Wonka

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UK, USA 2023, Warner Bros
con Timothée Chalamet, Calah Lane, Keegan-Michael Key, Paterson Joseph, Matt Lucas, Mathew Baynton, Sally Hawkins, Rowan Atkinson, Jim Carter, Natasha Rothwell, Olivia Colman, Hugh Grant, Rich Fulcher
regia di Paul King

Il cioccolataio Willy Wonka arriva in città pieno di sogni con l’intento di aprire un negozio nella prestigiosa Galleria Gourmandise ma i tre più celebri produttori di cioccolato lo boicottano. Per ripagare i debiti con la signora Scrubbit, Wonka deve lavorare nella sua lavanderia dove conosce altre persone vittime dei contratti capestro dell’affittacamere senza scrupoli. Willy lega soprattutto con Noodle, l’orfanella factotum della Scrubbit. Con l’aiuto dei compagni di sventura Wonka riesce ad aprire il suo negozio ma deve cedere al ricatto del cartello del cioccolato e lasciare la città per liberare gli amici dalla schiavitù della lavanderia. Il cartello ha preso di mira soprattutto Noodles e Wonka scopre che il motivo riguarda le origini della ragazzina. La scoperta mette a rischio la vita dei due salvati dall’Umpa Lumpa che da persecutore di Wonka diventa il suo più fedele collaboratore nell’apertura della fabbrica di cioccolato.

Film visto per mera curiosità che invece mi ha sorpreso positivamente. È un musical dalle canzoni accattivanti e poco invasive con Chamelet che fa le prove generali per il ruolo di cantante: sarà Bob Dylan in un film d’imminente uscita.

Wonka è una favola di buoni sentimenti che porta in scena una critica alla società odierna tutta volta al guadagno: polizia e religiosi al servizio dei più ricchi apparentemente concorrenti ma in realtà alleati che mantengono lo status qui a suon di mazzette (in questo caso di cioccolato che crea anche dipendenza).

Il protagonista di buon cuore e pieno di sogni è molto distante dal cioccolataio del film originale e del remake di Burton tanto che si potrebbe supporre, se dobbiamo intendere Wonka come un prequel, che si sia lasciata una via aperta a un secondo capitolo in cui il giovane cioccolataio pieno di sogni si possa trasformare nel proprietario della fabbrica di cioccolato dall’implacabile senso giustizia amministrata dalla legge del contrappasso.

Wonka è un film molto piacevole pieno di trovate fantasmagoriche ma tutte hanno un sapore citazionistico: il volo con i palloncini riprende chiaramente UP il cartone Pixar, colori e situazioni mi hanno ricordato lo stile di Jeunet, in particolare il film L’esplosivo piano di Bazil con la stessa improbabile banda di amici che aiuta il protagonista.

Del resto la stessa città senza nome, meta delle ambizioni di Wonka è un pastiche di tante città europee: la galleria dal nome francese ricorda anche quella di Milano o Napoli, la piazza ricorda Vienna e i regni inventati della Mitteleuropa delle commedie anni ’30 mentre sullo sfondo spicca il profilo della St Paul’s cathedral londinese. Restando in tema alimentare Wonka sembra uno di quei gustosi polpettoni fatti con gli avanzi della settimana.

Gli omaggi alla cinematografia inglese si concentrano soprattutto nel personaggio di Spilungo, l’Umpa Lumpa interpretato superlativamente da Hugh Grant: il buffo omino arancione determinato a riportare a casa il cioccolato rubato involontariamente da Wonka ha un armamentario che ne fa la parodia dello 007 anni ’90 di Pierce Brosnan e poi ritroviamo l’attore recitare nuovamente con Rowan Atkinson (ancora in vesti religiose) dopo Quattro matrimoni e un funerale, il film che fece di Hugh Grant una star internazionale.

A proposito di Davis

Apropositodidavis All’inizio degli anni ’60 Llewyn Davis, carattere ostico, vita (sentimentale e non) caotica e disorganizzata, segnata dal suicidio del patner musicale, cerca di avere successo come folk singer ma con scarsi risultati..

In A proposito di Davis, i fratelli Coen raccontano, ispirandosi alla biografia del cantante folk  Dave Van Ronk, quell’atmosfera beat dei tardi anni’50 e dei primi anni’60 in cui i giovani cercano di esprimersi artisticamente indipendentemente dal successo, i loser narrati da Kerouak che s’appongiano su un divano a casa di un conoscente per dormire e hanno una vita sentimentale sconclusionata.
A sottolineare con ironia e spirito cinefilo la natura perdente del loro protagonista, i Coen ambientano il film nel 1961, anno d’inizio della carriera di Bob Dylan, a cui Davis cede il posto nel locale in cui si esibisce a fine film. Il 1961 è anche l’anno di uscita di Colazione da Tiffany e dalla celeberrima pellicola (forse anche per restituirle una dignità che esuli dal glamour di Audrey?) i Coen prendono l’elemento del gatto rosso e senza nome: se nel film di Blake Edwards il ritrovamento del gatto sotto la pioggia segna il lieto fine amoroso per Holly Golightly, i gatti rossi sempre in fuga di Davis rappresentano la sua incapacità di trovare una serenità nei legami, non solo amorosi: la vita di Llewyn è disastrosa come figlio, padre, amante, amico e collega non certo solo per colpa sua, il fato ci mette sicuramente lo zampino tanto che non è neppure importante capire se l’andamento circolare del film sia frutto di un’ellissi temporale o meno: le giornate dei perdenti in fondo, si assomigliano tutte.

Ciao America!

CinemaAmericano

Gli anni ’60 e i primi ‘70 in America rappresentano una stagione straordinaria e dirompente per il rinnovamento del linguaggio cinematografico, grazie al coraggio di autori geniali – indipendenti, underground e ribelli “maledetti” – che realizzarono i loro capolavori in opposizione alla cultura ufficiale e allo strapotere delle grandi produzioni hollywoodiane, affermando una visione aspra e brutale della complessità contemporanea. Figli di un’epoca di grandi fermenti e contestazioni, questi registi straordinari si mossero in sintonia con i più importanti fenomeni dell’arte americana, alla ricerca di uno stile personale, libero da schemi narrativi invecchiati, privilegiando spesso la sceneggiatura in costruzione durante le riprese, per catturare la verità unica e irripetibile dell’emozione imprevista. Un cinema che affondava nel “sottosuolo” urbano, dando libero asilo alla fuga autodistruttiva dalla società civile, attraverso il sesso, la droga e la violenza. Questo percorso nell’America cinematografica di allora ci restituisce un ritratto sconvolgente dell’uomo moderno che, disorientato, indifferente e privo di certezze, sceglie la fuga senza meta per perdersi definitivamente.

23 e 24 febbraio, ore 21.00

Shadows di John Cassavetes
(Ombre, 1959, 81’ – v.o. sott. it.)
L’esordio strepitoso del genio del cinema indipendente americano ci trascina in una New York fumosa, tra un’umanità bloccata e impotente, con un linguaggio assolutamente rivoluzionario che sostituisce l’improvvisazione degli attori alla classica sceneggiatura, per far esplodere la verità delle emozioni umane oltre le convenzioni sociali o narrative; in sottofondo il jazz del grande Mingus.

25 e 26 febbraio, ore 21.00

Guns of the Trees di Jonas Mekas
(I fucili degli alberi, 1961, 85’ – v.o. sott. it.)
Il guru del New American Cinema, realizza le stesse energie creative con cui animò la New York indipendente dei primi anni ’60 in quest’opera di culto, aspra rappresentazione di una generazione inquieta attraverso un montaggio di scene libero da schemi e fluido come i colori di un quadro di Pollock.

28 e 29 febbraio, ore 21.00

The Connection di Shirley Clarke
(Il contatto, 1962, 110’ – v.o. sott. it.)
Lo sguardo affonda nell’inferno contemporaneo in questo primo lungometraggio di una delle figure fondamentali del New American Cinema: tratto da una messa in scena del Living Theatre, è una pietra miliare del cinema moderno per l’ambientazione claustrofobica – l’attesa del pusher di un gruppo di tossici – e la capacità di adesione diretta all’esperienza umana.

1 e 2 marzo, ore 21.00

Flaming Creatures di Jack Smith
(1963, 45’)
Vero e proprio cult dell’avanguardia underground anni ’60, fece scandalo per la sua provocazione radicale, tra trasgressione sessuale e libertà anarchica della visione. Un’allucinazione lisergica di corpi fluttuanti, impregnata di energia vitale, ambigua e disturbante.

Scorpio Rising di Kenneth Anger
(1964, 28’)
Viaggio nelle ossessioni del genio iconoclasta della sperimentazione underground, che ha influenzato intere generazioni di artisti, da Mick Jagger a David Lynch, e creato il modello di tanto cinema queer a seguire, tra trasgressioni sessuali, occultismo, violenza ed estetica biker.

3 e 4 marzo, ore 21.00

Greetings di Brian De Palma
(Ciao America!, 1968, 88’ – v. it.)
Il grande De Palma agli esordi guarda all’America del ’68 con occhio satirico e dissacrante verso le istituzioni, sperimentando uno stile libero e caotico, che aderisce perfettamente alle inquietudini di giovani allo sbando – con un De Niro già incredibile – ossessionati dal Vietnam, dalla politica, dal sesso e dal voyerismo.

7 e 8 marzo, ore 21.00

Medium Cool di Haskell Wexler
(America, America, dove vai?, 1969, 111’ – v.o. sott. it.)
Sullo sfondo dei violenti disordini scoppiati tra i pacifisti che protestavano contro la guerra del Vietnam e la polizia nella Chicago del ’68, questo film sconvolse l’America per l’impatto delle sue immagini – con riprese delle barricate e degli scontri reali inserite nella fiction – e la dura critica al cinismo dell’informazione televisiva.

9 e 10 marzo, ore 21.00

Easy Rider di Dennis Hopper
(1969, 95’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro leggendario ed emozionante, esperienza on the road per eccellenza che intere generazioni hanno ripercorso per le strade del mondo in fuga dal conformismo; in realtà un’opera intrisa di pessimismo, viaggio di autodistruzione nel lato oscuro dell’America verso il tramonto del sogno di libertà.

11 e 13 marzo, ore 21.00

Five Easy Pieces di Bob Rafelson
(Cinque pezzi facili, 1970, 98’ – v.o. sott. it.)
Tra le opere migliori dei primi anni ’70, divenne il punto di riferimento di una gioventù insofferente al modello di vita borghese, che si rispecchiò nelle inquietudini di Jack Nicholson, strepitoso nel ruolo del ribelle sradicato, in fuga da tutto e da tutti, inadatto ad ogni forma di esistenza adulta.

14 e 15 marzo, ore 21.00

Trash di Paul Morrissey
(Trash – I rifiuti di New York, 1970, 110’ – v.o. sott. it.)
Figura centrale della Factory di Andy Warhol, si spinse dove il cinema non aveva mai osato prima, descrivendo con stile sporco e diretto lo squallore della marginalità metropolitana: un universo grottesco di tossicomani, travestiti, marchettari su cui brilla la bellezza statuaria e apatica di Joe Dallesandro.

16 e 17 marzo, ore 21.00

Two-Lane Blacktop di Monte Hellman
(Strada a doppia corsia, 1971, 102’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro che segna la fine di un’epoca, spingendo il mito on the road alle sue conseguenze definitive: corridori automobilistici senza identità non cercano più la libertà nella fuga, ma vagano senza una meta nel vuoto dell’esistenza, perché la strada americana non porta più da nessuna parte.

18 e 21 marzo, ore 21.00

The Last Picture Show di Peter Bogdanovich
(L’ultimo spettacolo, 1971, 118’ – v.o. sott. it.)
Bogdanovich crea il suo capolavoro lirico con la storia di alcuni ragazzi che esorcizzano la monotonia e l’ipocrisia della vita di provincia in un piccolo cinema che sta per chiudere, prima dello scoppio della guerra di Corea: metafora malinconica di un’ingenuità ormai perduta e del crollo delle illusioni di una generazione.

22 e 23 marzo, ore 21.00

Images di Robert Altman
(1972, 101’ – v.o. sott. it.)
Un Altman insolitamente cupo e disturbante, ma sempre grandissimo, alle prese con i labirinti oscuri della psiche umana, in questo studio sconvolgente della follia che, attraverso notevoli sperimentazioni formali, ci trascina in un universo distorto, dove sogno e realtà si confondono.

24 e 25 marzo, ore 21.00

Pat Garrett and Billy the Kid di Sam Peckinpah
(Pat Garrett e Billy the Kid, 1973, 122’ – v.o. sott. it.)
Questo straordinario western punta uno sguardo struggente e spietato sul tramonto della frontiera, scrivendo il testamento di un genere e dei suoi valori ormai inattuabili. Una ballata del disfacimento di un mondo, melanconica e splendida come la colonna sonora di Bob Dylan.

27 e 28 marzo, ore 21.00

Badlands di Terrence Malick
(La rabbia giovane, 1973, 94’ – v.o. sott. it.)
Il primo film di uno dei più importanti registi contemporanei si ispira alla vicenda reale di due brutali assassini e costruisce un affresco straordinario e spietato della crisi contemporanea, dove il sangue si scolora nell’indifferenza e la fuga senza meta diventa l’unica forma di esistenza possibile.

Informazioni
scalinata di via Milano 9 A, Roma
tel. 06 39967500
palazzoesposizioni
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema

Mildred Pierce

MildredPierce Nonostante la fama di miniserie HBO pluripremiata ho iniziato a guardare con un certo distacco i primi due episodi della fiction perche’ molto legata al film Il romanzo di Mildred che nel 1945 Michael Curtiz aveva tratto dal romanzo di James M. Cain, ispirazione piuttosto libera, dato che il il cuore attorno a cui ruota il film, l’omicidio di Monty Beregon, nel romanzo non c’e’ come non c’e’ nella miniserie, molto piu’ fedele al romanzo.
Fatto sta che dopo una mezzoretta di distacco saccente degno di Veda Pierce, ho smesso di appuntarmi le scene che c’erano anche nel film e mi sono lasciata completamente travolgere da questa nuova versione della vicenda di Mildred Pierce. L’attualita’ del tema e’ lampante: stiamo vivendo la piu’ grossa crisi economica dal 1929 e quindi ritorna contemporanea la storia di questa donna che nel ‘31 costringe il marito a scegliere tra lei e l’amante venendo scartata e di conseguenza si ritrova costretta a cercarsi un lavoro per mantenere sè stessa e le due figlie. Essendo di estrazione sociale medio alta all’inizio Mildred non vorrebbe accettare i lavori piu’ umili da cameriera o governante ma alla fine si dovra’ accontentare di servire in una tavola calda scendendo a patti con il proprio orgoglio e quello della figlia primogenita, Veda, viziata e spocchiosa a cui Mildred perdona tutto perche’ specchio delle sue proprie ambizioni. Sara’ proprio per giustificarsi con Veda che Mildred si aggrappa all’idea di avere un ristorante suo e le prime due puntate trasmesse venerdi scorso su Sky Cinema 1 terminano con la morte della secondogenita a pochi giorni dall’apertura del locale, subito dopo una breve fuga d’amore con Monty e ora fremo per sapere come evolvera’ la storia.
Alla regia del prodotto troviamo Todd Haynes, alla sua prima esperienza di direzione televisiva. Dopo il biopic su Bob Dylan I’m not there, il regista torna alle atmosfere melo’ del cinema anni ‘40/’50 che aveva gia’ esplorato in Lontano dal Paradiso. La lunga durata del progetto televisivo gli permette di indulgere in una narrazione molto piana, di stampo classico con dettagli che ben sottolineano i momenti culminanti (la caviglia sanguinante di Mildred dopo la mattinata alla ricerca di un lavoro) e scene che illustrano perfettamente la psicologia della protagonista (il colloquio con la ricca signora per il posto di governante). Molto importante la colonna sonora che non e’ solo bella e ricca di brani d’epoca ma attraverso il sentimento espresso dal brano si vuole sottolineare l’emozione del momento.
Kate Winslet ha vinto l’Emmy 2011 come miglior attrice tv ed e’ indubbiamente molto brava ma per ora sono ancora legata al modello di Joan Crawford, che per Il romanzo di Mildred, vinse l’Oscar: la diva aveva un piglio volitivo che ben si confaceva all’ambiziosa Mildred, mentre trovo la Mildred della Winslet piu’ ordinaria, probabilmente è piu’ realistica e mi affezionero’ a lei prima della fine dei 5 episodi ridotti solo a 3 nella versione Sky non per tagli ma perche’ il pubblico italiano regge 2 ore consecutive di messa in onda.

I’m not there

Imnotthere

Non si puo’ certo accusare Io non sono qui di essere un brutto film: sono innegabili la maestria tecnica nel giocare con i vari stili filmici e la capacita’ di restituire le atmosfere storiche; anche la qualita’ recitativa e’ molto alta.
Quello che assolutamente non ho amato e’ la gelida perfezione e soprattutto il gioco intellettivo di rimandi e suggestioni dylaniane intuibili anche dal semplice spettatore, ma gobili esclusivamente dai fan del cantante americano. Sono entrata con una totale indifferenza verso Bob Dylan e sono uscita con la stessa sensazione, il che non e’ certo un difetto, solo il segno che artista e pellicola a lui dedicata viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, che pero’ non e’ la mia.