Whiplash

Andrew si iscrive ad una delle scuole di musica più rinomate di New York sperando di diventare un grande batterista jazz. Fin dal primo anno attira l’attenzione del temutissimo professor Fletcher che dirige la banda del conservatorio. I metodi dell’insegnante sono al limite del sadismo e tra Andrew e il suo maestro si scatena una guerra che travalica i confini della scuola..

Whiplash

La curiosità scatenata dai tre Oscar vinti mi ha fatto dimenticare che solitamente a spuntare le nomination attoriali sono film che non amo molto e infatti la prima parte della pellicola ha confermato il mio pregiudizio: niente di nuovo nelle dinamiche tra allievo/insegnante, salvo il fatto che lo studente non è un disperato o uno scansafatiche da redimere ma un volenteroso disposto a rinunciare anche all’amore pur di seguire la sua ambizione musicale. Il professore invece è l’apoteosi del classico insegnante stronzo: sadico come il Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket a cui J. K. Simmons assomiglia anche fisicamente e bastardo come il Dottor House: ovviamente tutta questa cattiveria è solo uno sprone per ottenere il meglio dai propri studenti che però il più delle volte ne escono distrutti psicologicamente. E’ proprio la determinazione di Andrew che riscatta il film trasformando il classico rapporto scolastico nello scontro paritario tra due individui dotati di una forte personalità dominante. Il messaggio quindi si arricchisce rispetto al solito invito a lavorare duramente per ottenere quello che si desidera, sottolineando l’importanza di credere in sé stessi senza farsi intimidire.
Un’opera quindi solida che però aggiunge ben poco di nuovo a un tema classico della cinematografia, anche da un punto di vista stilistico, che è visivamente molto potente, mi sembra di vedere un debito verso il cinema di Darren Aronofsky: luci e colori mi hanno ricordato The wrestler ma soprattutto l’attenzione allo sforzo fisico, sangue e sudore del batterista, richiamano temi cari al regista.

Warrior

Warrior I fratelli Conlon si sono persi di vista nell’adolescenza: il piu’ piccolo Tommy, e’ scappato con la madre da un padre manesco ed ubriacone, mentre il sedicenne Brendan e’ rimasto con il genitore, piu’ per amore di Tess, la ragazza che diventera’ sua moglie. Un giorno Tommy si ripresenta dal padre e gli chiede di ricominciare ad allenarlo: vuole vincere la borsa milionaria di un prestigioso torneo di MMA, ma anche Brendan ambisce al premio e i due fratelli si ritroveranno sul ring.

Se dovessi sintetizzare il giudizio sulla pellicola in un aggettivo direi che si tratta di un film furbo, molto furbo. Il regista e sceneggiatore Gavin O’Connor cavalca il rinnovato successo delle pellicole di genere pugilistico e sport di contatto affini imbastendo una storia sul mondo del MMA, Mixed Martial Arts, disciplina che deriva dal pancrazio dell’antica Grecia mischiata ai colpi di altre arti marziali e che sta avendo un grande seguito negli States. L’organigramma non ancora definito dello sport in questione consente che ai combattimenti possano partecipare i personaggi piu’ disparati senza dover seguire la trafila di incontri obbligatori per accedere alla finale di boxe e questo escamotage permette ai due fratelli di partecipare alla gara anche se hanno abbandonato lo sport in giovanissima eta’ e uno dei due si presenta addirittura sotto mentite spoglie.
Lo stile cinematografico e’ altalenate a una prima parte sgranata, con la macchina incollata ai personaggi molto alla The wrestler per intenderci, segue la seconda parte patinatissima dei combattimenti, girata nei lussuosi resort di Atlantic City.
Per quanto riguarda i rimandi oltre che a The Wrestler il film si ispira alla saga di Rocky; per dirla tutta e’ un condensato dei sei diversi capitoli: i due protagonisti si spartiscono la resistenza proverbiale dello Stallone Italiano e la sua furia e il campione assoluto del MMA si chiama Koba, ma non viene dal lontano Oriente e’ un ciclopico russo che indossa i colori dell’URSS come un novello Ivan Drago! E questo solo per citare le analogie piu’ evidenti, gli altri riferimenti li lascio ai cultori di Rocky Balboa che di certo appezzeranno Warrior.
Dove la furbizia del film si fa piu’ smaccatamente intelligente e’ nella trama : il genere pugilistico e’ solo una copertura per mettere in scena un drammone familiare che in un altra forma il pubblico non avrebbe accettato. Motore del plot sono la crisi economica e la guerra in Iraq: Brendan, in realta’ professore di chimica, combatte per salvare la casa dal pignoramento dopo che tutti i risparmi se ne sono andati per curare la secondogenita, nata con una disfunzione renale. Tommy vuole la borsa per aiutare la famiglia del suo migliore amico morto vittima del fuoco amico in Iraq. Tra i due il padre, il sempre grande Nick Nolte, ormai ex alcolista che cerca conforto nella Bibbia e in Moby Dick e lo spettro della madre scomparsa da tempo. Un’accozzaglia di disgrazie che forse solo in una soap opera e’ ammissibile proporre oggi, ma ancora una volta la funzione salvica del sudore e della fatica compie il miracolo e il film, inaspettatamente, riesce a reggere, quasi a commuovere.

Il cigno nero

Ilcignonero Nina giovane e fragile ballerina, viene scelta come etoile per una versione de Il lago dei cigni in cui la protagonista deve impersonare sia il cigno bianco che il cigno nero. Il doppio ruolo portera’ alla luce tutte le difficolta’ psicologiche della danzatrice.

Darren Aronofsky continua la sua indagine sul disfacimento del corpo in un film quasi speculare (per questo argomento) al precedente The wrestler: tanto Randy “The Ram” si dopava per ingrandire la massa muscolare, cosi’ Nina si abbandona all’anoressia per mantenere l’etereita’ del fisico da ballerina sopportando con dedizione assoluta le ore di esercizio alla sbarra, il sacrificio rigoroso di perfezionare il gesto che il regista descrive in tutta la sua prolissa fatica ben lontana dall’idea romantica della ballerina, come solo i quadri di Degas avevano saputo fare.
Il parallelo tra il precedente lavoro e quest’ultima opera si esaurisce nell’idea della sublimazione del corpo portata alle estreme conseguenze per sentirsi vivi; manca a Il cigno nero l’asciuttezza di The wrestler e la pellicola, pur di grande fascino, si perde in qualche eccesso gore di troppo che penalizza il personaggio di Nina, esempio da manuale di anoressica oppressa da una madre troppo ingombrante che realizza attraverso la figlia la carriera che non ha avuto a cui consegue un rifiuto di crescere espresso nella stanza preadolescenziale della protagonista e dal suo rifiuto del sesso con conseguente fascinazione verso la spregiudicata Lili. In altre parole, il disagio mentale di Nina risulta chiarissimo e basta, solo per fare un esempio, la prima immagine del piede che si sta palmando come quello di un cigno senza mostrare il secondo ormai deformato. Una ridondanza che a mio parere cozza con l’ambientazione rarefatta del mondo del balletto, piuttosto si sarebbe potuto sfruttare maggiormente il senso claustrofobico dato dalle sale prova e dai corridoi invece di puntare tutto sugli specchi come rimando del doppio.
Il cigno nero e’ comunque un film affascinante a dispetto delle sue imperfezioni, forse perche’ riesce a coniugare un tema classico come quello della dedizione mortale alla danza con uno stile di ripresa molto moderno, quasi sgranato che sottolinea la pesante fisicita’ di un mondo che sul palcoscenico appare perfetto e in grado di sfidare senza fatica le leggi della gravita’.
Molto brava Natalie Portman nell’interpretare la fragile Nina e superlativa nel balletto del cigno nero ma a colpirmi e’ il cameo di Winona Ryder nei panni di Beth, l’etoile spodestata. Come se non bastasse mostarla invecchiata oltre misura, Aronofsky con un certo sadismo ce la mostra vittima dei furti di Nina: pesante scotto per la star che si e’ quasi stroncata la carriera a causa della sua cleptomania.

The wrestler

Thewrestler

Randy “the ram” e’ un wrestler di mezz’eta’ che cerca di rinverdire i fasti degli anni’ 80 attraverso squallidi incontri che sono solo l’ombra del suo glorioso passato fino a quando un problema cardiaco lo costringera’ a riflettere sulla sua esistenza.. 
La faccia triste dell’America si incarna in corpi sfatti, esibiti e doloranti, unico mezzo per sopravvivere a una vita di fallimenti e successi ormai appassiti. 
C’e’ lo spettro della mezza eta’ ad incombere su Randy e su Cassidy, il suo alter ego femminile, spogliarellista per necessita’ che sempre piu’ spesso si vede preferire le colleghe piu’ giovani, mentre il vecchio ariete deve convivere di nascosto dal ring, con gli occhiali fino al giorno in cui il suo cuore non gli presenta il conto per una vita sregolata fatta di antidolorifici e anabolizzanti.
Randy cerca di scendere a patti con la sua nuova condizione, ma l’incapacita’ di costruirsi una vita fuori dal ring lo riporta al mondo del wrestler, sport (?) assurdo dove tutto e’ fasullo e iperbolico, pantomima cruenta dell’eterno scontro tra bene e male tanto da prestarsi a una rilettura sarcastica di alcune battute di The passion di Mel Gibson. 
Con uno stile che sembra isprarsi al Dogma , soprattutto nell’uso della telecamera a mano, il regista ci racconta la drammatica storia di un individualismo esacerbato che ha il coraggio di vivere fino in fondo la vita che si e’ scelto, in bilico tra patetismo ed eroismo. La figura di Randy “the ram” si intreccia con quella di Mickey Rourke, l’attore che lo interpreta, fenice che ha saputo risorgere dalle ceneri di talenti e bellezza gettati al vento.