La meteora infernale

Lamereorainfernale The Monolith Monsters
Usa 1957
con Grant Williams, Lola Albright
regia di John Sherwood

Nei pressi del paesino di San Angelo, in California, cade una strana pioggia di meteoriti: le pietre a contatto con l’acqua si sviluppano e si moltiplicano. Gli effetti devastanti sull’uomo non si limitano alla distruzione: le persone che vengono in contatto con il metallo subiscono un processo di pietrificazione..

E’ uno dei film più bizzarri del filone b-movie da invasione aliena degli anni ’50: questa volta niente mostri spaziali, il terrore arriva da minerali che a contatto con l’acqua diventano giganteschi monoliti che poi si spezzano in mille pezzi e in questo modo procedono alla distruzione del pianeta Terra, assorbendo anche il silicio presente nel corpo umano e inducendo nell’uomo un processo d’irrigidimento simile alla pietrificazione che conduce alla morte.

Monoliti

Gli effetti speciali sul processo di evoluzione dei monoliti e relati crolli distruttivi sono buoni, anche se si tratta di una pellicola che lascia da parte il cotè fantastico per una trama pseudo scientifica con tanto di spiegazioni chimiche e soprattutto resta la nuda struttura alla base di questo genere cinematografico: la paura dell’invasione russa. Più che spaventare il pubblico il film sembra volerlo rassicurare: i mezzi per combattere anche il mostro più astruso esistono e la vittoria arriderà velocemente se ogni membro della comunità farà il proprio dovere: anche i bambini che solitamente consegnano il giornale a pagamento, porteranno gratuitamente il comunicato di evacuazione all’intera città.
Se la comunità si limita ad ubbidire, il protagonista è ovviamente un individualista decisionista che si prenderà la responsabilità di distruggere una diga costosissima senza aspettare il placet del governatore perché non c’è più tempo per rimandare l’unica soluzione valida. Un messaggio di omologazione che non a caso è stato citato in Essi vivono, il film di fantascienza di Carpenter del 1988 che indica nell’omologazione consumistica il nemico della società.
Protagonista del film è Grant Williams che nel medesimo anno gira il capolavoro di Jack Arnold, Radiazioni BX: distruzione uomo.

Shaun, Vita da pecora – Il film

Shaun Stanco della routine quotidiana alla fattoria, il gregge di pecore capeggiato da Shaun decide di prendersi un giorno di vacanza facendo addormentare il fattore dentro la roulotte per godersi le comodità della casa. Purtroppo una serie di rocamboleschi incidenti farà arrivare la roulotte in città e una contusione costerà la memoria al fattore: riusciranno Shaun&Co a riportarlo a casa e a fargli recuperare la memoria?

Il lungometraggio tratto dalla serie televisiva Shaun the sheep, prodotta dalla  Aardman con la stessa tecnica claymotion di Wallace&Gromit conserva le medesime peculiarità: anche in questo film non si parla e tutta la comicità nasce dalle gag slapstick unito all’inconfondibile humor britannico.
Abbandonato il citazionismo che aveva caratterizzato tutte le produzione animate del decennio scorso, compreso Wallace&Gromit – la maledizione del coniglio mannaro, si prende di mira l’omologazione contemporanea: il fattore diventa una star dell’hairstylish per i suoi tagli rasati (in realtà applica solo il vago ricordo della tosatura delle pecore).
Meno scontata del solito la morale sugli animali: vittime del terribile accalappiatore Trumper, Shaun e Bitzer finiscono in un ricovero per animali dove viene mostrato un esilarante campionario di animali da compagnia incattivito dall’abbandono (impagabile il molosso con lo sguardo fisso).
Al perfido Trumper toccherà una fine degna di lui e il ricovero si trasformerà in un vero centro di accoglienza per animali; anche per la randagia Slip, altra new entry del cast che aiuta Shaun e gli altri a sopravvivere nella metropoli ci sarà un tenero happy end.
Lo stile della Aardman si conferma ancora una volta intelligente e leggero e vorrei dire adatto a tutte le età come in tutte le recensioni serie ma gli esercenti evidentemente non sono d’accordo e riservano la proiezione ai soli giorni festivi in orari dedicati prettamente all’infanzia.

Reality

Reality Luciano Ciotola, pescivendolo estroverso, anima delle feste di famiglia, viene spinto dai figli a partecipare alle selezioni per il Grande Fratello. Superate le preselezioni e il provino a Roma, per Luciano inizia l’attesa spasmodica della telefonata per entrare nella Casa, attesa che lentamente si trasforma in una vera ossessione.

Il film si apre con una panoramica che inquadra le pendici del Vesuvio per poi stringere su un territorio urbanizzato ma dignitoso dove le case si alternano alle coltivazioni, l’attenzione della macchina da presa infine, si concentra su un’assurda carrozza dorata, brutta copia di quelle delle fiabe Disney che conduce una coppia di sposi al ricevimento di nozze. L’inquadratura finale invece, parte dall’interno della casa del Grande Fratello per allargarsi su un panorama notturno di una desolata distesa di capannoni. Tra questi due estremi si muove lo sguardo acuto del regista che racconta almeno tre secoli di rappresentazione italiana. Se nel nostro Paese tutto è “messa in scena” Napoli è la punta di diamante di questa teatralità innata del popolo italiano. La famiglia di Luciano potrebbe vivere in una squallida casa popolare invece abita in un palazzotto barocco (stile teatrale per eccellenza) mezzo diroccato che di notte ha il fascino di un presepe napoletano (altra forma raffinatissima di rappresentazione) La pescheria e il lavoro della moglie non bastano per mantenere la famiglia e allora i Ciotola si inventano “la truffa” sul robottino da cucina venduto dalla moglie, ancora una volta un’alterazione della realtà. Da notare che Maria, la moglie di Luciano lavora in uno di quegli outlet che vogliono replicare le piazze e i portici tipici dei borghi italiani.
Anche la religione, che pure dovrebbe essere una consolazione viene mostrata come forma massima di rappresentazione: la Via Crucis al Colosseo, spettacolarizzazione del supremo momento mistico della nostra fede, però, non ne mostra solo l’accezione negativa: chi crede trova significati profondi in quella rappresentazione.
Su un humus così predisposto alla messa in scena non deve stupire che abbia attecchito in maniera tanto virulenta un fenomeno come quello del Grande Fratello (esauritosi molto prima in altre nazioni) che fa della rappresentazione di sè stessi una ragione di vita. Piuttosto è interessante vedere come l’omologazione ancora una volta uniformi un talento naturale alla rappresentazione (come abbiamo detto, non necessariamente negativo) svuotandolo completamente di significati: i panni stesi sono una sinfonia di rosa accesi, parrebbe un errore di bucato invece la declinazione in rosa à la divisa omologata di ogni bambina contemporanea, la casa stessa, che viene riarredata in vista delle interviste ai parenti quando Luciano sarà recluso nella Casa, ricalca lo stile neo barocco, animalier minimalista (e quant’altro) che le case delle varie edizioni del reality hanno insegnato ad apprezzare agli italiani. Po c’è Cinecittà, fabbrica dei sogni trasformata nella fabbrica dell’incubo che lentamente avvolge il protagonista e lo spettatore che assiste al completo scollamento dalla realtà di Luciano, per cadere in quella realità che gli prosciuga la verve e l’estroversione.
Come in E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, Matteo Garrone racconta la storia emblematica di un disperato tentativo di riscatto sociale che sembra stigmatizzare alcune peculiarità del nostro tempo -in questo caso il successo fine se stesso, basato solo sull’apparizione televisiva- invece, come nella pellicola di Ciprì, lo scavo antropologico sul costume italiano è ben più profondo e scopre tare molto più radicate.

Favole di uomini qualunque

L’uomo nero e Il mio amico Eric sono due film molto diversi tra loro però stranamente accomunati dall’elemento fantastico e dalla capacità dell’insignificante uomo qualunque di fare gesti imprevedibili che sanno capovolgere le situazioni. Si esce da entrambe le visioni con l’animo sollevato e allegro, carichi di un ottimismo alla Frank Capra, anche se nei tempi di tremenda omologazione che stiamo vivendo, totalmente rassegnati all’arroganza di qualsiasi forma di potere (culturale e criminale nelle due pellicole) l’idea della ribellione imprevista può essere affidata solo ai toni favolistici.



Luomonero

Il film di Sergio Rubini racconta una storia di aspirazioni frustrate nella Puglia di fine anni’60: il capostazione Ernesto Rossetti ha velleita’ pittoriche che si ispirano a Cezanne. I suoi sogni di gloria sono pero’ osteggiati da chi detiene il potere culturale nel paese: l’avvocato e il professore di storia dell’arte che tiene una rubrica di critica sulla gazzetta locale dove stronchera’ drasticamente la mostra del capostazione. L’uomo troppo preso dal tentativo di sfuggire alla mediocrita’ della vita di provincia e’ piuttosto disattento nei confronti del figlio, Gabriele, che dotato di estrema sensibilita’ vede il padre come l’uomo nero del titolo. Rubini sceglie il punto di vista del ragazzino per raccontarci la vicenda e la telecamera e’ spesso ad altezza di bimbo riprendendo la vita e fianchi degli adulti. Pur essendo una pellicola molto equilibrata nei suoi vari aspetti, L’uomo nero ha il suo punto di forza nella ricostruzione puntuale della vita meschina della provincia anni’60, anche nella ricostruzione cinematografica o linguistica, ad esempio non sentivo chiamare il Meridione Bass’Italia dalla fine degli anni ‘70!



Ilmio amicoeric

Il mio mio Eric e’ l’ultima fatica di Ken Loach sempre interessato ai problemi della working class. Eric Bishop e’ un postino in crisi depressiva: abbandonato dalla seconda moglie che gli ha lasciato in custodia i figliastri, in realta’ non riesce a dimentare la prima moglie Lily, che ha abbandonato appena ventenne con la figlioletta neonata. Dopo un breve periodo in una clinica psichiatrica Eric torna a casa dove trova il sostegno degli amici, ma soprattutto immagina di confidarsi con il suo idolo, il campione di calcio Eric Cantona. Seguendo i consigli del mitico e bizzarro King Eric, star del Manchester degli anni’ 90, Bishop riuscira’ a rimettere insieme i pezzi della sua vita e a salvare il figlio dai ricatti del delinquente del quartiere .
Anche se i tono sono quelli leggeri della commedia, Loach non rinuncia ai temi di denuncia a lui cari ponendo come sempre al centro del film una questione morale che il protagonista deve affrontare al di fuori delle leggi dello Stato. Questa volta a risolvere i dilemmi della coscienza Loach chiama in causa gli amici e le leggi del calcio, che nei suoi aspetti piu’ alti diventa metafora di vita, non mancando di denunciare anche l’imbarbarimento di questo sport, oramai non piu’ per famiglie.

Crimen Perfecto

CrimenPerfecto Gabriel e’ il direttore del reparto donne di un grande magazzino ed e’ in lizza per diventare direttore di piano con Don Antonio, direttore del reparto maschile. Perde la grande scommessa della sua vita e finisce per uccidere il suo nuovo superiore in una lite. Convinto di essere finito, viene aiutato da Lourdes, la piu’ brutta delle commesse, che gli fornisce un alibi e lo aiuta a disfarsi del cadavere ma in cambio..

Stavo per perdemi questa deliziosa commedia nera a causa del trailer italiano che lo presentava come una banale commedia un po’ sguaiata, e il danno della distribuzione italiana non si limita a un trailer montato male, ma si accanisce sul titolo che da Crimen Ferpecto diventa Crimen Perfecto eliminando l’anticipazione insita nel titolo che ci avverte che la perfezione a cui ci spingono i media non potra’ esser raggiunta.
Ancora un a volta un film ambientato in un non luogo: un grande magazzino dove sembra che si possa realizzare ogni desiderio: begli oggetti, belle donne e una bella carriera, e’ il regno di Gabriel e come un fortino che lo difende dalle brutture del mondo ci viene mostrato nelle poche inquadrature esterne: una struttura alta, compatta, circondata da mendicanti e dove alle dieci del mattino la gente preme per entrare, soprattutto in tempo di saldi, il momento in cui il sogno capitalista si fa piu’ vicino.
Il non luogo per sfuggire alla banalita’ della vita quotidiana: le case sono disordinati luoghi senza personalita’ se sono appartamenti di single od orrorifici loculi (anche quando sono rivestiti di pizzi e peluche) se accolgono i riti della moderna vita famigliare scanditi dalla televisione: Lourdes chiedera’ a Gabriel di sposarla in uno show televisivo che deve aver fatto la sua comparsa anche in Italia.
Gabriel e’ un personaggio volgare e mediocre come i suoi colleghi, rispetto ai quali si crede di gran lunga superiore, ma comunque noi parteggiamo per lui perche’ sulla sua strada incontra Lourdes, donna brutta e sciatta, per giunta arrivista e meschina, insomma la personificazione di tutto cio’ che non vorremmo mai essere: e’ lampante che in questa cattivissima commedia non si salva nessuno, neppure il pubblico.
Una storia ben congegnata, dove non mancano le citazioni e i rimandi cinematografici da La notte dei morti viventi a Hitchcok, ma il fascino maggiore sta nel coraggio di aver portato all’estreme conseguenze, senza la paura di cadere in un divertito horror, l’apologo contro il consumismo e l’omologazione ai modelli imposti dai media che avvicina il lavoro di Alex de la Iglesia piu’ al grottesco meschino di Marco Ferreri che a quello grandioso di Bunuel.
Liberatorio.