La signora omicidi

The Ladykillers
GB 1955 Ranks
con Katie Johnson, Alec Guinness, Peter Sellers, Herbert Lom, Cecil Parker, Danny Green
regia di Alexander MacKendrick



Lasignoraomicidi


La signora Louisa Wilberforce è un’arzilla vecchietta che non sembra esser uscita dall’era vittoriania in cui è nata, negli abiti e nella vecchia casa resa sbilenca dai bombardamenti. Quando prende per pensionante il Dr.Marcus che si spaccia per un musicista dilettante in cerca di un luogo tranquillo per provare con i suoi amici, la vedova Wilberforce non ha certo modo di pensare che a frequentare la sua casa siano in realtà cinque efferati rapinatori che la coinvolgono a sua insaputa in una rapina. Ma quando la vecchietta scopre il misfatto sarà irremovibile nel pretendere che i ladri si costituiscano, ai banditi non resterebbe che far fuori la vecchia ma non hanno cuore e finiscono per eliminarsi tra loro..




Theladykillers


Un caposaldo della commedia nera britannica di cui è stato girato un omonimo remake nel 2004 a firma dei Fratelli Coen, protagonista Tom Hanks, film cha ricevuto forse più riconoscimenti che apprezzamento dal pubblico.
Tornando alla pellicola del 1955, funziona il contrasto tra l’eccentrica e svampita vecchietta che con le sue eccessive attenzioni disturba ma in fondo conquista i cinque malviventi, in particolare l’energumeno “Carezza” (il signor Lawson) che si opporrà chiaramente all’eliminazione fisica della vecchina.
Non c’è comunque redenzione per i cinque delinquenti che, più che per il buon cuore, preferiscono evitare l’omicidio per non peggiorare la loro situazione giuridica, tentando di fuggire lasciando i compagni nei guai ma ogni tentativo di fuga dalla vecchia casa vittoriana vicino alla ferrovia fallisce miseramente e arriva puntualmente la vendetta omicida dei colleghi che porta all’eliminazione di tutta la banda.




Signoraomicidi


Il film gioca con i topos del giallo e del nero soprattutto con l’inquietante ombra del futuro pensionante che si staglia dietro la porta d’ingresso, omaggio al capolavoro muto di Hitchcock, The Lodger.
Tra i cinque malviventi si segnala la presenza di due attori di fama: Sir Alec Guinness in una delle sue più riuscite caratterizzazioni e la presenza di un poco più che esordiente Peter Seller nel ruolo del Signor Robinson.

Paura in palcoscenico

Stage Fright
USA 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich, Richard Todd, Michael Wilding, Alastair Sim, Sybil Thorndike, Patricia Hitchcock, Kay Walsh
regia di Alfred Hitchcock



Paurainpalcoscenico


Jonathan Cooper è un giovane attore, amante della diva del music-hall Charlotte Inwood. Quando la donna gli chiede aiuto dopo aver ucciso accidentalmente il marito, Jonathan si reca nel suo appartamento per prenderle un vestito pulito e creare la confusione sufficiente a far credere che si tratti di una rapina ma viene riconosciuto da Nellie Goode, la cameriera personale dell’attrice. Per sfuggire alla polizia, Jonathan chiede aiuto a Eve Gill, una ragazza da sempre innamorata di lui. Eve e il suo originale genitore credono che Jonathan sia vittima di un complotto di Charlotte e pur di dimostrarlo la ragazza pagherà Nellie per poterla sostituire come cameriera di Charlotte e scoprire la verità. Nel mettere in atto il suo piano Eve incontra e s’innamora, ricambiata, dell’ispettore di polizia Wilfred Smith..




StageFright


Paura in palcoscenico viene considerato un film minore del maestro del brivido, il che non vuol dire che non sia un film privo d’interesse a partire dalla collaborazione tra la diva Marlene Dietrich e Hitchcock: per la sequenza in cui l’attrice canta la canzone di Cole Porter, The Laziest Gal in Town il regista abbandona addirittura il suo maniacale controllo della messa in scena lasciando che la diva decida la disposizione delle luci che le erano più congeniali. Gli abiti sono di Christian Dior ed è la prima volta che una Maison si occupa dei costumi di una produzione americana, solitamente abituata a usare i propri costumisti.
PaurapalcoscenicoPer quanto riguarda il film, tutto ruota attorno al rapporto di falsità/verità inerente al mondo dello spettacolo e della recitazione: tutti ingannano tutti, a fin di bene come Eve o per evitare l’accusa di omicidio.
Il fatto che il flash back iniziale in cui Jonathan racconta sua versione dei fatti a Eve sia in realtà una bugia e che nel finale si scopra che l’uomo è davvero il colpevole, anche se manipolato dalla perfida Charlotte che si serve di lui per liberarsi del marito e avere via libera con l’altro suo amante, il produttore Freddie, attirò molte critiche negative alla pellicola che venne rivalutata anni dopo da Les  Cahiers du Cinéma.
Stagefright Se il contrasto verità bugia è il tema di Paura in Palcoscenico, l’antitesi si sviluppa nei vari aspetti del film: a partire dal decisivo contrasto tra le due protagoniste: la seducente femme fatale Marlene e la dolce ragazza della porta accanto Jane Wyman disposta ad aiutare l’uomo di cui è innamorata anche quando scopre che lui è l’amante di una donna sposata.
Opposti sono anche i caratteri dei due uomini da cui Eve è attratta e se “il solito” Smith pare un poliziotto svagato che la fanciulla e il genitore non riescono a mettere sulla pista giusta, in realtà le sue indagini fuori scena (forse questo il vero difetto del film) arrivano a scoprire il passato criminale di Cooper.
Forse il plot è un po’ macchinoso e il film funziona soprattutto nella parte finale quando si scopre la vera natura di Jonathan nella scena nella carrozza, con un fantastico gioco di luci sui volti e il dettaglio delle mani di lui che vorrebbe commettere un nuovo omicidio per puntare all’insanità mentale e la decisiva stretta della ragazza.
Se il meccanismo giallo non sembra essere la priorità di Hitchcock notevoli sono i tocchi di humor sparsi nel film: il dettaglio del marchio d’infrangibilità del vetro dopo che il poliziotto ha cercato di rompere il finestrino dell’auto in cui si è rifugiato Jonathan e una galleria di personaggi minori bislacchi dai tratti tipicamente inglese su cui spicca la coppia di genitori di Eve.




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Anche in Paura in palcoscenico non manca il cameo del regista, che si volta dopo aver sorpassato Eve incuriosito d quanto mormora la ragazza che si sta preparando al ruolo della cameriera Doris.

Il mistero del castello nero

IlmisterodelcastelloneroThe Black Castle
USA 1952, Universal
con Richard Greene, Boris Karloff, Stephen McNally, Paula Corday, Lon Chaney Jr.
regia di Nathan Juran

Il baronetto inglese Ronald Burton, con la falsa identità di Richard Beckett, si reca ospite presso il conte Karl von Bruno: il suo vero scopo è a indagare sulla scomparsa di due suoi cari amici molto probabilmente uccisi dal conte per vendetta. Giunto al castello Burton s’innamora ricambiato della moglie del conte, la bella e mite contessa Elga von Bruno, forzata al matrimonio dal perfido consorte. Quando il conte scopre la verà identità di Burton non sarà per nulla facile ai due amanti sfuggire alle sue ire mortali..

Più che un horror, Il mistero del castello nero è un melodramma amoroso a tinte fosche: i due innamorati seguendo l’esempio di Giulietta e Romeo, bevono la famigerata droga che rallenta i battiti fino a simulare la morte ma il dottor Meissen che ha proposto loro l’espediente non ha abbastanza coraggio per resistere alla crudeltà del conte e rivela a von Bruno l’arcano rischiando che i due finiscano sepolti vivi e l’unico vero momento di tensione del film è proprio il montaggio alternato del conte che scende nella cripta mentre Burton si sta risvegliando.




Theblackcastle


Il dottor Meissen è interpretato da Boris Karloff, sfruttato piuttosto male nel film, destino peggiore tocca a Lon Chaney Jr: il suo Gargon, servitore mostruoso di von Bruno, ha un ruolo marginale, per i cultori resta solo il piacere di vedere l’attore truccato sul modello del trasformismo del celebre padre.




Theblackcastle


Fatti presenti tutti i difetti della pellicola, devo dire che sono rimasta piuttosto sorpresa dall’accuratezza della messa in scena:la ricostruzione del settecento viennese è piuttosto precisa;
Misterocastelloneroanche la scenografia del castello è molto ricca, strapiena di grate, prigioni e passaggi segreti: addirittura una fossa con coccodrilli vivi che i due amanti attraversano su un cornicione con un gioco di luci e suoni che ricorda la scena in piscina de Il bacio della pantera (animale oggetto della caccia di von Bruno, con cui combatte corpo a corpo Burton).
L’esordiente regista austriaco Nathan Juran dimostra un certo talento wellesiano anche nella composizione dell’immagine, nell’uso dei soffitti e nel bianco e nero fortemente contrastato: tutto sommato Il mistero del castello nero non è un film così disastroso come lo descrivono i dizionari di cinema e può soddisfare almeno la curiosità dei patiti del genere.

Ho sposato una strega

I Married a Witch
USA 1942
con Veronica Lake, Fredric March, Robert Benchley, Susan Hayward, Cecil Kellaway, Robert Warwick
regia di René Clair



Imarriedawitch


Nel New England puritano del 1672 vengono mandati al rogo uno stregone e una strega, padre e figlia denunciati da Jonathan Wolley. Irene ha avuto però il tempo di maledire tutti i Wolley che non troveranno mai la felicità in amore nei secoli a venire e in questa condizione si trova Wallace, discendente di Jonathan, prossimo ad esser eletto governatore e comandato a banchetta dalla fidanzata Stella figlia del magnate che lo sostiene alle elezioni.
Durante un temporale la quercia che imprigiona le anime di Daniele e Irene si spezza e i due possono tornare sulla Terra per vendicarsi dei Wolley ma Irene beve per errore il filtro d’amore preparato per Wallace..



Hosposatounastrega


Al secondo film americano, dopo L’ammaliatrice, Rene Clair torna alla commedia fantastica che ha per protagonista un’adorabile Veronica Lake con la sua conturbante pettinatura “allo schiaffo”.
Come sempre nei film di Renè Clair vige la leggerezza: nessun dramma per il rogo iniziale che non viene mostrato, l’attenzione del regista è spostata sull’”intervallo” per portare la legna con conseguente vendita di pop corn (pardon! mais abbrustolito) al pubblico.




Hosposatounastrega


Dalla presa in gira del pubblico si passa alla citazione cinematografica: mentre si vede l’effetto della maledizione sui Wolley attraverso i secoli l’episodio del 1861 si apre con il lancio di un vaso, proprio come in Via col Vento, che sortisce l’effetto di far arruolare immediatamente il malcapitato marito (tutti i Wolley sono interpretati da un ottimo Frederich March).




Hosposatounastrega


Molto divertente la sequenza della continua interruzione del matrimonio, poi il film scorre verso l’happy end finale nonostante lo stregone Daniele non approvi il matrimonio della figlia con il loro mortale nemico e tenti di dividerli. Qualche sbilanciamento tra la prima
e la seconda parte ma il film ha avuto diversi problemi in fase di scrittura con l’abbandono prima di Dalton Trumbo e poi di Preston Sturges.

Il grande caldo

The Big Heat
USA 1953 Columbia
con Glenn Ford, Gloria Grahame, Lee Marvin, Jocelyn Brando, Alexander Scourby, Jeanette Nolan
regia di Fritz Lang



TheBigHeat


Il sergente della omicidi Dave Bannion è chiamato a constatare il suicidio di un collega, Tom Duncan. Sembrerebbe tutto a posto ma quando l’amante di Tom viene trovata seviziata e uccisa dopo aver confidato a Bannion i suoi dubbi sul suicidio, il detective si mette a indagare nonostante arrivino delle minacce a casa sua. Quando la moglie muore nell’eplosione dell’auto, Bannion dichiara la sua guerra personale a Mike Lagana, il boss che comanda anche la polizia. Ad aiutarlo solo qualche collega e Debbie, la fidanzata del sadico Vince Stone, braccio destro del boss.




TheBigHeat


Noir teso e anticipatore dell’archetipo del giustiziere solitario che dominerà i film degli anni ’70.
Come sempre Lang indaga l’animo umano portandone alla luce le ambiguità ponendo i suoi personaggi davanti a scelte molto forti: da subito Bannion è avvisato “amichevolmente” dal suo capo di non pestare i piedi a Lagana ma il poliziotto prosegue per la sua strada mettendo a repentaglio la vita dei suoi famigliari: oltre all’omicidio della moglie, Lagana vorrebbe rapire anche la figlioletta di Bannion pur di riuscire a fermarlo ma la battaglia solitaria di Bannion colpisce la coscienza degli amici e colleghi di Bannion che iniziano ad aiutarlo, forse per questo, quando si trova faccia a faccia con gli assassini, Bannion riesce a reprimere il sentimento di vendetta e non ucciderli ma consegnarli alla giustizia ritornando ad essere, nel finale, un semplice poliziotto al servizio della comunità.




Ilgrandecaldo


Sono molto interessanti i ruoli femminili della pellicola: Katie Bannion è una moglie comprensiva, Lucy, l’amante di Duncan, è quella che ha dato la forza al poliziotto corrotto di lasciare un memoriale sulle connivenze del potere civile con il malavitoso Lagana (che agisce sempre sotto il ritratto della madre).




Ilgrandecaldodonne


Bertha Duncan, la vedova di Tom, è invece una donna perfida, che non esita a chiamare Lagana per ricattarlo prima di avvisare le autorità del suicidio del marito.
IlgrandecaldobertadebbieInfine c’è Debbie, fidanzata svampita del violento Vince, rimane subito colpita dal coraggio di Bannion e lo segue pagando a caro prezzo la sua decisione: Vince la sfregia gettandole addosso una caraffa di caffè bollente, il volto sfigurato della donna diventa simbolo della sua doppia natura (ma già le erano state riservate molte scene davanti allo specchio, classico espediente per dimostrare l’ambiguità di un personaggio).
Buona, ingenua ma anche perversa e determinata: si vendica di Vince sfregiandolo a sua volta con caffè bollente ma soprattutto uccide Bertha in mondo che le carte di Tom Duncan arrivino ai giornali.

Lili

USA 1953 MGM
con Mel Ferrer, Leslie Caron, Jean-Pierre Aumont, Zsa Zsa Gábor, Kurt Kasznar
regia di Charles Walters




Lili


L’ingenua Lili, rimasta orfana, arriva in una cittadina del Sud della Francia per cercare lavoro, un mago la salva dalle avances poco gradite di un sarto e la ragazza si mette a seguirlo fino al luna park dove l’uomo si esibisce. Marc, di cui la ragazza si è innamorata all’istante, le trova un lavoro che Lili perde subito e per la disperazione pensa al suicidio: a salvarla saranno i burattini dello scorbutico Paul, un ballerino la cui carriera è stata stroncata da una ferita di guerra..




Liliballetti


Un musical un po’ diverso dal solito dove i numeri di ballo sono relegati alla dimensione del sogno: il primo momento quando Lili immagina di trasformarsi in una seduttrice e portare via Marc alla procace Rosalie che poi si scoprirà essere segretamente sua moglie e nel finale quando, dopo aver abbandonato il luna park, capisce di amare Paul, “l’uomo cattivo” come lo ha definito sin dal primo incontro, senza accorgersi che come lei aveva avuto un colpo di fulmine per Marc, l’ex ballerino ne aveva avuto uno altrettanto immediato per lei.




Lili_kurt_kasznar


La trama potrebbe essere banale e sdolcinata ma a salvare il film sono i momenti d’interazione tra Lili e i burattini: nella pellicola diventano in breve lo show di punta del luna park che attira l’attenzione degli agenti parigini e anche per lo spettatore del film sono in grado di creare una dimensione magica e fantastica.




Lili


Il brano di punta della colonna sonora che ha vinto l’unico dei sei Oscar per cui il film era in lizza, Hi-Lili, Hi-Lo riesce ancora a piantarsi nella testa dello spettatore.

Le stagioni di Louise

LestagionidiLouiseLouise en hiver
Francia 2016
regia di Jean-François Laguionie

Louise un’anziana signora che dall’infanzia trascorre le estati in Normandia, perde l’ultimo treno della stagione per tornare in città e si trova costretta a sopravvivere nella cittadina di villeggiatura dove non è rimasto più nessuno..

Uno spettro s’aggira per il mondo occidentale, anzi due, quelli della vecchiezza e della morte, ossessivamente negati e che invece sono il tema principale del delicato lavoro dell’animatore francese Jean-François Laguionie.
Non importa tanto se Louise davvero sopravvive un anno in un paesino incredibilmente deserto e senza che nessuno dei suoi cari la venga a cercare o se a restare nei luoghi che più ha amato è (come penso io) il fantasma della donna che solo alla fine della pellicola troverà la forza di allontanarsi con il suo nuovo fedele amico, il cane parlante Pepe, incontrato in questo anno di solitudine.
La vecchiezza (parole che -dice Louise nei suoi soliloqui- non si trova neppure nel dizionario) è sinonimo di solitudine, di ripensamenti svagati alla propria esistenza che riaffiorano improvvisi: se i suoi famigliari non si ricordano di lei, neppure Louise ricorda la sua vita i moglie o madre di cui non sapremo mai nulla, emergono i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, quelli formativi del carattere e se ora Louise è una signora posata da ragazza è stata una ragazza “crudele” che attirava i ragazzini con la promessa di un bacio nel luogo in cui pendeva il cadavere di paracadutista della seconda guerra mondiale per terrorizzarli a morte.
Tutto il film ruota serenamente attorno all’idea della morte: l’unico terreno adatto alla coltivazione delle verdure è quello del vecchio cimitero; Tom, il paracadutista in decomposizione, è uno dei pochi ad avere un dialogo con Louise, oltre al cane Pepe.
Il silenzio è un altro protagonista del film, a parte qualche raro scambio di battuta sentiamo solo la voce off dei pensieri di Louise, persa nella sua solitudine. In italiano il doppiaggio è stato affidato a Piera degli Esposti che l’ha interpretato in maniera molto teatrale, sottolineando il senso di sottile surrealtà della pellicola.
Le stagioni di Louise si contraddistingue per la colorazione tenue del disegno e la raffinatezza delle citazioni pittoriche, in primis il paesaggista francese Jean-Francis Auburtin.

A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar

AwfgraziedittuttoJnTo Wong Foo, Thanks for Everything! Julie Newmar
USA 1995
con Patrick Swayze, Wesley Snipes, John Leguizamo, Stockard Channing, Alice Drummond
regia di Beeban Kidron

Vida Boheme e Noxeema Jackson vincono a pari merito il titolo di Miss Drag queen di New York che permetterà loro di volare a Hollywood e partecipare al concorso di Miss Drag Queen dell’anno, si lasciano però intenerire dalle lacrime della sconfitta Chi-Chi Rodriguez e decidono di rinunciare al viaggio aereo per un mezzo più economico per portare con loro la giovane Chi chi e insegnarle come essere una vera drag queen: finiranno per perdere la strada e riportare vita e colore in uno sperduto paesino del Midwest.

Definito la risposta americana a Priscilla la regina del deserto, il film ha sicuramente molti punti di contatto con la pellicola australiana: tre protagonisti con la drag più adulta che è anche la più saggia, il viaggio e conseguente rottura del mezzo in luoghi sperduti che porteranno le protagoniste a confrontarsi con la “normalità”.




To Wong Foo  Thanks for Everything! Julie Newmar


L’idea originale e vincente di A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar è quella di scegliere tre attori che arrivano dall’action movie più macho per il ruolo delle drag queen, tutti se la cavano molto bene: Wesley Snipes è divertentissimo ma Patrick Swayze sa essere davvero credibile, fornendo una gran bella prova.
Una pellicola leggera, divertente e colorata dalle molte citazioni cinematografiche a partire dal titolo che cita la dedica su una foto dell’attrice Julie Newmar, famosa Catwoman televisiva degli anni’60 che appare alla film del film a premiare la drag queeen dell’anno.




StockardChanningToWongWoo


Numerosi altri camei: Robin Williams, RuPaul e Naomi Campbell che ferma Noxema per dirle che vorrebbe essere bella come lei!
Da menzionare nei panni di Carol Ann l’attrice Stockard Channing, la famosa Rizzo di Grease.

Il barone di Munchhausen

MunchhausenMünchhausen
Germania 1943 UFA
con Hans Albers, Ferdinand Marian, Hermann Speelmans, Ilse Werner, Brigitte Horney, Käthe Haack
regia di Josef von Baky

Dopo una festa in costume, il barone di Munchhausen rievoca le avventure del famoso antenato settecentesco: la conoscenza con Cagliostro, la relazione con Caterina di Russia, il viaggio sulla palla di cannone che lo rende schiavo dei turchi, la liberazione grazie a una scommessa con il sultano e conseguente fuga con Isabella d’Este dall’harem alla volta di Venezia, qui sfugge all’inquisizione su un pallone aerostatico che porta Munchhausen e il suo fedele servo Christian sul lato nascosto della Luna..

Il barone di Munchhausen ha segnato la mia infanzia con il suo spirito avventuroso e fantastico: era, se non erro, un classico natalizio poi è scomparso per decenni dai palinsesti televisivi.
Sono contentissima di aver ritrovato intatto la fantasmagoria che mi aveva colpito da bambina, i colori e i toni da cartone animato e anche di non dover provare imbarazzo perché il film è in realtà un caposaldo della propaganda nazista, fortunatamente non nei contenuti, puramente d’evasione, ma nell’esaltazione tecnica del cinema tedesco: per il venticinquesimo anniversario della fondazione dell’UFA, Goebbels voleva dimostrare che la cinematografia tedesca era tecnologicamente avanzata come quella americana e in grado di offrire un prodotto simile se non superiore a Il Mago di Oz del 1939 e al cartoon della Disney Biancaneve e i sette nani che nel 1937 era stato eletto miglior film.




CagliostroMunchhausen


Per l’adattamento si sceglie un classico fantastico della letteratura tedesca, Il barone di Munchhausen che già Melies aveva portato sul grande schermo nel 1911.
Imponente la realizzazione: nel cast compaiono i grandi nomi della cinematografia tedesca, anche se i ruoli sono brevi; le porcellane per la cena di gala alla corte di Caterina di Russia sono vere porcellane Meissen settecentesche; le riprese a Venezia furono realizzate nella città lagunare e per realizzarle si chiuse per un giorno il Canal Grande.




MunchhauseneChristian


Anche dal punto di vista degli effetti speciali la pellicola si rivelò all’altezza degli standard dell’epoca con il segmento sulla luna con gli abitanti della luna che possono staccarsi a piacere la testa dal corpo.
Coloratissimi e fantasiosi i costumi che variano dalla fedeltà storica dell’abbigliamento del doge alla rivisitazione giocosa degli abiti turchi con turbanti e barbe esagerate.




BaronediMunchhausen


La trama è l’esaltazione dello spirito avventuroso, della curiosità per il mondo tanto che Muunchausen rinuncia al potere offertogli da Cagliostro in nome delle avventure e le donne, il finale che non rivelerò data la poca diffusione della pellicola, rappresenta il classico spirito fantastico tedesco, facendo slittare nel gotico i toni ironici che hanno caratterizzato tutta la pellicola, giusto corrispettivo dello slittamento iniziale quando l’interruttore della luce e l’auto parcheggiata in giardino fanno capire che la scena del ballo iniziale non era ambientato nel ‘700 ma si trattava di un ballo in costume.

Non mangiate le margherite

NonMangiatelemargheritePlease Don’t Eat the Daisies
USA 1960 MGM
con Doris Day, Con David Niven, Spring Byington, Richard Haydn, Janis Paige
regia di Charles Walters

Il professor Larry Mackay abbandona l’insegnamento per dedicarsi alla carriera di critico teatrale: inflessibile, riserva subito una severa stroncatura alla rivista di un amico di famiglia, prendendosi uno schiaffone in pubblico dalla protagonista Deborah Vaughn. Ben presto Larry si lascia sedurre dalla fama e dal successo trascurando i progetti di trasferirsi in campagna con la moglie Kate e i quattro figlioletti. Ci penserà Alfred, l’amico stroncato, a fargli capire i suoi errori, facendo mettere in scena alla compagnia amatoriale del sobborgo in cui i Mackay si sono trasferiti, una pessima commedia giovanile del pedissequo marito.

Classica commedia anni ’60 in perfetto stile Doris Day qui nei panni di una casalinga, ovviamente canterina (riprende anche Que sera sera de L’uomo che sapeva troppo!) innamoratissima del marito, madre di quattro simpatiche (?) pesti, più un cane svampito, quello sì davvero adorabile.




PleaseDontEattheDaisies


In Non mangiate le margherite lo spirito della “vergine di ferro” si estende anche al marito, interpetato magistralmente da David Niven: il cambiamento di vita di Larry mette fortemente a rischio il matrimonio con Kate, l’uomo è talmente obnubilato dalla fama che dimentica i progetti di vita, lasciando da sola la moglie nella gestione della nuova casa in campagna: lui andrà a vivere per qualche tempo da solo in città per trovare la quiete che gli serve per scrivere ma nonostante la crisi matrimoniale sembri sempre per precipitare, Larry resterà un marito fedele sfuggendo alla corte sfacciata della seducente Deborah.




Nonmangiaterlemargherite


La pellicola risulta un po’ spiazzante perché gioca, senza mai portarle a conclusione, con le regole del genere remarriage: incomprensioni tra marito e moglie che si lasciano salvo tornare insieme a discapito dei nuovi promessi sposi. Personalmente non mi è ancora chiaro se lo stravolgimento del genere sia un difetto o un valore aggiunto, ma visto che nel 1965 dal film è stata tratta un’omonima serie tv, l’apprezzamento del pubblico (di allora) non è certo da mettere in discussione!