Saving Mr.Banks

Savingmrbanks Dopo aver rifiutato per quasi vent’anni di cedere i diritti di Mary Poppins a Walt Disney per farne un film, P.L.Travers, ormai sul lastrico, si lascia convincere ad incontrare il tycoon ma ci vorrà tutta la capacità persuasiva del papà di Topolino per far accettare all’ostica scrittrice il fatto che la sua magica tata diventerà la protagonista di un musical…

Abbandonata l’assurda pretesa di narrare l’intera vita di un personaggio, il biopic ultimamente tende a raccontare un singolo episodio emblematico della vita di un artista, come avviene in Hitchcock.
A Saving Mr.Banks riesce anche l’arduo compito di trasformare la narrazione degli antefatti che portano alla realizzazione di uno dei più importanti lavori della Disney in uno studio psicologico dei due antagonisti, il gigione e carismatico Walt (posso dire che mi ha ricordato un po’ Berlusconi?) e la rigida e scontrosa  Pamela Lyndon Travers. Si trascende la vicenda personale dei due ingombranti protagonisti in un apologo sul perdono di sé stessi e degli errori del passato.
Il confronto non è solo tra due personalità profondamente differenti ma anche tra due piani di narrazione opposti: il rigore filologico della ricostruzione storica dei primi anni ’60 e del lavoro precedente alla realizzazione di Mary Poppins che per volere della caparbia scrittrice furono tutti registrati per salvaguardare le sue richieste, si interseca con la rievocazione fantasiosa dell’infanzia della donna, nata Ellen Lyndon Goff, trasformata in un’adulta infelice e anaffettiva dalla morte prematura per alcolismo di un padre troppo amato.
Al regista  John Lee Hancock va riconosciuta la capacità di mantenere sempre il sottile equilibrio tra la risata e la commozione, facendo rivivere la migliore tradizione della casa cinematografica voluta da Disney.
Notevole il cast: Emma Thompson giganteggia, sulla bravura di Tom Hanks c’e’ poco da aggiungere, mi è piaciuto molto Paul Giamatti nel benevolo ruolo dell’autista personale di P.L.Travers e Colin Farrell è molto bravo come si rivela ogni volta che non è costretto nel ruolo del sex-symbol.

Rock of Ages

Rockofages Alla fine degli anni ‘80 la biondina Sherry arriva da Tulsa a Los Angeles per sfondare come cantante. Trova lavoro nello storico locale da concerti Barbour Room grazie a Drew, un altro cameriere con ambizioni canore; ben presto i due si innamorano ma un equivoco li farà allontanare e scendere a patti con i loro sogni di gloria mentre il Barbour rischia la chiusura sulla spinta moralizzatrice della moglie del sindaco.

Trama insulsa per un musical pesante che è stato un flop ai botteghini USA e non fatico a comprenderne il motivo, anzi i motivi perchè non so proprio da quale iniziare.
Il più irritante è di certo lo sfacciato perbenismo della pellicola che dovrebbe raccontare il mondo eccessivo del rock con continue allusioni sessuali mentre poi la trama è candidamente collegiale: Drew molla Sherry perchè crede che la ragazza abbia fatto sesso con Stacee Jaxx, dio del rock e macchina da sesso mentre OVVIAMENTE è tutto un equivoco: sia mai che l’angelica protagonista perda l’aura virginale anche se finisce ad esibirsi in un locale di spogliarelliste, raccolta per la strada dalla tenutaria dal cuore d’oro (Mary J. Blige).
Tom Cruise, sull’orlo dei cinquanta offre la prova più dignitosa del film interpretando la stella del rock in declino sempre strafatto e pieno di donne. Quando la giornalista novellina del Rolling Stones lo incalza con domande scomode scoppia una torrida passione sessuale che ovviamente ha il merito di scuotere l’artista e far nascere l’amore tra i due. Tanto sesso ovviamente porta al suo più giusto sbocco, nella scena finale lei esibisce un bel pancione!
Incommentabile la pantomima amorosa gay (immancabile per il politically correct!) tra il bolso Alec Baldwin che regge comunque l’interpretazione e l’odioso Russel Brand; di Paul Giamatti dirò solo che è conciato come Ricky Gianco.
Venendo alle musiche in questo film cantano troppo, anche per un musical. Molte canzoni sono anche pezzi famosi ma riarrangiati in maniera così melensa tra gorgheggi e svisate r’n’b (infilate anche in Dead or Alive dei Bon Jovi) che molti brani sono irriconoscibili.
Del rock anni’80 resta solo la tamarraggine.

Cosmopolis

Cosmopolis Eric Packer, giovane magnate della finanza decide di attraversare la città di New York per andare dal barbiere nel quartiere dei bassifondi dove è nato. Il capo della sicurezza gli sconsiglia il viaggio perchè quel giorno il Presidente degli Stati Uniti è in visita nella Grande Mela e il traffico è più caotico del solito ma il giovane Packard è determinato a raggiungere la destinazione..

Premetto che non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Don DeLillo da cui Cronenberg ha tratto il film e come al solito lo ritengo una fortuna perchè mi da la possibilità di farmi un’idea scevra da pregiudizi di una pellicola che ha diviso pubblico e critica. Mi schiero da subito dalla parte di chi ha amato l’opera, film certamente imperfetto ma dal fascino notevole.
Ho letto di critiche al doppiaggio italiano, personalmente credo che il tono volutamente piatto faccia il paio con l’inespressività dei volti di persone ricchissime ed annoiate. I presunti padroni della finanza speculativa che ha prodotto questa crisi economica sono in realtà divorati da quella materia che credono di maneggiare, qualcosa di intangibile che ha annullato la loro sensibilità che devono eccitare con dosi sempre più massicce di sesso e violenza. Un corpo diventato quasi obsoleto ai fini della vita pratica che ha bisogno però di essere perfetto solamente come ricettacolo di emozioni forti, tanto da sottoporlo inutilmente ogni giorno a un check up medico.
Nel suo lungo viaggio per attraversare la metropoli, Eric incontra vari personaggi, l’amante, la moglie, alcuni collaboratori, una filosofa con cui si diletta a ragionare, ogni figura con cui il protagonista entra in contatto serve per introdurre un tema che viene sviscerato attraverso dialoghi. Nonostante sia un film molto parlato a colpirmi maggiormente è stata l’estetica del film che ritengo il suo punto di forza. Se Cosmopolis narra gli effetti distruttivi del capitalismo globale, Cronenberg sottolinea il messaggio rovesciando alcuni miti cinematografici che sono nati agli inizi degli anni ‘80 quando è emerso questo tipo di finanza e anche il concetto di postmoderno, legato al sincretismo della globalizzazione.
Il postmoderno cinematografico ha tra le sue vette due film a cui rimanda l’estetica di Cosmopolis: I guerrieri della notte e Blade Runner.
Cronenberg infarcisce il suo film di reminiscenze di queste due pellicole ma ne rovescia il senso. I guerrieri della notte racconta di una gang, un gruppo di amici che deve attraversare New York per tornare a casa e il film si chiude all’alba con il ritorno vittorioso degli eroi. Se il capolavoro di Walter Hill si ispira all’Anabasi di Senofonte, Cronenberg costruisce una catabasi, un viaggio verso gli inferi che inizia di giorno e finisce tragicamente di notte. E’ sparito il valore fondante dell’amicizia e il protagonista è un uomo profondamente solo, inseguito dai suoi demoni e da una persona che lo vuole realmente uccidere con cui si scontrerà nel finale. Per quanto ambientata in una suburra immonda, lontana mille miglia dal fascino deco di Blade Runner, l’incontro tra Packer e il suo killer ricorda l’incontro tra Roy Batty e Tyrrell: Paul Giamatti interpreta un dipendente quarantenne licenziato dal giovane magnate, quindi è la “creatura” di Packer, ma a differenza di Blade Runner è l’uomo di potere a recarsi a casa del sottoposto cercando di capire perchè lo vuole eliminare. Se trent’anni fa era il prodotto ad essere bello ed aitante e si parteggiava per un replicante anche crudele, che si ribellava contro il padre padrone per chiedere il diritto a una vita più lunga, oggi il dipendente è squallido e ributtante mentre il padrone è giovane e bello: quale migliore metafora per descrivere i danni di un’economia che non mette più la qualità delle merci e il benessere dei lavoratori al primo posto ma la ricchezza egoistica di pochi?

Le idi di marzo

Leididimarzo Stephen Meyers e’ il giovane vice della campagna di uno dei candidati per le primarie dei democratici, il governatore Mike Morris. La bravura del brillante addetto stampa viene notata dall’organizzatore della campagna dell’altro contendente che gli chiede di passare dalla loro parte. Steve rifiuta perche’ fermamente convinto delle idee sostenute dal suo candidato ma l’inesperienza a gestire le trappole politiche lo porta al licenziamento e per salvare la propria carriera Steve non esitera’ a giocare sporco abbandonando gli ideali per il piu’ bieco cinismo..

Ci sono film che sono prodotti esclusivi della cinematografia americana, opere robuste con cast inappuntabili dominate dal logos, inteso come parola, cioe’ i dialoghi che come ragionamento, la tesi. A questa categoria si puo’ ascrivere l’ultima fatica dietro la macchina da presa (la quinta) di Gerge Clooney che tiene per sè il ruolo del governatore Morris, democratico dalle idee poco moderate. Clooney costruisce il suo personaggio sul modello dell’attuale presidente Obama: colpisce la medesima gestualita’ che risalta nel primo intervento con cui Morris appare in scena e i manifesti elettorali di Morris riproducono fedelmente quelli della campagna di Obama. L’impressione e’ che il divo hollywoodiano tenti un’appassionata difesa del Presidente che ha sostenuto giustificando la mancata realizzazione delle promesse obamiane con un J’accuse verso i laidi retroscena della politica, una partita a scacchi senza regole dove conta solo mettere l’altro al tappeto (anche col sostegno degli avversari politici) senza tener conto dell’interesse della Nazione: la politica come palestra per assicurarsi un lavoro futuro strapagato al servizio delle lobby (Farragut North, il titolo della piece teatrale di Beau Willimon da cui e’ tratto il film, indica la fermata della metropolitana di Washington piu’ vicina al centro nevralgico delle lobby).
Il titolo che rimanda alla tragedia di Giulio Cesare, richiama la tragedia shakespeariana e il film e’ un gioco al massacro dove tutti tradiscono tutti, per giunta una robusta pellicola americano, per quanto a tesi, non mette mai in secondo piano l’importanza della trama ed ecco allora la vicenda della stagista ingenua, condotta la suicidio da un meccanismo piu’ grande di lei, che divorerebbe anche il protagonista trentenne se questi non esitasse a passare “al lato oscuro” dell’agone politico. Clooney gestisce questa parte del film con uno stile molto classico, concedendosi reminescenze noir: ombre dense che nascondono parzialmente i volti e piu’ che a una generica ricostruzione di atmosfere anni ‘70, le ambientazioni delle sedi dei sostenitori sono un fedele omaggio all’ufficio di propaganda in cui lavora Betsy in Taxi Driver, noir postmoderno per eccellenza.

The illusionist

Theillusionist Giovane aspirante mago si lega di amorosi sensi ad una bella duchessa ma per i problemi di casta i due fanciulli vengono inesorabilmente divisi; quindici anni dopo lui torna in quel di Vienna come illusionista di successo, mentre lei e’ promessa sposa all’erede al trono dell’impero Austro Ungarico: il nuovo incontro sara’ fatale!

Secondo film della stagione che ha per protagonista il mondo della magia all’inizio del secolo scorso, ma una rondine non fa primavera, e non credo che da questo si possa desumere la nascita di un nuovo genere, per giunta The illusionist con The Prestige non ha nulla a che spartire e l’unico paragone tra le due pellicole che sono riuscita a cogliere gioca a favore di The illusionist dove la scenografia mette in campo qualche arredo del mio amato liberty, anche se di gusto razionalista (ma non si puo’ avere tutto!).
The illusionist e’ un solenne melodramma che non riesce a sollevarsi oltre la media nonostante la presenza di due attori affermati come Ed Norton e Paul Giamatti, colpa della illusione che deve portare a conclusione la vicenda e che qualsiasi spettatore un po’ scafato riesce ad intuire; nonostante questo la noia non mi ha sopraffatto ho avuto l’impressione che il film riuscisse a giocare un minimo con un meccanismo che non riusciva o non poteva tenere nascosto, ma forse e’ solo una mia tattica di sopravvivenza di fronte ad un film prevedibile, quello di trovare sviamenti all’ineluttabile svolgimento della trama.

Lady in the water

Ladyinthewater Antiche creature del mare che un tempo consigliavano e guidavano gli uomini tentano di riprendere i contatti con l’umanita’: e’ la missione di Story una narf che si e’ rifugiata nella piscina di un condominio per incontrare uno scrittore di cui deve incentivare l’opera, ma esseri oscuri si celano nell’ombra per ucciderla ed impedirle di tornare al suo mondo, tocchera’ agli uomini proteggere la ninfa..

Il regista mette da parte i toni orrorifici per puntare su quelli piu’ lievi della fiaba in questo film che mi e’ piaciuto piu’ di The Village; il che non toglie che dopo l’exploit de Il sesto senso la teoretica shyamalaniana mi convinca sempre poco.
In quest’ultima fatica, il regista ritaglia per se’ il ruolo dello scrittore le cui parole cambieranno il mondo e gli costeranno la vita: quantomeno una visione un po’ presuntuosa del proprio compito! Non pago di incensarsi, l’unico abitante del condominio a cui fa fare una brutta fine e’ un critico cinematografico: che Shyamalan debba far pace con se stesso e il suo lavoro?
Conflitti esistenziali e qualche caduta di ritmo a parte, mi sono lasciata prendere dal gioco di capire quali fossero i ruoli i degli abitanti del condominio, su cui il critico aveva dato ovviamente indicazioni sbagliate, quando le attribuzioni erano in realta’ molto piu’ semplici(stiche) di quel che si potesse pensare.
La morale del film e’ altrettanto semplice: fiducia in se stessi e unita’ tra le genti (il condominio abitato da personaggi strani e di razze diverse e’ l’ovvia metafora del nostro mondo) per sconfiggere il male e la paura.
Fortunatamente tutta questa esilita’ e prevedibilita’ e’ sostenuta da grandi prove attoriali, in particolare Paul Giamatti conferma tutto il suo talento.