Palma il Vecchio – lo sguardo della Bellezza

Palmaloc Bergamo onora Jacomo Nigretti de Lavalle, l’artista a cui diede i natali Serina nel 1480, con la prima esposizione monografica mai realizzata su questo artista del Rinascimento veneto, che si pone tra Giorgione e Tiziano.
La fama di Palma il Vecchio è oscurata dalla sua morte prematura, avvenuta prima dei cinquant’anni. Avendo spesso lavorato per committenze private, il corpus delle sue opere si è ben presto smembrato entrando già dal Seicento a far parte delle più grandi collezioni nobiliari, per questo molte delle opere esposte provengono dai più importanti musei europei.
In mostra non sono presenti opere di altri pittori con cui far dialogare i dipinti di Palma il Vecchio ma ci si concentra solo sull’artista ponendo l’accento sulle peculiarità della sua produzione.
Il tratto distintivo dell’artista è la sua abilità di usare il colore: le sue Sacre Conversazioni, uno dei temi principali dipinti per la devozione privata, sono un tripudio di colori smaglianti che il pittore declina per contrasto tra le diverse figure o su scale di toni negli indumenti di un singolo personaggio.
Alla felice capacità dell’uso del colore si unisce un raffinato gusto per il dettaglio e Palma sa rappresentare con maestria tutta la ricchezza della moda veneziana: finissime camice di batista, panneggi sontuosi e vezzosi fiocchi ornamentali contraddistinguono i ritratti a mezzo busto, altro tema tipico nella produzione del maestro bergamasco. In questo tipo di opere però Palma non si limita a tratteggiare il lusso delle vesti, i suoi ritratti rappresentano giovani pensosi, fanciulle dall’incarnato d’alabastro che diventano il prototipo stesso della bellezza virginale veneziana. Esempi sublimi della sua ritrattistica sono il Ritratto di donna detta La Bella e il Ritratto di Poeta, cosiddetto Ariosto.
La vaghezza bucolica contraddistingue l’autore, la troviamo nei quadri di nudi, Le ninfe al bagno e le Due ninfe in un paesaggio e nella realistica atmosfera paesana dell’Incontro di Giacobbe e Rachele opera che perde ogni dimensione biblica e diventa la rappresentazione di una scena di vita pastorale delle valli bergamasche. L’attenzione per la natura è pari a quella per la moda veneziana: tutte le sue opere inserite in un contesto all’aperto (quasi tutte le Sacre Conversazioni) sanno raccontare la luce del giorno e la dolcezza nostalgica del paesaggio bergamasco.
Sono presenti in mostra anche pale d’altare, in particolare il Polittico della presentazione della Vergine e il Polittico di Santa Barbara o Polittico Bombardieri della Chiesa di Santa Maria Formosa di Venezia. Anche nella produzione più spiccatamente religiosa tornano tutti gli aspetti che caratterizzano l’opera di Palma il Vecchio che possiamo sintetizzare nella sua attenzione per l’umana bellezza che prevale sempre: il sacro per Jacopo Palma il Vecchio, si esalta nella gloria della carnalità sognante e rigogliosa.

Palma il Vecchio – lo sguardo della Bellezza
dal 13 marzo al 21 giugno 2015
Prorogata fino al 12 luglio
GAMeC, Via San Tomaso, 53 – Bergamo

Interceptor (Mad Max)

Interceptor Mad Max
Australia 1979
con Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne
regia di George Miller

In un futuro prossimo venturo la violenza dilaga e sono rimasti pochi i poliziotti che cercano di arginarla con altrettanta foga, tra questi Max Rockatansky. Dopo la morte dello psicotico Nightrider le cose precipitano: gli altri componenti della banda bruciano vivo Jim Goose, un collega di Max, che a quel punto decide di abbandonare la polizia per non farsi inghiottire dalla spirale di violenza ma quando il branco di motociclisti gli stermina la famiglia, l’uomo cede e si dedica alla vendetta..

Il film capostipite è quello meno noto della saga di Mad Max, con minori passaggi televisivi ma anche la distribuzione nelle sale all’uscita del film fu discontinua perché Mad Max nasce come bmovie, a bassissimo costo.
Il titolo italiano, Interceptor, è un’omaggio all’auto elaborata guidata dal protagonista, un giovanissimo e pressochè esordiente Mel Gibson la cui carriera decollò col successo del film e del sequel del 1981, Interceptor – Il guerriero della strada.
E’ una pellicola che mischia con sapienza diversi generi, il debito maggiore è sicuramente verso il western a cui s’ispira per il taglio della fotografia: nella parte iniziale del film vengono solo mostrati dettagli degli occhiali del protagonista o parti del suo volto riflesse nello specchio, riprese solitamente dal basso per sottolineare la grandezza del personaggio.
Notevole il montaggio talvolta così rapido da sembrare confuso. Un altro grande merito del film è di essere un perfetto esempio di enfasi per celazione: la pellicola gronda violenza ma non la esplicita mai, avviene sempre tutto fuori scena o in campo lungo: non vediamo Goose ustionato all’ospedale ma leggiamo solo lo sgomento negli occhi di Max; l’omicidio della moglie e del figlioletto è narrato dalle ciabatte che rotolano verso la telecamera e la macchina da presa non si muove per esibire il dolore del protagonista quando raggiunge i cadaveri dei suoi cari. Il risultato è un senso di oppressione che pervade tutto il film e che comincia dall’inquadratura iniziale: il cancello della sede di polizia che mi ha ricordato il cancello di Auschwitz e che ci precipita in un mondo dove per sopravvivere non c’è spazio per il buon cuore ma serve solo la crudeltà.

Madmax

Il racconto dei racconti

Ilraccontodeiracconti Per avere un figlio i sovrani di Selvascura uccidono un drago di mare, il re muore nell’impresa e la vergine che deve cuocerne il cuore per la regina rimane a sua volta incinta: dopo un giorno nascono due albini, praticamente gemelli, legatissimi tra loro e nulla potrà la Regina per separarli.
Il lussurioso re di Roccaforte s’invaghisce del canto di una giovinetta ma verrà gabbato da due vecchie tintrici che a loro volta pagheranno a caro prezzo l’avidità e la voglia di giovinezza.
Lo sventato re di Altomonte alleva amorosamente una pulce facendola diventare grande come un vitello, alla morte dell’animale la sua pelle scuoiata diventerà l’indovinello per trovare il marito alla principessa Viola ma a indovinare non sarà certo un principe..

Il fantasy cinematografico è solitamente un genere “basso” molto popolare che semplifica notevolmente le fonti letterarie a cui si ispira in nome (appunto) della fantasia.
Il lavoro di Garrone prova a coniugare il basso del fantasy con l’alto letterario ispirandosi a tre novelle de Lo cunto de li cunti, opera del seicento napoletano di Giovanbattista Basile, nota anche come Pentamerone perché riprende la struttura a novelle ripartite in diverse giornate del Decamerone di Boccaccio.
Manca quindi il colpo di scena, il combattimento tipico del fantasy che spopola anche molto nelle serie tv e questo potrebbe disorientare lo spettatore che si aspetta anche una morale molto immediata dal racconto dato che nel fantasy le distinzioni tra buoni e cattivi sono estremamente manichee, ne Il racconto dei racconti questa distinzione non è così diretta, soprattutto nella storia delle sue vecchie sorelle non è facile accettare che la più avida venga premiata da un fortunato incontro mentre la seconda venga punita dalla follia della sua sventatezza, lo stesso dicasi per Viola, la principessa che vorrebbe solo innamorarsi ed è costretta a scontare tragicamente la stupidità paterna e anche se nel finale in cui le tre storie si incrociano sembra prevalere il lieto fine, la sensazione è che non sia adeguato a tutte le pene sopportate, del resto la vita è spesso così e la conclusione del film abbandona i toni fantastici per passare a una constatazione realista ma Garrone piega le regole del fantasy creando un nuovo tassello della sua teoretica da sempre votata all’analisi del mutamento del corpo e dell’inganno.
La grande magia del film sta nella potenza delle immagini ancora una volta realista: se si pensa che l’ambientazione di quelle fiabe sono tutti veri castelli italiani, ritoccati graficamente solo per far sparire i segni del presente, ci si sente riempire il cuore di commozione.
Nel grande calderone che mescola divinamente barocco, medioevo e rinascimento, la fedeltà ai vari modelli è notevole, basta notare la locandina i cui castelli sullo sfondo ripropongono i fondali dei quadri di Leonardo e molti altri pittori italiani: se questa è la via per il fantasy d’autore, che ben venga!

Black Sea

BlackSea Il capitano di un sottomarino, licenziato dalla società per cui lavora, viene coinvolto da un altro marittimo che ha perso il lavoro in un progetto al limite della legalità: scendere nel Mar Nero alla ricerca di un U-boot affondato durante la Seconda Guerra Mondiale con un a bordo un carico d’oro che doveva garantire un accordo di pace tra la Russia di Stalin e la Germania nazista..

Le pellicole di sottomarini hanno sempre per sfondo la guerra, vera (Destinazione Tokio) o fittizia (Caccia a Ottobre Rosso), questa volta si tratta di una sporca dozzina di marittimi licenziati in tronco che combattono la crisi a modo loro, senza sapere di esserne vittime per l’ennesima volta, manipolati dalla stessa società che ha tolto loro il lavoro.
Il film si divide in tre parti con stili ed esiti piuttosto diversi: la formazione del gruppo con un tono piuttosto scanzonato che culmina nella presentazione della rugginosa bagnarola russa che dovrà accoglierli, talmente vintage da non esser neppure un sottomarino a propulsione nucleare.
Da questo punto il tono cambia e si inabissa nel luogo comune: dai tempi di Armageddon – Giudizio finale la tecnologia russa è sempre obsoleta e basta assestare un buon colpo per metterla in moto, astronavi o sottomarini che siano.
Come in tutti i film di sottomarini, il mezzo finisce per incagliarsi pencolando pericolosamente su uno sprofondo, in un modo o in un altro si allaga costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in una piccola porzione dello scafo con le paratie stagne che gocciolano; quel che manca nel film, oltre al bip del sonar, è il senso di claustrofobia insito nel mezzo, sacrificato alla necessità (questa sì interessante) di mostrare gli scontri tra le due parti dell’equipaggio: per gli inglesi non è giusto dividere a metà il bottino con i russi perché il potere d’acquisto che questi ne ricaveranno sarà superiore al loro, l’avidità non porterà nulla di buono per nessuno, tanto meno per il comandante a cui è dedicata un’ultima parte di redenzione un po’ melensa scandita dai ricordi della vita familiare sacrificata per il lavoro.

Small Soldiers

Usa 1998
con Denis Leary, Kirsten Dunst, Gregory Smith, Jay Mohr, David Cross
regia di Joe Dante

La multinazionale Globotech acquisisce una fabbrica di giocattoli imponendo una produzione diseducativa e violenta a base di soldatini. Per ubbidire al nuovo diktat uno dei costruttori monta sulla nuova linea un microchip militare di ultima generazione. Il figlio di un giocattolaio, Alan, ottiene in anteprima l’intera serie di giocattoli scoprendo quanto possa essere mortalmente pericoloso il Commando Elite determinato sterminare i nemici Gorgonauti..

Smallsoldiers

Avevo visto Small Soldiers quando era uscito in sala e mi aveva divertito nonostante le molte molte critiche negative che stigmatizzano il film ancora oggi. Rivedendolo scopro che la pellicola non è invecchiata per nulla negli effetti speciali nonostante i passi da gigante fatti in materia nell’ultimo decennio.
Le accuse di essere una pellicola dalla critica semplicistica contro l’incombente avvento tecnologico a favore di un modo di vivere più naturale incarnata dai due padri, il giocattolaio contrario alla violenza e il vicino patito di strumentazioni elettroniche, si smonta nel presente vedendo quanto la tecnologia sia presente nelle nostre vite e la facilità con cui il Commando Elite si muove su mezzi meccanici fa pensare alle guerre contemporanee gestite dai droni: non per nulla nel sottofinale amaro in cui il capo della multinazionale Gil Mars quieta tutte le coscienze a suon d’assegni, l’astuto dirigente decide di riutilizzare i soldatini spedendoli a prezzo maggiorato a qualche banda di guerriglieri sudamericani.
La satira dei film d’azione anni ’80 che nel 1998 poteva sembrare fuori tempo massimo, acquista nuova linfa oggi che il genere sta vivendo un revival, vedi I Mercenari ecc.. per cui oltre alle citazioni di film come Patton Generale d’acciaio, risulta molto divertente la parodia della retorica militare quando muore il primo soldato del Commando Elite sulle note di una triste marcia militare riuscendo a strappare perfino una lacrimuccia al granitico comandante Chip Hazard.
Anche il gioco di rimandi cinefili è antipicipatorio della moda che prenderà piede con le grandi produzioni a cartoni animati della Pixar e per dirla tutta ho l’impressione che i Gorgonauti, gli alieni dall’aspetto mostruoso ma di buon cuore che vogliono solo tornare a casa, siano stati d’ispirazione per Monster e Co (il mostro con la testa incassata tra le spalle, l’essere monocolo) mentre il volto di Archer viene ripreso da Diego, la tigre dai denti a sciabola de L’era glaciale.
Vogliamo poi dire che il nome inglese dei Gorgonauti è Gorgonites che ricorda molto quello dei giocattoli di successo dei Gormiti?
Saranno tutte casualità ma di certo non sono poche..

Barocco ligure e piemontese

Baroccoloc Mentre a Roma si svolge la grande mostra sul barocco, anche Alessandria, nel suo piccolo propone un viaggio di venti opere nel medesimo stile artistico che hanno la peculiarità di provenire tutte da collezioni private quindi di essere in gran parte inedite.
SinobaldoscorzaCome dice il titolo stesso dell’esposizione gli autori hanno lavorato tutti in ambito ligure o piemontese ma non è detto che queste siano le loro origini infatti in mostra troviamo tre autori fiammnghi che operarono per lungo tempo nei domini genovesi: Cornelis De Wael e Jan Roos (entrambi nati ad Anversa) e il francese Vincenzo Malò allievo di Rubens di cui ripropone le floride forme e la composizione movimentata nell’inedito Baccanale esposto.
A colpirmi particolarmente oltre alla magnifica Natura morta con fiori e falena (Vanitas) di Roos, sono stati i due quadri di Sinibaldo Scorza: in Paese nella campagna innevata mi sembra di riconoscere la pieve di Parodi Ligure, confortata dal fatto che il pittore ammantasse di fantasia i dintorni natii mentre nell’Albero con grande pavone intravedo qualcosa di cui il mio amato liberty si riappropierà due secoli dopo.

Baroccoall. Menzione per il volto più bello all’Allegoria della Vittoria di Paolo Gerolamo Piola, il quadro a destra nella foto che testimonia come l’esposizione si sposi perfettamente con il gusto del salone delle feste di Palazzo Cuttica.

Barocco ligure e piemontese.
Opere scelte dalle collezioni private
8 maggio 26 luglio 2015
Palazzo Cuttica
via Parma 1
Alessandria

Whiplash

Andrew si iscrive ad una delle scuole di musica più rinomate di New York sperando di diventare un grande batterista jazz. Fin dal primo anno attira l’attenzione del temutissimo professor Fletcher che dirige la banda del conservatorio. I metodi dell’insegnante sono al limite del sadismo e tra Andrew e il suo maestro si scatena una guerra che travalica i confini della scuola..

Whiplash

La curiosità scatenata dai tre Oscar vinti mi ha fatto dimenticare che solitamente a spuntare le nomination attoriali sono film che non amo molto e infatti la prima parte della pellicola ha confermato il mio pregiudizio: niente di nuovo nelle dinamiche tra allievo/insegnante, salvo il fatto che lo studente non è un disperato o uno scansafatiche da redimere ma un volenteroso disposto a rinunciare anche all’amore pur di seguire la sua ambizione musicale. Il professore invece è l’apoteosi del classico insegnante stronzo: sadico come il Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket a cui J. K. Simmons assomiglia anche fisicamente e bastardo come il Dottor House: ovviamente tutta questa cattiveria è solo uno sprone per ottenere il meglio dai propri studenti che però il più delle volte ne escono distrutti psicologicamente. E’ proprio la determinazione di Andrew che riscatta il film trasformando il classico rapporto scolastico nello scontro paritario tra due individui dotati di una forte personalità dominante. Il messaggio quindi si arricchisce rispetto al solito invito a lavorare duramente per ottenere quello che si desidera, sottolineando l’importanza di credere in sé stessi senza farsi intimidire.
Un’opera quindi solida che però aggiunge ben poco di nuovo a un tema classico della cinematografia, anche da un punto di vista stilistico, che è visivamente molto potente, mi sembra di vedere un debito verso il cinema di Darren Aronofsky: luci e colori mi hanno ricordato The wrestler ma soprattutto l’attenzione allo sforzo fisico, sangue e sudore del batterista, richiamano temi cari al regista.

Sant’Elena piccola isola

Sant'elena piccola isola Italia 1943
con Ruggero Ruggeri, Mercedes Brignone, Carla Candiani, Salvo Randone, Paolo Stoppa, Alberto Sordi
regia di Renato Simoni e Umberto Scarpelli

Gli ultimi sei anni di vita di Napoleone Bonaparte esiliato dagli inglesi dopo la vittoria di Waterloo nell’isola di Sant’Elena, che negli appunti delle lezioni di geografia del Bonaparte studente rappresentava l’ultima laconica annotazione: Sant’Elena, piccola isola.

Il racconto storico è molto asciutto, condensando in meno di 90 minuti i sei anni di prigionia dell’imperatore decaduto, ci si limita a qualche didascalia sullo sciabordio delle onde sulla riva per indicare l’anno e gli unici due momenti in cui l’azione si sposta a Londra durante il cambio del governatorato inglese e a Roma dove la madre di Bonaparte cerca di smuovere le conoscenze per mitigare la prigionia del figlio, costretto al clima malsano dell’isola e a pagarsi le poche comodità.
Bonaparte viene rappresentato come un personaggio fiero, che sa anche conquistarsi la simpatia degli altri isolani. Una figura umorale ma sempre in grado di elevarsi sulla meschinità della sua piccola corte all’interno della quale non mancano le rivalità per conquistarsi la benevolenza (e la probabile eredità) dell’ex sovrano.
Tra inglesi sempre figli della perfida Albione e cortigiani interessati l’esilio napoleonico nasconde molto velatamente l’attualità del tempo: il film è del giugno 1943 e per quanto il duce si paragoni con una certa presunzione a Bonaparte l’aria melanconica di fine regime traspare chiaramente.
Resta la rara occasione di vedere sul grande schermo un grande attore del teatro italiano: Ruggero Ruggeri (classe 1871) che interpreta degnamente il grande Corso.
Da segnalare l’ottima fotografia di Mario Bava che ripropone fedelmente l’iconografia neoclassica di Bonaparte e una delle poche caratterizzazioni positive di Paolo Stoppa, il medico inglese che non si presta a spiare l’illustre prigioniero; c’è poi la presenza di Alberto Sordi nei panni di un capitano inglese.
Il film è conosciuto anche come Napoleone a Sant’Elena, in omonimia con lo sceneggiato Rai del 1973 diretto da Cottafavi.

Dietro i candelabri

Behind the Candelabra
USA 2013
con Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Dan Aykroyd
regia di Steven Soderbergh



Behindthecandelabra


L’ultimo decennio di vita del celebre show man Liberace, dal 1977 quando, ultrasessantenne, conosce il giovanissimo Scott e vive la storia d’amore più importante della sua vita che finisce tristemente per vie legali dopo cinque anni, fino alla morte dell’artista vittima nel 1987 dell’AIDS.

Władziu Valentino Liberace era un pianista americano di origini italo polacche che ebbe un grandissimo successo tra gli anni ’50 e ’70, celebre per le sue mises stravaganti e costosissime, rifiutò sempre di ammettere la sua omosessualità e la morte per AIDS negli anni più virulenti della malattia ha fatto cadere l’oblio sul suo nome.
Steven Soderbergh riporta alla ribalta il suo personaggio con un film tratto dall’omonimo libro di Scott Thorson che racconta la sua storia d’amore con l’artista. Il film ha fatto molto discutere perché in America è stato giudicato “troppo gay” dalle case di produzione e non è stato distribuito in sala ma direttamente in televisione dalla HBO. In Europa il problema non si è posto e il film è stato anche in concorso al Festival di Cannes.
Il vero peccato della mancata distribuzione nelle sale americane è che questo era il classico film confezionato per gli Oscar dall’eclettico Soderbergh, non mancava nulla: la trasformazione mimetica degli attori, la malattia, la perfetta ricostruzione storica con costumi sfarzosi, ottime musiche, tutto riconosciuto dai diversi premi che il film ha vinto a partire dai Golden Globe.
Resta, in ogni caso una pellicola molto interessante che offre molti livelli di lettura dal biopic di ultimo tipo, quello che si concentra su un singolo periodo o un singolo episodio per spiegare la vita di un’artista come avviene anche in Hitchcok o Rush. Da questo punto di vista la pellicola ha il merito di aver rispolverato dall’oblio uno show man che per certi versi è stato un precursore, fosse solo per gli abiti folli indossati ben prima del glam rock, di Elton John o Lady Gaga. Come uomo ne esce la figura di una persona dall’ego ipertrofico, un vampiro psichico che prosciuga le energie di chi gli sta vicino per poi buttarlo quando non gli serve più.
Il film funziona anche sul piano sentimentale, narrando le varie fasi di una storia d’amore che vivono quasi tutte le coppie al di là delle inclinazioni sessuali.




‌behindthecandelabra

Sulla bravura del cast credo ci sia poco d’aggiungere: oltre ai due ottimi protagonisti a me è piaciuto molto Rob Lowe nei panni del tiratissimo chirurgo estetico spacciatore di anfetamine che portano alla dipendenza da droghe Scott.
Il tocco autoriale di Soderbergh si vede nel tentativo di smascherare i trucchi che stanno dietro al personaggio e anche allo show biz, tutto fatto con leggerezza ed ironia (la prima apparizione di Liberace senza capelli) e in fondo è divertente che questo perfetto meccanismo studiato a tavolino abbia perso l’occasione di partecipare agli Oscar per cui era costruito: una sorta di contrappasso con il mito che voleva smontare.

L’ammutinamento del Bounty al cinema

LatragediadelB Il più famoso ammutinamento della storia avvenne alla fine del XVIII secolo, il 28 aprile 1789 a bordo di un vascello che era partito alla volta di Tahiti, per una missione scientifica. L’impresa era guidata dal tenente di vascello William Blight e riuscì perfettamente ma durante la rotta di ritorno parte dell’equipaggio e alcuni ufficiali, insofferenti alle regole ed ancora ammaliati dalle disinibite bellezze tahitiane si ammutinarono e fecere ritorno nei Mari del Sud, rifugiandosi nell’Isola di Pitcairn, lasciando il comandante Blight e l’equipaggio rimastogli fedele su una lancia che incredibilmente riuscì a sbarcare su una colonia olandese.
La vicenda degli ammutinati del Bounty col tempo si è ammantata di leggenda e il cinema non si è fatto sfuggire una trama così intrigante e ha prodotto ben tre versioni di questa storia.

AmmutinatidelB La prima versione del 1935 firmata da Frank Lyold, La tragedia del Bounty (Mutiny on the Bounty) è una tipica produzione fastosa della MGM e si ispira al mito del Bounty che vuole nel comandante Blight un sadico e che fa di Fletcher Christian un eroe romantico spinto da un ideale di giustizia. Ad interpetare i protagonisti della vicenda ci sono Charles Laughton, nelle vesti del crudele comandante e Clark Gable, senza baffi, nel ruolo dell’eroico Christian.
Nel 1962 si pensa ad un remake di questo classico intitolato Gli ammutinati del Bounty (il titolo originale è sempre Mutiny on the Bounty) e per la parte che fu di Clark Gable viene chiamato il divo del momento, Marlon Brando.
Il film doveva essere un kolossal di esotismo e avventure marinare diretto da Carol Reed ma il volitivo Brando impose a metà lavorazione un cambio di regia facendo assumere Lewis Milestone.
Bounty Forse anche per non scontrasi con “il re di Hollywood” Clark Gable, scomparso l’anno precedente, Brando costruisce il personaggio di Christian come un dandy che non stima il suo superiore di origine plebea e guida l’ammutinamento per seguire un idealistico principio d’onore.
La pellicola fu girata nei luoghi che fecero da sfondo al fatto storico con grande profusione di bellezze tahitiane a far da comparsa; é noto che tra queste spiccassero le grazie di Tarita, che fece innamorare Marlon Brando e gli diede due figli. Per starle vicino il divo comprò l’atollo di Tetiaroa facendone il suo buen retiro.
Nel 1984 venne girato il terzo remake, Il Bounty (The Bounty): tra i tre è quello che ha minor fascino pur essendo il più fedele alla verità storica rivalutando il severo Blight, interpretato da Anthony Hopkins e descrivendo Christian come un personaggio che si lascia trascinare dagli eventi, ne veste i panni il sex-symbol degli anni ‘80, Mel Gibson.

Pubblicato nel 2007 su Alibi