Il Fauno

IlfaunoItalia, 1917, Ambrosio Film
con Febo Mari, Nietta Mordeglia, Elena Makowska, Vasco Creti, Oreste Bilancia, Ernesto Vaser
regia di Febo Mari

Una sera lo scultore Mariotti lascia a casa la modella e amante per recarsi al casinò dove ha appuntamento con un’altra donna. La modella è piuttosto agitata perché sospetta un tradimento e quando si addormenta sogna che la statua di un fauno prenda vita e la seduca. Quando in pagamento dei debiti di gioco lo scultore fa scegliere una scultura ai principi Mierbo, la principessa Elena, che è la sua amante, sceglie proprio quella del fauno perché vede l’attaccamento che la “piccola amica” dello scultore ha per l’opera.
Durante il trasporto il fauno di pietra cade e riprende nuovamente vita fuggendo nei boschi con la modella che stava seguendo il carro. E’ un periodo idilliaco ma un giorno un cacciatore insidia la ragazza e il fauno lo scaccia dopo aver lottato con lui ma “il figlio di Caino” (citazione didascalia originale) gli spara alle spalle. Con la morte del fauno la modella torna dallo scultore e quando trova l’ennesima lettera d’amore della principessa decide di ricattarla per riavere la statua ma la donna non teme lo scandalo, la modella cade come morta ai piedi del suo fauno ma si risveglia nello studio dello scultore: è passata solo un’ora da quando lui è uscito da casa.




Ilfauno


Il fauno è un capolavoro del cinema simbolista italiano, il film più celebre di Febo Mari, autore e protagonista dell’opera che mischia diverse caratteristiche. L’apertura e la chiusura sono molto teatrali con l’autore che esce dai tendaggi e arriva sul proscenio all’inizio per spiegare e poi chiosare la sua opera al pubblico. A questa introduzione così classica seguono scelte cinematografiche ben precise e anche alcuni aspetti piuttosto innovativi.




Ilfauno


I protagonisti hanno tutti un nome simbolico anche se alcuni di loro hanno un vero nome e cognome: il fauno è Mito, l’ideale amoroso maschile forte ma protettivo verso la donna amata, la modella è Fede, per la capacità di credere nel sogno, in un ideale di amore perfetto fatto di vita semplice, da Paradiso Terrestre, come dice una didascalia. Lo scultore è Arte, la capacità di fermare la vita e l’ideale nella materia. La principessa Elena à Femmina, la vamp che vive nel lusso, che non teme lo scandalo modello femminile contrapposto alla purezza di Fede, e così via anche per gli altri personaggi o situazioni.




Il fauno


L’opera vanta una fotografia notevole di Giuseppe Vitrotti che grazie ai viraggi trasforma la pellicola in “uno dei più abbaglianti film a colori tramandati dal muto” come ebbe a dire  Paolo Cherchi Usai nel 1994 in occasione del restauro dell’opera.
L’erotismo esplicito tra i protagonisti, il naturalismo delle scene in plein air fanno de Il Fauno uno dei capisaldi del cinema simbolista; va sottolineata la bravura di Febo Mari che come attore esprime una sensualità ancora attuale, ben diversa da quella de Il Fuoco, mentre come regista regala alcune chicche: il ritorno di Fede dallo scultore dopo la morte del fauno è ripresa attraverso lo spioncino della porta di Mariotti: vediamo la donna avvicinarsi, scrutare all’interno poi un breve carrello all’indietro (l’unico nel film) racconta l’ingresso della donna nell’atelier.




Il fauno


Un altro particolare è la linea temporale quasi perfetta tra sogno e durata del film di 69 minuti: da quando s’inquadra l’orologio che segna le 22 e Fede si addormenta, trascorrono esattamente un’ora e tre minuti per raccontare il suo amore con il Fauno e il suo risveglio alle 23, una precisione degna di Mezzogiorno di Fuoco.

Silence

Silence

Nel 1640 arriva in Portogallo l’ultimo rapporto di Padre Ferreira, gesuita missionario in Giappone. La missiva narra di terribili persecuzioni verso i cristiani e nel lungo tempo in cui la lettera ha impiegato ad arrivare si è sparsa anche la voce che padre Ferreira abbia abiurato la fede cattolica e si sia sposato. Padre Rodriguez e Padre Garupe, giovani religiosi formati da Padre Ferreira non possono credere che il loro mentore non sia stato in grado di sopportare il martirio e decidono di partire per il Giappone per riabilitare la figura del loro maestro.

Ho amato molto Silence per la lucidità con cui Scorsese ci mostra passo passo il percorso interiore di Padre Rodriguez che con il confratello Padre Garupe parte per il Giappone pur sapendo di dover affrontare un viaggio pericoloso e forse mortale ma se Rodriguez nella sua giovanile esaltazione religiosa si crede pronto al martirio per imitare Cristo, non immagina neppure che quello che lo aspetta è soprattutto un viaggio dentro sé stesso alla scoperta della propria fede.
Se i due religiosi partono principalmente con l’intento di riabilitare il loro mentore che credono vittima di calunnia, soprattutto Padre Rodriguez rimane colpito dalla fede cristallina dei cristiani giapponesi disposti al martirio pur di non abbandonare la loro religione e l’esaltazione del religioso cresce nel rivivere in prima persona un momento drammatico ma glorioso simile a quello dei primi cristiani nelle catacombe.
Ben presto imprigionato Padre Rodriguez deve confrontarsi con una realtà più subdola di quel che avrebbe mai potuto immaginare: l’inquisitore non vuole il suo sangue, non è spietato nei suoi confronti ma circuisce il gesuita con raffinata crudeltà, anche psicologica perché gli sottopone gli aspetti latenti di colonialismo insiti nell’evangelizzazione e lo pone di fronte alla scelta di rinunciare alla fede per salvare i suoi compagni di sventura, contadini innocenti colpevoli non tanto di professare una fede diversa quanto di essere a migliaia quindi sacrificabili mentre l’ultimo prete cattolico del Giappone ha un valore inestimabile: la sua abiura, anche solo formale, sarà d’esempio per il popolo.
Lentamente, dopo aver ritrovato Padre Ferreira che effettivamente vive come un giapponese sposato, Rodriguez capisce che il sacrificio più grande è l’abiura: tradire sé stessi per salvare gli altri e il religioso troverà la forza di compiere questo estremo passo di umiltà.


RodriguezKichijiro

Contraltare di Rodriguez è  Kichijiro, il giapponese ubriacone incontrato a Macao che diventa la guida dei due religiosi nel viaggio in Giappone.
Kichijiro è roso dal rimorso di aver abiurato, calpestando un’immagine sacra mentre tutto il resto della sua famiglia ha preferito morire piuttosto che venire meno al credo, Confessato da Rodriguez, Kichijiro tradirà ancora la propria fede, e sarà il delatore che fa arrestare Rodriguez ma sul suo destino Scorse lascia un dubbio: trovato con indosso un’immagine sacra non sappiamo se  Kichijiro verà punito o abiurerà per la quarta volta, al regista interessa fondere nel suo personaggio le figure antitetiche di Pietro e Giuda: in fondo anche il primo Papa ha rinnegato tre volte Gesù la notte della Passione.
Oltre che religioso, Silence è un film profondamente politico: impressiona che l’alto dignitario giapponese incaricato di sradicare la fede cristiana sia chiamato inquisitore, parola che a noi riporta a mente gli orrori perpetrati dalla fede cristiana ma ancora una volta se la vera fede è qualcosa di intimo che può trascendere l’abiura il vero scandalo è quando la fede diventa emblema di potere e peggio del potere politico c’è l’arroganza di vuole assoggettare la libertà di credo, quindi di pensiero dell’altro, con pubbliche mortificazioni.

Il giardino di Allah

IlgiardinodiallahThe Garden of Allah
USA 1936 Selznick International Pictures
con Marlene Dietrich, Charles Boyer, Tilly Losch, Basil Rathbone, Joseph Schildkrau, John Carradine
regia di Richard Boleslawski

Monica Tilden è una giovane ereditiera che ha sempre avuto un forte senso religioso e alla morte del padre vorrebbe ritirarsi nel convento in cui ha studiato ma la madre superiora le consiglia un viaggio nel deserto per cercare sé stessa. In Algeria la donna s’innamora, riamata, di Boris Androvsky, un uomo tormentato e dal passato oscuro, i due si inoltrano nel deserto e vivono felici fino a quando l’incontro con un ufficiale francese non porta a scoprire la vera identità di Boris: è un monaco trappista fuggito dal convento per sperimentare la vita nel mondo. La profonda fede di Monica la porta a restituire l’amato alla vita religiosa.

ThegardenofallahIl giardino di Allah è il remake sonoro di un film che aveva avuto due versioni all’epoca del muto, nel 1916 e nel 1927; si tratta di una storia piuttosto bislacca, soprattutto ai nostri giorni in cui non troveremmo così scandaloso che un frate abbandoni la tonaca e sicuramente metteremmo l’amore di coppia davanti a quello per il Signore, sicuri che nella sua misericordia comprenda l’amore umano in cui lo stesso Boris dice di aver ritrovato Dio.

MarlenebnUna stranezza interessante è quello di trovare Marlene Dietrich nel ruolo inconsueto della donna di buoni principi, solitamente alla Dietrich vengono affidati ruoli da peccaminosa che si riabilita per amore o con l’amore sul finale. Si tratta dell primo film a colori girato dalla diva e devo dire che per quanto sempre bellissima, la bellezza diafana di Marlene guadagna con il bianco e nero anche se Colette scrisse che «Devant la couleur rose bonbon de la bouche pincée de [Marlene], l’or anémique de ses cheveux, l’azur incertain de son regard, les bras nous en tombèrent» (fonte wikipedia)
La pellicola è la quarta girata con in technicolor ed è prodotta da David O.Selznick, il marchio del tycoon si vede nelle silhouette stagliate contro incendiati tramonti (e anche albe) che caratterizzeranno anche il suo capolavoro, Via col Vento.

IrenaGirato in California e in Arizona, il film mette in scena tutta la paccottiglia esotica legata al fascino del deserto ereditato dal cinema muto, ad esempio il balletto sensuale di Irena (Lili Tosh), il vecchio che legge il futuro nella sabbia (John Carradine). Basil Rathbone, C. Aubrey Smith e Joseph Schildkraut nei panni del divertente Batouch, il tipico levantino servile, completano un cast che testimonia un progetto costoso che finì per costare cifre spropositate per le sperimentazioni tecniche dovute al colore.

Johncarradine

Giudizio sul DVD

il DVD della Sinister Film offre un buon riversamento del colore estremamente luminoso.
I contenuti extra sono composti da una galleria fotografica e un mini poster con la tagline dellepoca per il lancio del film.
Il valore aggiunto è però il film muto tedesco del 1929 Il bacillo dell’amore di Robert Land che ha per protagonista Marlene Dietrich.

The young pope

Theyoungpope

I primi tre anni di pontificato di Lenny Belardo inaspettatamente eletto a soli 47 anni. Il giovane papa, ritenuto facilmente manovrabile, sconcerta tutti scegliendo il nome di Pio XIII riallacciandosi all’intransigenza conservatrice dei predecessori con quel nome e decidendo di non mostrarsi mai ai fedeli, almeno fino all’ultimo (?) viaggio a Venezia..

Da sempre affascinato dal tema del potere, era prevedibile che prima o poi Paolo Sorrentino indagasse la figura del Papa dove il potere terreno con i suoi aspetti più triviali trascende nel misticismo.
Il mezzo televisivo permette al regista un’analisi approfondita spacciando per serie tv un film lungo 10 ore che ha fidelizzato il pubblico con buona pace di chi solo qualche mese fa criticava la lunghezza ritenuta improponibile del film Leone d’Oro a Venezia 2016, The Woman Who Left di Lav Diaz.
Sorrentino non rinuncia a nulla del suo stile barocco e rarefatto, non concede nulla al più indolente pubblico televisivo anche se di nicchia come quello di una pay tv dedicata al cinema e lo conquista con la storia di un uomo estremamente complesso dove luce e ombra coesistono di pari grado: basti dire che Lenny Belardo è un uomo in grado di compiere miracoli ma che non crede in Dio, infatti a tutti pone la stessa domanda, anche alla escort incontrata per caso in un bar: dove/come ha trovato Dio.
Belardo coglie solo l’assenza di Dio, riflesso di quella dei suoi genitori che lo hanno abbandonato in orfanotrofio per potersene andare a Venezia.

DonnaBarbuta

Seppure non crede (o crede di non credere) Pio XIII è prima di tutto un sacerdote estremamente ligio ai suoi voti, a partire da quello di castità, pur essendo un uomo estremamente bello e conscio di esserlo, tanto da risultare incorruttibile e da sconcertare i tentativi di ricatto da parte dello scaltro Segretario di Stato, il cardinal Voiello, politico senza scrupoli disposto a tutto per la Chiesa, che forse ama solo un po’ meno dell’adorato Napoli ma che poi si rivela capacissimo di gesti di grandissima umanità, in apparente contraddizione con la sua natura manipolatrice che alla fine trova anche il modo di circuire il monolitico papa portandolo a decidere il viaggio veneziano sulle cui conseguenze si chiude la prima stagione della serie.
Se la complessità dell’animo umano è sempre stata al centro del cinema di Sorrentino, il regista napoletano si caratterizza anche per il gusto dell’iconografico dell’immagine e l’iconografia ha un peso fondamentale in The Young Pope, Belardo ci viene mostrato quasi sempre mentre fuma e non si è mai visto un Papa fumare, per lo meno non in pubblico, la scelta non è solo simpaticamente insolita ma sottolinea il tentativo di dipingere il ritratto intimo di una figura pubblica, anche il non volersi mostrare non è solo uno sfizio per elencare i più celebri artisti che rifiutano di farsi riprendere, da Salinger a Mina, passando per Kubrick ma sottolinea un dato di fatto: non abbiamo immagini di un papa che esulino dagli aspetti pubblici della sua vita, non esistono scatti rubati, intimi di un papa durante il pontificato ma ne conosciamo solo l’immagine istituzionale mentre Belardo ci viene mostrato negli aspetti più banali della sua esistenza come nel fare ginnastica.

TheyoungpopeSigla

L’iconografia pittorica ha poi un ruolo fondamentale perché è il primo linguaggio con cui la religione ha comunicato con i fedeli e molti sono i messaggi che il regista affida ai quadri scelti: se Pio XIII è un po’ la summa di tutti gli ultimi papi, La donna barbuta dello Spagnoletto richiama tanto quel “Dio è madre” di Giovanni Paolo I.
Ovviamente non si può non parlare della bellissima sigla che tanto ha colpito positivamente, in rete si trovano numerosi articoli che elencano i quadri mostrati, una sorta di summa dell’immagine della chiesa nel corso dei secoli fino a La nona ora di Maurizio Cattelan. Mi pare più interessante notare che nella sigla del quinto episodio, quello in cui Pio XIII compie le scelte più intransigenti, manca l’opera di Cattelan e le letture della scelta possono essere molto interessanti.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione

Kesslercircus La mostra attualmente in corso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino propone un’interessante riflessione sui media, in un epoca in cui siamo sovraesposti all’informazione visiva, non a caso a colpirmi di più sono stati le opere che non usavano il video come mezzo per indagare il rapporto mediatico.
Di sicuro impatto è l’opera di Hans Peter Feldman 12/9 Frontpage che raccoglie più di centocinquanta prime pagine di quotidiani di tutto il mondo del 12 settembre 2001, il giorno seguente l’attentato alle Torre Gemelle. A più di un decennio di distanza l’ossessiva rappresentazione del messaggio dai toni apocalittici crea un forte senso di oppressione e conferma definitivamente che quella data è uno spartiacque fondamentale nella storia dell’umanità.
Thomas Hirshhorn propone Ingrowth opera del 2009 che mi ha fatto fortemente riflettere: quattro manichini femminili che rappresentano le quattro virtù Fede, Speranza, Grazia, Verità mutilati da enormi fori e legate dalla treccia dei capelli una volta a modelli scientifici che mostrano l’interno del corpo umano, oppure a una serie di giocattoli che rappresentano degli eroi dei fumetti e per finire a foto di cronaca molto esplicite nel mostrare vittime di sparatorie e per questo rifiutate dai media. Di fronte a quest’ultima istallazione che dovrebbe far inorridire al solo pensiero mi sono accorta di non provare quasi emozioni perchè scene del genere sono proposte con una certa frequenza dal cinema horror e non solo. Sono diventata indifferente per troppa sovraesposizione a immagini raccapriccianti o il pensare che quelle teste spappolate siano COME quelle dei film è un’estrema forma di difesa?
Se l’opera di Hirshhorn mi pone delle domande mi ha angosciato il Kessler’s circus di John Kessler, ispirato alla celebre opera di Calder, Calder’s Circus: Kessler ripropone una fantasia di oggetti in movimento sotto una tenda da campo militare e i personaggi sono soldatini spesso mutilati che vorticano furiosamente ripresi ognuno dalla propria telecamera che ne riflette l’immagine su una serie di schermi posti ai lati dell’istallazione, una follia ipercinetica e tragica che arriva dritta allo stomaco, forse perchè riprende modelli legati all’innocenza dell’infanzia e del gioco.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16, Torino
2 Febbraio – 13 Maggio 2012