercando di puntare tutto sulle atmosfere misteriose create dai personaggi di contorno dagli sguardi fissi o dalle risate allucinate. Si scade pure nel sentimentalismo di ambientare l’azione nel periodo natalizio con un matrimonio da celebrare, tutte situazioni che dovrebbero sottolineare per contrasto l’atmosfera da incubo che tocca alla famiglia Lewis, ma il meccanismo mostra la corda. Quello che invece risulta lampante e’ la misoginia della pellicola: nelle tre famiglie che ricevono la proposta di servirsi della scatola con meccanismo a pulsante, ad agire e’ sempre la moglie, novella Eva che, come al solito, non sa resistere alla tentazione e di conseguenza paga il prezzo piu’ caro mentre l’uomo riesce sempre a sfangarla.
Non voglio fare spoiler ma la spiegazione che sta dietro alla vicenda e’ molto classica, solo che una volta c’era il sano ottimismo americano degli anni ’50/’60 che trovava una via di uscita, mentre nei disillusi anni ‘10 del XXI secolo il perdono non viene concesso neppure se implorato, la possibillita’ di sfuggire all’atroce ricatto finale viene accennata ma lasciata in sospeso e l’unica consolazione e’ lasciata a una fugace visione dell’aldila’. Deludente