La tragedia di un uomo ridicolo

Italia 1981
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Laura Morante, Victor Cavallo, Ricky Tognazzi, Vittorio Caprioli, Renato Salvatori, Olimpia Carlisi, Cosimo Cinieri
regia di Bernardo Bertolucci

Nel giorno del suo compleanno Primo Spaggiari, industrialotto della Bassa, assiste al rapimento del figlio.
Per pagare il riscatto Barbara, la moglie di Primo e madre del rapito, è disposta a vendere tutte le proprietà di famiglia.
Laura, fidanzata di Giovanni, lavora nel caseificio di Primo e anche Adelfo, prete operaio, è molto amico del ragazzo. I due sembrano sapere molto del rapimento e a un certo punto informano Primo che il figlio è morto in un tentativo di fuga. Primo decide di non informare la moglie e di continuare a raccogliere il denaro per investirli nel caseificio che in realtà sta fallendo ma il figlio creduto morto ricompare dopo il falso pagamento del riscatto…

Una tragedia (nel senso greco del termine) familiare dai toni volutamente noir sottolineati dalla voce off del protagonista.
Visto oggi verrebbe da chiedersi chi è il vero uomo ridicolo a cui allude il titolo: il padre ex partigiano che si è buttato nel lavoro costruendo dal nulla un’azienda o il figlio alto borghese colluso con la sinistra eversiva e che ha organizzato il finto rapimento per trasformare l’azienda in un collettivo operaio?

Il dubbio sul titolo non nasce da posizioni personali ma da una lettura delle scene iniziali: gli avanzi della festa di compleanno di Primo. Sì la festa è finita, sicuramente la sbornia del boom di cui è stato protagonista Primo ma nel 1981, anno di uscita del film, anche i rapimenti stavano perdendo il loro significato politico; ma ovviamente l’uomo ridicolo è Primo Spaggiari perché la sua vita è così prevedibile: per chi lo circonda, madre e figlio sicuramente complici, è facile intuire che Primo cederà alla tentazione di utilizzare il denaro per la fabbrica, che apparentemente ha lo stesso peso del figlio nella vita di Primo.
Apparentemente perché l’uomo è cosciente del disprezzo filiale e alla fine accetta senza ribellarsi il ritorno del figliol prodigo (del lavoro altrui).
Uno scontro generazionale acceso, una lettura puntuale della borghesia e dei sui vizi anche extra familiari, su tutti lo strozzinaggio.

Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello

Italia 1963 Cineriz
con Rosanna Schiaffino, Bruce Balaban, Maria Pia Schiaffino, Gianrico Tedeschi, Jean-Marc Bory, Alexandra Stewart, Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Edmonda Aldini, Vittorio La Paglia, Rossana Di Rocco, Maria Pia Bernardini, Elsa De Giorgi, Enzo Siciliano, Franca Pasut, Giovanni Orgitano, Tomas Milian, Lamberto Maggiorani, Ettore Garofalo, Ugo Tognazzi, Lisa Gastoni, Ricky Tognazzi, Antonella Taito
regia di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti



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Film a episodi che prende il nome dalle iniziali dei quattro registi impegnati nell’opera che vuole essere una riflessioni sugli “allegri principi della fine del mondo”. Inutile ricordare che spicca il segmento firmato da Pasolini, La ricotta



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Apre Illibatezza firmato da Roberto Rossellini: una hostess in trasferta continentale non sa come liberarsi di un corteggiatore inopportuno. Uno psichiatra, amico del gelosissimo fidanzato calabrese, consiglia alla ragazza di modificare il suo aspetto trasformandosi in una vamp aggressiva che scoraggia il pretendente. Rossellini sembra disinteressato alla trama e molto più ai paesaggi orientali c’è però un’interessante riflessione sull’immagine: l’uso della cinepresa amatoriale utilizzata dai due fidanzati per scambiarsi video al posto delle lettere e sarà proprio dalle riprese dell’importuno corteggiatore che lo psichiatra interpretato da Gianrico Tedeschi, potrà fare la sua diagnosi mentre al povero americano non resterà che consolarsi con le immagini rassicuranti della ragazza riprese con la sua telecamera.



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Godard, che aveva accettato di partecipare al progetto solo per incontrare l’amato Rossellini dirige Il nuovo mondo, una sorta di lettura personalissima di Io sono Leggenda di Matheson: il protagonista racconta di un’esplosione atomica sopra Parigi che ha causato un leggero slittamento della realtà di cui si accorge nei comportamenti di Alexandre, la ragazza che ama, la donna non sa spiegare per quale motivo agisce in un certo modo, saltare gli appuntamenti con il fidanzato e baciare sconosciuti in piscina, anche il linguaggio è diverso: non comprende alcune sfumature tra parole diverse e ne inventa di nuove il celebre “io ti ex amo”. La domanda è se la follia sia collettiva e il protagonista sia l’unico savio o stia sviluppando una paranoia per non accettare la fine di un amore che è pur sempre la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.



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Il terzo episodio è La Ricotta, diretto da Pasolini. Il film si distingue anche visivamente dagli altri tre, è l’unico ad avere inserti a colori, la Deposizione ispirata agli eccentrici fiorentini, e l’unico senza la didascalia introduttiva, questo per i problemi con la censura a cui andò incontro l’episodio che fu reinserito dopo alcuni tagli e correzioni. E’ la storia di Stracci, un figurante che deve impersonare il ladrone buono nella scena della crocifissione. L’uomo regala ai famigliari il suo cestino del pranzo poi riesce ad ottenerne un secondo che gli viene divorato dal cane della diva. Venduto il cane al giornalista che ha intervistato il regista interpretato da Orson Welles, Stracci va a comprare del cibo con cui finalmente si strafoga e finisce per morire d’indigestione sulla croce. La ricotta è un perfetto quadro del mondo pasoliniano, lo sguardo affettuoso sugli umili e la loro bellezza, la compassione per chi è nato con il destino di avere fame, il peso della storia e la coscienza intellettuale consapevole di essere comunque al servizio di un padrone: produttore e direttore del giornale sono la stessa persona.



Ro.go.pa.g


Chiude il film il capitolo diretto da Gregoretti, Il Pollo Ruspante dove si alternano le scene di un convegno sulle vendite con la vita di una famiglia piccolo borghese in pieno boom economico, le esperienze della seconda sono la rappresentazione forse un po’ didascalica di quanto sostenuto dal guru del marketing; il padre che a pranzo all’autogrill vorrebbe un pollo ruspante spiegando la differenza al figlio tra un pollo ruspante e un pollo d’allevamento non si accorge di essere il secondo quando incontra il meridionale guardiano di un terreno da lottizzare sul lago chiamato pomposamente “la svizzera dei lombardi” pur provando ancora un brivido di ribellione al giogo delle cambiali. La voce al laringofono dell’esperto di consumi è forse il colpo di genio dell’episodio: rappresenta la disumanizzazione del cliente visto solo come consumatore da spennare e anticipa il drammatico finale.

Dillinger è morto

Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg, Gino Lavagetto, Mario Jannilli, Carole André, Annie Girardot, Carla Petrillo, Adriano Aprà
regia di Marco Ferreri



Dillinger è morto

Una sera Glauco, ingegnere che progetta maschere antigas, torna a casa e trova la moglie a letto con l’emicrania, la cameriera è fuori e l’uomo decide di prepararsi la cena. Frugando in dispensa trova una vecchia pistola avvolta in un giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger e mentre cucina inizia a smontare e ripulire l’arma poi la dipinge, rendendola un oggetto d’arte ma alla fine spara alla moglie e lascia la casa, imbarcandosi come cuoco in una nave che fa rotta verso Tahiti.




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A 50 anni dall’uscita del film la potenza di Dillinger è morto è ancora dirompente anche per la sua sconvolgente attualità: quanto è più veritiero oggi il discorso del collega sull’aderenza dell’individuo alla società dei consumi

In queste condizioni di uniformità la vecchia alienazione diventa impossibile; quando gli individui si identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compiacimento e soddisfazione il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata

Estremamente moderno anche l’uso dei diversi media: radio e stereo formano una colonna sonora che passa dall’essere diegetica all’extradiegetica senza soluzione di continuità sottolineando la mancanza di senso dell’esistenza ma è soprattutto nell’audiovisivo che Ferreri anticipa i tempi: la televisione è in bianco e nero ma intercetta totalmente l’attenzione di Glauco che la sposta in vari punti della casa per poi immergersi nei filmini delle vacanze “entrando” nelle immagini come promettono le più innovative esperienze virtuali odierne mentre la scoperta del giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger lascia spazio a immagini di repertorio, il famigerato bandito americano rappresenta l’ultimo grande ribelle, quindi il titolo Dillinger è morto non si riferisce solo al titolo del giornale che avvolge la pistola ma ribadisce la sconfitta di ogni forma di lotta, eversiva e romantica alla società dei consumi.




Dillingerèmorto

Dillinger è morto è praticamente un film senza trama, dove non succede nulla a livello drammaturgico, i dialoghi sono minimi e Michel Piccoli è ammirevole per la sua capacita di stare in scena tutto il tempo, spesso da solo a compiere banali gesti quotidiani eppure questo film apparentemente così poco appetibile, “noioso” sa rendere il dramma della fine della borghesia meglio di tanti altre pellicole: Glauco ha tutto, un lavoro di successo, una bella moglie, una bella casa, una cameriera piacente e compiacente eppure soddisfatte le pulsioni basilari, il cibo il sesso, non resta che la morte come ultima conclusione: la mancanza di coraggio di suicidarsi porta Glauco a uccidere la moglie, un gesto per liberarsi delle convenzioni poi l’uomo trova un’incredibile via di fuga nel veliero attraccato al largo della Grotta di Byron che sta partendo per Tahiti: l’imbarcazione è di proprietà di una donna, torna la speranza nel femminile tipica di Ferreri incarnata nella non accreditata Carole Andrè; ma il rosso del tramonto vira in un effetto da film horror a significare che ogni via di fuga ha comunque la medesima mortale destinazione.




Dillinger è morto

Un film così poco convenzionale ha la sua forza nelle immagini, quelle composte dal regista, quelle eleganti degli interni dove domina sempre il rosso, colore simbolo di passione come di morte e un ulteriore supporto è dato dai riferimenti artistici: il film è stato girato nell’appartamento di Mario Schifano, salvo le scene in cucina girate in quella vera di Ugo Tognazzi. La scelta di ambientare il film nella casa di un artista non è certo casuale: alle pareti vediamo alcuni dipinti del più celebre artista pop italiano mentre la pistola tinta di rosso con i puntini bianchi non può che richiamare Roy Lichtenstein di cui vediamo una riproduzione della copertina del Time del 1968; tra le contaminazioni artistico-sperimentali sono da menzionare anche i bellissimi giochi mimici delle mani ideati da Maria Perego; anche la via di fuga trovata ha un richiamo artistico: a Tahiti cercò rifugio Gauguin morendo poi di sifilide in Polinesia.

Il federale

Italia 1961
con Ugo Tognazzi, Georges Wilson, Stefania Sandrelli, Gianrico Tedeschi, Gianni Agus, Renzo Palmer, Elsa Vazzoler
regia di Luciano Salce



Ilfederale


Roma 1944, mentre i partigiani nascosti in convento aspettano l’arrivo degli alleati programmando il nuovo governo, il fanatico fascista Primo Arcovazzi spera ancora di diventare un federale e finalmente gli viene affidata la grande occasione: riportare a Roma il il professor Erminio Bonafè, leader degli antifascisti che si è rifugiato nella casa di famiglia in Abruzzo proprio dopo esser sfuggito a un rastrellamento guidato da Arcovazzi che non l’ha riconosciuto..




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Un road movie suis generis attraverso le macerie di un’Italia distrutta dalla guerra vista attraverso gli occhi di un fascista fanatico fino alla stupidità e un professore mite e bonario che tenta di farlo ragionare mettendolo di fronte all’evidenza dei fatti: anche i tedeschi non si rivelano alleati affidabili e invece di aiutare Arcovazzi nella sua missione, gli requisiscono il mezzo e addirittura lo imprigionano insieme al professore!. Sfuggito ai tedeschi grazie all’ingegno di Bonafè (mite sì, ma non stupido) il camerata si vede costretto a dimostrare la sua fede fascista a due giovani avanguardisti che gestiscono una casa del fascio: va da sè che sarà Bonafè a suggerire le risposte esatte sulla storia del regime: come sempre gli esaltati non conoscono i fatti ma vivono di mitologie.



Ilfederale


L’incrollabile fede di Arcovazzi non vacilla neppure quando decide di far visita al suo mentore il poeta Arcangelo Bardacci: la moglie e la figlia lo dicono morto da eroe in realtà Bardacci se ne sta nascosto in soffitta per paura di ritorsioni: l’eminente professore di mistica fascista ha già subdorato che il vento è cambiato ed è corso ai ripari.
Nel loro girovagare Bonafè ed Arcovazzi incontrano più volte Lisa, una giovanissima ladruncola che incarna l’arte d’arrangiarsi degli italiani: la prima volta rivende a Bonafè gli occhiali che ha perduto dopo averglieli ritrovati, l’ultima volta vende ad Arcovazzi una magnifica divisa da federale con cui il fascista il suo ingresso in una Roma ormai liberata dagli americani e finisce per essere linciato dal popolino, solo il decisivo del professore gli salverà la vita.

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Il federale è uno dei capisaldi della commedia all’italiana, per la sua capacità di raccontare il qualunquismo degli italiani esaltato dal contrasto con il cieco fanatismo di Arcovazzi, una figura che sta tornando prepotentemente attuale in questi tempi in cui il convincimento politico si basa sulla ripetizione a pappagallo di slogan e messaggi insensati più dei versi in rima baciata del poeta Bardacci. Temo quasi che l’ottusa caparbietà di Arcovazzi possa venir scambiata per cieca determinazione e far diventare una figura oggettivamente ridicola un personaggio eroico: del resto viviamo strani tempi in cui molte cose date per assodate vengono revisionate anche in settori ben più rigorosi della critica cinematografica.
Notevole il cast: superbo Tognazzi che con questa prova conferma la sua validità di attore, la Sandrelli è al suo secondo film e si fa notare per la bellezza e l’energia sbarazzina sottolineata dal doppiaggio di Maria Pia Casilio. Il regista Luciano Salce si ritaglia il cameo dell’ufficiale tedesco che requisisce il sidecar.

Straziami ma di baci saziami

Straziamimadibacisaziami Italia 1968
con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Pamela Tiffin, Moira Orfei
regia di Dino Risi

Balestrini Marino e Di Giovanni Marisa si incontrano a una manifestazione di gruppi folkloristici allo stadio Olimpico, per i festeggiamenti del compleanno di Roma; si ritrovano dopo qualche mese quando lui si trasferisce in cerca di lavoro al paese marchigiano di lei e nasce l’amore ma a un passo dal matrimonio, Adelaide, la piacente vedova presso cui Marino sta a pensione, gli racconta che Marisa ha dei trascorsi poco onorevoli.
I due si lasciano ma quando a Marino capisce che era solo una bugia, Marisa se n’è già andata a Roma in cerca di fortuna. Marino la insegue e si mette disperatamente alla sua ricerca e quando finalmente si ritrovano lei è sposata a Umberto Ciceri, un sarto sordomuto. Tra Marisa e Marino rinasce l’amore e ci potrebbe scappare il morto se non intervenisse (nuovamente) la Provvidenza..

Ho trovato molti punti di contatto tra Straziami ma di baci saziami e Dramma della gelosia che Ettore Scola ha girato solo due anni dopo.
Straziamisaziami Tema centrale di entrambe le pellicole è il profondo mutamento culturale che l’Italia vive alla fine degli anni ’60 dovuto alla liberalizzazione dei costumi: le classi più deboli, i proletari di Scola e i provinciali di Risi cercano di adeguarsi al nuovo modus vivendi del sentimento amoroso attraverso il linguaggio: quello che è uno stile da fotoromanzo in Dramma della Gelosia, nel film di Risi si affida alla canzonetta con il momento di riflessione sul testo de L’immensità (il titolo stesso della pellicola è un verso di Creola, valzer degli anni ’20) e al cinema con parodia de Il dottor Zivago.
I riferimenti cinefili, soprattutto alle comiche del muto sono diversi e accentuano il contrasto tra melodramma sentimentale e lo stile comico del film che è davvero molto divertente.
Alludo alla scena dei due amanti stesi sul binario, scena classica del cinema muto ma stavolta i due fidanzati lo fanno volontariamente: cercano il suicidio perché il padre di lei si oppone al matrimonio.
L’entrata in scena di Tognazzi nei panni del sarto di buon cuore che accoglie Marisa è un altro rimando alle comiche dato che la figura di Ciceri è costruita, anche a livello fisico, sul modello di Harpo, il personaggio muto dei Fratelli Marx.

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Finale sardonico che sottolinea per la secondo volta nel film l’intervento bizzarro della Provvidenza, perché saremo anche nell’Italia del 1968 ma l’amore di Marisa e Marino, giovani dabbene della provincia più profonda, si svolge tutto in un ambito profondamente cattolico dalle gite parrocchiali del fidanzamento ai frati del matrimonio finale.

Policarpo, ufficiale di scrittura

Italia, 1959, Titanus
con Renato Rascel, Peppino De Filippo, Carla Gravina, Luigi De Filippo, Renato Salvatori, Romolo Valli, Lidia Martora Maresca, Ernesto Calindri, Massimo Pianforini, Tony Soler, Trini Montero, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Mario Riva, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Memmo Carotenuto, Maurizio Arena
regia di Mario Soldati



Policarpoufficialediscrittura


Policarpo De’ Tappetti, pignolo ufficiale di scrittura nell’amministrazione della Roma umbertina, per troppa solerzia finisce per inimicarsi il capoufficio, il cavalier Cesare Pancarano di Rondò dalle ambizioni nobiliari. Il figlio di Pancarano però s’invaghisce della bella Celeste De’ Tappetti ma il padre è talmente insofferente verso il futuro suocero che preferisce ributtare il figlio tra le braccia della ballerina con cui aveva una precedente relazione. Intanto Celeste, che non si era mai interessata troppo a Gegè Pancarano, preferisce cercare lavoro per risollevare le sempre pessime sorti famigliari e così conosce l’operaio di una fabbrica di macchine da scrivere, Mario Marchetti che le insegna a scrivere a macchina, cosa che si rivelerà molto utile anche a Policarpo che per ottenere il famoso scatto di carriera dovrà abbandonare l’amato pennino per l’odiata macchina da scrivere.




Policarpo ufficilale di scrittura


Presentato alla 12ª edizione del Festival di Cannes e premiato come miglior commedia, l’ultimo film diretto da Mario Soldati è tratto dal romanzo satirico La Famiglia De’ Tappetti di Luigi Arnaldo Vassallo.
Il regista vena la commedia di una patina malinconica per il passato sopraffatto dall’inarrestabile marcia della modernità sottolineata anche dalla canzone scritta e interpretata da Renato Rascel, Il mondo cambia.
Soldati aveva già raccontato il mondo della piccola borghesia ne Le miserie del Signor Travet e qui il rapporto tra le varie gerarchie si fa sempre più cinico con la sudditanza verso i superiori che si sfoga nella cattiveria verso i sottoposti, del resto mancano solo 15 anni all’arrivo di Fantozzi, emblema massimo della sadica gerarchia dei colletti bianchi.




Policarpo


Nonostante la perfetta ricostruzione dell’Italia d’inizio secolo con i bellissimi costumi di Pietro Tosi (premiati con il Nastro d’Argento) la situazione descritta si adatta perfettamente al presente: le donne che vogliono andare a lavorare in fabbrica sono scacciate dagli operai non per motivi di genere, spiega Mario a Celeste ma perché chiunque si renda disponibile a fare un lavoro sottopagato svaluta il settore costringendo tutti ad adeguarsi al nuovo corso.
Viene mostrato il solito gioco di mazzette tra l’imprenditore svizzero (ma naturalizzato italiano!) di macchine da scrivere e il capo sezione dell’amministrazione pubblica per scegliere la ditta Franquinet come fornitrice ufficiale di macchine da scrivere della Pubblica Amministrazione e nel finale De’ Tappetti e Pancarano finalmente amici, scopriranno che i sudati aumenti di stipendio sono già spariti nel gorgo del rincaro dei prezzi.




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La coppia Rascel-Peppino De Filippo funziona molto bene sul piano comico e il film che vanta un buon cast, ha la peculiarità di riservare tutta una serie di camei a grandi attori del cinema dell’epoca: da Alberto Sordi che fa l’ombrellaro per finire con Amedeo Nazzari che nell’ultima inquadratura ferma il cavallo imbizzarrito.




Policarposordicarotenutodesicanazzari


Altra piccola curiosità: nonostante l’idiosincrasia per la macchina da scrivere, Policarpo offre un meraviglioso saggio di bravura all’inaugurazione davanti al ministro e recitando il coro de Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni batte spedito sulla tastiera: non è che questo film del ’59 è stato d’ipsirazione alla celeberrima scena della macchina da scrivere di Jerry Lewis, tratta dal film Dove vai sono guai! del 1963?

Io la conoscevo bene

Italia, 1965
con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Jean-Claude Brialy
regia di Antonio Pietrangeli




Iolaconoscevobene


La parabola esistenziale di Adriana, che dalla provincia arriva a Roma in cerca del successo cinematografico.

Iolaconoscevobene
Capolavoro del cinema italiano degli anni ‘60 che si contraddistingue per l’inconsueta costruzione ad episodi, il film di Pietrangeli e’ un’amarissima riflessione sull’Italia del boom economico.
Il ritmo spezzato degli episodi, che talvolta non rispetta neppure l’andamento cronologico e si perde nei flashback, e’ funzionale alla storia e al personaggio di Adriana che procede a tentoni nella sua esistenza, senza avere uno scopo se non l’illusione del cinema.
Adriana, interpretata da una Stefania Sandrelli perfetta, e’ quasi la metafora dell’Italia che si butta via affidandosi a maneggioni di varia natura.
Notevole la colonna sonora composta dalle tipiche hits del periodo che con le loro marcette urlate e trionfalistiche stridono fortemente con la realta’ fatta di delusioni e amarezze.
Specchio dei tempi di allora, ma tragica anticipazione della situazione odierna: mi ha colpito l’episodio dell’intervista per il cinegiornale montata con il chiaro intento di schernire l’aspirante attricetta, nel film e’ l’inizio della crisi della protagonista che la portera’ al suicidio, mentre nel sottobosco artistico di oggi e’ all’ordine del giorno: basta pensare a programmi come Veline dove la ragazza e’ costretta a subire gli sberleffi per dimostrare di essere ironica; anche gli ex famosi che tentano di rilanciare una carriera mangiando scarafaggi non sono poi dissimili dal personaggio interpretato da un Tognazzi veramente notevole: il vecchio Bagini che pur di ottenere una parte prima balla fino allo sfinimento e poi si presta a far da lenone al divo di turno.