L’asso nella manica

L'assonellamanica Ace in the Hole
Usa 1951 Paramount
con Kirk Douglas, Jan Sterling, Robert Arthur, Porter Hall
regia di Billy Wilder

Il giornalista Charles Tatum, beone e fallito cerca di rilanciare la sua carriera in un piccolo giornale di Albuquerque e dopo un anno di attesa ci riesce incappando nell’incidente di Leo Minosa, rimasto intrappolato nel crollo di una grotta dove si era infilato per depredare manufatti indiani. Basterebbero meno di 24 ore per estrarre Minosa ma Tatum vuole sfruttare il caso fino all’ultimo e così, con la complicità dello sceriffo corrotto prossimo alla rielezione, fa perforare la montagna dall’alto e prolunga il salvataggio di una settimana trasformando l’attesa in un grottesco spettacolo ma Leo Minosa muore quando la perforatrice lo ha quasi raggiunto.

Tra le perle della produzione di Billy Wilder questa pellicola è la meno nota, stroncata inizialmente dalla critica perché un film troppo in anticipo sui tempi. La sua valenza anticipatrice poi è così impattante che passano in secondo piano le scelte stilistiche del regista che lavora molto sui piani sequenza, in una scena iniziale, quando Tatum è stato appena assunto nel giornale, Wilder usa lo stesso espediente di Hitchcock in Nodo alla gola (1948) facendo terminare il carrello sulla camicia scura del protagonista per riprendere poi dallo stesso punto un nuovo piano sequenza pur facendo capire dai dialoghi che c’è stato un salto temporale di un anno.
Il percorso iniziale nella caverna riprende i chiaroscuri del cinema espressionista tedesco, è quasi un viaggio nell’anima nera di Tatum per vedere fin dove il cinico giornalista si saprà spingere e nel delirio finale Charles Tatum arriva addirittura a confessare di aver prolungato l’agonia di Minosa solo per continuare lo scoop giornalistico, non certo per redimersi.
Aceinthehole Il film è sostenuto dalla grande prova attoriale di Kirk Douglas, che sa essere mellifuo (Minosa morirà convinto che Tatum sia il suo migliore amico) cinico o spietato secondo l’occorrenza.
Non è solo Tatum ad essere una figura mefistofelica, per il suo scoop ha la fortuna di poter contare su diversi loschi figuri, lo sceriffo corrotto a cui serve la pubblicità mediatica per essere rieletto, Lorraine, l’avida moglie di Minosa, che copre il gioco del giornalista per i notevoli incassi che la notizia sta portando al povero emporio di famiglia. La donna da sempre vuole fuggire dal nulla del deserto e vede in Tatum un compagno ideale ma il giornalista la rifiuta per costringerla a interpretare il ruolo di moglie affranta che ha disegnato per lei negli articoli e la donna finirà per accoltellarlo con un paio di forbici.
Poi c’è il pubblico, la massa attirata dalla curiosità per la tragedia, così gonza da farsi spennare per un souvenir, un panino o uno spettacolo canoro per ingannare l’attesa. Il film è stato girato nel 1951 quando in Italia non c’era ancora la televisione e se vogliamo fare un po’ di date riferite al nostro Paese, L’asso nella manica esce esattamente trent’anni prima della tragedia di Vermicino di cui in questi giorni ricorre l’anniversario ma i turisti in gita sui luoghi dei delitti in Italia sono diventati un caso solo con il delitto Scazzi e il ristorante che si fa pubblicità con la vista sui resti della Concordia risale allo scorso anno; per le foto accanto alle macchine bruciate nella rivolta dei blackbloc dello scorso maggio abbiamo aspettato l’avvento di istagram eppure tutti questi elementi sono già ben delineati nella profetica visione del mondo mediatico di Billy Wilder e anche oggi, rivisti dallo spettatore più scafato, sono ancora un pugno dello stomaco per la lucidità di descrizione che non contiene giudizio ma si limita a rappresentare senza filtri la complessità dell’animo umano anche in un apologo amaro come questo.

Dieci incredibili giorni

10incredibiligiorniloc
La décade prodigieuse
Francia 1971
con Michel Piccoli, Anthony Perkins, Marlène Jobert, Orson Welles
regia di Claude Chabrol

Quando, per l’ennesima volta, Charles Van Horn si risveglia in un albergo senza sapere come mai si ritrova lì, chiede aiuto al suo ex professore, Paul Regis che, seppure riluttante, lo segue nella ricca villa dei Van Horn. Qui tutto gira intorno a Theo, padre di Charles, che pretende di continuare a vivere nel 1925, l’anno più bello della sua vita, costringendo i familiari a vestirsi con abiti d’epoca. Charles e la matrigna Helene confidano a Paul di essere amanti e ricattati..

Tratto dall’omonimo romanzo di Ellery Queen, Dieci incredibili giorni è sicuramente un’opera minore di Chabrol, che si lascia andare a qualche eccesso virtuosistico di troppo (gli stessi titoli di testa) e a un’eccessiva verbosità che appesantiscono la trama. Il film vorrebbe essere un cross over tra Hitchcock e Welles: dal maestro del brivido Chabrol prende l’attore feticcio di Psycho, Antony Perskins facendogli interpretare un altro psicopatico vittima questa volta del padre anziché della madre e la parte del professore interpretato da Michel Piccoli ricalca quella di Rupert Cadell (James Stewart), il professore che scopre il terribile omicidio dei suoi studenti in Nodo alla gola.


Per quanto rigaurda Orson Welles, l’attore è materialmente presente nel film dove veste i panni di Theo, il dio padre (omen nomen) che tira i fili della tragica vicenda. Si tratta del solito ruolo alimentare di Welles che da par suo sa essere mellifuo e mefistofelico al tempo stesso. Evidente il naso posticcio che Welles indossa come in quasi tutti i suoi film. L’omaggio ai film wellesiani si manifesta soprattutto nel finale dove alla morte di Theo la luce si accende invece di spegnersi come in Quarto Potere: certo, è la servitù che si alza richiamata dl colpo di pistola ma il rimando cinefilo è piuttosto chiaro.
Nonostante il ritmo spezzato da qualche lungaggine, il film sa anche affascinare creando un’atmosfera oppressiva e morbosa, resa ancora più straniante dai costumi anni ’20.

Merle Oberon

Merle_oberon Il 23 novembre 1979, moriva a Malibù, a soli 68 anni di età, Merle Oberon, stella di prima grandezza degli anni ’30 la cui vita sembra uscita da un melodramma, tanto che il nipote Michael Korda a metà anni ’80 le dedicò una biografia romanzata dal titolo Queenie che lessi all’epoca: i ricordi sono vaghi ma positivi. Dal romanzo fu tratta anche una miniserie televisiva.

Queenie Estelle Merle O’Brien Thompson nasce a Bombay il 19 febbraio 1911 da una coppia mista, padre ufficiale britannico e madre originaria di Ceylon. Recentemente si è scoperto che quelli che Estelle aveva considerato i suoi genitori erano in realtà i suoi nonni e la vera madre della bambina era quella che lei riteneva la sorella maggiore.
Dopo la morte improvvisa del padre nel 1914, la famiglia si riduce a vivere nella più completa povertà a Calcutta. La piccola Estelle si innamora ben presto del cinema e nel ’29 incontra un personaggio che le promette di farle fare carriera ma l’uomo scompare quando scopre che è di sangue misto. La ragazza non si perde d’animo e si trasferisce comunque a Londra ma per tutta la vita cercherà di tenere nascoste le proprie origini razziali, presentando la madre come la cameriera e figurando di esser nata in Tasmania: la località australiana risultava più prestigiosa dell’India.
Oberonbolena A Londra inizia a lavorare nei night club e a fare la comparsa con il nome d’arte di Queenie O’Brien; la sua carriera decolla grazie all’incontro con il regista Alexander Korda che la vuole per il ruolo di Anna Bolena nel suo capolavoro, Le sei mogli di Enrico VIII del 1933. L’anno seguente sempre Korda, in veste di produttore, la sceglie per il ruolo di Lady Marguerite Blakeney per La primula rossa con Leslie Howard e la regia di Harold Young. Questi sono i due titoli più famosi dei diversi che l’attrice interpreta in quel bienno, nel 1935 è già a Hollywood sotto contratto per la MGM. Esordisce a Hollywood con una commedia musicale accanto a Maurice Chevalier ma è con L’angelo delle tenebre, sempre del 1935, melodramma su due fratelli innamorati della stessa donna, Kitty Vane, che Merle Oberon guadagna la candidatura agli Oscar


Angelodelletenebre

La sua carriera è in continua ascesa con film come La Calunnia, la commedia brillante L’avventura di Lady X, fino al ruolo che la consacra all’olimpo cinematografico, quello di Cathy ne La voce nella tempesta, trasposizione cinematografica di Cime Tempestose del 1939 diretta da William Wyler. Nel ’39 sposa il suo mentore, Alexander Korda con cui resta legata fino al 1945 e, come tutte le star di grido, si propone per il ruolo di Rossella in Via col Vento.

Lavocenellatempesta

Nonostante i successi, una tragedia si abbatte sull’attrice: nel 1937, un grave incidente automobilistico le lascia brutte cicatrici sul volto tanto che viene sospeso il kolossal Io, Claudio, in cui doveva interpretare Messalina di nuovo accanto a Charles Laughton, con la regia di Josef von Sternberg. Per permettere all’attrice di continuare a recitare, oltre all’uso del trucco, viene inventato un riflettore compatto che smorza le luci che accentuano i tratti del volto, il disposito si chiama Obie, diminutivo di Oberon ed è progettato dal direttore della fotografia Lucien Ballard, che divenne poi il secondo marito della diva.
Oberongeorgesand La carriera dell’attrice risente comunque dell’incidente e negli anni ’40 le interpretazioni si diradano: nel 1941 viene diretta da Lubitsch in Quell’incerto sentimento, remake di un film del ’25 del maestro berlinese, Baciami Ancora. Nel 1944 è protagonista del thriller Il Pensionante per la regia di John Brahm; la pellicola è tratta dallo stesso romanzo che aveva ispirato l’omonimo film di Hitchcock del ’27.
Nel 1945 è George Sand nel biopic sulla vita di Chopin, interpretato da Cornell Wilde, L’eterna armonia di Charles Vidor.

Oberondesiree Dopo una serie di film minori e di apparizioni televisive, la ritroviamo nel 1954 nei panni di Joséphine de Beauharnais in Desirée, regia di Henry Koster, accanto al Napoleone di Marlon Brando.
Nel 1949 è fidanzata con Giorgio Cini (a cui è dedicata la famosa Fondazione veneziana) e lo vede morire sotto i suoi occhi nell’incidente aereo che lo coinvolge. Il suo terzo marito è un altro italiano, l’industriale Bruno Pagliai a cui segue un quarto con cui rimane legata fino alla morte dovuta ad attacco cardiaco.

Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen

Marconicrippen Confesso di aver acquistato questo libro per errore: fuorviata dal titolo che mi ricordava il ciclo su Aristotele della mia adorata Margaret Doody, credevo si trattasse di una storia d’invenzione in cui Guglielmo Marconi rivestiva i passi del detective, invece, mi sono ritrovata a leggere una sorta di saggio sugli esordi del telegrafo senza fili e su un delitto realmente accaduto che nel 1910, due anni prima del naufragio del Titanic, rese la telegrafia senza fili estremamente popolare glorificando l’invenzione di Marconi che fino a quel momento era stata piuttosto sottovalutata.
Per narrare la nascita della telegrafia senza fili si parte addirittura da prima di Marconi, descrivendo minuziosamente l’ambiente londinese di età edoardiana tutto volto al progresso e all’interesse scientifico che metteva sullo stesso piano lo studio delle onde herziane con lo spiritismo e secondo l’autore Erik Larson, grazie a questa passione per i fantasmi, lo studioso Oliver Lodge si distrasse dagli esperimenti sulle onde elettromagnetiche cedendo il primato al nostro Marconi che viene dipinto come un carattere piuttosto ombroso: timoroso che gli potessero rubare l’invenzione era perennemente ossessionato dal lavoro. Pare inoltre che fosse dotato di scarsissima empatia cosa che gli procurò molti nemici anche in ambito scientifico.
Di pari passo con la scoperta scientifica Larson ci illustra anche la vita di Hawley Harvey Crippen, medico considerato da tutti un uomo buono, incapace di far male a una mosca, vessato dalla seconda moglie Cora, con ambizione artistiche per cui prese il nome d’arte di Belle Elmore.
Quando la donna scompare Crippen giustifica la sua assenza con un viaggio in America per curare una lontana parente e in seguito annuncia che Belle è morta per una complicazione polmonare. La versione non convince gli amici della donna che interpellano le forze dell’ordine. Crippen confessa di non sapere se Belle sia viva o morta: ha inventato la storia per nascondere che la moglie lo ha abbandonato. Dopo essersi reso disponibile a un primo sopralluogo in casa, l’uomo fugge da Londra con la giovane amante Ethel La Neve, travestita da ragazzo. Intanto ricerche più accurate nella cantina fanno rinvenire i resti di un corpo umano, solo le viscere e brandelli di pelle mentre sono totalmente assenti le ossa. La scoperta suscita molto clamore tanto da far rivivere il mito di Jack lo Squartatore. Crippen e e la sua amante sono ricercati in tutta Europa e un giorno il capitano della nave Montrose diretta in Canada, telegrafa di avere i due a bordo. Il capitano di Scotlan Yard, Walter Dew, sale su un piroscafo più veloce per arrestare Crippen al suo arrivo e l’attenzione mondiale si concentra sulla gara tra le due imbarcazioni mentre il capitano Llewellyn invia ai giornali il resoconto delle giornate a bordo dei due ricercati, ignari di essere stati scoperti.
Il processo giudicherà Crippen l’unico colpevole scagionando la giovane Ethel ma il mistero de “l’omicidio della cantina” come fu ribattezzato dal Times, non venne mai completamente svelato e colpì molto l’immaginazione del giovanissimo Hitchcock che in molti suoi film ripropone elementi tratti da questo spaventoso fatto di cronaca: pare che il sospetto che il vicino abbia sezionato la moglie ne La Finestra sul cortile nasca proprio dal caso Crippen.

Saving Mr.Banks

Savingmrbanks Dopo aver rifiutato per quasi vent’anni di cedere i diritti di Mary Poppins a Walt Disney per farne un film, P.L.Travers, ormai sul lastrico, si lascia convincere ad incontrare il tycoon ma ci vorrà tutta la capacità persuasiva del papà di Topolino per far accettare all’ostica scrittrice il fatto che la sua magica tata diventerà la protagonista di un musical…

Abbandonata l’assurda pretesa di narrare l’intera vita di un personaggio, il biopic ultimamente tende a raccontare un singolo episodio emblematico della vita di un artista, come avviene in Hitchcock.
A Saving Mr.Banks riesce anche l’arduo compito di trasformare la narrazione degli antefatti che portano alla realizzazione di uno dei più importanti lavori della Disney in uno studio psicologico dei due antagonisti, il gigione e carismatico Walt (posso dire che mi ha ricordato un po’ Berlusconi?) e la rigida e scontrosa  Pamela Lyndon Travers. Si trascende la vicenda personale dei due ingombranti protagonisti in un apologo sul perdono di sé stessi e degli errori del passato.
Il confronto non è solo tra due personalità profondamente differenti ma anche tra due piani di narrazione opposti: il rigore filologico della ricostruzione storica dei primi anni ’60 e del lavoro precedente alla realizzazione di Mary Poppins che per volere della caparbia scrittrice furono tutti registrati per salvaguardare le sue richieste, si interseca con la rievocazione fantasiosa dell’infanzia della donna, nata Ellen Lyndon Goff, trasformata in un’adulta infelice e anaffettiva dalla morte prematura per alcolismo di un padre troppo amato.
Al regista  John Lee Hancock va riconosciuta la capacità di mantenere sempre il sottile equilibrio tra la risata e la commozione, facendo rivivere la migliore tradizione della casa cinematografica voluta da Disney.
Notevole il cast: Emma Thompson giganteggia, sulla bravura di Tom Hanks c’e’ poco da aggiungere, mi è piaciuto molto Paul Giamatti nel benevolo ruolo dell’autista personale di P.L.Travers e Colin Farrell è molto bravo come si rivela ogni volta che non è costretto nel ruolo del sex-symbol.

Auguri a Brad Pitt

Bradpitt Non sono una fan sfegatata di Brad Pitt ma il giro di boa dei cinquanta merita i dovuti festeggiamenti. William Bradley Pitt è nato il 18 dicembre 1963 a Shawnee, in Oklahoma, e cresciuto a Springfield, nel Missouri. Debutta sul grande schermo nel 1987 in Senza via di scampo di Roger Donaldson e si fa definitivamente notare nel 1991 in Thelma e Louise, suo ottavo film. Non ho amato molto questo film di Ridley Scott e quindi non ho prestato più di tanto attenzione al beefcake in questione, a differenza di gran parte del pubblico femminile.

PittThelma&Louise-jpg

La fama di Brad Pitt è cresciuta in maniera esponenziale tra pellicole romantiche come Vento di Passioni e veri cult movie come Seven e Fight Club ma io continuavo a restare insensibile al fascino del biondo divo e l’ho trovato veramente interessante sono nel ruolo di Louis de Pointe du Lac in Intervista col vampiro (Neil Jordan, 1994) dove la sua vaua espressione veniva sfruttata appieno dal ruolo. Il resto del gentil consesso intanto is sdilinquiva per Vi presento Joe Black o Ocean’s Eleven personalmente mi sono accorta delle attività recitative del nostro in Burn After Reading – A prova di spia dei Fratelli Coen: che sia stato l’amore per Angelina Jolie, dopo le scipite Gwyneth Paltrow e Jennifer Aniston a risvegliare la vena recitativa? Forse il contrappasso per essersi messi insieme durante le riprese di uno dei film peggiori della storia del cinema che ha anche il dolo di riprendere (presumo inconsapevolmente) il titolo di un film di Hitchcock. Impegno o fortuna il crisma alle capacità recitative gli arriva dalla chiamata di Quentin Tarantino per il ruolo del tenente Aldo Raine in Bastardi senza gloria, magari nei suoi prossimi cinquant’anni qualche ruga sporcherà quella bellezza da bambolotto e cederò al suo fascino, per ora happy birthay Brad!

Intervistavampiro
Fight-clug

 

Merletto di Mezzanotte

Midnigth Lace
USA 1960 Universal
Doris Day, Rex Harrison, John Gavin, Myrna Loy, Roddy McDowall, Herbert Marshall, John Williams
regia di David Miller

Merlettodimezzanotte

Kit Preston è un’ereditiera americana trasferitasi a Londra a seguito del marito, un finanziere britannico. In una sera di nebbia fitta attraversando Grosvenor Park, la donna subisce delle minacce di morte, il marito la tranquillizza dicendole che è stata vittima di uno scherzo di pessimo gusto. Le minacce si ripetono per via telefonica ma nessuno è mai presente per testimoniare le molestie e ben presto si insinua il dubbio che Kit si inventi tutto per attirare l’attenzione del marito troppo impegnato..

Midnightlace

Solido thriller che si avvale di un cast stellare, con Mirna Loy nel ruolo dell’eccentrica zia dell’ereditiera e Herbert Marshall confinato in un piccolo cameo che però rientra tra i ruoli che scombinano le carte. Merletto di mezzanotte pur richiamandosi ad Angoscia e alle atmosfere hitchcockiane, sa comunque mantenere la suspense fino all’ultimo: io avevo visto il film anni fa e pur ricordando chi fosse il colpevole mi sono ritrovata a mettere in dubbio le mie convinzioni fino alla fine perché tutti i personaggi che circondano la protagonista potrebbero avere un movente per minacciare di ucciderla, o per interessi economici, o per follia ereditata dalla guerra.
Il film di Hitchcock a cui si ispira Miller è chiaramente Il Delitto Perfetto, tanto che ritroviamo l’attore John Williams nello stesso ruolo dell’ispettore di Scotland Yard flemmatico ed arguto.
Sempre Il delitto perfetto ispira le atmosfere claustrofobiche con ombre molto contrastate dell’interno dell’appartamento dei Preston.
L’azzeccato titolo del film dal potere sinistramente evocativo è in realtà il nome di un capo di lingerie comprato dalla sposina Doris Day che nel film sfoggia un notevole guardaroba firmato dalla celeberrima costumista hollywoodiana Irene molto più valido della sua recitazione un po’ troppo sopra le righe nei momenti di tensione.

Hitchcock

1959: il successo di Intrigo Internazionale corona una carriera ormai trentennale ma Hitchcock non pensa a ritirarsi, piuttosto a sperimentare. Decide di adattare al grande schermo il romanzo di Robert Bloch Psyco ispirato a fatti realmente accaduti. La scelta viene boicottata dalle major e dalla censura e l’incaponito Hitch decide di investire di tasca propria. Psyco sarà il più grande successo della sua carriera ma mette a rischio, oltre che le sue finanze, anche lo storico legame con la moglie Alma.

Hitchcock



Il film è racchiuso tra due parentesi raccontate da Alfred Hitchcock, esattamente come gli episodi della celeberrima serie televisiva Hitchcock presenta, introducendo da subito un tono ironico nella rilettura cinematografica di Come Hitchcock ha realizzato Psyco, volume scritto da Stephan Rebello.
Il film di Sasha Gervasi, infatti, è un biopic piuttosto sui generis che analizza meticolosamente un preciso periodo della vita del grande maestro del brivido, bastante però, a farci capire la complessa personalità del cineasta e soprattutto del suo rapporto viscerale con la moglie: forse non è ancora sufficientemente noto che Alma Reville fu un supporto fondamentale anche per l’attività creativa del marito di cui fu fedele braccio destro. Il legame è raccontato con un certo divertimento anche nella gelosia tra i due e il lieto fine (“tu sei l’unica vera bionda alla Hitchcock”) forse è un po’ posticcio ma comunque regge proprio nell’ordine di quell’economia filmica da subito introdotta come ironica.
Quando viene a mancare l’ironia il film funziona meno e cioè nei dialoghi fittizi tra Hitchcock e Ed Gein, il serial killer che sta alla base del personaggio di Norman Bates: in maniera forzosa si intende spiegare la capacità del re del brivido di raccontare i lati oscuri dell’umanità come sublimazione di sue perversioni latenti.
A Helen Mirren è concesso di interpretare il ruolo di Alma senza doversi troppo immedesimare fisicamente con il personaggio, mentre Anthony Hopkins deve recitare con un ingombrante trucco per calarsi (senza riuscire perfettamente nella mimesi) nel ruolo di un uomo complessato fisicamente ma che ha fatto della sua immagine il marchio dei propri film (del resto la pellicola svela anche le grandi capacità di marketing del regista britannico). Inaspettatamente l’immedesimazione fisica più riuscita è quella di Scarlett Johansson perfetta nei panni di Janet Leigh.

Joan Fontaine

JoanFontaine L’attrice si è spenta per cause naturali il 15 dicembre 2013 a 96 anni

Joan de Beauvoir de Havilland nasce il 22 Ottobre 1917 a Tokio, come la sorella maggiore, l’attrice Olivia de Havilland. I genitori, padre avvocato e madre attrice hanno una relazione molto contrastata di cui la figlia secondogenita soffre molto, infatti dopo aver seguito madre e sorella in California, la quindicenne Joan torna a vivere per qualche anno con il padre. Nel 1934 si trasferisce definitivamente in America dove decide di entrare nel mondo dello spettacolo come la sorella. La madre le vieta di usare il nome di famiglia e Joan debutta sul grande schermo come “Joan Burfield” nella commedia romantica Non più signore che ha per protagonista Joan Crawford ma già nel secondo film del ‘37, A Million to One prende il nome d’arte con cui diventerà famosa, assumendo il cognome “artistico” della madre quando calcava le scene, Fontaine.
Il successo arriva nel 1939 con Gunga Din accanto a Cary Grant.
Leggenda vuole che ad un party l’attrice conversi con Selznick a proposito del romanzo di Daphne du Maurier, Rebecca proprio nel periodo in cui il produttore sta iniziando i provini per il debutto americano di Hitchcock, tratto dal testo della du Maurier. Joan Fontaine si aggiudica il ruolo della timida seconda signora de Winter ossessionata dal ricordo di Rebecca, la prima moglie.
Il lavoro le vale una nomination all’Oscar ma la statuetta arriva nel 1942 per il film del 1941 sempre diretto da Hitchcok, Il sospetto. A competere per l’ambita statuetta quell’anno c’è anche la sorella Olivia e la vittoria di Joan causa una rottura definitiva tra le due sorelle che non si frequentano più da allora nonostante qualche tentativo di riconciliazione.
Il rapporto conflittuale con la sorella e i genitori, soprattutto con la madre che pare preferirle la primogenita, spiega le fragilità e le insicurezze che la Fontaine sa interpretare così bene sullo schermo.
Benché abbia amato molto essere diretta da Hitchcock e Cukor (con cui lavora in Donne del ‘39) il film preferito dell’attrice è Il fiore che non colsi girato nel ‘43 per la regia di Edmund Goulding che le vale la terza ed ultima nomination agli Oscar.
Sempre nel 1943 è Jane Eyre nella trasposizione di Robert Stevenson, La porta proibita: il ruolo di Rochester è interpretato da Orson Welles.
Nel 1947 Joan Fontaine cerca di scrollarsi addosso il personaggio della donna insicura interpretando una diabolica moglie che avvelena il marito incolpando del delitto l’amante in La sfinge del male di Sam Wood, ma la pellicola non è passata alla storia a differenza del lavoro successivo il romantico ed ossessivo Lettera da una sconosciuta (1948) per la regia di Max Ophuls.
Per quanto abbia interpretato oltre una settantina di film, le pellicole per cui la Fontaine passa alla storia del cinema si concentrano tutte negli anni ’40, la ricordiamo ancora nel ruolo di Lady Rowena nell’Ivanhoe di Richard Thorpe del 1952, stesso anno in cui partecipa, non accreditata, all’Otello di Orson Welles.
Il declino del successo cinematografico la porta a dedicarsi alla televisione che comincia a frequentare dalla seconda metà degli anni ‘50.
Per fare personalmente gli auguri a Joan Fontaine per il suo 95° compleanno potete scriverle sua pagina ufficiale di Facebook

Joanfontaineloc

Bastardi senza gloria

Ingloriousbasterds

“Questo potrebbe essere il mio capolavoro” e’ la battuta che chiude il film di Tarantino e se dobbiamo interpretarla come un commento del regista alla sua opera, beh mi trovo a dissentire almeno in parte: probabilmente questo e’ il capolavoro di Tarantino, PER ORA. Il regista ci sta abituando ad un costante aumento del livello delle sue opere che riescono sempre a sorprendere critica e pubblico: giuro di aver partecipato a un applauso alla fine di Inglorious basterds, evento decisamente raro per una normale proiezione serale a meta’ settimana in un cinema di provincia!. Credo che sia dai tempi di Hitchcock che pubblico e critica non vadano cosi’ a braccetto nel gradimento di un autore.
Con il consueto gioco di citazioni che e’ ormai definitivamente la sua cifra stilistica, Tarantino riesce comunque ad aggiungere una riflessione personale sulla seconda guerra mondiale, se consideriamo il primo capitolo non solo come esempio mirabile di cinema alla Sergio Leone, ma per quello che ci racconta, vediamo il capovolgimento della classica figura del commando nazista che arriva per snidare degli ebrei. L’idea di una scena simile e’ di violenza e sopraffazione invece Tarantino gioca con lo spettatore che vive in un ansia tremenda aspettando che esploda la rabbia nazista e ci  mette di fronte a un colonnello delle SS che preferisce giocare perfidamente su un piano di finta gentilezza e disponibilita’ manovrando la volonta’ di LaPadite, che non sembra certo essere uno sprovveduto, eppure io credo che questo primo capitolo, mirabile per costruzione e messa in scena, sia anche fortemente realistico: che la speranza (o l’illusione) di poter vivere in pace abbia portato alla delazione piu’ che le presunte invidie tra vicini. Del resto che faccia piu’ paura l’idea che si ha della propria paura che la paura stessa lo dimostra il capitolo seguente quando la macchina da presa indugia a lungo sul nero della grotta da cui deve uscire il terribile orso ebreo, uno della squadra dei bastardi che ama eliminare i tedeschi con una mazza da baseball.
Piccolo plotone di soldati americani di origine giudaica, raccolti dal tenente Aldo Raine che pretende una quota fissa di scalpi nazisti dai suoi sottoposti (l’unico mio cruccio nei confronti del film? che non li scalpassero da vivi!) i bastardi senza gloria danno il titolo al film ma non sono proprio i protagonisti della pellicola, insieme a un soldato dell'intelligence inglese e la collaborazione di un’attrice tedesca cercano di attentare alla vita di Hitler e degli alti gerarchi nazisti alla premiere francese de Orgoglio della nazione, pellicola propagandistica che narra le gesta di un soldato semplice. Ma il destino si fa beffe dei nostri eroi e la bella attrice finisce nell’incubo di una favola di Cenerentola al contrario dove non e’ il principe a porgere la scarpetta, ma la morte nei panni dannatamente melliflui del colonnello Hans Landa. Destino beffardo che pero’ sorride a Shosanna, la fanciulla scampata allo stermino della sua famiglia raccontato nel primo capitolo e che ha trovato rifugio a Parigi e sotto mentite spoglie dirige una piccola sala cinematografica. Fredrick Zoller, protagonista dell'eroica vicenda e della sua trasposizione cinematografica si infatua di lei e riesce a far spostare la proiezione nel cinema della ragazza, dandole cosi’ modo di organizzare la sua vendetta..
Il cinema come mezzo e motivo della vendetta, furore iconoclasta e delirio cinefilo si fondono nella montagna di pellicola ammucchiata dietro lo schermo e dai tempi del Don Quixote wellesiano la ripresa di un immagine trasmessa sullo schermo (alludo alla risata di Soshanna alla fine del suo messaggio) non aveva una valenza cosi’ simbolica e potentemente emotiva.