Primavera

Italia 2025
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi
regia di Damiano Michieletto

Il Pio Ospedale della Pietà è in declino perché un altro orfanotrofio sta attirando i nobili (e i loro lasciti) con una migliore offerta musicale. Si decide quindi di fare tornare Vivaldi a dirigere l’orchestra femminile. L’operazione ha successo anche perché il compositore individua una ragazza di talento, Cecilia e la promuove primo violino. Cecilia però è promessa a un ufficiale che sposerà quando tornerà dalla guerra. La visione musicale di Vivaldi contagia la ragazza che decide di sfuggire al suo destino segnato per darsi interamente alla musica.

Sono rimasta un po’ delusa dal film recente vincitore di 4 David di Donatello. Si tratta di un’opera molto elegante e formale ma ha avuto il torto o la sfortuna di uscire dopo un film e una serie tv che analizzano in modo, se non migliore, certamente più originale, le tematiche di Primavera.

Il film è Gloria! di Margherita Vicario che nel suo esordio da regista, racconta una storia ambientata nella stessa epoca e negli stessi istituti caritatevoli che ospitavano le orfane facendo delle musiciste fino all’età del matrimonio cerimonia con cui avrebbero lasciato definitivamente la musica per dedicarsi alla famiglia.

La serie tv è L’arte della Gioia che ha lanciato Tecla Insolia, protagonista di Primavera. Quando durante la visita del cerusico Cecilia guarda in macchina e confida allo spettatore la sua scelta drastica per sfuggire al matrimonio, sembra proprio una scena in stile “l’arte della gioia” che narra le manipolazioni di una giovane poverissima per farsi una posizione.

La serie era diretta da Valeria Golino e se mi sono sempre chiesta di una differenza tra lo sguardo cinematografico maschile e quello femminile, con Primavera ho trovato la risposta. Le due opere femminili non risparmiano tocchi ironici e fughe fantastiche, l’opera maschile ha una visione più pietistica della condizione femminile non per nulla si apre con un (inutile) scena dell’annegamento di una cucciolata di gattini giusto per introdurre un’atmosfera di crudeltà. La scena più potente di Primavera resta la vendetta del conte di Sanfermo perfetto esempio di sopraffazione maschile.

Primavera è comunque un film solido con una bellissima fotografia, raffinati rimandi artistici ed è interessante la riflessione su arte e potere con i nobili che si commuovono fino alle lacrime durante i concerti senza che la sensibilitá per l’arte instilli in loro qualche dubbio sull’ingiustizia sociale della gerarchia socioeconomica della Serenissima che trasforma istituzioni caritatevoli in macchine da soldi senza umanità per chi avrebbero dovuto proteggere.

Secondo amore

All That Heaven Allows
USA 1955, Universal
con Jane Wyman, Rock Hudson, Agnes Moorehead, Conrad Nagel, Virginia Grey, Gloria Talbott, William Reynolds, Charles Drake, Hayden Rorke
regia di Douglas Sirk

Cary Scott, ricca vedova di una cittadina del New England intreccia una relazione con Ron Kirby, il figlio del vecchio giardiniere che ha sostituito temporaneamente il padre dopo la sua morte. La relazione fa scandalo per la differenza d’età e di classe sociale tra i due e quando lo scalpore suscitato sembra impattare sulla vita dei figli, che pure sono già grandi e vivono fuori città per gli studi universitari, Cary decide di lasciare Ron ma non riesce a dimenticarlo tanto da somatizzare le pene amorose. Quando i figli indifferenti alle sue esigenze, prendono decisioni sul suo futuro, Cary torna da Ron che cade  malamente da un dirupo innevato per raggiungerla…

Il secondo film che ha per protagonisti Rock Hudson e Jane Wyman divenne obbligatorio dopo l’enorme successo di Magnifica Ossessione e come il lavoro precedente, Secondo Amore diventa un classico della cinematografia, di cui Fassbinder gira un originale remake in La paura mangia l’anima, John Waters fa la parodia in Polyester e Todd Hayns omaggia in Lontano dal Paradiso (anche nel titolo, visto che la traduzione letterale del titolo sarebbe tutto ciò che il Paradiso concede).


Si tratta di un melo fiammeggiante che è una pungente satira (?) sociale della condizione femminile nei perbenisti anni’50 americani.
Cary è ancora giovane e piacente, la sua condizione di vedova la mette in una posizione particolare per cui alcuni corteggiatori si sentono liberi di prendersi qualche libertà di troppo.
I figli che tornano a casa dal college solo nei fine settimana sarebbero felici di vedere la madre sistemata, possibilmente con un vecchio signore perché a una donna di mezz’età è concesso un nuovo amore che le faccia compagnia, la passione va dimenticata.

Mentre si destreggia a fatica in questa situazione, Cary incontra Ron, un giovane aitante con idee molto chiare e particolari: un seguace di Thoreau, e alcuni brani di Walden sono espressamente citati (letti e commentati) da alcuni personaggi.
Nasce un amore inatteso e che da subito si dimostra complicato: le convenzioni sociali di Cary si scontrano con il rigore tutto d’un pezzo di Ron; se Cary affronta e supera diverse sovrastrutture con l’aiuto di Ron, non può che mettere al primo posto il suo ruolo di madre e rinunciare a quell’amore che tanto disturbo porta nelle vite dei figli.
I figli appaiono particolarmente irriconoscenti verso il sacrificio materno ma è solo la vita che va avanti e quindi che fa se la casa di famiglia che al tempo del fidanzamento con Ron era il simbolo della dinastia degli Scott, dopo pochi mesi diventa una magione inutilmente costosa? In fondo alle vedove americane non viene mica chiesto di buttarsi nel fuoco nel rogo della pira del marito come alle donne indiane, per loro c’è il conforto della televisione che tiene compagnia nelle serate solitarie.

Sarà proprio il riflesso del proprio volto nel grigio dell’elettrodomestico sempre abborrito e imposto dal figlio a dare a Cary la forza di ribellarsi ad ogni convenzione, anche a quella materna per farla tornare da Ron e sostituire il vetro del tubo catodico con la vetrata sul bosco dove si affacciano i cervi.


Se il film propugna una ribellione alle consuetudini sociali, stilisticamente procede per antinomie: le due feste a cui partecipano i due fidanzati, quella degli amici anticonvenzionali di Ron con gente di ogni età e condizione sociale spinta solo dal desiderio di star bene insieme mostra una realtà opposta alla festa in cui Cary presenta il fidanzato alla sua cerchia sociale: il covo di maldicenze tra persone che si frequentano solo perché della stessa classe sociale sfocia presto in rissa.
L’abito di colore rosso che Cary indossa per un ricevimento è ritenuto troppo scollato dal figlio, quando la figlia annuncia alla madre il proprio matrimonio indossa un abito con lo stesso punto di rosso a sottolineare ancora una volta a quale stagione della vita appartenga la sensualità.


Ovviamente Sirk avrebbe voluto terminare il film con la morte di Ron in seguito alla caduta dal dirupo e la costruzione della scena riserva un grande pathos che lascia presagire una disgrazia ma altrettanto ovviamente i produttori imposero l’happy end con la certezza che Ron si sarebbe ripreso e dando modo a Cary di vestire l’ennesimo cliché: quello della crocerossina.

Fari nella nebbia

Italia, 1942
con Fosco Giachetti, Mariella Lotti, Luisa Ferida, Antonio Centa, Mario Silenti, Lauro Gazzolo, Nelly Corradi, Dhia Cristiani, Carlo Lombardi, Lia Orlandini
regia di Gianni Franciolini



Farinellanebbia


Cesare, camionista di lunga percorrenza è spesso in lite con Anna, la giovane moglie moglie che si annoia a restare a casa ad aspettarlo. La rottura tra i due è inevitabile e Cesare finisce per mettersi con Piera che ha fatto di tutto per sedurlo ma quando la donna capisce che Cesare non è veramente innamorato di lei lo tradisce con un collega. Cesare se ne accorge e torna nella casa coniugale a prendere la pistola per vendicarsi ma qui incontra Anna e i due sposi si ritrovano.



Fari nella nebbia


Un melodramma a lieto fine che si segnala per uno spirito realistico che anticipa l’imminente neorealismo di Ossessione.
Se stiamo a vedere il soggetto potrebbe essere adatto anche a una commedia da telefoni bianchi: la mogliettina giovane che vuole fare la bella vita ma poi si pente, il marito che nel frattempo si trastulla con una donna leggera che, capito di non poterlo avere lo tradisce con un altro, happy end con l’amore ritrovato tra i due coniugi; a cambiare totalmente è l’ambientazione che mostra la vita dura dei camionisti, le nebbie del Turchino (il film è ambientato e girato tra Acqui e Savona) che richiamano il clima da Fronte popolare de Il porto delle nebbie, anche se i francesi avrebbero fatto schiantare l’automezzo di Cesare dopo la riconciliazione con la moglie.



Farinella nebbia


Franciolini mostra la vera condizione popolare: case di ringhiera, interni dignitosi ma poveri, scene girate dal vero (ho riconosciuto una storica curva di quando si svalica il Turchino), quanto di più distante dalle commedie dei telefoni bianchi che scimmiottavano il bel mondo delle commedie sofisticate americane con ambientazione mitteleuropea quando il tema era il disfacimento della famiglia.



Fari nellanebbia


C’è un interesse inconsueto per la condizione femminile: Anna ha vent’anni, un marito sempre via per lavoro, quello che chiede è di poter continuare a fare la commessa e svagarsi ogni tanto e non diventare subito madre ma l’alternativa al matrimonio è quello di essere una ragazza leggera, che deve ricambiare le cene e i balli concedendosi al corteggiatore, una mentalità che sarebbe perdurata fino alla fine del secolo. Piera è nella condizione a cui Anna si rifiuta di cedere e spera di trovare l’amore vero con Cesare, tanto che è disposta ad imparare anche a cucinare ma quando capisce di essere solo un passatempo anticipa l’abbandono di lui buttandosi nelle braccia del suo collega.



Fari nella nebbia


Ambientazione realistica, sottolineatura dell’insoddisfazione femminile: l’era del cinema come propaganda dei principi fascisti volge decisamente al termine.

Un gelido inverno

Ungelidoinverno Ree Dolly ha diciassette anni e si occupa a tempo pieno del fratellini minori e della madre, svanita nei meandri della depressione. Il padre, spacciatore, entra ed esce di galera, fino al giorno in cui per pagare l’ennesima cauzione, ipoteca la casa dove vivono i suoi figli. Lo sceriffo informa Ree che se il padre non si presentera’ al processo perderanno la proprieta’. Alla ragazza non resta che infrangere le leggi non scritte della comunita’ per salvare la sua famiglia.

Un gelido inverno e’ un gran bel thriller, di quelli imprevedibili in cui non sai mai che sviluppo avra’ la vicenda. Il pregio maggiore della pellicola, girata con un rigoroso realismo, e’ pero’ l‘indagine antropologica condotta dalla regista Debra Granik su un America rurale di cui noi europei non sospettiamo neppure l’esistenza. Un mondo atavico che si regge ancora sulle leggi del clan e l’occhio della regista e’ molto attento alla condizione femminile: donne guardiane e paladine di uomini che incutono timore, sempre presi dai loro traffici illegali. Ree e’ una Dolly e sa bene quale e’ il suo posto nella comunita’ pero’ e’ costretta a infrangere secolari leggi non scritte per salvare la propria famiglia dato che non c’e’ nessun uomo che la possa aiutare.
La Granik sottolinea la condizione femminile attraverso la metafora degli animali: cani alla catena, scoiattoli, il terribile muggito del vitello, parossistica anticipazione del pestaggio di Ree.
Il tutto si ricollega alla dimensione panica dei boschi del Missouri che rimanda al gotico americano sia pittorico che letterario: gli inquietanti barns, i granai di legno dal tetto a punta dove si puo’ nascondere l’orrore di lovecraftiana memoria, la carrellata di auto e furgoni lasciati ad arrugginire testimonianza della nuova depressione e vaga reminiscenza delle porte da non aprire degli anni ‘70 e non vorremo mica credere casuale il cameo di Sheryl Lee, la Laura Palmer di Twin Peaks in questo gioiellino di suggestioni macabre appena accennate dove la scena del recupero del cadavere nel lago con la barca guidata dalle due megere (una ha anche un nome dai rimandi oscuri, Merab) assume la dimensione di un viaggio iniziatico nella terra dei morti per la giovane Ree che puo’ salvare la sua famiglia solo confrontandosi con la morte.

Bright Star

BrightStar La cosa piu’ irritante dell’ultima fatica di Jane Campion e’ la sinossi molto diffusa che definisce la protagonista femminile, Fanny Brawne, una studentessa di moda. Sorvoliamo sul fatto che chi ha il dovere di valutare una pellicola anche per la sua attendibilita’ storica si dovrebbe guadare bene dal mettere in giro strafalcioni di questo genere: nel 1818 le scuole di moda proprio non esistevano.
Fanny Brawne non e’ solo una ragazza di buona famiglia che pensa a orli e falpala’ per frivolezza, per Fanny la creazione attraverso il cucito (e con dettagli di ago e filo si apre la pellicola) e’ un modo di esprimere se’ stessa, come si vede nella scena della federa ricamata d’impulso alla notizia della scomparsa del fratello di Keats, morto a sua volta di tisi. La contrapposizione tra la creativita’ intellettiva di John Keats e quella manuale della sua amata (una delle poche liberta’ di espressione concesse alla donna del XIX secolo) e’ uno dei perni del film, conoscendo l’attenzione della regista per la condizione femminile: febbrile la creazione di Fanny quanto oziosa quella di Keats che puo’ creare restando pigramente seduto a guardar fuori dalla finestra.
E’ la stessa Fanny a cercare di attirare l’attenzione del poeta, che il suo ospite, il signor Brown vorrebbe proteggere dalle tribolazioni cosi’ umane del sentimento. Il racconto dell’amore giovanile tra John Keats e la bella Fanny procede con una dolce leggerezza che trova corrispondenza nel succedersi delle stagioni; un amore fatto per lo piu’ di lontananze dovute alla salute precaria del poeta e alle sue pessime condizioni economiche che non gli consentirebbero mai di chiedere la mano di Fanny, un sentimento la cui purezza si rispecchia negli occhi limpidi di Toots, la sorellina minore di Fanny, testimone di tutti i passi, dolenti e felici, di quella passione ed e’ attraverso lo sgomento dei suoi occhi, piu’ che la sofferenza di Fanny, che soffriamo per la morte del venticinquenne Keats, avvenuta a Roma e messa in scena con il feretro funebre che attraversa una Piazza di Spagna lugubre deserta.