Caltiki Il mostro immortale

Caltikitheimmortalmonster Italia 1959
con John Merivale, Didi Perego, Gérard Herter, Daniele Vargas, Daniela Rocca
regia di Riccardo Freda e Mario Bava

Una spedizione archeologica che indaga sul perché di una frettolosa migrazione dei Maya, trova un lago sotterraneo dove venivano fatti sacrifici umani alla dea Caltiki che si appalesa come un mostruoso essere unicellulare sviluppatosi grazie alla radioattività, come scoprono gli scienziati in laboratorio. Si scoprirà che è anche imminente il passaggio di una cometa radioattiva il cui precedente passaggio ha causato la fuga dei Maya 1300 anni prima..

Il primo monster movie italiano porta la firma dei maestri dell’horror italiano: Riccardo Freda e Mario Bava, il secondo ha tutto il merito degli effetti speciali e della fotografia ricca di contrasti e parte della regia in quanto terminò le riprese dopo che Freda litigò con i produttori e abbandonò la produzione.
Un’altra particolarità del film è quella di fondere due aspetti diversi del genere B movie: una prima parte avventurosa legata alla leggenda Maya e alla profezia del ritorno dello sposo celeste di Caltiki (la cometa) con il suo carico di distruzione e una seconda molto scientifica dove lo studio di una parte dell’organismo unicellulare crea le condizioni per la crescita smisurata e il rischio distruzione per un’intera città.




Caltiki


Per mio gusto personale preferisco la prima parte: la sequenza iniziale con uno dei membri della spedizione che vaga impazzito tra una natura selvaggia (con tanto di serpente che si infila nell’orbita cava di un teschio) dopo aver assistito alla morte del compagno per mano di Caltiki crea una notevole suspense horror.




Caltiki


La seconda parte è più convenzionale e segue pedissequamente il modello dei monster movie d’oltreoceano, con tanto di membro contaminato dal mostro che manifesta i suoi istinti più biechi (fin dall’inizio era innamorato della moglie del professore che guidava la spedizione).
Caltiki Il mostro immortale resta comunque un film molto piacevole da vedere con l’aggiunta di un pizzico d’orgoglio per quello che sapevano creare le nostre maestranze con un budget di gran lunga inferiore ai film di basso costo americani: l’orrido mostro è in realtà della trippa!

Zero Dark Thirty

Dall’11 settembre alla morte di Bin Laden, il racconto dei dieci anni che hanno sconvolto l’America visti attraverso l’esperienza di Maya, l’agente della CIA che ha seguito caparbiamente le tracce della primula rossa della Jihad.

Zerodarkthirty

Kathryn Bigelow è stata la prima regista donna nella storia del cinema a vincere l’Oscar per il miglior film (The Hurt Locker, 2008) risulta quindi paradossale che il suo film meno adrenalinico e più didascalico sia quello che racconta una caparbia affermazione femminile.
Maya si ritrova a iniziare la sua personale caccia a Bin Laden nel pieno dell’amministrazione Bush quando le torture ai prigionieri islamici erano pratica comune. La vediamo diventare sempre più insensibile di fronte alle pratiche più cruente mentre il mondo continua a subire gli attentati di al-Qaeda a Londra e lei stessa rimane coinvolta nell’esplosione dell’Hotel Marriott a Islamabad. La labile traccia ottenuta attraverso le torture si perde nella convinzione che il corriere di Bin Laden sia morto da anni, fino al momento in cui si scopre che c’è stato un errore umano che ha causato uno scambio di persona. Ritrovato il filo, Maya si attacca ossessivamente alla sua convinzione e con determinazione porta dalla sua parte gli agenti sul campo e i vertici della CIA fino ad ottenere da Obama l’autorizzazione alla missione nel compound di Abbottabad che porta alla morte del capo dei terroristi islamici.
Sulla carta sembra una storia forte, di tipico stampo americano per cui il risultato si raggiunge comunque grazie ai metodi ritenuti leciti in quel momento, passando con nonchalance dalla tortura alla deduzione investigativa; sullo schermo il risultato è altalenante con momenti decisamente noiosi a scene notevoli (il viaggio notturno degli elicotteri tra le gole del Pakistan).
Più che le scene di tortura mi si aprono degli interrogativi di fronte all’attacco della casa fortezza di Bin Laden, risolta in maniera forse un po’ troppo semplicistica rispetto alle famose immagini di ansia di Hillary Clinton e Obama che assistono al raid dalla Casa Bianca.
Dove però il film pecca proprio è nelle scene anticipatrici che non hanno senso in un film che vuole avere un taglio quasi documentaristico, mi riferisco al gatto nero che attraversa la strada mentre arriva l’auto dei terroristi a Camp Chapman o il tiro finalmente riuscito con il ferro di cavallo mentre Maya riceve l’annuncio che l’operazione si svolgerà la notte stessa.