Il pellegrino

The pilgrim
USA 1923, First National
con Charlie Chaplin, Edna Purviance, Kitty Bradbury, Mack Swain, Henry Bergman, Dean Riesner, Sydney Chaplin
regia di Charlie Chaplin

randomchaplinfacts:  The Pilgrim (1923)
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Charlot evade di prigione e ruba i vestiti a un prete. In stazione sceglie una destinazione a caso e scende in un paese dove attendono l’arrivo di un nuovo pastore, l’omino viene scambiato per il nuovo parroco e per fortuna il diacono sprovvisto di occhiali gli fa leggere un telegramma appena ricevuto dove il vero prete notifica il suo arrivo per la settimana seguente. Dopo la funzione il pastore viene portato a vedere la sua stanza presso una vedova e la sua avvenente figliola. Ma lungo il tragitto un ex compagno di cella riconosce Charlot e va a trovarlo finendo per farsi ospitare quando scopre che in casa ci sono molti contanti per pagare una rata. Nonostante l’omino faccia di tutto per evitare il furto, il malintenzionato riesce a fuggire con il denaro. Nel frattempo lo sceriffo scopre la vera identità del finto pastore e rimane molto sorpreso quando lo vede tornare per restituire il maltolto alla ragazza, così invece di condurlo in prigione lo porta al confine con il Messico.

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The pilgrim è l’ultimo corto che Chaplin ha girato per la First National e anche l’ultima commedia che ha per protagonista femminile Edna Purviance.
Frettoloso di liberarsi del contratto con la First National per approdare alla United Artist (che aveva fondato nel 1919 con Douglas Fairbanks , Mary Pickford e D.W. Griffith) il regista gira un corto un po’ più lungo riuscendo a chiudere il contratto con quest’opera che vale per due corti standard.

La peculiarità del film è che Charlot non compare mai con i suoi soliti abiti ma sono nella divisa da carcerato o nel travestimento da pastore.
L’opera è un crescendo creativo e di comicità: la prima parte è segnata dalle gag in cui l’evaso teme di essere riconosciuto quindi è sempre sospettoso e basta un nonnulla per farlo sobbalzare soprattutto se si tratta di un poliziotto, il punto centrale della pellicola con la pantomima sul sermone di Davide e Golia è considerata una delle vette del comico, molto divertente anche la visita della famigliola con il bambino pestifero, perfetta rappresentazione del moccioso viziato opposto al dolce Monello del 1921.

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Esilaranti i tentativi di Charlot di evitare i vari furti che il vecchio compagno di galera cerca di mettere a frutto nella casa che ospita il finto prete, il furto riuscito fa pensare allo sceriffo che l’evaso fosse d’accordo con l’ex galeotto e rimane molto sorpreso nel vederlo tornare così decide di regalargli la libertà portandolo al confine con il Messico. L’ingenuo omino non comprende subito il valore del gesto dello sceriffo costretto a buttarlo a calci oltre confine cosa che sarebbe realmente avvenuta 30 anni dopo, quando nel 1952 gli fu negato il permesso di rientrare negli USA dopo la prima londinese di Luci della ribalta.

Singolare anche l’effetto “candid camera” del bambino che entra nell’ inquadratura guardando in camera, sembra quasi un’errore, un’intrusione della realtà nella finzione ma l’intento è quello di mostrare il morso alla banana la cui buccia lanciata davanti al diacono e a Charlot darà vita alla più classica caduta. 

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Ancora un’altra peculiarità nel finale del film: Charlot non ha ancora iniziato a gioire della ritrovata libertà che finisce in una sparatoria così il classico finale del vagabondo che si allontana di spalle camminando al centro strada si trasforma nel vagabondo che saltella a cavallo del confine tra i due stati.

Il film si apre sulle note di  una canzone western  che punteggia tutta la pellicola: scritta dallo stesso Chaplin e aggiunta nel 1959 per Chaplin review una rivisitazione degli ultimi tre corti girati per la First National 

Il monello

The Kid
USA 1921
con Charlie Chaplin, Edna Purviance, Jackie Coogan, Carl Miller, Granville Redmond, Edith Wilson, Jack Coogan Sr., Charles Riesner, Edgar Sherrod, Beulah Bains, Rupert Franklin, Walter Lynch, Frank Campeau, Lita Grey
regia di Charlie Chaplin



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Una giovane donna sedotta e abbandonata, lascia il figlioletto di pochi mesi all’interno di un’automobile in un quartiere ricco, con la speranza che il piccolo abbia un destino fortunato. Poco dopo l’auto viene rubata e quando i due malviventi si accorgono dell’infante lo abbandonano in un quartiere malfamato dove il neonato viene trovato da Charlot, che dopo qualche tentativo di liberarsene è costretto ad accollarsi il frugoletto allevandolo come fosse figlio suo. Passano cinque anni: la donna ha avuto successo come cantante e il senso di colpa per il figlioletto abbandonato la spinge a dedicarsi alle opere di carità, senza saperlo entra in contatto con il vagabondo e il figlio. Quando il piccolo si ammala, Charlot confessa al medico di non essere il padre naturale, il medico chiama le autorità che arrivano a prelevare il bambino e portarlo in un orfanatrofio. Charlot riesce a riprendersi il piccolo ma mentre dormono in un dormitorio pubblico il guardiano lo rapisce perché ha letto della ricompensa offerta dalla donna che nel frattempo ha scoperto chi è il figlioletto. Disperato il vagabondo si addormenta davanti alla casa che ha condiviso con il piccolo e viene svegliato bruscamente dal poliziotto che invece di portarlo in galera lo conduce nella nuova casa del monello.



Thekid


Il monello è uno dei titoli più celebri della cinematografia, non solo di quella chapliniana e in questi giorni si festeggia il centenario dell’opera: la prima ufficiale si tenne a New York il 21 gennaio 1921 durante una serata di beneficenza per gli orfani e decretò il successo del regista sdoganandolo dall’ambito delle comiche. Una prima in tono minore c’era già stata a Chicago il 16 gennaio.
Il Monello è il primo lungometraggio di Chaplin la genesi del film è nota: addolorato per la morte prematura del primogenito che visse solo tre giorni, il comico iniziò a lavorare al film che comportò oltre un anno di lavoro tra le numerose scene girate, il montaggio fortunoso durante il divorzio dalla prima moglie.
Nella storia Chaplin inserisce elementi della propria infanzia: la povera soffitta, gli anni in orfanatrofio perché la madre era malata.
Il risultato è il capolavoro che tutti conosciamo: un riuscito incrocio tra melodramma e comicità slapstick, la classicità dickensiana dei colpi di scena, (il foglietto che permette alla madre di riconoscere il figlio a distanza di anni) unita alla modernità delle comiche, il genere più in voga di cui Chaplin era re indiscusso.


Ilmonello


Tutto, o quasi, viene girato in gag dal potere eversivo: il rapporto conflittuale con la legge, il lavoro di vetraio che ha successo perché il monello passa poco prima a rompere i vetri che Charlot sarà chiamato a riparare. Gli scontri fisici con i bulli del quartiere, il piccolo atterrato dal ragazzino, il maggiore rintronato da Charlot a colpi di mattonate.
Le scene più drammatiche sono volutamente lasciate tali dal regista: il momento più toccante è quello in cui il bambino viene prelevato dalle istituzioni per essere portato all’orfanatrofio, ricordo autobiografico e critica sociale sono dietro al furgone che sembra quello di un accalappiacani, la grinta che spinge Charlot a recuperare il bambino è la rivalsa sull’ingiustizia.
Le scene riguardanti la madre, la cui unica colpa -come dice la didascalia- è la maternità sono sottolineate dal parallelo con la via crucis, che forse oggi pare un po’ forzato ma all’epoca una gravidanza fuori dal matrimonio era uno stigma sociale. Nella riedizione del 1971 il regista stesso taglia alcune scene tutte riguardanti la madre trovandole forse un po’ ridondanti.



The kid


Altro elemento peculiare del film è il sogno in cui il vagabondo immagina un mondo paradisiaco, tutti i personaggi del film, tranne la madre, compaiono in vesti angeliche e bonarie ma il diavolo ci mette lo zampino e insinua nell’animo umano gelosia, rabbia trasformando tutto nella sarabanda che ben conosciamo: uno sguardo molto amorevole verso la condizione umana che anticipa il lieto fine aperto: non sappiamo infatti se il vagabondo si fermerà con il monello e la ritrovata madre.
Il film è passato alla storia anche per le vicende di alcuni protagonisti: il piccolo Jackie Coogan è ricordato per essere lo zio Fester della serie tv La famiglia Addams, meno noto è che c’è anche una legge americana che porta il suo nome, il Coogan Act che protegge i guadagni degli artisti minorenni, infatti dopo Il Monello il piccolo attore divenne un divo bambino le cui ricchezze furono sperperate dai famigliari con cui iniziò una battaglia legale che portò anche alla tutela economica dei minori.
L’angioletto tentatore è la tredicenne Lita Gray che quattro anni più tardi divenne la seconda moglie di Chaplin e madre dei suoi due primi figli.

La febbre dell’oro

The Gold Rush
USA 1925 United Artist
con Charlie Chaplin, Mack Swain, Tom Murray, Henry Bergman, Georgia Hale, Malcolm Waite
regia di Charlie Chaplin



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Anche il vagabondo Charlot si lascia tentare dalla ricerca dell’oro in Klondike e durante una tempesta si rifugia nella capanna del fuorilegge Black Larsen che vorrebbe scacciarlo, l’arrivo di un altro cercatore, Gicomone, che ha appena trovato un filone d’oro, costringe i tre a una convivenza forzata. Black Larsen parte alla ricerca di viveri mentre Charlot e Giacomone restano nella capanna in preda alla fame. Scampati alla tormenta e alla tentazione di cannibalismo, i due si dividono e mentre Giacomone viene colpito alla testa da Black Larsen che fuggendo dalla legge era incappato nella sua miniera, Charlot arriva in una cittadina mineraria e si innamora di Giorgia, una ragazza del tabarin. L’omino viene ospitato da un ingegnere minerario, Hank Curtis, che gli affida la sua baita mentre parte per una missione. Charlot incontra ancora Giorgia e le altre ragazze del saloon: accortesi della passione del vagabondo per Giorgia si invitano per la notte di Capodanno salvo poi dimenticarsene.Intanto anche Giacomone che non ricorda più dov’è la sua miniera a causa del colpo ricevuto da Black Larsen, arriva la saloon e riconosce Charlot e gli promette di dividere con lui i proventi del filone d’oro se lo riporta alla baita dove si erano riparati durante la tempesta. L’omino acconsente ma un’altra notte di bufera trascina la casupola sull’orlo di un dirupo, fortunatamente vicino alla miniera di Giacomone che come promesso divide la sua ricchezza con Charlot che ritrova anche l’amore di Georgia.



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Un classico della cinematografia chapliniana che ci ha regalato alcune sequenze memorabili: Giacomone che nel delirio della fame vede Charlot come un grosso pollo, l’eleganza con cui l’omino serve una delle sue scarpe bollite, sfilettata come un pesce pregiato, il ballo dei panini durante il sogno mentre Charlot attende invano le ragazze la notte di Capodanno, e la casa in bilico sul dirupo che s’inclina pericolosamente.
La genesi del film è nota: dopo il successo de Il Monello, Chaplin gira il drammatico La donna di Parigi dove non compare e si limita al ruolo di regista, il film fu un insuccesso commerciale e il comico faticava a trovare una fonte d’ispirazione per un nuovo progetto. Un giorno a casa dei Fairbanks, vide alcune diapositive relative alla febbre dell’oro e rimase colpito, la lettura di alcune testimonianze di sopravvissuti al gelo e alla fame stimolò la fantasia di Chaplin portandolo a scrivere il film che raccontava nella sua caratteristica chiave poetica e tragicomica le disavventure dei cercatori d’oro nel clima impervio dell’Alaska.



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Per certi versi La febbre dell’oro è il film più “keatoniano” di Charlie Chaplin: l’incapacità dell’uomo di affrontare le forze avverse, in questo caso naturali, sembra più appartenere all’altro genio del cinema muto americano.
Tipicamente chapliniana è la solitudine del suo protagonista che sembra ritrovarsi in Alaska quasi per caso, mosso al limite dalla curiosità ma non certo dall’avidità, un isolamento che emerge lampante quando Charlot entra nel tabarin: è il giorno di Natale, tutti bevono e festeggiano non certo con spirito religioso ma per divertirsi dimenticando le fatiche e i fallimenti della ricerca. L’unica cosa che colpisce l’omino è la luminosa bellezza di Giorgia, che non si accorge di lui e lo sceglie per ballare solo per fare un dispetto a Jack, adone sciupafemmine.



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Nonostante si prenda bonariamente gioco di Charlot quando scopre che è innamorato di lei, la ragazza rimane colpita dalla cura con cui l’omino aveva preparato il cenone a cui lei e le altre ragazze non si erano presentate per semplice dimenticanza. L’attenzione fa breccia nel cuore di Giorgia che quando ritrova Charlot sulla nave che lasca l’Alaska, vedendolo ancora con gli abiti da barbone pensa sia un clandestino e si batte perché non venga cacciato. Charlot che indossava gli abiti con cui aveva trovato la miniera per un servizio fotografico ha così la conferma che la ragazza lo ama davvero e non per i suoi soldi.



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Nella versione rieditata nel 1942 dallo stesso Chaplin che aggiunge la colonna sonora da lui composta e un commento sonoro eliminando le didascalie, il regista modifica il finale eliminando la scena del bacio per sfumare sui due che entrano nella nave, forse per ricollegarsi ai suoi celebri finali dei protagonisti di spalle e in cammino.

Betty Grable

BettyGrable

Il 18 dicembre 1916 nasce a Saint Louis, in Missouri, Elizabeth Ruth Grable, divenuta celebre con il nome di Betty Grable e il soprannome “the legs” le gambe alludendo al fisico statuario che l’ha resa celebre prototipo delle pin up anno ’40, più dell’atomica Gilda.
La madre Lillian, nutre delle ambizioni artistiche per la figlia e in seguito alla crisi del ’29 si trasferisce a Hollywood dove spaccia la tredicenne Betty per quindicenne. L’agognato debutto avviene come corista nel musical Giorni felici.
L’anno seguente Betty diventa una delle Goldwyn Girls, una compagnia femminile di attrici e ballerine alle dipendenze di  Samuel Goldwyn da cui sono uscite diverse dive come Paulette Goddard o Jane Wyman.
La giovanissima Betty inizia la gavetta di piccoli ruoli, il primo accreditato è del 1932 Probation, diretto da Richard Thorpe; nel 1934 e nel 1936 interpreta ruoli secondari nelle commedie di Fred Astaire e Ginger Rogers firmate da Mark Sandrich: Cerco il mio amore e Seguendo la flotta.
Passata sotto contratto con la Paramount, Betty Grable entra in quel vivaio di giovani artisti impiegati in college movie dove troviamo anche Judy Garland.
A questo genere si ascrive il film Million Dollar Legs del 1939 la Grable è la protagonista e dal titolo del film deriva il soprannome “the legs”, nella pellicola recita anche il primo marito Jackie Coogan, l’ex bimbo prodigio de Il Monello, non ancora pacioso come lo zio Fester de La famiglia Addams, ma un giovane provato dalla causa con i famigliari che si erano intascati tutti i suoi guadagni, a tutela delle star minorenni nascerà infatti il Coogan Act. Betty e Jackie si erano sposati nel 1937 e divorziano proprio nel 1939.
BettyGrablepinup
Nel 1940 viene notata da Darryl F. Zanuck che la mette sotto contratto con la 20th Century-Fox.
Notti Argentine e Una notte a Broadway  di quell’anno decretano il successo dell’attrice, confermato da Appuntamento a Miami del 1941,in quell’anno gira anche il film di propaganda Il mio avventuriero accanto a Tyrone Power e il bel noir Situazione pericolosa accanto a Victore Mature per la regia di Bruce Humberstone.
La carriera dell’attrice è in continua ascesa, tra i film del 1942 ricordiamo il musical In montagna sarò tua, sul set incontra il secondo marito, il trombettista Harry James.
Nel 1943 lo scatto fotografico che fa entrare l’attrice nell’immaginario americano: si tratta di una foto in costume da bagno, ripresa di spalle per nascondere la gravidanza dell’attrice, il cui viso sorridente ammicca dalla spalla: la foto di Frank Powolny diventa un poster che sarà il più richiesto dai soldati americani oltreoceano. Il successo dello scatto apre la possibilità a Betty Grable di diventare una star di prima grandezza ma l’attrice è piuttosto insicura, preferisce rimanere nel suo limbo di musical secondari che all’epoca hanno incassi notevoli ma che oggi non hanno lasciato alcun ricordo degno di nota.
Dobbiamo arrivare al 1948 perché Betty Grable abbia una parte in un musical di rillievo, viene scelta da Lubitsch per La signora in ermellino, pellicola tratta dall’omonima operatta di Rudolph Schanzer e Ernst Welisch. Purtroppo il regista muore pochi giorni dopo l’inizio delle riprese e viene sostituito da Otto Preminger.
ComesposareunmilionarioNon essendo mai diventata una stella di prima grandezza, ma solo un’attrice da sfruttare per gli incassi al botteghino, la Fox inizia a trascurare la carriera della Grable non appena i profitti che procura allo studio iniziano a calare, la cosa ovviamente porta a dissapori contrattuali che fanno perdere all’artista il ruolo di Lorelei ne Gli uomini preferiscono le bionde affidato all’emergente Marilyn Monroe, ma sarà proprio lavorando con la nuova diva dello studios in Come sposare un milionario del 1953, che l’attrice trova il ruolo più significativo della carriera che ormai volge al termine.
Betty Grabe gira ancora due film nel 1955 per dedicarsi al teatro e alla televisione.
L’attrice muore a soli 56 anni, per un tumore ai polmoni il 2 luglio 1973.

Luci della ribalta

Limelight
USA 1952 United Artist
con Charlie Chaplin, Claire Bloom, Nigel Bruce, Buster Keaton, Sydney Chaplin, Mollie Clessing, Wheeler Dryden, Andre Eglevsky, Melissa Hayden, Stapleton Kent, Geraldine Chaplin, Josephine Chaplin, Michael Chaplin, Norman Lloyd, Barry Bernard, Marjorie Bennett
regia di Charlie Chaplin



Limelight


Londra, 1914: Calvero, clown in declino e alcolizzato, sventa il tentativo di suicidio di una vicina di casa e accoglie nel suo appartamento la ragazza nel periodo di convalescenza. Scopre così che Thereza è una ballerina con una drammatica storia famigliare che l’ha portata a sviluppare una psicosi per cui crede di essere paralizzata alle gambe. Calvero la aiuta a rimettersi in piedi (letteralmente) e ad affrontare i suoi demoni. Mentre Terry rifiorisce e torna a ballare, la carriera di Calvero raggiunge il punto più basso e quando scopre che potrebbe essere sostituito nel piccolo ruolo che Thereza gli ha trovano nel suo spettacolo decide di uscire dalla vita della ragazza che lo vorrebbe sposare per riconoscenza. Terry lo ritrova e il suo produttore, che una volta era quello di Calvero, decide di organizzare una serata per onorare il vecchio artista che inaspettatamente ottiene un grande successo ma muore alla fine dello show.



Limelight


Spogliandosi di ogni pudore Chaplin racconta le paure e le speranze di un artista che vede avvicinarsi la fine della carriera e della vita: non è forse il sogno di ogni attore morire sul palcoscenico? Calvero, gloriosa stella d’antan che, con un misto di rassegnazione e terrore (il primo sogno che si chiude sulla platea vuota) guarda la propria carriera andare in frantumi per colpa dell’alcol, riesce a riconquistare per un’ultima volta i favori del pubblico dando tutto sé stesso e la funambolica caduta giù dal palco che conclude lo sketch è troppo per il suo cuore malandato che si spegne poco dopo mentre si esibisce Thereza, la ragazza a cui l’artista ha saputo fare da padre e da mentore spronandola verso una gloriosa carriera.



Lucidellaribalta


La pellicola non è bilanciatissima: il regista che per ultimo si arrese al sonoro qui si lascia andare a lunghi monologhi con cui cerca di risollevare l’animo della depressa fanciulla che gli è capitata tra capo e collo ma lo spirito malinconico che pervade la pellicola e le musiche meravigliose composte dallo stesso Chaplin fanno dimenticare eventuali sbavature.



Lucidellaribalta


Il film è l’ultimo girato negli Usa dall’artista che si apprestava a lasciare l’America per sfuggire al maccartismo; Luci della ribalta fu boicottato negli States ed ebbe scarso successo e – caso più unico che raro- le musiche del film furono premiate solo nel 1973, l’anno dopo che Chaplin era tornato in America per ricevere l’Oscar alla carriera.



Lucidellaribalta


Nella pellicola il regista coinvolse tutta la numerosa famiglia, Sydney Chaplin, figlio di Chaplin e Lita Grey, l’angioletto malizioso de Il Monello, è Ernest Neville, il musicista di belle speranze che finisce sotto le armi, vero amore di Thereza, la moglie Oona fa parte del pubblico e i figli più piccoli sono i tre ragazzini del quartiere della sequenza iniziale.
Ovviamente la presenza più incisiva del cast è quella di Buster Keaton, che il regista volle come suo partner nel numero dei musicisti, una perfetta comica nello stile dei loro tempi d’oro.

Auguri a Francesco Rosi

Francescorosi Il regista è mancato oggi, 10 gennaio 2015
90 anni per un maestro del cinema italiano che ha praticato e reso grande un genere molto difficile, il cinema d’inchiesta.
Francesco Rosi nasce a Napoli il 15 novembre 1922. Vinto un concorso per il bambino più somigliante a Jackie Coogan (il bambino de Il monello di Chaplin poi Zio Fester ne La famiglia Addams) a tre anni Francesco Rosi e il padre avrebbero dovuto trasferirsi in America ma la madre si oppone al viaggio però il destino si limita a rimandare l’incontro di Francesco con la Settima Arte.
La guerra lo costringe ad interrompere gli studi di giurisprudenza e il giovane Rosi si ricicla come illustratore di libri per l’infanzia. Intanto collabora anche con Radio Napoli (prima stazione radiofonica del Sud Italia e fulcro della resistenza antifascista dopo il ‘43) dove crea contatti con giovani partenopei che lasceranno a loro volta il segno: Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Aldo Giuffrè e anche Giorgio Napolitano.

Rosivisconti Terminata la guerra si avvicina al mondo dello spettacolo; inizia come assistente di Ettore Giannini per l’allestimento romano de Il voto di Salvatore Di Giacomo.
Diventa aiuto regista di Luchino Visconti per La Terra Trema (1948) e Senso del 1954; intanto, sempre per Visconti, scrive la sceneggiatura di Bellissima. Gira alcune scene nel 1952 per Camicie rosse di Goffredo Alessandrini e nel 1956 è alla “direzione tecnica” del film diretto da Vittorio Gassman Kean: genio e sregolatezza; sempre come aiuto regista collabora con Matarazzo (Tormento), Antonioni (I Vinti), Monicelli (Proibito) e Luciano Emmer.
Nel 1958 il debutto come regista con La sfida un ottimo esordio con una vicenda ispirata a un fatto di cronaca. Se le tematiche sono già in nuce quelle che faranno grande il suo cinema, anche stilisticamente Rosi conferma la sua libertà e il suo spirito sperimentatore coniugando la lezione neorealista italiana al noir americano.
Il secondo film è I magliari del 1959 e non fu molto amato all’uscita in sala per la presenza di Alberto Sordi considerato troppo sopra le righe per un ruolo drammatico.
Con Salvatore Giuliano del 1962 il regista inaugura un nuovo genere per il cinema italiano, il film d’inchiesta. Questa prima opera del nuovo filone ripercorre la vicenda del brigante siciliano ricostruendo la sua vita attraverso flash back a partire dal ritrovamento del cadavere del bandito. La vicenda di Salvatore Giuliano diventa una scusa per raccontare la Sicilia e le connivenze tra politica banditismo e potere mafioso.

Salvatoregiuliano

Nel 1963 è la volta de Le mani sulla città che indaga nello squallido mondo delle speculazioni edilizie. Leone d’oro al Festival di Venezia, il film non si limita a denunciare un dramma di un periodo storico ma è purtroppo ancora drammaticamente attuale rivelandosi così tragicamente profetico.
Nel 1964 Rosi si sposta in Spagna e con Il momento della verità vuole demolire l’epica della corrida (cfr il Dizionario dei film Mereghetti) ma il film si rivela debole e viene tacciato di calligrafismo.
Nel 1967 l’autore si concede una pausa di leggerezza e dirige una fiaba, quasi una rivisitazione di Cenerentola, con Sophia Loren e Omar Sharif: la pellicola si intitola C’era una volta e racconta l’amore tra una popolana e un principe spagnolo.
Ilcasomattei Nel 1970 il ritorno ai temi importanti, in questo caso l’antimilitarismo portando sul grande schermo Uomini contro tratto dal romanzo Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu. A partire da questo film inizia la collaborazione fecondissima con Gian Maria Volonté che giganteggia nei seguenti Il caso Mattei (1972) e Lucky Luciano del 1973.
Nel 1975 Rosi indaga la strategia della tensione con Cadaveri eccellenti dal romanzo Il contesto (1971) di Sciascia. Il film scatena molte polemiche ma vince il David di Donatello, premio che Rosi riceve anche l’anno seguente per Cristo si è fermato a Eboli tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, pellicola che vede nuovamente protagonista Gian Maria Volonté. Oltre al David il film vince anche il BAFTA come miglior film straniero.
Del 1981 è Tre fratelli: il film, ispirato a un racconto dell’autore russo Andrej Platonovic Platonov, analizza lo scontro tra la morente civiltà contadina e la vita di città e fa vincere al regista due David Di Donatello, per regia e sceneggiatura oltre che un Nastro d’Argento per la regia.
Nel 1984 la trasposizione de la Carmen di Bizet in un film che esalta il lato cruento del melodramma e vanta delle scenografie grandiose che lo pongono all’attenzione di molti premi europei.
Nel 1987 Rosi vorrebbe girare La tregua ma il suicidio dell’autore, Primo Levi lo fa desistere; il progetto sarà ripreso e portato a termine dieci anni dopo, nel 1997 diventando l’ultima pellicola girata da Francesco Rosi.
Ma prima ci sono ancora quattro lavori: Cronaca di una morte annunciata dall’omonimo testo di Gabriel García Márquez; Dimenticare Palermo del 1990, sempre nello stesso anno partecipa al documentario corale per i Mondiali di Calcio di Italia 90, 12 autori per 12 città in cui racconta la sua Napoli, che sarà protagonista anche del documentario del 1992 Diario napoletano.
Se la carriera cinematografica è finita nel 1997, gli anni duemila segnano un ritorno alla regia teatrale, con attenzione particolare alle opere di Eduardo De Filippo.
Il cinema lo ha insignito negli ultimi anni dell’Orso d’Oro alla carriera al Festival di Berlino (2008) e quest’anno del Leone d’Oro alla carriera al la Mostra del Cinema di Venezia.

The Artist

TheArtist Hollywood, 1927: George Valentin e’ una stella di prima grandezza del cinema muto e quando incontra l’aspirante attrice Peppy Miller fa in modo che abbia un ruolo da comparsa e le consiglia di disegnarsi un neo. Tra i due e’ amore a prima vista ma il divo e’ sposato. Peppy fa carriera velocemente grazie al suo fascino di smart girl mentre Valentin non vuole adeguarsi al sonoro e nel ‘29 lascia la major per produrre con il proprio denaro un grandioso film muto, l’insuccesso del film e il crollo della borsa lo portano al fallimento ma da lontano Peppy Miller veglia su di lui..

Osannato a Cannes 2011, The Artist e’ veramente un gioiello che sa incantare le platee, un po’ meno i critici che pare lo trovino un mero esercizio di stile. Personalmente l’ho adorato perche’ il cinema muto e la commedia anni ’30 sono da sempre il mio genere preferito e non ho potuto fare a meno di ammirare il rigore con cui il regista ha ricostruito l’epoca che va dal ‘27, avvento del sonoro al 1933 anno di Carioca il primo film della premiata coppia Ginger Rogers Fred Astaire. Encomiabile la precisione con cui sono stati allestiti i set fantasiosi del cinema muto e quelli piu’ realistici del sonoro a sottolineare che il suono ha comportato l’abbandono dei toni fiabeschi ed esotici dei silent movies popolato di sceicchi, principi e quant’altro per arrivare ad ambientazioni piu’ realistiche in stile deco’ (non divaghero’ parlando di una meravigliosa scultura di nudo di donna in piedi acrobaticamente reclinata sulla schiena).
La capacita’ di ricostruire perfettamente le atmosfere a cavallo degli anni ‘20-’30 permette al regista Michel Hazanavicius di giocare con omaggi a grandi pellicole di quel periodo o su quel periodo, impossibile non pensare a Cantando sotto la pioggia: il protagonista ha il sorriso aperto di Gene Kelly e la sua partner, di cui vedremo il provino sonoro, ricorda l’odiosa Lina Lamont dalla voce così querula e nasale da richiedere il doppiaggio della dolce Debbie Reynolds.
La sequenza iniziale del film con la prima del grande successo di Valentin, racconta gia’ tutto: il film si apre con l’attore che giura di non parlare (e’ torturato dai tedeschi con un macchinario che ricorda quello che ha dato vita al robot di Metropolis) della protagonista femminile clonata da Cantando sotto la pioggia abbiamo gia’ detto e quando Valentin si ferma sotto lo schermo a vedere la pellicola il pensiero corre al Don Quixote di Welles che lotta con le immagini e il film raccontera’ proprio la lotta don chisciottesca di Valentin contro il progresso della tecnologia cinematografica. Progresso che costo’ davvero la vita a diversi divi del cinema muto che non seppero adeguarsi alla nuova tecnologia: piu’ che a Valentino, scomparso prima di cimentarsi con il sonoro, l’omaggio onomastico forse doveva essere per John Gilbert.
Tornando a Orson Welles, il piu’ grande cineasta americano e’ omaggiato molte volte: le colazioni che narrano il progressivo allontanamento tra Valentin e la moglie, la stanza con i cimeli protetti da lenzuola, mi hanno ricordato molto Quarto Potere.
Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e’ protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monello di Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?