Finalmente l’Alba

Italia 2023
con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, Sofia Panizzi, Carmen Pommella, Giovanni Moschella, Enzo Casertano, Michele Bravi
regia di Saverio Costanzo

Roma 1953, Mimosa è una ventenne timida e romantica, patita di cinema come la madre e la sorella maggiore (e maggiorata) Iris che riceve la proposta di fare la figurante in un peplum. Mimosa insiste per accompagnare la sorella al provino e inizialmente scartata, diventa la comparsa della scena finale per un capriccio della protagonista, la star americana Josephine Esperanto che l’ha incrociata nei corridoi. Josephine le regala anche un elegante abito rosso che Mimosa indossa attardandosi a Cinecittà, sarà di nuovo Josephine a offrire alla ragazza un passaggio in macchina per portarla a casa, ma il semplice passaggio si trasforma in una discesa nel sottobosco cinematografico, negli stessi luoghi dove pochi giorni prima ha trovato la morte Vilma Montesi. 


Mah! Commenta perplessa la madre di Iris e Mimosa alla fine del film con Alida Valli e lo stesso commento riservo all’opera che segna il ritorno al cinema di Saverio Costanzo dopo nove anni di lavori televisivi (In Treatment e L’amica geniale).
Sono perplessa perché nel film ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre che ho trovato fastidiose.

Iniziando da queste ultime ho trovato stucchevole il finale surreale, la chiusa perfetta sarebbe stata la discesa da Trinità dei Monti nell’alba livida di Roma con la voce di Josephine che legge la poesia, non c’era nessun bisogno di aggiungere il fantomatico incontro con la leonessa fuggita, ridondante riassunto del messaggio del film: Mimosa che supera le sue paure, non fugge dalla leonessa che finisce per camminarle accanto, una nota surreale che stona con il registro dell’intero film di cui ho apprezzato molto la capacità di passare dall’omaggio neorealista (la parte iniziale con lo spasimante di Iris che si finge introdotto a Cinecittà è quasi una citazione di Bellissima) al mondo felliniano: Mimosa è più di un’appassionata di cinema delusa dall’incontro con i suoi idoli come ne Lo sceicco bianco.

Se girovagando nei meandri di Cinecittà Mimosa ha ancora uno sguardo incantato che la porta all’incontro fortuito con la grande star, riceve anche un anticipo del lato oscuro del mondo del cinema durante il montaggio del cinegiornale sull’omicidio Montesi e nel suo viaggio nella notte romana il sogno si trasforma in un incubo: Mimosa si ritrova proprio nel luogo dov’è morta l’aspirante attrice, nel castello la ragazza è vittima di un gioco crudele di Josephine da cui la salva la profonda innocenza per cui il suo pianto viene scambiato per una raffinata performance artistica.

Mimosa riesce a destreggiarsi e sfuggire a una notte di droga e festini perdendo solo la sua ingenuità (e la verginità) ma quando al mattino si presenta alla porta di Sean, l’attore protagonista del film, convinta di poter iniziare una relazione con lui, scopre di esser stata vittima dell’ennesima manipolazione di Josephine, la cui crudeltà viene banalmente giustificata dalla trasformazione davanti allo specchio mentre si strucca. 

In un film che funziona per le allusioni al caso Montesi, alla ricostruzione del mondo delle comparse e della Hollywood sul Tevere dove tutto viene suggerito e compreso senza bisogno di riferimenti reali, stona un po’ la presenza di un unico personaggio storico, Alida Valli interpretata da Alba Rohrwacher senza per altro nessun lavoro sul trucco per creare una qualche somiglianza con la diva, questo è  un esempio di alcune deviazioni improvvise da un percorso ben disegnato e costruttivo che a mio parere inficiano un’opera altrimenti riuscita.


7 scialli di seta gialla

Italia 1972
con Anthony Steffen, Sylva Koscina,  Jeannette Len, Renato De Carmine, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Annabella Incontrera, Liliana Pavlo, Romano Malaspina
regia di Sergio Pastore

Copenaghen: mentre sta aspettando in un ristorante una modella con cui ha una liason, il pianista cieco Peter Oliver ascolta involontariamente la conversazione di un tavolo accanto che allude chiaramente a un ricatto. Quando arriva Paola, la modella, gli comunica che vuole lasciarlo; poco dopo la donna viene trovata uccisa e l’ispettore Jansen sospetta di Peter ma il pianista, grazie a quella conversazione ascoltata per caso, si rivelerà fondamentale nella scoperta dell’assassino che ha continuato a mietere vittime…

Con un titolo che è uno scioglilingua, Sette scialli di seta gialla, conosciuto anche come Gli omicidi del gatto nero, è un giallo nato sulla scia del successo della trilogia degli animali di Dario Argento, trilogia ampiamente saccheggiata (il protagonista è cieco come Karl  Malden ne Il gatto a nove code, solo per citare l’analogia più macroscopica) ma Pastore non disdegna di rifarsi anche a Sei donne per l’assassino di Bava nell’ambientazione nell’atelier di moda, gli omicidi seriali di modelle e gli immancabili guanti di pelle nera del killer, dulcis in fundo una citazione dell’omicidio nella doccia di Hitchcock per l’assassinio più efferato della pellicola che era già stato anticipato da una scena filmata, estratta da un film che il pianista avrebbe dovuto musicare. 

Giallo minore e derivativo che però non rinuncia ad alcune chicche visive: Susan l’ex circense drogata ricattata dal killer, va in giro con un improbabile mantello con cappuccio e un cestino, se la cappa non fosse bianca saremmo davanti a una riedizione horror di Cappuccetto rosso, il gatto nero richiama E. A. Poe e la scena nella vetreria con il cieco che deve evitare i macchinari ha qualcosa de Il pozzo e il pendolo oltre che una ripresa raffinata dove Peter, ripreso dal basso di una cava, diventa la pupilla verticale dell’occhio di un gatto. 

L’ambientazione danese dona un tono livido riscaldato sempre da qualche punto di colore vivace, esempi di un’eleganza fotografica e compositiva caratteristica del giallo italiano che mi fanno sorvolare su trame lambiccate ed eventuali altri difetti. 

  

La cosa da un altro mondo

The Thing from Another World
USA 1951
con Kenneth Tobey, Margaret Sheridan,Rober Cornthwaite, Douglas Spencer, Dewey Martin, James Arness

regia di Christian Nyby

La squadra del capitano di aviazione Patrick Hendry di base ad Anchorage, viene allertata da una base scientifica artica per uno strano incidente. Al gruppo militare in ricognizione si unisce anche il giornalista in cerca di scoop Ned Scott. Arrivati sul luogo dell’incidente, militari e scienziati si accorgono di aver trovato un disco volante che ha impattato con la banchisa. Recuperato il corpo di un alieno, decidono di trasportarlo nella sua bara di ghiaccio alla base artica. Il parziale scongelamento rivela le sembianze di un essere mostruoso che riesce a liberarsi e scatenare il panico nella base…

La cosa di un altro mondo è un classico della sci-fi americana che apre al filone del tema dell’invasione aliena come metafora della guerra fredda e dell’invasione comunista fomentata dal clima da caccia alle streghe creato dal maccartismo. 

Come tutti i film mitici, il film conserva una sua dose di mistero: a quasi tre quarti di secolo dall’uscita non è ancora chiaro il ruolo di Haward Hawks, fu solo il produttore che ha permeato con la sua idea di cinema l’unica opera degna di nota di Nyby o diresse il film? E in tal caso l’intervento fu per salvare l’opera dall’incapacità del regista designato o Nyby fu un prestanome per un’opera troppo di serie B per un autore come Hawks? Dubbi che alimentano la fama di un film cult che pure è invecchiato maluccio anche per colpa del remake più fedele al romanzo che Carpenter girò nel 1982, La cosa.

Il film del 1951 mostra una derivazione dall’horror classico della casa di produzione RKO: l’essere orrorifico è celato per gran parte del tempo con il doppio vantaggio di aumentare la suspense e limitare i costi; quando viene mostrato l’alieno ha fattezze alla Frankenstein che all’epoca facevano ancora effetto mentre oggi sono un po’ risibili, anche perché gli studi sulla natura dell’alieno, prima di mostrarcelo ce lo descrivono come un vegetale assetato di sangue (torna il vampirismo, tema fondante della stagione horror del primo anni ’30) e più che l’umanoide, risultano inquietanti le culture nate dai suoi semi e irrorate di plasma. Una notazione a margine di questi tempi odierni in cui la scienza è messa così facilmente in discussione, è il ricco corredo scientifico usato dai film dell’epoca per avvalorare storie fantastiche anche se già nel film lo scienziato finisce per avere la peggio: la sua apertura verso la superiorità di un essere appartenente al genere vegetale lo fa prendere per pazzo dagli altri umani e a schiaffoni dall’alieno.  

Per tornare alle tematiche caratteristiche di Hawks presenti nel film, su tutti dominano cameratismo e determinazione resi anche visivamente dalle affollate inquadrature di gruppo in contrasto con la desolata vastità artica e gli anfratti bui della base ma non manca neppure la guerra tra i sessi nelle scaramucce tra la bella segreteria della base scientifica e l’abitante ufficiale d’aviazione, ovviamente la donna ambisce al matrimonio e riuscirà ad ottenerlo.

Il modello di società americana ideale continua con il giornalista (che gira nei dintorni del Polo Nord in trench e cappello di feltro) a cui tocca la parte comica redenta dal toccante discorso di chiusura mentre il manipolo di militari, guidati dal classico ufficiale tutto d’un pezzo, sarà in grado di gestire la lotta per la sopravvivenza con ingegno ma soprattutto coesione. 

Dieci minuti

Italia 2024
con Barbara Ronchi, Fotinì Peluso, Margherita Buy, Alessandro Tedeschi, Anna Ferruzzo, Marcello Mazzarella, Mattia Garaci, Barbara Chichiarelli, Matteo Cecchi
regia di Maria Sole Tognazzi

Bianca è stata lasciata improvvisamente dal marito e per giunta perde anche il lavoro, la sua terapista le assegna un compito: fare ogni giorno una cosa nuova, possibilmente considerata sgradevole, per scuotere Bianca e farla uscire dalla propria confort zone…

Il film di Maria Sole Tognazzi, sceneggiato con Francesca Archibugi, prende ben presto le distanze dal romanzo di Chiara Gamberale a cui d’ispira lasciando in secondo piano i toni da commedia per concentrarsi sull’indagine del malessere psichico.
È un film fatto e interpretato da donne ma il suo significato travalica i generi e tutti possono riconoscersi in Bianca, una persona troppo impegnata a schivare i colpi della vita tanto da non vedere più gli altri (le sarà ribadito molte volte) al punto di non rendersi conto che il suo matrimonio è finito e cadere dal pero quando il marito la lascia. Anche il licenziamento nasce dalle stesse motivazioni: Bianca ha ambizioni da scrittrice ma ripiega su un lavoro da giornalista eppure non ha curiosità per le persone / storie che racconta.
Tra i vari dieci minuti di vita diversa che sperimenta, Bianca finisce per rubare un cappotto e viene denunciata, l’episodio è la scusa per far partire un lungo flash back che racconta di più sul pregresso di Bianca e la sua famiglia: un tentativo di suicidio, una sorellastra, figlia di una scappatella del padre di cui la madre finge d’ignorare l’esistenza e che invece diventa l’ancora di salvataggio per Bianca nel momento più buio della sua vita.
Anche la burbera psichiatra rivela un’attenzione verso la paziente maggiore di quello che il suo atteggiamento lasciava intendere.
Lo scavo dei personaggi è il punto di forza del film, tutti, dalla psichiatra scostante alla sorellastra superficiale, sono figure molto più complesse di quello che appaiono e anche le ragioni dell’allontanamento di Niccolò -il marito- sono comprensibilissime.
Piacevole l’escamotage della sedia difettosa che la Brabanti tiene nel suo studio l’interazione dei vari personaggi con la sedia traballante ne sottolinea le personalità: Bianca si siede senza ribellarsi, Jasmine la cambia, Niccolò si lamenta e resta in piedi; detto questo, la regia procede senza scossoni al servizio della trama riuscendo a rendere la solitudine della protagonista anche se l’uso delle luci con la prevalenza di ambientazioni notturne ricorda molto Petra, la serie tv di successo a cui la regista si è dedicata in questi ultimi anni.

Schiava del male

Experiment Perilous
USA 1944, RKO
con Hedy Lamarr, George Brent, Paul Lukas, Albert Dekker, Carl Esmond, Olive Blakeney, George N. Neise, Margaret Wycherly, Stephanie Bachelor
regia di Jacques Tourneur


ExperimentPerilous

America, 1903: in un viaggio in treno durante una tempesta, lo psichiatra Huntington Bailey fa amicizia con Cissie Bederaux, ricca newyorkese di mezz’età visibilmente spaventata dal maltempo. La donna racconta al dottore che sta tornando a casa dopo una lunga convalescenza ma si dimostra infastidita all’idea di ritornare ad abitare nella casa dì famiglia ora residenza del fratello Nick e la sua bellissima moglie, Allida, tanto da chiedere a Huntington di riservarle una camera nel suo hotel il che causa uno scambio di borse tra i bagagli di Cissie e del dottore. La sera stessa Bailey viene a sapere che la donna è morta e riceve nuove informazioni sulla bellissima e misteriosa Allida che conosce dopo pochi giorni. Leggendo il diario ritrovato nella borsa di Cissie di cui è venuto in possesso con lo scambio, Bailey ha conferma delle impressioni ricevute conoscendo il celebre Nick Bederaux: dietro all’immagine del filantropo si cela un’indole perversa al limite della psicopatia.
Bederaux intanto chiede al dottore di prendere in cura la moglie che ritiene troppo apprensiva con il figlio e sull’orlo della pazzia…

Schiavadelmale

Lontano dalle atmosfere orrorifiche della sua celeberrima trilogia, Tourneur si cimenta con un melodramma dalle atmosfere gotiche, il risultato è discreto, sicuramente troppo verboso e presenta alcune similitudini con Angoscia, il film di George Cukor con Ingrid Bergman uscito nello stesso anno ed è bizzarro che il titolo italiano di Gasligth –Angoscia– sia quello francese per Experiment Perilous, Angoisse.
La versione passata sabato scorso a Fuori Orario era colonizzata, tecnica che non amo particolarmente, per cui i paesaggi idilliaci della giovinezza di Allida sono ancora più oleografici che in bianco e nero e non so se la tempesta iniziale del treno a cui corrisponde l’esplosione finale degli acquari di casa Bederaux perdano in potenza con la colonizzazione.
Il film sembra seguire una nuova moda cinematografica tracciata da Rebecca la prima moglie l’abbandono dei mad doctor per passare ad analizzare i drammi nascosti dei legami familiari con tutta una serie di coniugi più o meno pazzi che infieriscono psicologicamente sulle e sui consorti, oltre che ad Angoscia penso a Il Castello di Dragonwich per arrivare a Femmina folle.
Un altro modello cinematografico in auge nel cinema americano degli anni 40 e 50 è quello dell’arte con il doppio rappresentato da dipinti, in Schiava del male troviamo sia il dipinto di Allida che la mostra bloccata nel mondo perfetto ma a lei estraneo creato dal marito che un angosciante testa scultorea di Medusa: l’espressione torva sottolinea lo sconcerto creato dalla morte di Cissie e da il falso indizio che la malefica di famiglia sia Allida anziché il marito.
La ricostruzione dell’atmosfera Belle Époque è perfetta negli arredi liberty della hall dell’albergo e nei costumi, Elaine che saluta Bailey al grande magazzino riprende abito e posa di una copertina di una rivista femminile d’inizio secolo.
Interessante anche il gioco di scale: lo scalone che porta al piano nobile sembra essere un reperto scenografico de L’orgoglio degli amberson, l’angusta scala a chiocciola che porta alle camere da letto sottolinea il bipolarismo di Bederaux: appariscente esteriormente e squallido nell’intimità, le valenze psicanalitiche della scala come elemento di congiunzione tra razionalità e subconscio saranno magistralmente rappresentate ne La scala a chiocciola.

32 dicembre

32dicembre

Italia 1988
con Caterina Boratto, Enzo Cannavale, Silvio Ceccato, Riccardo Cucciolla, Luciano De Crescenzo, Vanessa Gravina, Patrizia Loreti, Riccardo Pazzaglia, Renato Scarpa, Grazia Scuccimarra, Massimo Serato
regia di Luciano de Crescenzo

Una riflessione filosofica sul tempo divisa in tre episodi: nel primo, Ypocrites, due figuranti vengono assunti dalla signora Sanfilippo: il loro ruolo sarà fingersi i filosofi greci Aristippo e Antistene per seguire gli insegnamenti del signor Sanfilippo che si crede Socrate, l’operazione è supervisionata dallo psichiatra che segue il malato ma Salvatore e Saverio scopriranno che la pazzia regna su tutti i membri della famiglia.
Il secondo episodio, La gialla farfalla,, ha per protagonista Carlotta una piacente nonna sessantacinquenne che insegue il proprio sogno d’amore con lo spiantato Ferruccio gettando nello scompiglio i figli che sono preoccupati per l’eredità, ma con l’aiuto della nipotina Carlotta riuscirà a coronare la sua fuga romantica.
Il terzo e più celebre capitolo s’intitola I penultimi fuochi e narra di Alfonso Caputo, un povero disoccupato che impiega tutta la giornata dell’ultimo dell’anno per racimolare i soldi per festeggiare con la famiglia senza riuscirci. Mentre il rione esplode di fuochi d’artificio, i Caputo sono a letto sconsolati ma Alfonso promette che appena avrà i soldi farà festeggiare ai figli una fine d’anno come si deve. Riesce a mantenere la promessa il 12 gennaio ma il questore, suo vicino di casa che la notte di San Silvestro aveva sparato i fuochi più rumorosi, lo querela per disturbo della quiete pubblica…

Penultimo dei quattro film diretti dal filosofo e personaggio televisivo Luciano De Crescenzo, 32 dicembre si apre sulla litografia Relatività di M.C. Escher del 1953 che fa da sfondo ai titoli di testa dei tre episodi.
Come l’opera scelta, i tre apologhi di De Crescenzo sono paradossi che hanno come filo conduttore il tema del tempo e la presenza del regista in ruoli esplicativi, lo psichiatra, il confessore e l’astronomo con cui interagiscono i protagonisti delle tre vicende ricevendo lezioni filosofiche sul concetto del tempo, da prendere con beneficio d’inventario, se nel primo episodio lo psichiatra viene qualificato altrettanto pazzo quanto i suoi presunti pazienti.
È infatti la leggerezza il registro scelto per sviluppare le trame, del resto De Crescenzo fu sodale di Arbore e l’humus di divertita intelligenza tipica dei programmi di Arbore ritorna anche nella cinematografia di De Crescenzo, soprattutto nel primo episodio con i giochi di parole sulle “notizie di Diogene” .
Il tempo non esiste è la conclusione spicciola del film che sottolinea anche l’importanza di farsi i fatti propri e lasciar vivere gli altri secondo la loro personale pazzia, lasciando che un’anziana signora viva un ultimo amore senza che i figli si preoccupino della sua eredità, o che un fratello economicamente disagiato debba subire ‘“la mezz’ora” di umiliazioni da parte del fratello affermato per poter avere centomila lire il giorno di San Silvestro.
I tre episodi sono disomogenei, per me sono in crescendo nel senso che ho apprezzato molto anche il secondo episodio che di solito è il più bistrattato, mi è piaciuta l’atmosfera (le scene sentimentali a Capri virate in colori caldi come in un film muto) e la presenza di vecchie glorie come Caterina Boratto e Massimo Serato. Indiscutibile la superiorità dell’ultimo episodio dove emerge tutto l’amore del regista per gli aspetti più contraddittori di Napoli.

Chiara

ChiaraItalia 2022
con Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano, Carlotta Natoli, Paola Tiziana Cruciani, Flaminia Mancin, Valentino Campitelli, Paolo Briguglia, Giulia Testi, Luigi Vestuto, Luigi Lo Cascio
regia di Susanna Nicchiarelli

Assisi, 1211: la diciottenne Chiara abbandona la sua nobile casa con l’amica Pacifica per seguire l’esempio di Francesco e vivere in povertà al servizio degli altri. La raggiunge anche la sorella
Agnese per sfuggire a un matrimonio di convenienza. Ben presto l’esempio di Chiara diventa un richiamo per molte donne per l’ideale di uguaglianza tra i membri della sua congrega.
Mentre Francesco è in Oriente iniziano gli attriti: a Chiara e le sue sorelle viene proibito di raggiungere la Terra Santa e anche la loro condizione di donne senza protezione diventa un impedimento per poter muoversi liberamente e si inizia a parlare di clausura.
Francesco di ritorno dal suo pellegrinaggio approva una regola lontana dal suo progetto iniziale che rischia d’incrinare il rapporto con Chiara, ma i due si riconciliano prima della morte di Francesco. Il film si conclude con Chiara che riesce a far approvare dal nuovo papa Gregorio IX la regola delle Clarisse, la prima regola scritta da una donna.

L’originale scelta stilistica di un biopic che ibrida diversi generi, fino al musical medievaleggiante per gettare una luce su Chiara, la più devota seguace dell’ideale francescano ma anche la più radicale, forse per questo la sua reale vicenda si è un po’ persa nel tempo idealizzata nella fedele apostola francescana.
Questo ideale terzo capitolo della trilogia sul femminile che parte con Nico 1988 e prosegue con Miss Marx, pur essendo il più lontano nel tempo, affronta tematiche attualissime come l’auto determinazione della donna, le difficoltà a riconoscere la sua indipendenza e la libertà di muoversi, proponendo sempre una soluzione costrittiva a fin di bene, per protezione.
Se il messaggio sul femminile arriva forte e chiaro, stilisticamente il film mescola diversi riferimenti a capisaldi dei film religiosi, l’ingenua allegria che arriva dal Francesco, giullare di Dio di Rossellini, il naturalismo zeffirelliano che sposa il rigore storico di Pasolini (stesso set di Uccellacci e uccellini) la dimensione hippy e rivoluzionaria di Jesus Christ Superstar declinata in canzoni medievaleggianti, inserti che possono spiazzare lo spettatore ma la soluzione del canto balletto sul nome di Chiara è geniale per raccontare come la scelta e l’esempio della giovane passano di bocca in bocca tra le donne che vedono nella sua scelta un modello non solo religioso ma anche di affrancamento dall’imposizione maschile.

Mimì metallurgico ferito nell’onore

Italia 1972
con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Agostina Belli, Turi Ferro, Luigi Diberti, Elena Fiore, Tuccio Musumeci, Gianfranco Barra, Livia Giampalmo, Ignazio Pappalardo
regia di Lina Wertmüller


Mimimetallurgico

Carmelo Mardocheo detto Mimì rifiuta il voto di scambio e il giorno le elezioni dopo viene licenziato. Per ripicca si trasferisce a Torino ma anche qui deve sottostare alle leggi mafiose del caporalato. Diventato un fervente comunista Mimì s’innamora di Fiore, una hippie milanese anche lei trasferita a Torino. L’amore è ricambiato e i due hanno un figlio ma ancora una volta la mafia ci mette lo zampino e l’omertà di Mimì viene premiata con la trasferta in Sicilia. Mimì rientra con la nuova famiglia al seguito ma deve tornare a convivere con Rosalia, la moglie legittima. Quando Rosalia resta incinta di un finanziere, pur non amandola più, Mimì si sente ferito nell’onore e seduce Amalia, moglie dell’amante della moglie mettendola incinta. Quando svela lo sgarro al rivale in amore, un sicario della mafia che doveva proteggerlo uccide Amilcare e Mimì finisce in galera. A fine pena si trova a dover mantenere la prole della moglie, quella di Amalia e dell’amata Fiore e per questo cede alle lusinghe mafiose diventando un galoppino per le nuove elezioni ma Fiore lo abbandona non accettando il tradimento politico.

Il film che segna la definizione dello stile di Lina Wertmuller, caustico e confusionario, primo dei tre film in cui la regista dirige la coppia Giannini-Melato.
Una commedia che incrocia diversi temi, politici e amorosi in una satira feroce sul gallismo siculo. Se più o meno faticosamente i rapporti uomo e donna si sono evoluti d in questo mezzo secolo, l’episodio del morto sul lavoro abbandonato in mezzo
al niente delle campagne torinesi, è ancora di stringente attualità.
Molto interessante la recitazione di Giannini che ha guizzi chapliniani.
Il fallimento dell’evoluzione maschile del proletario emigrato e politicamente preparato che però non riesce a liberarsi da preconcetti atavici è rappresentato dall’indomabilità dei ricci di Mimì che si sforza in vari modi di lisciarli ma che tornano allo stato brado ad ogni scatto d’ira del protagonista.
Riuscita anche la metafora mafiosa: tutti i personaggi che ne incarnano il potere sono interpretati dal medesimo attore, Turi Ferro, e Mimì li riconosce dai tre nei sulla guancia, per quanti sforzi faccia per provare a ribellarsi il protagonista non ha mai il coraggio di completare il processo di ribellione finendo per diventare un ingranaggio della macchina da cui ha cercato di sfuggire, non a caso il film si conclude nella stessa solfatara dove si era aperta la storia con il ruolo invertito del protagonista, prima operaio da convincere e alla fine guappo che fa propaganda al voto mafioso.
Il fallimento della ribellione alla mafia si ripete nella vita sentimentale di Mimì che non ha mai amato Rosalia, ha un figlio con un’altra donna ma arriva a sedurre una donna che non gli piace pur di vendicare l’onore ferito.
La famigerata scena con le abbondanti natiche di Amalia ricordano i trascorsi da aiuto regista di Fellini della Wertmuller: la composizione della scena con il protagonista maschile relegato e rimpicciolito in un angolo terrorizzato da questo enorme culo che avanza ricorda l’enorme tetta della Ekberg che insegue il puritano de Filippo ne
Le tentazioni del Dottor Antonio.
Anche la figura di Fiore, per quanto marginale nella seconda parte del ritorno in Sicilia, ha delle sfumature insolite, accetta la surreale riparazione dell’onore ferito di Mimì ma resta intransigente e lo abbandona di fronte al tradimento politico, una scelta oggi inconcepibile.

I gioielli di Madame de…

Madamede

Madame de…
Francia, 1953
con Danielle Darrieux, Charles Boyer, Vittorio De Sica, Jean Debucourt, Mireille Perrey, Lia Di Leo, Jean Galland, Hubert Noël, Claire Duhame, Léon Walther, Guy Favières
regia di Max Ophüls

Luise, frivola moglie di un barone, generale dell’esercito francese, si ritrova costretta a vendere un gioiello all’insaputa del marito per ripagare dei debiti. Sceglie un paio d’orecchini di diamanti che rivende al gioielliere di fiducia e poi finge di averli persi durante una serata a teatro. Quando la notizia dello smarrimento si trasforma in una notizia di furto, il gioielliere per trarsi d’impaccio informa il barone che ricompra gli orecchini e li regala alla sua amante che si sta trasferendo a Costantinopoli. Anche la donna li rivenderà per pagare dei debiti di gioco. Il gioielli finiscono così in mano del diplomatico italiano Fabrizio Donati che tornato a Parigi s’innamora riamato di Louise e le regala gli orecchini. La donna per poterli indossare finge di averli ritrovati dentro un paio di guanti non sapendo del lungo giro degli orecchini innescato dal marito che non può più accettare il legame tra Donati e la moglie e sfida l’italiano a duello, dopo aver donato i gioielli alla Madonna, Louise cerca di raggiungere il luogo del duello ma lo sforzo le sarà fatale.



Igioiellidimadamede

Se ne La Ronde erano i sentimenti delle persone e i loro incontri a creare un carosello di scambi, in questo film tratto dal romanzo di Louise de Vilmorin del 1950, sono gli orecchini ad incarnare la girandola amorosa.
Non solo nei passaggi di mano (il generale li ricompra tre volte!) che li riportano sempre alla legittima proprietaria ma anche nel cambio di significato che i gioielli assumono per Louise: venduti senza troppi scrupoli la prima volta perché regalo costoso ma di circostanza del marito sposato non certo per amore, i gioielli finiscono per diventare per Louise l’essenza stessa del sentimento dopo che lo stesso Donati l’ha lasciata per le troppe bugie dette dalla donna.
È questo valore simbolicoo che il generale non può accettare, sfidando fuori tempo massimo il rivale dopo aver tollerato la relazione extraconiugale con il savoir-faire che si addiceva al bel mondo di fine ottocento.
La scoperta dell’amore incrina la superficiale perfezione dei rapporti mondani (come avviene anche ne L’età dell’innocenza) e l’evoluzione interiore della frivola Louise si manifesta anche nella sua salute: lo svenimento iniziale dal gioielliere è solo una messa in scena per forzare la ritrosia dell’imbarazzato commerciante, poi gli svenimenti della donna si faranno sempre più seri, col procedere del sentimento fino a culminare con l’attacco di cuore quando non sente lo sparo di risposta al primo colpo sparato dal marito: il film che iniziava come una commedia termina con il dramma più romantico della morte in contemporanea, ultima forma di congiunzione rimasta ai due amanti.



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Una parabola cupa raccontata però con la solita levità stilistica da Ophüls, maestro dei movimenti di macchina che ne I gioielli di Madame de… raggiungono il loro apice nel collage di balli, cinque, che raccontano solo con il cambio di abiti e di scenografia la nascita dell’amore tra Louise e Fabrizio mentre i due continuano a vorticare in un unico lungo valzer.

Prima ti sposo, poi ti rovino

Primatisposopoitirovino

Intolerable Cruelty
USA 2003, Universal Pictures
con George Clooney, Catherine Zeta-Jones, Geoffrey Rush, Billy Bob Thornton, Cedric The Entertainer, Edward Herrman, Paul Adelstein, Julia Duffy, Jonathan Hadary, Stacey Travis
regia di Joel Coen

Miles Massey, abilissimo avvocato divorzista smaschera il piano di Marilyn Rexroth che aveva incastrato il marito fedifrago sposato per interesse e fa svanire la lauta rendita della donna, Marilyn allora escogita una raffinata e complicata vendetta ai danni dell’avvocato che fin da subito si era rivelato sensibile al suo fascino…

Una divertente commedia uscita nel periodo più oscuro delle traduzioni dei titoli in italiano, l’acme di Se mi lasci ti cancello sarà raggiunto l’anno seguente, nel 2004.
Alla regia troviamo solo uno dei fratelli Coen, Joel ma la gestazione contempla anche Ethan, si tratta infatti della ripresa di una loro vecchia sceneggiatura riaffidata a loro da una major.


Prima tisposopoi tirovino

Il film è un chiaro tributo alle commedie sofisticate degli anni ’30, George Clooney, all’apice del successo gioca a fare Cary Grant (anche se il look sfatto durante la conferenza ricorda il Jimmy Stewart di Mr. Smith va a Washington) ma non manca una stoccata autoironica: si scopre che il presunto petroliere sposato da Marilyn firmando l’imbattibile accordo prematrimoniale di Massey è un attore mentre recita in un medical drama, proprio il genere televisivo che ha lanciato Clooney con E.R.
I fratelli Coen sono molto a loro agio con la rilettura della screwball comedy: i personaggi bizzarri di contorno sono da sempre una loro prerogativa che probabilmente deriva dalla passione per quelle commedie, purtroppo però la storia è un po’ troppo arzigogolata, divisa in tre parti: il primo atto sul divorzio dei
Rexroth è perfetto e fa una strana impressione vedere nei panni del marito farfallone Rex Rexroth l’attore Edward Herrmann, ovvero l’impassibile nonno di Rory Gilmore di Una mamma per amica (a pensarci pure questa… gran traduzione!)
La seconda parte vede la grande prova di Billy Bob Thornton nei panni del (presunto) petroliere Howard Doyle, la terza ed ultima parte è un po’ delirante con il continuo gioco tra le alterne vicende di ricchezza e miseria dei due protagonisti e le prove d’amore stracciando prematrimoniali, quando era chiaro fin dall’inizio che l’amore avrebbe trionfato…almeno per un po’, vista la natura “squalesca” dei due soggetti, rappresentata dall’ossessione per i denti bianchi di Miley (l’inquadratura iniziale dello sbiancamento dei denti potrebbe essere citata dall’inizio di Gomorra?) e dalla battuta “non sai quanto” sardonica risposta alla domanda se è carnivora, data da Marilyn, interpretata da una Catherine Zeta-Jones davvero bellissima.