L’uomo che uccise se stesso

L'uomocheuccisesestessoThe Man Who Haunted Himself
GB 1970
con Roger Moore, Hildegard Neil, Olga Georges-Picot
regia di Basil Dearden

Harold Pelham  è un austero imprenditore inglese che rischia la vita in un incidente di macchina, all’ospedale il suo cuore smette di battere per qualche momento ma tutto sembra risolversi felicemente. Quando torna al lavoro, però iniziano a succedere cose strane: sempre più gente gli racconta di averlo visto in luoghi che lui non ricorda assolutamente fino a quando diventa chiaro che esiste un’altra persona che si spaccia per lui, Pelham da la caccia al suo sosia e quando finalmente lo incontra scopre una sconvolgente verità..

Misconosciuto thriller fantastico, tratto dal romanzo The Strange Case of Mr Pelham di Anthony Armstrong, è l’ultimo film girato da Roger Moore prima di vestire i panni di 007 nel 1973 e la pellicola contiene accidentalmente (?) alcuni riferimenti alla saga dell’agente segreto: parlando dello spionaggio industriale di cui è vittima l’azienda di Pelham l’attore dice che non bisogna essere James Bond per fare la spia; inoltre la macchina del sosia di Pelham è una Aston Martin.
L’uomo che uccise se stesso è una pellicola dai risvolti psicanalitici: la sospensione tra la vita e la morte ha causato uno sdoppiamento della personalità quindi tutti gli aspetti che Pelham teneva repressi si sono manifestati nel suo doppio, pregiudicato negli affari, seduttore disinvolto nella guida. La sequenza iniziale, però, lascia intendere che ci sia una causa esterna a causare l’incidente: forse Pelham non è più in grado di reprimere certi aspetti del suo carattere e cerca un modo per sbloccare la situazione, foss’anche la morte.


The Man Who Haunted Himself


Il film è l’ultimo lavoro del regista Basil Dearden, attivo dalla fine degli anni ’30 che qui fa un buon uso delle tecniche di ripresa e montaggio per catturare lo spettatore. Roger Moore è bravo nell’interpretare il doppio ruolo stando inoltre sempre in scena.

La principessa delle ostriche

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Germania 1919
con Ossi Oswalda, Victor Janson, Harry Liedtke, Julius Falkenstein, Max Kronert
regia di Ernst Lubitsch

La capricciosa Ossi, figlia del re delle ostriche, fa il diavolo a quattro quando scopre che la figlia del re del lucido da scarpe ha sposato un conte, il serafico Mr. Quaker promette alla figlia che avrà un principe per marito e si rivolge a un sensale che propone il matrimonio allo squattrinato principe Nucki.
Il giovane, prima d’impegnarsi, manda Josef, amico ed attendente, a dare un’occhiata alla promessa sposa. L’impetuosa Ossi, scambiando Josef per il principe, organizza immediatamente le nozze ma dopo un pranzo pantagruelico rifiuta di consumare il matrimonio. Intanto Nucki esce con gli amici e completamente ubriaco, viene portato presso un centro dove le giovani miliardarie fanno beneficenza combattendo l’alcolismo. Tra Nucki e Ossi è amore a prima vista e tutto finisce bene quando Josef rivela di aver sposato la ragazza a nome del principe.




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Commedia grottesca in quattro atti con Ossi Oswalda, l’attrice tedesca che fu la prima star dei film di Lubitsch, protagonista sempre con il proprio nome di battesimo, creando un raro equilibrio tra l’identificazione e le sfumature sempre diverse date ai vari personaggi.
Nella pellicola sono presenti molti dei temi cari al regista berlinese: la satira contro il consumismo americano che Lubitsch metterà alla berlina anche dopo essersi trasferito negli Usa soprattutto ne L’ottava moglie di Barbablù.




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Mr. Quaker è il “re delle ostriche” secondo il classico titolo americano che indica qualcuno che avuto successo in un determinato campo e Lubitsch enfatizza le caratteristiche del tycoon americano: attorniato da quattro valletti di colore che lo pettinano, gli soffiano il naso gli reggono l’enorme sigaro. Sicuro del proprio successo Mr. Quaker è serafico e la sua battuta caratteristica è “non mi impressiona per niente”; egli resta imperturbabile anche di fronte alle sfuriate della viziatissima figlia che distrugge la casa ogni volta che un suo desiderio non viene esaudito.
D’altro canto il principe Nucki è il classico esponente di un’aristocrazia squattrinata che vive di rendita e debiti sul proprio titolo: notevole il passaggio di mano della mazzetta di denaro che Nucki chiede al primo dei compagni, a sborsare sarà l’ultimo della fila e risalendo ogni “amico” si terrà un biglietto e solo una banconota arriverà a colui che ha fatto la richiesta.




Theoysterprincess


Il palazzo dei Quaker è immenso: al povero Josef che si deve andare a presentare al suocero viene data una cartina perché non si perda. Ancora più esorbitante è il numero di servitori al servizio del re delle ostriche, soprattutto nella scena del bagno di Ossi il numero delle cameriere che la lavano e la massaggiano ricorda quello di una catena di montaggio: la satira del consumismo si trasforma in stigmatizzazione dell’automatizzazione del lavoro ma ricordiamo che il 1919 è anche l’anno in cui nasce il Bauhaus che darà vita ai balletti meccanici di Oskar Schlemmer e il girovagare di Josef seguendo le decorazioni del pavimento per ingannare l’attesa diventa ben presto un balletto.




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Altro tema classico della teoretica lubitschiana è quello contro il vincolo borghese delle nozze: un chiaro esempio è la rappresentazione del matrimonio come una catena in Die Bergkatze del 1921.
Ossi vuole un principe per nobilitare il suo status di ereditiera, decide di sposare Josef immediatamente anche se non le piace e pensa che sia stupido. Dopo un matrimonio lussuoso che finisce nella sarabanda scatenata del foxtrot, a cui Josef non partecipa, troppo impegnato a a rimpinzarsi visto che la convivenza con Nucki è assai spartana, Ossi si ritrova nuovamente insoddisfatta della sua scelta precipitosa di un marito.




Principessadelleostriche


Quando incontra Nucki è solo il cuore che parla, lei lo crede un povero ubriacone ma organizza un incontro di boxe con le altre dame di carità pur di accaparrarselo così, dopo che Josef ha rivelato ai due presunti amanti di essere in realtà marito e moglie, Lubitsch mette in scena cosa è per lui un vero matrimonio con i due giovani che tubano e abbandonano la cena con il re delle ostriche per andare in camera da letto e finalmente l’amore riesce ad impressionare anche Mr. Quaker che è andato maliziosamente a spiare dal buco della serratura i due sposini.

La donna del giorno

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USA 1936 MGM
con William Powell, Myrna Loy, Spencer Tracy, Jean Harlow, Walter Connolly, Charley Grapewin, Cora Witherspoon
regia di Jack Conway

Il  New York Evening Star pubblica una notizia falsa su un’ereditiera: nonostante le copie vengano immediatamente ritirate, la notizia arriva al ricco padre che intenta una causa milionaria per diffamazione al giornale.
Per salvare il quotidiano dalla chiusura, il direttore Warren Haggerty è costretto a rivolgersi a Bill Chandler, un giornalista manipolatore che una volta lavorava al giornale; il piano è quello di mettere Connie Allenbury nella situazione di ruba mariti di cui era stata falsamente accusata, per questo Chandler la corteggerà dopo aver sposato Gladys, l’eterna fidanzata di Haggerty ma le cose non andranno come previsto..

LadonnadelgiornoSpumeggiante commedia brillante con un cast d’eccezione: Myrna Loy e William Powell rivendiscono i fasti de L’uomo ombra del 1934 formando una coppia davvero notevole: l’ereditiera Connie Allenbury sa tener testa a lungo alle manovre di Bill Chandler che finisce per innamorarsi veramente di lei e fa di tutto per proteggerla dagli appostamenti dei paparazzi del New York Evening Star.
Se Connie non cade facilmente nella rete di Chandler, ad innamorarsi subito di lui è Gladys, l’eterna fidanzata di Haggerty che non riesce mai ad impalmarlo: la notizia falsa su Connie Allenbury fa saltare per l’ennesima volta il matrimonio tra i due.
Jean Harlow avrebbe voluto interpretare la parte dell’ereditiera ma il ruolo di Gladys svela una vis comica della platinata bomba sexy che fa rimpiangere ancora di più la sua morte prematura avvenuta nel 1937.




JeanHarlowLibeledLady


Anche William Powell dimostra un grande talento per le gag fisiche nella scena della pesca alla trota che verrà omaggiata ne Lo sport preferito dell’uomo, l’ultima commedia screwball di Howard Hawks.
Oltre la commedia romantica, ne La donna del giorno appare il tema della manipolazione giornalistica che il regista Jack Conway esaspera ne L’amico pubblico n°1, pellicola del 1938 che scandalizzò la critica per il cinismo con cui il protagonista, un impudente Clark Gable, manipolava le notizie.




Libeled lady


Il titolo italiano è lo stesso per un’altra commedia che ha per protagonista Spencer Tracy nel 1942, il cui titolo originale è The Woman of the year: diretto da George Stevens, è il film che fece nascere la sua grande storia d’amore con Katharine Hepburn.

Caltiki Il mostro immortale

Caltikitheimmortalmonster Italia 1959
con John Merivale, Didi Perego, Gérard Herter, Daniele Vargas, Daniela Rocca
regia di Riccardo Freda e Mario Bava

Una spedizione archeologica che indaga sul perché di una frettolosa migrazione dei Maya, trova un lago sotterraneo dove venivano fatti sacrifici umani alla dea Caltiki che si appalesa come un mostruoso essere unicellulare sviluppatosi grazie alla radioattività, come scoprono gli scienziati in laboratorio. Si scoprirà che è anche imminente il passaggio di una cometa radioattiva il cui precedente passaggio ha causato la fuga dei Maya 1300 anni prima..

Il primo monster movie italiano porta la firma dei maestri dell’horror italiano: Riccardo Freda e Mario Bava, il secondo ha tutto il merito degli effetti speciali e della fotografia ricca di contrasti e parte della regia in quanto terminò le riprese dopo che Freda litigò con i produttori e abbandonò la produzione.
Un’altra particolarità del film è quella di fondere due aspetti diversi del genere B movie: una prima parte avventurosa legata alla leggenda Maya e alla profezia del ritorno dello sposo celeste di Caltiki (la cometa) con il suo carico di distruzione e una seconda molto scientifica dove lo studio di una parte dell’organismo unicellulare crea le condizioni per la crescita smisurata e il rischio distruzione per un’intera città.




Caltiki


Per mio gusto personale preferisco la prima parte: la sequenza iniziale con uno dei membri della spedizione che vaga impazzito tra una natura selvaggia (con tanto di serpente che si infila nell’orbita cava di un teschio) dopo aver assistito alla morte del compagno per mano di Caltiki crea una notevole suspense horror.




Caltiki


La seconda parte è più convenzionale e segue pedissequamente il modello dei monster movie d’oltreoceano, con tanto di membro contaminato dal mostro che manifesta i suoi istinti più biechi (fin dall’inizio era innamorato della moglie del professore che guidava la spedizione).
Caltiki Il mostro immortale resta comunque un film molto piacevole da vedere con l’aggiunta di un pizzico d’orgoglio per quello che sapevano creare le nostre maestranze con un budget di gran lunga inferiore ai film di basso costo americani: l’orrido mostro è in realtà della trippa!

L’abominevole dottor Phibes

The Abominable Dr. Phibes
GB 1971
con Vincent Price, Joseph Cotten, Peter Jeffrey, Virginia North, Terry Thomas, Sean Bury
regia di Robert Fuest



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Londra, 1925: una serie di strani omicidi coinvolge l’equipe medica che ha collaborato con il dottor Vesalius per l’intervento finito male di Victoria Regina Phibes, la moglie del celebre organista Anton Phibes che è morto in un incidente automobilistico cercando di raggiungere il capezzale dell’amata. L’ispettore Harry Trout scopre che gli omicidi s’ispirano alle 10 piaghe d’Egitto e che la tomba di Anton Phibes è vuota: riuscirà a fermarlo prima che porti a termine la sua vendetta?




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Celebre horror, memorabile soprattutto nell’impianto visivo che mescola ambientazioni liberty e art deco a vivaci colori pop, gli abiti estrosi di Vulvania e Phibes agli indumenti retrò del resto del cast: basta averlo visto una volta per fissarsi nella memoria l’organo ascendente suonato da Vincent Price, in una delle sue prove più memorabili sorretta dalla sua autoironia: persino l’impassibile Vulnavia non può evitare di sgranare gli occhi quando lo vede sorseggiare champagne direttamente dalla carotide!




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La trama è ovviamente poco credibile ma l’inventiva di Phibes e il ritmo del film non permettono di porsi domande del resto il senso di surrealtà è dato dalle lunghe sequenze iniziali mute: Phibes parla solo dopo mezz’ora dall’inizio della pellicola che dura poco più di 90 minuti. Al suo sacrale silenzio fa da contrasto lo sbigottimento di Scotland Yard che non sa gestire l’insolito caso e reagisce con l’isteria al rischio che la stampa scopra l’assurdo filo che lega gli omicidi.




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In questo strano mix di ironia e grand guignol non si può non provare pena per L’abominevole dottor Phibes: nonostante giochi con il caricaturale, Vincent Price riesce a farci arrivare la solitudine e la follia amorosa che permeano il mostruoso protagonista toccandoci il cuore.

Una notte con la regina

A Royal Night Out
GB 2015
con Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson, Roger Allam
regia di Julian Jarrold



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8 maggio 1945, la Germania si arrende e a mezzanotte e un minuto si dichiara ufficialmente finita la Seconda Guerra Mondiale, le due principesse Windsor, Elizabeth e Margaret, che hanno trascorso gli anni della guerra chiuse nel palazzo reale, non resistono e chiedono agli augusti genitori di poter festeggiare tra la gente la notte del V-day. Dopo qualche tentennamento re Giorgio VI accetta di lasciare uscire le principesse mentre la regina madre pensa di poter mettere un freno all’entusiasmo delle figlie affidandole a due ufficiali alla cui scorta le fanciulle sfuggiranno ben presto perdendosi di vista a loro volta..




Unanotteconlaregina


Ispirandosi a un fatto vero, poiché la prima uscite delle due principesse avvenne realmente quella fatidica notte ma si limitarono a festeggiare al Ritz in compagnia di un selezionato gruppo di amici, il grazioso film di Julian Jarrold mette insieme molti elementi già visti creando un effetto favola che funziona sulla gioventù dell’inossidabile regina Elisabetta II, un vero mito vivente e cinematografico visto quanto spesso passa in televisione il bel film di Stephen Frears, The Queen.
L’ispirazione principale è sicuramente Vacanze Romane con la futura regina che non sa gestire gli aspetti della vita pratica e sogna le gioie dell’anonimato, su questo elemento s’innesta la spirale demenziale del genere “tutto in una notte” dove tutta una serie di situazioni sempre più complicate si affastellano una sull’altra: le principesse che si dividono prendendo due linee d’autobus differenti portano complicazioni a non finire: mentre la svagata Margaret finisce senza accorgersene in un locale malfamato di Soho dove si salva dalle avance troppo insistenti del suo occasionale accompagnatore grazie all’intervento del gestore malavitoso ma profondamente monarchico, Elisabeth si perde per le strade della capitale del suo futuro regno che non conosce minimamente e se la cava grazie all’intervento di Jack, un aviere di umili origini che la scorta tutta la notte pur essendo l’unico in quella situazione d’entusiasmo a muovere qualche critica alla famiglia reale. Per salvarlo dalla polizia militare Elisabetta dovrà rivelare la sua vera identità ma questo non impedirà alla fanciulla di vivere fino in fondo la sua notte di libertà prima di tornare al suo futuro denso di responsabilità.




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Una vena di romanticismo malinconico, dialoghi da commedia brillante americana, rigorosa ricostruzione storica in stile british e un’ottimo cast con Rupert Everett che da vita a un Giorgio VI sornione mentre  Emily Watson è una matronale e severa regina madre mentre Bel Powley si conferma una delle più promettenti attrici inglesi portando una ventata di gioiosa e sventata freschezza con la sua Maragaret a cui non sa dire di no la sempre misurata Elisabetta, anche nella recitazione di Sarah Gadon.

Lo schiaffo

Red Dust
USA 1932 MGM
con Clark Gable, Jean Harlow, Mary Astor, Gene Raymond, Donald Crisp, Tully Marshall
regia di Victor Fleming



Loschiaffo


Dennis Carson gestisce una piantagione di caucciù nell’Indocina francese, ha una relazione con Vantine, una ragazza equivoca finita alla piantagione assieme a Guidon, il sovraintendente ubriacone di Carson. Quando arriva dall’America l’ingegnere che si deve occupare dello sviluppo della piantagione, ha con sé con la bella e raffinata moglie Barbara, Dennis s’innamora di lei ma non ha cuore di strapparla all’innamoratissimo marito..




RedDust


Torrida commedia pre-code che lanciò definitivamente la coppia dei due protagonisti trasformandoli in sex symbol, due icone amatissime ancora oggi; Clark Gable, senza i caratteristici baffetti, non era stato neppure il primo attore scelto per il ruolo ma si ritrovò a girarne il remake 20 anni dopo in Mogambo per la regia di John Ford, con Ava Gardner nel ruolo che fu della Harlow e Grace Kelly in quello della raffinata signora interpretata da Mary Astor in questa versione.




Reddust


L’ambientazione rude e inospitale esalta la delicata bellezza delle due protagoniste: sfacciata e ironica la Vantine di Jean Harlow, mentre la compassata signora Willis, i cui nervi sono messi a dura prova dalla potenza del monsone e dal fascino macho di Gable, nasconde una passionalità estrema che esplode nello sparo all’amante quando lui la rifiuta in realtà per salvarle la reputazione e non rovinare il suo matrimonio.




Loschiaffo


Lo schiaffo è sicuramente uno dei film più noti della stagione pre-code, quel breve periodo dei primi anni trenta in cui fu esaltata la sensualità femminile, la violenza dei gangster e la passione amorosa prima che entrasse in vigore il codice Hays: gli abbracci tra Clark Gable e Jean Harlow sono particolarmente focosi, la relazione extraconiugale tra Carson e Barbara Willis non resta certo a livello platonico ma si intuisce chiaramente che l’adulterio viene consumato.

Il federale

Italia 1961
con Ugo Tognazzi, Georges Wilson, Stefania Sandrelli, Gianrico Tedeschi, Gianni Agus, Renzo Palmer, Elsa Vazzoler
regia di Luciano Salce



Ilfederale


Roma 1944, mentre i partigiani nascosti in convento aspettano l’arrivo degli alleati programmando il nuovo governo, il fanatico fascista Primo Arcovazzi spera ancora di diventare un federale e finalmente gli viene affidata la grande occasione: riportare a Roma il il professor Erminio Bonafè, leader degli antifascisti che si è rifugiato nella casa di famiglia in Abruzzo proprio dopo esser sfuggito a un rastrellamento guidato da Arcovazzi che non l’ha riconosciuto..




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Un road movie suis generis attraverso le macerie di un’Italia distrutta dalla guerra vista attraverso gli occhi di un fascista fanatico fino alla stupidità e un professore mite e bonario che tenta di farlo ragionare mettendolo di fronte all’evidenza dei fatti: anche i tedeschi non si rivelano alleati affidabili e invece di aiutare Arcovazzi nella sua missione, gli requisiscono il mezzo e addirittura lo imprigionano insieme al professore!. Sfuggito ai tedeschi grazie all’ingegno di Bonafè (mite sì, ma non stupido) il camerata si vede costretto a dimostrare la sua fede fascista a due giovani avanguardisti che gestiscono una casa del fascio: va da sè che sarà Bonafè a suggerire le risposte esatte sulla storia del regime: come sempre gli esaltati non conoscono i fatti ma vivono di mitologie.



Ilfederale


L’incrollabile fede di Arcovazzi non vacilla neppure quando decide di far visita al suo mentore il poeta Arcangelo Bardacci: la moglie e la figlia lo dicono morto da eroe in realtà Bardacci se ne sta nascosto in soffitta per paura di ritorsioni: l’eminente professore di mistica fascista ha già subdorato che il vento è cambiato ed è corso ai ripari.
Nel loro girovagare Bonafè ed Arcovazzi incontrano più volte Lisa, una giovanissima ladruncola che incarna l’arte d’arrangiarsi degli italiani: la prima volta rivende a Bonafè gli occhiali che ha perduto dopo averglieli ritrovati, l’ultima volta vende ad Arcovazzi una magnifica divisa da federale con cui il fascista il suo ingresso in una Roma ormai liberata dagli americani e finisce per essere linciato dal popolino, solo il decisivo del professore gli salverà la vita.

Federaleloc

Il federale è uno dei capisaldi della commedia all’italiana, per la sua capacità di raccontare il qualunquismo degli italiani esaltato dal contrasto con il cieco fanatismo di Arcovazzi, una figura che sta tornando prepotentemente attuale in questi tempi in cui il convincimento politico si basa sulla ripetizione a pappagallo di slogan e messaggi insensati più dei versi in rima baciata del poeta Bardacci. Temo quasi che l’ottusa caparbietà di Arcovazzi possa venir scambiata per cieca determinazione e far diventare una figura oggettivamente ridicola un personaggio eroico: del resto viviamo strani tempi in cui molte cose date per assodate vengono revisionate anche in settori ben più rigorosi della critica cinematografica.
Notevole il cast: superbo Tognazzi che con questa prova conferma la sua validità di attore, la Sandrelli è al suo secondo film e si fa notare per la bellezza e l’energia sbarazzina sottolineata dal doppiaggio di Maria Pia Casilio. Il regista Luciano Salce si ritaglia il cameo dell’ufficiale tedesco che requisisce il sidecar.

La maschera di cera

The Mystery of the Wax Museum
USA 1933 Warner Bros
con Glenda Farrell, Fay Wray, Lionel Atwill, Frank McHugh, Arthur Edmund Carewe
regia di Michael Curtiz



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Londra 1921: lo scultore Ivan Igor ha un rapporto morboso con le sue opere in cera che reputa alla stregua di persone vive e non pensa al guadagno che si può trarre dall’esposizione come invece fa il suo socio che per rientrare dai capitali investiti decide di dare fuoco al museo per riscuotere l’assicurazione; Igor rimane vittima del rogo per cercare di salvare le statue.
Dodici anni dopo, nel 1933 a New York, ritroviamo Igor in sedia a rotelle che sta per riaprire un nuovo museo delle cere grazie all’aiuto di alcuni scultori. Igor trova una grande somiglianza tra Charlotte, la fidanzata di Ralph, un giovane collaboratore e la sua adorata statua di Maria Antonietta che non ha ancora rimodellato dopo l’incendio londinese. La compagna di stanza di Charlotte, la sfacciata giornalista Florence Dempsey nota un’inquietante somiglianza tra alcune statue del museo e dei cadaveri misteriosamente scomparsi dall’obitorio e inizia a sospettare che le sculture non siano solo di cera..




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Da La maschera di cera del 1933 è stato tratto il remake piuttosto fedele del 1953 di Andre De Toth il primo film in cui Vincent Price interpreta un mostro.

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Le differenze tra le due pellicole possono aiutare a capire le differenze tra un film pre-code e uno girato quando la censura imposta dal Codice Hays si fonde con il perbenismo anni ’50: a parte la piccola allusione alla dipendenza dalla droga del professor Darcy, colui che materialmente riveste i cadaveri rubati di cera, le differenze ruotano tutte attorno alla figura femminile, protagonista della pellicola del 1933 è la giornalista Florence Dempsey: sfacciata e strafottente con l’amica Charlotte che ha messo l’amore prima delle esigenze materiali, è sempre alla ricerca di nuove storie sennò rischia di perdere il lavoro, Florence non ha certo timore di infilarsi nella pericolosa cantina dell’allibratore/spacciatore Joe Worth e da vera smart girl è la prima a intuire l’orrido segreto nascosto nel museo di Igor ed è la prima a intervenire per salvare Charlotte dal “dono dell’immortalità” che le vorrebbe fare lo scultore.
Con tutto che è quasi sempre in scena l’attrice che interpreta Florence, Glenda Farrell, è solo terza nei titoli di testa del film, dopo il protagonista maschile e la scream queen per antonomasia, Fay Wray che entra in scena a metà film. Il vero colpo di scena resta comunque l’inaspettata proposta di matrimonio del direttore di Florence con cui la donna litiga sempre e che lei accetta anche se fuori l’aspetta il miliardario innamorato con cui era più prevedibile il lieto fine



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La particolarità del film è di essere girato a colori, l’ultimo dei tre che la Warner gira con il technicolor bicromatico, un procedimento inventato dalla Technicolor che esponeva la pellicola girata in bianco e nero a due filtri colorati.




Mascheradicera


Curtiz usa in maniera ingeniosa l’effetto colore, sfruttandolo per accentuare il tributo alla cinematografia espressionista, in particolare al Il gabinetto del dottor Caligari di cui riprende certi viraggi gialli o blu e l’effetto straniante del technicolor bicromatico consente di citare le scenografie sghembe di certe riprese della scalinata ai sotterranei del museo sempre derivanti dal capolavoro di Robert Wiene.

Dunkirk ***vos***

Il film corale di Christopher Nolan sull’Operazione Dynamo, ovvero l’evacuazione da Dunkerque dell’esercito inglese sconfitto dall’inarrestabile marcia tedesca del maggio 1940 che a metà giugno occuperà Parigi, è un film molto bello ma come spesso mi capita con i film di Nolan, non lo trovo un capolavoro.



Dunkirk


Dunkirk è inappuntabile da un punto di vista tecnico dalla composizione dell’immagine all’uso della colonna sonora, una partitura diversa per ogni linea narrativa strutturata secondo un canone ascendente che sottolinea l’ansia crescente del plot.
Come è risaputo il film alterna tre linee narrative: “di cielo, di terra e di mare” come diceva qualcuno una settimana dopo l’operazione Dynamo portando l’Italia in guerra, i tre livelli narrativi s’intrecciano nonostante la differenza temporale: l’attesa dei soldati sul molo dura una settimana, l’attraversamento della Manica da parte delle imbarcazioni private inglesi per andarsi a riprendere i soldati dura un giorno, l’operazione di copertura dei tre aerei Spitfire dura un’ora. L’intreccio delle tre linee temporali diverse funziona benissimo ma la cosa non mi stupisce più di tanto: la destrutturazione temporale è una nota caratteristica della teoretica del regista inglese e mi pare che abbia affrontato combinazioni spazio-temporali anche più azzardate in opere precedenti (ammetto di non essermi mai ripresa dalla montagna di cappelli di The Prestige).




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Quello che non mi convince troppo di Dunkirk è il “messaggio”: non sono certo l’unica a trovare una latente esaltazione della Brexit nella storia narrata e certo non ci sarebbe nulla di male ad essere probrexit, per altro non ritengo che la figura del soldato francese sia così negativa, l’ho letta più come un’esaltazione dell’individualismo: Gibson non si accontenta di fingersi inglese, sarà sempre all’erta e non per paura di essere riconosciuto ma perché è cosciente che il pericolo è sempre in agguato ed ecco il perché del suo viaggio fuori dalla stiva dell’incrociatore nonostante la fame; la sua scelta lungimirante gli permetterà di aprire lo sportello e salvare moltissimi soldati riscattandosi così la sua “codardia” che lo ha portato a scappare dalla Francia.




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Quello che veramente non ho sopportato è l’eccesso di retorica nella lacrima del roccioso comandante Bolton alla vista dell’arrivo delle imbarcazioni, commozione comprensibile e contagiosa ma sorge una domanda: una scena così l’avremmo accettata dal repubblicano Clint Eastwood che nel trattare la guerra si è sempre dimostrato molto più equilibrato e critico dell’osannato Nolan?




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Ho visto il film domenica scorsa al Palazzo del Cinema appena inaugurato a Milano e l’esperienza non è stata così entusiasmante come mi aspettavo. solo per dire la cosa più grave il pubblico che entrava a film già abbondantemente iniziato, più o meno fino a quando Gibson sotterra il soldato a cui ha rubato la divisa: se solo gli ingressi non si fossero trovati di lato allo schermo!
Spero solo che si tratti di qualche inconveniente dovuto all’impaccio iniziale, sarebbe un peccato che un’iniziativa così lodevole e di successo cadesse sulle solite disattenzioni verso il pubblico delle sale cinematografiche.