Diario di una donna perduta

Tagebuch einer Verlorenen
Germania 1929
con Louise Brooks, Fritz Kortner, Carl Goetz, Gustav Diessl, Franz Lederer, Michael von Newlinsky, Alice Roberts, Franziska Kinz, Arnold Korff, Andrews Engelmann, Valeska Gert, Edith Meinhard, Sybille Schmitz, Siegfried Arno, Kurt Gerron
regia di Georg Wilhelm Pabst



Diario di una ragazza perduta


L’adolescente Thymian Henning, sconvolta dal licenziamento improvviso della governante, cede alle lusinghe del socio del padre, il viscido Meinert che la mette incinta salvo poi rifiutarsi di sposarla. La ragazza viene spedita in un riformatorio e la bambina messa a balia. Il padre di Thymian intanto si è sposato con la nuova governante che lo induce a lasciare la ragazza al proprio destino nonostante Thymian abbia inviato il giovane conte Osdorff a perorare la sua causa. Il giovane, a sua volta ripudiato dallo zio, si offre di far fuggire la ragazza; con loro scappa anche Erika. Thymian corre subito a vedere la figlioletta e scopre che è morta, distrutta dal dolore si lascia trascinare nella casa di piacere dove lavora Erika e diventa a sua volta una prostituta. Quando dopo qualche anno muore il padre, la ragazza eredita le sue fortune ma preferisce lasciarle ai figli di Meta, gettata sul lastrico da Meinert. Osdoroff che si era offerto di sposare Thymian, si suicida. Il conte zio, sentendosi responsabile della morte del nipote, si prende cura della ragazza che per il suo nuovo rango, viene invitata a entrare nelle dame di carità. Uno dei primi impegni è proprio una visita alla casa correzionale da cui era fuggita. Quando Erika, finita ancora una volta in riformatorio, viene mostrata come caso irrecuperabile, Thymian non resiste e rivela il proprio passato accusando i due aguzzini che gestiscono il collegio



Diaryofalostgirl


Il titolo del film non è casuale: Thymian riceve un diario nel giorno della Cresima e l’oggetto accompagna la ragazza attraverso tutte le peripezie che l’aspettano, ad inaugurarlo è proprio Meinert che le scrive l’ora dell’appuntamento in farmacia, il tentativo di requisirlo da parte della direttrice del riformatorio scatena la ribellione delle collegiali che permette la fuga di Thymian e la sua amica, poi Erika, quando si dividono dopo la fuga, segna l’indirizzo della casa di appuntamenti che diventerà il rifugio delle ragazze fino alla morte di Osdorff.



Tagebuch einer Verlorenen


Diario di una donna perduta è un melodramma fosco che forma un dittico con il precedente Lulù Il vaso di Pandora approfondendo la condizione femminile nell’epoca della repubblica di Weimar, quello che colpisce infatti del film è il suo profondo realismo già mostrato nella scena iniziale: la governante Elizabeth scacciata malamente nonostante mostri gli abitini di un neonato, certamente figlio del farmacista che le preferisce una nuova amante, stavolta più furba che riesce a farsi sposare ai danni della figlia legittima. Nonostante l’astuzia, Meta nulla può davanti al potere maschile di Meinert che s’impossessa della farmacia incurante del destino della donna e dei suoi due figlioletti.
L’azione nel film passa quasi tutta attraverso le mani, molto spesso artiglianti come quelle di Meta che guida il destino del farmacista e peggio ancora come quelle del direttore della casa di correzione che ha il vizio di prendere le ragazze che gli sono affidate per il collo per costringerle alla vita grama che devono condurre: impressionante l’inquadratura della lista di Verboten, i divieti che regnano nel convitto.



Diary ofa lostgirl


A volte le mani sanno anche accarezzare consolatorie ma spesso è un inganno, Pabst non salva nessuno: il padre di Thymian che si tiene accanto tutta la vita il seduttore della figlia scacciando lei, il giovane conte Orloff che finisce in un suicidio la sua carriera da mantenuto: avrebbe sposato Thymian solo dopo la sua eredità e con quella avrebbe rinverdito la sua posizione sociale. Anche la vecchia maitresse è materna e comprensiva ma ciò non toglie che sfrutti le ragazze che vivono sotto il suo tetto e anche il vecchio conte che si prende cura di Thymian per riscattarsi degli errori con il nipote, finisce per avere una relazione con lei, anche se la appoggia e la segue nella sua decisione finale e dice la battuta finale sull’amore che salverebbe tante ragazze perdute dal loro destino.



Tagebucheinerverlorenen


Pabst ci regala un quadro sconfortante ma realistico del suo tempo dove tutto si riduce al sesso e al denaro e spesso sono presenti grandi mazzi di banconote che passano di mano.
Il segmento del film ancora oggi più potente è la parte ambientata nella casa di correzione: le ragazze costrette ai gesti meccanici ricordano gli operai di Metropolis, il godimento sadico della prevaricazione (l’estasi della direttrice durante la lezione di ginnastica) anticipa il delirio nazista.

I maledetti di Broadway

Bloodhounds of Broadway

Bloodhounds of Broadway
USA 1989
con Madonna, Matt Dillon, Rutger Hauer, Josef Sommer, Randy Quaid, Jennifer Grey, Esai Morales, Dinah Manoff, Ethan Phillips, Steve Buscemi
regia di Howard Brookner

Il reporter Waldo Winchester rievoca i ruggenti anni ’20 dove gangster, prostitute e bel mondo si mischiavano senza problemi e ricorda l’incredibile notte dell’ultimo dell’anno del 1928 in cui si intrecciano le vite e gli amori del gangster Cervello, del suo scagnozzo Regret e del giocatore d’azzardo sempre in rosso Feet Samuels.

Film corale che mescola quattro storie scritte da Damon Runyon con un eccesso di personaggi che rende troppo dispersivo il film, a cui si aggiungono i problemi dovuti alla scomparsa precedente all’uscita della pellicola del regista  Howard Brookner, morto di AIDS a soli trentacinque anni e famoso soprattutto per il documentario d’esordio, Burroughs: The Movie dedicato al maestro della beat generation che ha un piccolo cameo nei panni di un cameriere ne I maledetti di Hollywood.
Maledettidihollywoodl debutto nel cinema di finzione di Brookner è molto atteso e il regista si trova a disposizione un grande cast: Rutger Hauer è Cervello il gangster donnaiolo che spende decine di migliaia di dollari per mantenere le sue amanti ma che rischia di morire dissanguato in mezzo alla strada perché nessuna delle sue donne ha intenzione di occuparsi di lui, lo ospita solo la fioraia a cui ha regalato un bigliettone.
La sua storia è la più emblematica per raccontare i folli anni ’20 e la notizia della sua morte che arriva allo scoccare dell’anno nuovo sottolinea la nota malinconica: sta arrivando il 1929 con la grande depressione e la fine di un mondo di svagato divertimento e follia che dovrebbe esser rappresentato dalla storia di Feet, il giocatore d’azzardo sempre al verde che per conquistare la ballerina Hortense Hathaway ha venduto il suo corpo alla scienza, nella fattispecie a un medico che vuole studiare i suoi enormi piedi (da cui il soprannome) e non si rassegna quando Feet, che ha conquistato Hortense decide di non suicidarsi più e lo insegue con tanto d’ascia per tutta Broadway: il segmento di follia non è molto riuscito anche se Randy Quaid è forse l’attore più in parte e Hortense è interpretata con molta convinzione da Madonna, con i capelli neri alla maschietta per l’obbligatorio omaggio a Louise Brooks; risulta più surreale che la più avida balleriana della città sogni di trasferirsi in campagna ed allevare galline con il,suo Feet.
Jennifer Grey, la Babe di Dirty Dancing, è Lovely Lou, il grande amore di Regret, lo scagnozzo di Cervello, donnaiolo come il suo capo, nonostante i problemi i due riescono comunque per tornare insieme e a loro è dedicato l’happy end finale mentre si allontanano verso il loro “scampolo di paradiso” ma ancora più fortunato è Basil Valentine, gangster di mezzatacca che la ricca e sciroccata Harriet MacKyle crede un killer sanguinario e a cui affida la vendetta della morte accidentale del pappagallo di famiglia: s’imbarcheranno sul primo translatlantico per l’Europa.
A queste trame principali già complesse da seguire s’intrecciano diverse storie minori di infedeltà, truffe e quant’altro, da segnalare in un piccolo ruolo Steve Buscemi che ha incarnato negli ultimi anni l’epopa degli anni ’20 e del proibizionismo nella serie Boardwalk Empire.

La canarina assassinata

The Canary Murder Case
USA 1929 Columbia
con Louise Brooks, William Powell, Jean Arthur, Eugene Pallette
regia di Malcolm St. Clair
(versione muta)
Frank Tuttle (versione sonora)



Thecanarymurdercase


La ballerina Margaret O’Dell soprannominata la Canarina per il suo numero più famoso, viene trovata strangolata nella sua camera d’albergo. La donna era una scaltra ricattatrice e diversi suoi spasimanti si aggiravano attorno alla sua stanza d’albergo la notte dell’omicidio, ma chi è l’assassino? Lo scoprirà l’acuto Philo Vance.



Lacanarinaassassinata


The canary murder case è il primo film dedicato al detective Philo Vance interpretato dall’attore William Powell. Il film è famoso per avere come protagonista, nel ruolo della canarina, la bellissima Louise Brooks e la pellicola è tra i motivi del declino dell’attrice.
Del film furono girate due versioni, muta e sonora. Dopo le riprese la Brooks andò in Germania per girare con G. W. Pabst e si rifiutò di tornare in America per registrare il sonoro del film, i suoi dialoghi furono doppiati da ma quando l’attrice tornò in America l’episodio non fu dimenticato e la sua carriera venne stroncata.
CanarymurdercaseA parte la sfolgorante presenza dell’attrice sono ben pochi i motivi per vedere il film che si rivela piuttosto noioso: la gran parte delle riprese sono a telecamera fissa e soprattutto a ripresa frontale, dando un tono molto didascalico al film.
Powell è fascinoso ma il suo Philo Vance non ha nulla a che spartire con la verve de L’uomo ombra: si limita a osservare e raccogliere indizi; c’è anche una noiosa partita a poker che serve al detective per capire la mentalità dei sospettati e agli spettatori tocca sorbirsi una mano di carte per ogni indiziato con le relative reazioni.
Come nell’omonimo romanzo di S.S. Van Dine, a complicare la trama arriva anche la morte per incidente del colpevole che sta andando a confessare così a Vance tocca ingegnarsi per capire da solo la dinamica dell’omicidio e scagionare l’innocente incriminato dalla polizia.
Tutto sommato è meglio ammirare le foto pubblicitarie che recuperare il film.

Qualcosa di travolgente

QualcosaditravolgenteSomething Wild
USA 1986 Orion
con Melanie Griffith, Jeff Daniels, Ray Liotta
regia di Jonathan Demme

Charlie Driggs, faccia da bravo ragazzo e yuppie di successo viene agganciato in un bar dalla disinibita Lulù che ha notato la fede al dito e una latente tendenza dell’uomo a trasgredire e pensa che sia il tipo che le serve per il progetto che ha in mente ma le cose non andranno come previsto perché nulla è come sembra..

Sotto la patina colorata e pop di Qualcosa di travolgente si muove qualcosa di oscuro, l’inquietudine dark che ha sempre mosso il cinema di Jonathan Demme.
In questa pellicola si manifesta con un continuo capovolgimento di ruoli e anche le citazioni cinematografiche vengono stravolte: nello scontro finale tra Ray e Charlie nel bagno, l’unico posto sicuro diventa la doccia e una volta tanto da dietro alla tenda sbirciamo salvi la stanza dove il sangue e l’acqua si mischiano come ha insegnato Hitchcock in Psycho.
C’è un altra bellissima scena, di semplice raccordo, quando Ray cerca di liberarsi della giovane commessa per partire all’inseguimento di Charlie e Audrey, non si capisce se stiamo guardando dentro la stanza del motel o se la scena si svolge davanti alla stanza: è il secondo caso e l’illusione è data da una veranda, anche nella scenografia ricorre l’ennesimo elemento inaspettato che arriva a complicare gli eventi.
AudreyIl continuo ricordare che niente è come appare è una scelta stilistica molto chiara che nasconde una critica all’edonismo reaganiano, all’apparente felicità delle diverse classi sociali: il broker di successo con la bella casa nel lussuoso sobborgo in realtà vive solo in una casa vuota perché la moglie l’ha lasciato.
La disinibita Lulù non cerca un compagno di sesso ma un tipo presentabile con cui presentarsi alla mamma e alla riunione dei compagni di liceo: ma a un tipo davvero trasgressivo importerebbe della festa di classe dieci anni dopo? In fondo Lulù/Audrey è profondamente middleclass (o borghese come diremmo noi) nonostante la sua vita sopra le righe.
Il male vero che fa esplodere tutte le inquietudini è Ray un bravissimo e bellissimo Ray Liotta al primo ruolo importante, apparentemente un delinquentello “white trash” che nasconde un animo ben più crudele, la sua entrata in scena porta un’escalation per cui il film raggiunge vette thriller che spiazzano lo spettatore convinto di star vedendo una commedia divertente.



SomethingWild


La figura femminile nel film subisce profonde trasformazioni che possono essere lette come una metafora della condizione femminile, Melanie Griffith entra in scena con un caschetto nero e un nome, Lulù i cui rimandi a Louise Brooks sono più che evidenti: è interessante notare che l’unico modello a cui rifarsi per rappresentare una donna libera risalga al cinema muto.
A casa Lulù si trasforma in Audrey, bionda con abiti anni ’50 il prototipo della perfetta ragazza della porta accanto incarnato dalla prima Hepburn, nell’happy end finale (il film ha andamento circolare e si chiude nel luogo dove si era aperto) Charlie ritrova Audrey elegante come una signora disposta a lasciarlo guidare una famigliare come si converrebbe a una diva di un film anni ’60: c’è da chiedersi se il regista non voglia dirci qualcosa sulla parabola femminile nel cinema e nella società americana.




Qlcstravolgente


Da segnalare alcuni camei interessanti come quello del venditore d’auto usate interpretato dal regista John Waters; imperdibile la colonna sonora composta da Laurie Anderson e John Cale con canzone dei titoli di testa di David Byrne.

Lulu’ a Hollywood

Lulùhollywood

Il libro di Louise Brooks, edito da Ubulibri, non e’ tanto un’autobiografia della famosa interprete della Lulu di G.W.Pabst, piuttosto una raccolta di suoi acuti scritti sulla Hollywood dei ruggenti anni ’20 che esce da queste pagine vivida nella sua follia, ben diversa da quella odierna, cosi’ patinata ed apparentemente perfetta.
Le note autobiografiche, come ho detto sono pochissime: la Brookssi limita a raccontare della sua famiglia un po’ sui generis e dei suoiesordi come ballerina, sua carriera principale che da ragazza di Ziegfeld la mettera’ a contatto con il mondo del cinema. La sua carriera si interrompera’ bruscamente a 32 anni perché Louise Brooks e’ un personaggio troppo scomodo che non sa tacere la verita’.
Tra i capitoli del libro che piu’ mi hanno colpito ci sono quello dedicato a Pepi Lederer, nipote dell’attrice Marion Davies, l’amante di William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata ispiratore del Citizen Kane di Orson Welles: non si può non pensare a Quarto Potere leggendo la storia di questa donna, cara amica della Brooks, morta suicida nel 1935 che spende tutta la sua giovane vita al seguito della corte di Hearst, tra gli appartamenti lussuosi di New York, i viaggi in Europa e l’immenso ranch di San Simeon.
BrooksZiegfieldFolies
Altro capitolo estremamente interessante e’ quello dedicato a Lilian Gish e a Greta Garbo, sul loro avvicendarsi come regine di Hollywood.
Quando nel 1925 Wall Street mette le mani sugli Studios e cade la censura cinematografica in molti stati americani, si punta su una nuova immagine piu’ sensuale del femminino, Lilian Gish, candida protagonista dei film di D.W. Griffith e star molto amata, viene portata a lasciare la MGM facendole girare volutamente, delle pellicole che non incassano, e viene dimenticata tanto che gia’ nel 1927, quando l’attrice gira Il Vento per Sjostrom a Hollywood il film passa sotto silenzio e Louise Brooks sostiene di averlo visto solo una trentina d’anni dopo.
Nel frattempo sale alla ribalta con il film Il Torrente, la stella di Greta Garbo il cui fascino e’ sicuramente e’ molto più torbido e sensuale di quello della Gish.
Ovviamente il libro non puo’ non dedicare una sezione a Lulu’, il film che ha reso immortale l’attrice americana, che preferisce raccontarci i suoi screzi con gli altri protagonisti (non era ben vista in quanto una straniera che interpreta un personaggio tedesco, infatti esiste un film precedente interpretato da Asta Nielsen) e l’evoluzione del suo rapporto con il personaggio di Lulù: all’inizio il film non fu un gran successo ed essere identificati con una figura cosi’ scomoda, sarebbe stato difficile per chiunque, ma di certo meno per la tosta Louise Brooks.

Lulu di Pabst

Il vaso di Pandora
Die Büchse der Pandora
Germania, 1928
con Louise Brooks, Fritz Kortner, Franz Lederer, Carl Goetz, Alice Roberts
regia di Georg Wilhelm Pabst



Loulou


A chiusura del GenovaFilmFestival e a commento della presentazione del libro Il vampiro nascosto, e’ stata proiettato Lulu (Die Buchse der Pandora) di G.W. Pabst, capolavoro del 1928, di scarsissima visibilita’.
Una sala certo non gremita, ma un pubblico attento che per due ore ha seguito le (dis)avventure della bella Lulù in un film completamente privo di sonoro, ma comunque coinvolgente.

Lulu'

Impressionante la moderna bellezza di Louise Brooks, attrice americana che interpreto’ pochissimi fim ma che e’ diventata l’icona della forza gioiosa e al contempo devastatrice della sensualita’ femminile con questo personaggio, premiando il coraggio di Pabst che preferi’ la sconosciuta attrice a una giovanissima Marlene Dietrich.